venerdì 8 maggio 2026

8 maggio: Madonna di Pompei e Prima apparizione di san Michele Arcangelo

L'8 maggio, per noi, non è un giorno come gli altri.

Oggi è la festa della Regina del Santo Rosario di Pompei.
E' la ricorrenza della prima apparizione di San Michele Arcangelo al Monte Gargano, "casa sua", l'unica chiesa al mondo non consacrata da mano umana, in quanto consacrata dal Principe del Paradiso stesso in questo giorno.

Monte Sant'Angelo, Pompei: due pezzi della nostra Italia.
Perché questa, insieme a un'infinità di santuari, chiese, cattedrali, pievi, castelli, palazzi, città, opere d'arte, è la nostra Italia.
E questa è la nostra Fede, l'unica vera.
Che è sotto attacco nemico interno ed esterno, come l'Italia.
Per questo preghiamo la Regina e il Principe del Paradiso, festeggiati in un solo giorno, per la Chiesa, per la loro Italia, per tutti noi.


Supplica alla Madonna di Pompei

(da recitarsi l'8 maggio e la prima domenica di ottobre a mezzogiorno)

I. - O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi, o Regina gloriosa del Santissimo Rosario, noi tutti, avventurati figli vostri, che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi, in questo giorno solennissimo della festa dei novelli vostri trionfi sulla terra degl'idoli e dei demoni, effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore, e con la confidenza di figli vi esponiamo le nostre miserie.

Deh! da quel trono di clemenza ove sedete Regina, volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi, su tutte le nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, su tutta la Chiesa; e vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo e dei travagli che ne amareggiano la vita. Vedete, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo ne circondano: quante calamità e afflizioni ne costringono! O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato e vincete colla clemenza il cuore dei peccatori: sono pur nostri fratelli e figli vostri, che costarono sangue al dolce Gesù, e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore. Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.

Salve Regina.

II. - È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli, coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù, e trafiggiamo novellamente il vostro Cuore. Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli. Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino e l'ultimo testamento del Redentore moribondo. E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio, vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori. Voi, dunque, come nostra Madre, siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza. E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!

Pietà vi prenda, o Madre buona, pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti, e soprattutto dei nostri nemici, e di tanti che si dicono cristiani, e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo. Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate, per tutta l'Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al cuor vostro. Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.

Salve Regina.

III. - Che vi costa, o Maria, l'esaudirci? Che vi costa il salvarci? Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie? Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo, circondata di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli. Voi distendete il vostro dominio per quanto son distesi i cieli, e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette. Il vostro dominio si estende fino all'inferno, e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.

Voi siete l'Onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci. Che se dite di non volerci aiutare, perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione, diteci almeno a chi altri mai dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.

Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti. Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia, e la mistica corona che miriamo nella vostra mano, c'ispirano fiducia che noi saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, ed oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.

Salve Regina.

Chiediamo la benedizione a Maria.

Un'ultima grazia noi ora vi chiediamo, o Regina, che non potete negarci in questo giorno solennissimo. Concedete a tutti noi l'amore vostro costante, e in modo speciale la vostra materna benedizione. No, non ci leveremo dai vostri piedi, non ci staccheremo dalle vostre ginocchia, finché non ci avrete benedetti.

Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario, onde siete chiamata Regina delle vittorie, deh! aggiungete ancor questo, o Madre: concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società. Benedite il nostro Vescovo, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l'onore del vostro Santuario.

Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei, e quanti coltivano e promuovono la divozione al vostro Santo Rosario.

O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d'inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell'ora di agonia; a te l'ultimo bacio della vita che si spegne. E l'ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave, Regina del Rosario della Valle di Pompei, o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori, o sovrana Consolatrice dei mesti. Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Così sia.

Salve Regina.

 (vero testo della Supplica scritta dal beato Bartolo Longo)



Buona giornata a tutti :-)




mercoledì 6 maggio 2026

La preghiera dell'essere - Card. Carlo Maria Martini

È necessario avere della preghiera una visione ampia, totale e inesauribile: la preghiera è una realtà di cui nessun uomo ha scrutato i confini; è un' esperienza di cui nessun uomo ha varcato le ultime soglie. 
Siamo sempre in cammino, e più si va avanti più si scoprono orizzonti, più si cammina e più si avanza.
La preghiera, infatti, è essenzialmente un mistero e, come tale, viene da Dio creatore del cielo e della terra. 
Così ci spiega la bellissima esclamazione di sant'Agostino: «Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te».
Da quando l'uomo è apparso sulla terra è incominciata la storia della preghiera; uomini e donne di diverse religioni si sono rivolti e si rivolgono in preghiera all'Essere supremo a cui danno nomi diversi. La preghiera è la risposta immediata che sale dal cuore della persona umana quando si mette di fronte alla verità dell' essere.
Questo può avvenire in molti modi. Per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l'ascolto di una musica che fa dimenticare la realtà che ci circonda, che ci libera dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalle cose che ci sollecitano continuamente; allora facciamo un respiro un po' più ampio del solito, avvertiamo qualcosa di indefinibile che ci muove dentro, ci sentiamo pienamente noi stessi e, quasi istintivamente, eleviamo una preghiera: Grazie, mio Dio.
Ciascuno di noi, penso, ha sperimentato nella propria vita l'uno o l'altro di questi momenti. Forse in una serie di circostanze felici si è trovato a esprimere il ringraziamento a Dio traendolo dal fondo del proprio essere: è la preghiera naturale, la preghiera dell'essere.
Ogni nostra educazione alla preghiera parte quindi da un semplicissimo principio: l'uomo che vive a fondo l'autenticità del suo esistere, prova spontaneamente l'esigenza di esprimersi attraverso delle parole, mute o pronunciate, rivolgendosi a Colui che l'ha creato. Sta a noi cercare di favorire quelle condizioni che ci mettono in stato di autenticità, di cercare dentro di noi la voce misteriosa di Dio per ascoltarla e risponderle, di ravvivare il senso di gratitudine per il dono della vita, della creazione, di quanto di bello e di buono esiste nel mondo.
Non sarebbe giusto trascurare l'educazione alla preghiera dell'essere, perché questa ci aiuta a comprendere che la preghiera è una realtà misteriosa, ma facilissima, che nasce «dalla bocca e dal cuore dei lattanti» (cfr. Salmo 8,3), che sgorga quando la persona - il bambino, l'adolescente, il giovane, l'adulto, l'anziano - si pone di fronte a sé in condizioni di distensione, di calma, di serenità, di pace.
- card. Carlo Maria Martini - 



La preghiera esiste in noi in uno strato ancora più profondo della stessa fede. Dunque anche chi dice di non avere fede può pregare con intensità per averla.

- card. Carlo Maria Martini - 



Il carisma di Maria è lo sguardo confortante all'insieme del corpo ecclesiale, che la rende attenta per tutti i punti dolenti e pronta ad esprimerli, a provvedere avvisando chi di dovere, facendo intervenire altri.

- card. Carlo Maria Martini - 

















“O gloriosa Vergine Maria, esaudisci tutti coloro che Ti invocano, sii vicina a tutti, tutti aiuta, tutti Ti sentano ausiliatrice nelle sofferenze e nelle necessità, tutti coloro che Ti credono Madre di Dio.
Specialmente la tua quotidiana e assidua preghiera difenda coloro la cui continua devozione Ti venera e sii memore in cielo, davanti al Figlio tuo nostro Signore Gesù Cristo, di chiunque è memore di Te in terra”.
Amen. Ave Maria!

- Sant’Alfonso Maria de’ Liguori




Buona giornata a tutti. :-)

                                                   www.leggoerifletto.it 


domenica 3 maggio 2026

Al tizio del piano di sopra - Charles Simic'

Capo di tutti i capi dell'universo.
Signor so-tutto, burattinaio intrigante,
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare.
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte.
Intingi nell'inchiostro code di comete.
Graffetta la notte con luci di stelle.

Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè,
o sfogliare l'Almanacco dell'Agricoltore.
Ma no! Ti piace darti arie,
e coltivare la tua rinomata serenità
mentre siedi alla grande scrivania
con niente di niente nel vassoio
della corrispondenza in arrivo o in partenza,
e tutta quell'eternità disseminata intorno.

Non ti fa accapponare la pelle
sentirli supplicare in ginocchio,
farfugliando tenere parole come se tu
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
Di' loro di rimettersi in sesto e andare a letto.
Basta fingerti troppo occupato per notarlo.

Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi.
Niente su cui apporre la tua firma,
anche se tu sapessi quale nome darti,
o credessi a quelli che continuo a inventare
mentre per te scarabocchio quest'appunto nel buio.

Charles Simic'

da "Hotel Insonnia", Adelphi Milano, 2002

1° luglio 2016 - Strage a Dacca. 20 morti, 9 erano italiani

Salmo

Ci hai messo un bel po' a deciderti,
oh Signore, su questi pazzi
che governano il mondo. Arrivano dovunque
e i loro artigli devono averti spaventato.

Uno di loro mi scovò con la sua ombra.
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai
fra il terrore e il coraggio
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio.

Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo.
Ti impegni a rendere graziosi i fiori,
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre,
o forse nemmeno di questo ti curi?

Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva
e allegra, e le tue divinità
al loro fianco per accertarsi
che i nostri addii venissero pronunciati bene.

- Charles Simic' -
da "Hotel Insonnia", Adelphi Milano, 2002




Gli Orrori del nostro tempo ci faranno provare nostalgia di quelli del passato.

- Charles Simic' -
Dal libro: Il mostro ama il suo labirinto


Quello che succede oggi non trovatelo naturale!!!


Buona  giornata a tutti. :-)

venerdì 1 maggio 2026

L'angelo e il bambino

 Ogni volta che un bambino viene chiamato dal Signore, un angelo scende dal cielo per condurlo in Paradiso. Ma prima di volare fin lassù, l'angelo concede al piccolo di visitare, per l'ultima volta, i luoghi più incantevoli della terra per raccogliere i fiori più belli e portarli fino in cielo.

Anche quella sera, nella fresca brezza vespertina, un angelo portava fra le braccia un bambino. Volavano leggeri sulla terra in fiore e si fermarono in un parco lussureggiante. Raccolsero viole, margherite, nontiscordardimé e ciclamini, e anche piccoli boccioli di rosa in un roseto appena reciso.

Il bambino batté le mani dalla contentezza, pensando che ormai sarebbero saliti verso il cielo. Ma non era ancora il momento. Volarono in su e in giù per molte strade e molti viottoli bui. Ormai era scesa la notte. La città dormiva. In un vicolo sporco e maleodorante l'angelo si fermò e indicò al piccolo di rovistare in un mucchio di immondizie.

«Lì troverai il fiore più bello!» esclamò l'angelo raggiante.

Il bambino, incredulo, si avvicinò a quella montagna di rifiuti. Tra vecchi cenci, cibi avanzati e altri resti, c'erano anche i cocci di un vaso di terracotta. Accanto ad esso, vide un giglio dei campi rinsecchito, ancora attaccato alla sua radice. Il bim­betto rimase alquanto deluso: «Vuoi portare al buon Dio questo fiore appassito?».

L'angelo si chinò, raccolse la pianticella e con voce tremula di commozione narrò la storia di quel giglio: «In quel vicolo laggiù, in una misera stanzetta, viveva un ragazzo malato. La malattia aveva tolto ogni forza alle sue povere gambe e non poteva quasi più alzarsi dal letto. Non poteva uscire, né saltare, né correre con gli altri bambini. Costretto a letto notte e giorno, quando si sentiva un po' meglio, faceva qualche passo per la stanza con le stampelle. Durante la bella stagione lo portavano davanti alla porta di casa per respirare un po' d'aria fresca. E il ragazzo era veramente felice: per lui era come assaporare una fetta del vasto mondo!».

«Il fiore era suo?» domandò il fanciullo, vinto da quella curiosità che non abbandona mai l'anima dei bambini.

«Un giorno» continuò l'angelo «una vecchia fioraia regalò al pallido ragazzo seduto sull'uscio di casa un paio di gigli. Uno di essi aveva ancora la radice. Il fiore venne messo in un vaso di coccio e diventò la prima compagnia del piccolo malato. Giorno e notte la pianticella stava vicino al suo letto, affinché egli potesse vederla crescere e prosperare. Grande fu la sua gioia quando, dopo un po' di tempo, apparve un bocciolo, che in breve si aperse in tutto il suo radioso splendore. La pianticella sembrava voler ringraziare il ragazzo per le cure e l'amore che le prodigava, e ad ogni primavera rifioriva più bella. La vita di quel fiore riempiva le molte ore che il ragazzo doveva trascorrere immobile, e di notte rallegrava i suoi sogni. Il dolore era meno intenso da quando poteva godere di quella preziosa compagnia. Perché il dolore è più acuto, quando chi soffre resta dimenticato e solo. Quando fu prossimo alla morte, il suo ultimo sguardo fu per quel giglio che lo aveva reso felice».

Il piccolo ascoltò la storia palpitando di tenerezza, ma non riusciva a spiegarsi come mai l'angelo la conoscesse in tutti i particolari.

«Come potrei non riconoscere il mio fiore?» rispose l'angelo. «È la mia storia quella che ti ho raccontato. Quando vivevo sulla terra, ero il ragazzo malato che teneva la pianticella accanto al letto».

Il bambino prese quel giglio appassito e lo mise nel mazzo insieme agli altri fiori. Quando furono in Paradiso, deposero ai piedi del Signore ciò che avevano raccolto e, tra le dita di Dio, quel giglio bagnato dalle lacrime della sofferenza rifiorì in tutta la sua bellezza.

Leggenda scandinava


Fioretto

Oggi, in onore della Madonna e di San Giuseppe, sposo castissimo della Beata Vergine e protettore dei lavoratori, quello che facciamo a livello di lavoro materiale, spirituale, culturale e di qualsiasi altro genere, facciamo per amore di Dio e per servire disinteressatamente i fratelli, senza attenderci alcuna ricompensa. Un tempo della nostra giornata dedichiamo agli altri senza attenderci compensi e premi.


Buona giornata a tutti :-) 







lunedì 27 aprile 2026

Il Passato - Emily Dickinson

                                               E' una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all'estasi
O alla disperazione.

Se qualcuno l'incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!

Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!

- Emily Dickinson - 


Dipinto: Elihu Vedder (1836-1923), The Hearth of the Rose


Mi son nascosta nel mio fiore,
così che, quando appassirà dentro il tuo vaso,
per me tu senta, senza sospettarlo,
quasi una solitudine.

 - Emily Dickinson -



Ophelia - Jules Joseph Lefebvre

Amarti anno dopo anno - 
può sembrare meno 
di sacrificio, e conclusione - 
eppure, caro, 
il sempre potrebbe essere breve, vorrei mostrarti - 
perciò l'ho congiunto, ora, con un fiore. 

- Emily Dickinson -  




Emily Elizabeth Dickinson nasce 10 dicembre 1830 ad Amherst (Massachusetts), in una stimata famiglia, frequenta la scuola sino alle scuole superiori, cosa anomala per l’epoca. 
A soli 23anni decide di ritirarsi in una vita solitaria ed appartata non giustificata da problemi fisici. 
Rimane quindi irrisolto il mistero Emily Dickinson, affidato all'insondabilità della sua coscienza più profonda. Manifesta un carattere contraddittorio e complesso, venato da una fierezza irriducibile. 
Studia in casa come autodidatta, scrive lettere alle quali spesso allega le sue poesie. Compie brevi viaggi, incontra ed entra in amicizia con scrittori, filosofi. 
La casa dei Dickinson è praticamente il centro della vita culturale del piccolo paese, dunque uno stimolo continuo all'intelligenza della poetessa, che in questo periodo incomincia a raccogliere segretamente i propri versi in fascicoletti. 
In pochi anni viene colpita da una serie di disgrazie familiari, muore il padre, l’anno dopo la madre, alcuni amici con i quali era in contatto epistolare. 
I suoi scritti non sono mai stati pubblicati. 
Solo dopo la sua morte avvenuta il 15 maggio 1886 la sorella Vinnie scopre i versi nascosti e fa pubblicare 1775 poesie. 
Una rivelazione editoriale che, grazie all'enorme potenza sensitiva, mentale e metafisica della poesia di Emily Dickinson, ha dato il via ad un vero e proprio fenomeno di culto.
per saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Emily_Dickinson





Buona giornata a tutti. :-)

sabato 25 aprile 2026

Via con il vento - don Bruno Ferrero

Nel prato di un giardino pubblico, con il tiepido sole della primavera, in mezzo all'erba tenera, erano spuntate le foglie dentellate e robuste dei Denti di Leone. 
Uno di questi esibì un magnifico fiore giallo, innocente, dorato e sereno come un tramonto di maggio. 
Dopo un po' di tempo il fiore divenne un "soffione": una sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stavano stretti stretti  al centro del soffione.
E quante congetture facevano i piccoli semi. Quanti sogni cullava la brezza alla sera, quando i primi timidi grilli intonavano la loro serenata.
"Dove andremo a germogliare?".
"Chissà?".
"Solo il vento lo sa".
Un mattino il soffione fu afferrato dalle dita invisibili e forti del vento. 
I semi partirono attaccati al loro piccolo paracadute e volarono via, ghermiti dalla corrente d'aria.
"Addio... addio", si salutavano i piccoli semi.
Mentre la maggioranza atterrava nella buona terra degli orti e dei prati, uno, il più piccolo di tutti, fece un volo molto breve e finì in una screpolatura del cemento di un marciapiede. 
C'era un pizzico di polvere depositato dal vento e dalla pioggia, così meschino in confronto alla buona terra grassa del prato.
"Ma è tutta mia!", si disse il semino. 
Senza pensarci due volte, si rannicchiò ben bene e cominciò subito a lavorare di radici.
Davanti alla screpolatura nel cemento c'era una panchina sbilenca e scarabocchiata. Proprio su quella panchina si sedeva spesso un giovane. Era un giovane dall'aria tormentata e lo sguardo inquieto.
Nubi nere gli pesavano sul cuore e le sue mani erano sempre strette a pugno.
Quando vide due foglioline dentate verde tenero che si aprivano la strada nel cemento. Rise amaramente: "Non ce la farai! Sei come me!", e con un piede le calpestò.
Ma il giorno dopo vide che le foglie si erano rialzate ed erano diventate quattro.
Da quel momento non riuscì più a distogliere gli occhi dalla testarda coraggiosa pianticella. Dopo qualche giorno spuntò il fiore, giallo brillante, come un grido di felicità.
Per la prima volta dopo tanto tempo il giovane avvilito sentì che il risentimento e l'amarezza che gli pesavano sul cuore cominciavano a sciogliersi. 
Rialzò la testa e respirò a pieni polmoni. Diede un gran pugno sullo schienale della panchina e gridò: "Ma certo! Ce la possiamo fare!".
Aveva voglia di piangere e di ridere. Sfiorò con le dita la testolina gialla del fiore.
Le piante sentono l'amore e la bontà degli esseri umani. Per il piccolo e coraggioso Dente di Leone la carezza del giovane fu la cosa più bella della vita.

Non chiedere al Vento perché ti ha portato dove sei.
Anche se sei soffocato dal cemento, lavora di radici e vivi.

Tu sei il messaggio.

- don Bruno Ferrero -
da: "Solo il vento lo sa" di Bruno Ferrero, ed. Elledicì


Stranezze

Mentre camminavo per strada con l'ombrello aperto perché piovigginava, piano, piano si affaccia il sole. 
Che strana cosa, mi sono detto; di solito quando piove non si vede il sole; quando c'è il sole, di solito non piove. Eppure ora piove e c'è anche il sole. Chissà perché? 
Mi sono dato questa risposta: "Dio manda l'acqua per amore; manda pure il sole per amore. Proprio nel suo eccesso d'amore manda e pioggia e sole inspiegabilmente anche insieme". 
Di solito le stranezze, gli eccessi, sono propri degli innamorati.

- Padre Andrea Panont - 
Da: “Chi ha paura di Dio?” Ed. Mimep-Docete


Dio ci chiede di amarlo, mettendo in moto quello che ci ha donato, niente di più, nessun sacrificio, nessun olocausto; chiede intelligenza, forza e cuore, tutto ciò che possediamo!

da: "Gioia infinita. Quaresima e Pasqua 2016" 



















Buona giornata a tutti. :-)


domenica 19 aprile 2026

Il nostro incontro - Alejandro Jodorowsky

                         Corro portando tra le mani come un carbone acceso
l'istante che agonizza. 
Insieme a me se ne vanno le stelle
e questo mulinello di materia intorno al niente.
Con i palmi ardenti ho trasportato il gioiello dal remoto
per offrirtelo come uno specchio: quello che vedi non è il tuo viso
ma un fiume in piena che si porta tutte le anime
tranne la tua e la mia. 
Il nostro incontro
ci ha lasciato fuori
dallo spazio, dal tempo e da noi stessi.
Siamo definitivamente l'istante che non muore.

- Alejandro Jodorowsky - 



Amare è amarsi, perchè quello che dai lo devi dare a te stesso, solo così l'amore potrà essere equilibrato e rispecchiare esattamente il centro e l'eternità.

- Alejandro Jodorowsky - 



Essere o non essere ... Essere e non essere al contempo ... Non essere, ma essere essendo ... Essere smettendo di essere ... Essere oggi, non domani, ma dopodomani si ... 

Essere sul punto di essere ... Essere fuori dall'essere ... Essere dentro il non essere ... non essere quì però essere là ... 
Essere dove non si è ... o non essere dove si è ... non essere mai ... eccetera ... eccetera ... Questo è il problema!

- Alejandro Jodorowsky - 



Buona giornata a tutti. :-)


venerdì 17 aprile 2026

Il forestiero - don Bruno Ferrero

Una storiella sulla paura... di non avere abbastanza coraggio (e predisposizione) di gettare sul prossimo una luce di ottimismo e di benevolenza.

C’era una volta un uomo seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
Un giovane si avvicinò e gli domandò:
«Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?».
Il vecchio gli rispose con una domanda: «Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?».
«Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là».
«Così sono gli abitanti di questa città» gli rispose il vecchio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda:
«Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?».
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: «Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?».
«Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli».
«Anche gli abitanti di questa città sono così» rispose il vecchio.
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero:
«Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?».
«Figlio mio», rispose il vecchio, «ciascuno porta il suo universo nel cuore.
Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui.
Al contrario, colui che aveva degli amici nell’altra città troverà anche qui degli amici leali e fedeli.
Perché, vedi, le persone sono ciò che noi troviamo in loro».

Si trova sempre ciò che si cerca.

- don Bruno Ferrero - 


Buona giornata a tutti :-)









 

domenica 12 aprile 2026

Un sorriso all'aurora - Raoul Follereau

Raoul Follereau si trovava in un lebbrosario in un’isola del Pacifico.
Un incubo di orrore.
Solo cadaveri ambulanti, disperazione, rabbia, piaghe e mutilazioni orrende.
Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti.
Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri.
Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell’inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male?
Lo pedinò, discretamente.
Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell’alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso.
Si metteva a sedere e aspettava.
Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell’aurora del Pacifico.
Aspettava fino a quando, dall’altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza.
La donna non parlava.
Lanciava solo un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso.
Ma l’uomo si illuminava a quel sorriso e rispondeva con un altro sorriso.
Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche.
Tutte le mattine.
Una specie di comunione quotidiana.
Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile.
Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso gli disse: «È mia moglie!».
E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi ha curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare.
Uno stregone le aveva dato una pomata.
Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio... Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere».

Certamente qualcuno ti ha sorriso stamattina, anche se tu non te ne sei accorto.

Certamente qualcuno aspetta il tuo sorriso, oggi.

Se entri in una chiesa e spalanchi la tua anima al silenzio, ti accorgerai che Dio, per primo, ti accoglie con un sorriso.

Raoul Follereau - 


Buona giornata a tutti :-)