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mercoledì 6 maggio 2026

La preghiera dell'essere - Card. Carlo Maria Martini

È necessario avere della preghiera una visione ampia, totale e inesauribile: la preghiera è una realtà di cui nessun uomo ha scrutato i confini; è un' esperienza di cui nessun uomo ha varcato le ultime soglie. 
Siamo sempre in cammino, e più si va avanti più si scoprono orizzonti, più si cammina e più si avanza.
La preghiera, infatti, è essenzialmente un mistero e, come tale, viene da Dio creatore del cielo e della terra. 
Così ci spiega la bellissima esclamazione di sant'Agostino: «Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te».
Da quando l'uomo è apparso sulla terra è incominciata la storia della preghiera; uomini e donne di diverse religioni si sono rivolti e si rivolgono in preghiera all'Essere supremo a cui danno nomi diversi. La preghiera è la risposta immediata che sale dal cuore della persona umana quando si mette di fronte alla verità dell' essere.
Questo può avvenire in molti modi. Per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l'ascolto di una musica che fa dimenticare la realtà che ci circonda, che ci libera dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalle cose che ci sollecitano continuamente; allora facciamo un respiro un po' più ampio del solito, avvertiamo qualcosa di indefinibile che ci muove dentro, ci sentiamo pienamente noi stessi e, quasi istintivamente, eleviamo una preghiera: Grazie, mio Dio.
Ciascuno di noi, penso, ha sperimentato nella propria vita l'uno o l'altro di questi momenti. Forse in una serie di circostanze felici si è trovato a esprimere il ringraziamento a Dio traendolo dal fondo del proprio essere: è la preghiera naturale, la preghiera dell'essere.
Ogni nostra educazione alla preghiera parte quindi da un semplicissimo principio: l'uomo che vive a fondo l'autenticità del suo esistere, prova spontaneamente l'esigenza di esprimersi attraverso delle parole, mute o pronunciate, rivolgendosi a Colui che l'ha creato. Sta a noi cercare di favorire quelle condizioni che ci mettono in stato di autenticità, di cercare dentro di noi la voce misteriosa di Dio per ascoltarla e risponderle, di ravvivare il senso di gratitudine per il dono della vita, della creazione, di quanto di bello e di buono esiste nel mondo.
Non sarebbe giusto trascurare l'educazione alla preghiera dell'essere, perché questa ci aiuta a comprendere che la preghiera è una realtà misteriosa, ma facilissima, che nasce «dalla bocca e dal cuore dei lattanti» (cfr. Salmo 8,3), che sgorga quando la persona - il bambino, l'adolescente, il giovane, l'adulto, l'anziano - si pone di fronte a sé in condizioni di distensione, di calma, di serenità, di pace.
- card. Carlo Maria Martini - 



La preghiera esiste in noi in uno strato ancora più profondo della stessa fede. Dunque anche chi dice di non avere fede può pregare con intensità per averla.

- card. Carlo Maria Martini - 



Il carisma di Maria è lo sguardo confortante all'insieme del corpo ecclesiale, che la rende attenta per tutti i punti dolenti e pronta ad esprimerli, a provvedere avvisando chi di dovere, facendo intervenire altri.

- card. Carlo Maria Martini - 

















“O gloriosa Vergine Maria, esaudisci tutti coloro che Ti invocano, sii vicina a tutti, tutti aiuta, tutti Ti sentano ausiliatrice nelle sofferenze e nelle necessità, tutti coloro che Ti credono Madre di Dio.
Specialmente la tua quotidiana e assidua preghiera difenda coloro la cui continua devozione Ti venera e sii memore in cielo, davanti al Figlio tuo nostro Signore Gesù Cristo, di chiunque è memore di Te in terra”.
Amen. Ave Maria!

- Sant’Alfonso Maria de’ Liguori




Buona giornata a tutti. :-)

                                                   www.leggoerifletto.it 


domenica 5 aprile 2026

Gesù la risurrezione - Anselm Grün

 Che cosa è la vita? A questa domanda fondamentale di qualsiasi filosofia Gesù risponde con una singolare affermazione: «Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se morisse, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai» (Gv 11,25s). 
Sono parole di difficile comprensione: Gesù è la risurrezione. 
Chi crede in lui, risuscita già ora dalla morte alla vita, è già passato dalla morte alla vita.
Secondo Giovanni, molti sono coloro che, pur essendo vivi, sono morti: non vivono infatti in maniera autentica, bensì vivono solo in superficie. 
Chi crede in Gesù, invece, capisce chi è veramente lui e risuscita già in questa vita terrena dalla tomba delle sue paure, della sua autocommiserazione, delle sue inibizioni, della sua debolezza, del suo lato oscuro. 
La sua risurrezione si realizza nel quotidiano, nel passaggio, giorno dopo giorno, dalle tenebre alla luce, dall'immobilismo alla vitalità, dall'orizzonte ristretto al cielo aperto.
Per dimostrare che cosa intende Gesù quando dice: «Io sono la risurrezione», Giovanni racconta la storia di Lazzaro. Gesù risuscita Lazzaro, che è morto e riposa già da quattro giorni nella tomba. Le sue mani e i suoi piedi sono avvolti in bende, il suo volto è coperto da un sudario. Giace nel sepolcro, chiuso da una grossa pietra e già manda odore. 
Chi giace dietro la pietra della mancanza di rapporti con gli altri, è tagliato fuori dalla vita; va quindi incontro alla decomposizione e tutto in lui finisce per avere un cattivo odore. Il suo volto è coperto da un sudario: la vita diventa solo una maschera; quello che è veramente è come morto. È legato mani e piedi, non è veramente libero. La risurrezione significa che la parola di Gesù, che è parola d'amore, passa attraverso la pietra per raggiungere l'amico. La parola d'amore riporta in vita l'amico. Scioglie le bende che lo avvolgono e lo stringono in una morsa. Lo libera dalla maschera dietro la quale si nasconde. La risurrezione di Lazzaro dimostra che chi crede in Gesù vivrà, anche dopo la morte. Quest'ultima non può sciogliere i legami d'amore. L'amore è più forte della morte: attraversa qualsiasi pietra, scioglie qualsiasi immobilismo. Quello che morirà sarà sì il nostro corpo, ma non il nostro vero Io. La fede va oltre la morte, arriva alla vita eterna. Nella fede siamo già passati, in questa vita terrena, dalla morte alla vita, dall'immobilismo alla vitalità, dalla mancanza di rapporti umani all'amore.
L'affermazione di Gesù «Io sono la risurrezione» ha acquistato per me un nuovo significato grazie al romanzo Delitto e castigodel russo Dostoevskij. Dostoevskij ha posto il testo biblico della risurrezione di Lazzaro come motto all'inizio del suo romanzo. Sonja, che è diventata prostituta a causa della sua povertà, legge il racconto della risurrezione di Lazzaro all'assassino Raskolnikov. Nel romanzo Sonja stessa diventa Gesù, che chiama Lazzaro e Io invita a uscire dalla tomba. Con il suo amore, Sonja scioglie il cuore di pietra dell'assassino e risveglia in lui sentimenti dimenticati. Trasforma il prigioniero isolato, privo di rapporti con gli altri, che tratta i suoi compagni di prigionia in modo burbero, poco affabile, in un uomo affettuoso, pieno d'amore. Trovo coraggioso il fatto di aver scelto Sonja, una donna, per incarnare la figura di Gesù. 

Sonja, la prostituta, vive nella sua vita il mistero di Gesù risurrezione. 
Di Raskolnikov scrive Dostoevskij: «Egli era risuscitato e lo sapeva, lo sentiva in tutto e per tutto con il suo nuovo essere, lei però — lei sì — viveva soltanto in lui». 
Quando l'amore di una donna risveglia alla vita un uomo o, viceversa, l'amore di un uomo risveglia alla vita una donna, si ha la risurrezione; in quel momento, diventa evidente cosa intende Gesù quando dice «Io sono la risurrezione». 
Gesù è la sorgente dell'amore di Sonja, un amore che non si è lasciato intimorire dalla durezza e dal rifiuto, durato anni interi, dell' assassino. 
Sonja ha percepito nell'amore di Gesù la forza della risurrezione, tanto da riuscire a risvegliare alla vita e all'amore l'uomo chiuso in se stesso, ostile a qualsiasi rapporto con gli altri.

Osserva la tua vita: in qual misura puoi parlare di vita autentica e in quale misura di vuoto e routine? 

Che cosa rende la tua vita degna di essere vissuta? 
Quando nella tua vita hai fatto esperienza della risurrezione? 
Che cosa ti ha fatto uscire dal tuo torpore, risvegliandoti alla vita? 
Che cosa ti ha fatto uscire dalla tomba della tua paura e della tua rassegnazione? 
Quando sei risuscitato dalla tua mancanza di rapporti umani? 
È probabile che in tutte queste esperienze di risurrezione tu non abbia mai pensato a Gesù. Tuttavia - ce lo dice il vangelo di Giovanni - quando risuscitiamo dalla morte alla vita, incontriamo Gesù, anche se non lo vediamo, anche se non pensiamo a lui. Quando nella tua vita si ha la risurrezione, Gesù è in te, Gesù risuscita dentro di te.

 - Anselm Grün - 
da: "Nuovi volti di Gesù, pp. 114-116"


Il pensiero della propria morte desidera rendere più intensa la nostra vita. 
Se la mia vita è destinata a finire, desidero vivere con consapevolezza l'istante presente. 

-  Anselm Grün -
da: "Le questioni della vita"




Entrando consapevolmente nella solitudine e rinunciando ad ogni distrazione, mi si rivela Dio nel suo mistero. La solitudine è una parte essenziale del cammino spirituale. 

-  Anselm Grün -
da: "Silenzio e solitudine nel ritmo della vita"




Se accetto il fatto di essere solo la mia vita diventa feconda per gli altri. 
Forse non ho molti incontri con le altre persone, ma ho la mia aura. E non importa se io incontri molte o poche persone, mi lascio dietro la mia aura personale. 

-  Anselm Grün Silenzio e solitudine nel ritmo della vita -




Preghiera a Gesù Crocifisso

Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che prostrato alla tua santissima Presenza ti prego con il fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti più, mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù, il santo profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”. 

- Pater, Ave e Gloria ( per l'acquisto dell'indulgenza plenaria)

(A colui che recita questa preghiera dopo la Comunione, dinanzi all'immagine di Gesù Crocifisso, è concessa l'indulgenza plenaria nei singoli venerdì del tempo quaresimale e nel venerdì santo; l'indulgenza parziale in tutti gli altri giorni dell'anno. Pio IX)



Buona giornata a tutti. :-)

sabato 28 marzo 2026

L'amore non è già fatto, si fa - Padre Michel Quoist

 Non è un vestito già confezionato, 
ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.

Non è un appartamento chiavi in mano,
ma una casa da concepire, costruire, conservare e, spesso, riparare.

Non è una vetta conquistata,
ma scalate appassionanti e cadute dolorose.

Non è un solido ancoraggio nel porto della felicità,
ma è un levar l'ancora, è un viaggio in pieno mare.

Non è un sì trionfale che si segna fra i sorrisi e gli applausi,
ma è una moltitudine di "sì" che punteggiano la vita,
tra una moltitudine di "no" che si cancellano strada facendo.

Non è l'apparizione improvvisa di una nuova vita,
perfetta fin dalla nascita,
ma sgorgare di sorgente e lungo tragitto di fiume
dai molteplici meandri, qualche volte in secca,
altre volte traboccante,
ma sempre in cammino verso il mare infinito.

- Padre Michel Quoist - 



Non puoi amare la sofferenza, essa rimane un male anche dopo la venuta di Gesù Cristo, ma tu puoi amare l'occasione che essa ti porge per offrire e ricuperare:

-il tuo mal di testa di oggi, 
-la stanchezza di tutto il corpo oppresso dalla fatica,
-la lancinante sofferenza che morde la tua carne e non ti lascia riposare,
-l'immobilità dolorosa,
-l'infermità,
-la sofferenza morale, piccola o grande, passeggera o permanente,
-il lavoro penoso o monotono, impegno sindacale o politico che assorbe o strazia, sensibilità urtata, fallimento dei tuoi sforzi, caduta umiliante...

Tutte le tue sofferenze:

il Cristo le ha già sofferte,
offerte,
il Padre le ha ricevute dalle mani del Figlio Suo come penitenza dei peccati,
per mezzo dell'amore di Gesù Cristo esse hanno già riscattato il mondo.

- Padre Michel Quoist -
da: "Riuscire. Suggerimenti per una vita autenticamente cristiana"


Regina della Pace

Aiutaci, dolce Vergine Maria, aiutaci a dire:
ci sia pace per il nostro povero mondo.
Tu che fosti salutata dallo Spirito della Pace,
ottieni pace per noi.
Tu che accogliesti in te il Verbo della pace,
ottieni pace per noi.
Tu che ci donasti il Santo Bambino della pace,
ottieni pace per noi.
Tu che sei vicina a Colui che riconcilia 
e dici sempre sì a Colui che perdona,
votata alla sua eterna misericordia,
ottieni a noi la pace.
Astro clemente nelle notti feroci dei popoli,
noi desideriamo la pace.
Colomba di dolcezza tra gli avvoltoi dei popoli,
noi aspiriamo alla pace.
Ramoscello di ulivo che germoglia nelle foreste bruciate 
dei cuori umani,
noi abbiamo bisogno di pace.
Perchè siano finalmente liberati i prigionieri,
gli esiliati ritornino in patria,
tutte le ferite siano risanate,
ottieni per noi la pace.
Per l’angoscia degli uomini ti chiediamo la pace.
Per i bambini che dormono nelle loro culle
ti chiediamo la pace.
Per i vecchi che vogliono morire nelle loro case
ti chiediamo la pace.
Madre dei derelitti, nemica dei cuori di pietra,
stella che risplendi nelle notti dell’assurdo,
ti chiediamo la pace. Amen.



Buona giornata a tutti. :-)


lunedì 16 marzo 2026

Il Padre nostro - card. Carlo Maria Martini

 Nel vangelo secondo Luca, gli apostoli chiedono a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni Battista ha insegnato ai suoi discepoli» 
(Luca 11, 1).
Osserviamo anzitutto che la domanda degli apostoli non nasce all’inizio del loro incontro con Gesù, bensì più tardi, quando si accorgono, quando vedono che Gesù prega, si ritira a pregare.
Analogamente, la nostra domanda sulla preghiera nasce quando vediamo altri pregare intensamente, quando nella preghiera comune ci accorgiamo che intorno a noi c’è una qualità di preghiera che ci affascina e vorremmo fare nostra.

Gesù rispose ai discepoli "Quando pregate dite così":

Padre nostro che sei nei cieli, 
sia santificato il tuo nome; 
venga il tuo regno; 
sia fatta la tua volontà, 
come in cielo così in terra. 
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 
e rimetti a noi i nostri debiti 
come noi li rimettiamo ai nostri debitori, 
e non ci indurre in tentazione, 
ma liberaci dal male» (Matteo 6, 9-13).

Preghiera semplicissima, che abbiamo imparato a recitare fin da bambini, eppure ricchissima. In essa c’è la scoperta della parola “Padre”, Dio Padre come nuovo orizzonte della vita. E, dalla scoperta della paternità di Dio, ci porta a comprendere che il “Padre nostro” riassume il progetto di Dio su di noi.
Il testo è diviso chiaramente in due parti. 
Le parole sono elementari – nome, Regno, sia santificato, volontà, pane, peccati, tentazioni – e nello stesso tempo non sono completamente spiegabili e vanno quindi vissute come mistero. 
Per esempio, che cosa significa pane quotidiano? 
Il  termine greco, che traduciamo con “quotidiano”, fa discutere da secoli gli esegeti: c’è chi traduce l’aggettivo con “oggi”, chi con “domani”. Forse il senso più ovvio è, appunto, “quotidiano”, ma non ne abbiamo la certezza filologica. Così pure è strana l’espressione: “sia santificato il tuo nome”. 
E, ancora, “non ci indurre in tentazione”, che può essere male interpretata, quasi che sia Dio a indurci in tentazione. 
Di fatto, il “Padre nostro” contiene delle affermazioni allusive a tutta la realtà del regno di Dio; recita delle parole che danno una sintesi dell’ insegnamento di Gesù e, per comprenderle a fondo, dovremmo rileggere buona parte del vangelo. 
A noi, però, preme capire che cosa ha voluto insegnarci Gesù, quali sono i contenuti che Gesù vuole da ogni nostra preghiera. 
Dire “Padre” non significa fare uno sforzo di immaginazione o avere una certa idea di Dio, bensì entrare nel modo di pregare di Gesù che sempre si rivolge a Dio chiamandolo “Padre”. 
Vuol dire che l’invocazione “Padre” è l’atmosfera della preghiera, l’orizzonte nel quale la preghiera si compie. 
Tale orizzonte, che è suo, Gesù ce lo mette nel cuore, ce lo dona, ce lo comunica. Dire “Padre”, ci rende disponibili, fiduciosi, abbandonati, sicuri di essere ascoltati, ci fa superare paure e incertezze. 
Con “venga il tuo Regno” esprimiamo l’augurio, l’ansia per la manifestazione di quella realtà che indichiamo con il nome “Regno” e che può essere espressa in mille altri modi: giustizia, fraternità, trionfo della vita, sconfitta della morte, situazione dove non ci saranno né lacrime né lutti, capacità di conoscerci e di amarci fino in fondo, pienezza del Corpo di Cristo realizzata nella Chiesa, unità vera tra tutti gli uomini e tutti i popoli.
Con questa espressione noi anticipiamo e attendiamo il progetto di Dio nella storia. 
Il tuo Regno, non il regno di Dio che io mi immagino, ma quello che il Padre prepara, mi dona, mi mette nelle mani, mi fa realizzare giorno dopo giorno. 
Il progetto di Dio ha delle caratteristiche di pienezza, assolutezza, purità, chiarezza, luminosità, che possono essere soltanto sue. 
Noi le intuiamo quando cerchiamo di realizzarle, perché il Regno si concretizza nella figura del nostro progetto umano, nella nostra figura di Chiesa, di rapporti fraterni vissuti nella pienezza evangelica, nella nostra figura di costruzione del mondo nuovo. 
Ma è il tuo, o Padre! Noi lo accettiamo da te e tu ce lo riveli sempre più grande, sempre più elevato delle nostre richieste umane.
Nella dinamica tra il regno quale progetto che noi costruiamo quotidianamente, e il Regno che Dio ci dà e che è più grande del nostro progetto, la preghiera ci rende attivi. 
Ci fa disponibili, pronti all’ eventuale conflitto che si potrebbe determinare tra il regno come lo vediamo noi e il Regno come Dio ce lo dona nella sua infinita e misteriosa sapienza. E il conflitto che si è realizzato, per esempio, nella preghiera di Gesù al Getsémani: «Padre, non la mia volontà, ma la tua si compia», venga non il mio regno, ma il tuo. Quindi, l’espressione “venga il tuo Regno” ci forma allo spirito battesimale : con essa entriamo nella realtà vissuta del nostro Battesimo.
Ci domandiamo: ma che cosa occorre perché venga il Regno, perché il progetto di Dio si realizzi? che cosa occorre perché tale realizzazione sia efficace e possibile? A ciò risponde la seconda parte della preghiera.
 Se avessimo composto noi il “Padre nostro” avremmo certamente scritto una lunga lista di condizioni esterne e interne. Gesù, invece, ne menziona tre. Perché il Regno si realizzi, abbiamo bisogno di perseverare nell’oggi attraverso il pane quotidiano. 
Abbiamo bisogno di molta misericordia e di perdono reciproco, mediante la capacità di accoglierci e il perdono che Dio dà alle nostre continue cadute e incapacità nella realizzazione del Regno. 
Abbiamo bisogno del sostegno di Dio per non cedere alla tentazione quando viene la prova e il Regno sembra oscurarsi intorno a noi. Nella prima parte del “Padre nostro” eravamo descritti come desiderosi anticipatori del Regno: “Venga, sia santificato, sia fatta la sua volontà”; nella seconda parte siamo descritti come poveri pellegrini del Regno .
Possiamo paragonare questi momenti della preghiera con i sentimenti che abbiamo nel cuore. Abbiamo nel cuore, come parola fondamentale rivolta a Dio, l’appellativo di Padre e lo ripetiamo con fiducia, con abbandono, con tenerezza.
Recitando il “Padre nostro” potremmo sostare a lungo su questa semplicissima parola: Padre, come faceva santa Teresa di Gesù Bambino.
Abbiamo nel cuore, come desiderio fondamentale, la pienezza del progetto di Dio a cui la nostra vita è chiamata a dedicarsi, attraverso il Battesimo e la presenza in tutte le realtà di questo mondo, in ogni forma di servizio ai fratelli, alla Chiesa, alla società.
Abbiamo nel cuore un umile sentire di noi che ci fa domandare nella preghiera cose essenziali e adatte alla nostra debolezza.
Uniamoci a tutti i fratelli e le sorelle che, insieme con noi, soffrono particolarmente debolezza e povertà sulla via del Regno. Penso a coloro che sono vittime di violenza, a coloro che hanno una vita anche familiare faticosa, quasi al limite dell’intollerabile, ai numerosi malati. Al bisogno che tanta gente ha del pane quotidiano della speranza, di quel respiro di forza che permette di vivere la giornata accogliendola.
Ci sono poi coloro che mancano della prospettiva del Regno, che non credono a un progetto di Dio nella loro vita e perciò non hanno un futuro, non sanno dove dirigersi, non hanno niente che li attragga o che li spinga a impegnarsi per un domani migliore.
Impariamo a pregare per tutti, preghiamo con tutti, soprattutto con chi incontriamo ogni giorno e che vorremmo fare entrare nel nostro desiderio e, attraverso l’invocazione del Padre, renderli partecipi di questa stupenda preghiera e del senso della paternità di Dio che Gesù ci dona di vivere.
La preghiera del “Padre nostro”, così come abbiamo cercato di comprenderla, ci ha mostrato come dev’essere ogni nostra preghiera.

– Rivolgerci con Gesù, nella grazia dello Spirito, al Padre, offrendogli ciò che siamo, tutta la nostra vita: è ciò che accade nell’Eucaristia in ogni celebrazione liturgica della Chiesa.
– Avere presente il mirabile disegno di salvezza di Dio, disegno nel quale si inserisce la nostra storia personale e che si è rivelato pienamente nel mistero pasquale di Gesù crocifisso e risorto. In tale disegno, la preghiera ha lo scopo, e lo ripeto, di condurci verso la carità operosa, perché Dio è mistero di Amore, di Carità.
– Credere che Dio esaudirà le nostre preghiere se fatte nel nome di Gesù, conformandoci, immedesimandoci nella sua condizione di Figlio e se hanno come richieste, come contenuti, i desideri del Regno, il desiderio di compiere la volontà del Padre, di lasciarci guidare dallo Spirito Santo.

- card. Carlo Maria Martini - 
Tratto da : Ritrovare se stessi – “Un percorso Quaresimale”


Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo. 
Sappiamo bene quanto stesse a cuore a Gesù che i suoi discepoli rimanessero uniti nel suo amore. Basta pensare alle sue parole riportate nel capitolo diciassettesimo del Vangelo di Giovanni, la preghiera rivolta al Padre nell'imminenza della passione: «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi» 
(Gv 17,11).

- Papa Francesco -
Udienza Generale, 8 ottobre 2014




Padre nostro invisibile che sei nei cieli
sia santificato in noi il tuo Nome
perché tu ci hai santificato
attraverso il tuo Spirito Santo.
Venga su di noi il tuo regno,
regno promesso agli amanti del tuo Amore.
La tua forza e le tue benevolenze
riposino sui tuoi servi
qui nel mistero e là nella tua misericordia.
Dalla tua tavola inesauribile
dona il cibo alla nostra indigenza
e accordaci la remissione delle colpe
perché tu conosci la nostra debolezza.
Noi ti preghiamo:
salva coloro che hai plasmato
e liberali dal maligno che cerca chi divorare.
A te appartengono il regno
e la potenza e la gloria, o Signore:
non privare della tua bontà i tuoi santi.

dal Breviario Caldeo


























Buona giornata a tutti. :-)


martedì 10 marzo 2026

A coloro che si sentono falliti - don Tonino Bello

 Questa lettera la scrivo un po' anche a me. Sono convinto, infatti, che tutti nella vita ci siamo portati dentro un sogno, che poi all'alba abbiamo visto svanire...
Io, per esempio, mi figuravo una splendida carriera. 
Volevo diventare santo. Cullavo l'idea di passare l'esistenza tra i poveri in terre lontane, aiutando la gente a vivere meglio, annunciando il Vangelo senza sconti, e testimoniando coraggiosamente il Signore Risorto. 
Ora capisco che in questo sogno eroico forse c'entrava più l'amore verso me stesso che l'amore verso Gesù. 
Comprendo, insomma, che in quegli slanci lontani della mia giovinezza la voglia di emergere prevaleva sul bisogno di lasciarmi sommergere dalla tenerezza di Dio.
E' il difetto di quasi tutti i sogni irrealizzati: quello di partire con un certo tasso di orgoglio. E il mio non ne era indenne. 
Ciò non toglie, però, ritrovandomi oggi in fatto di santità neppure ai livelli del mezzobusto, mi senta nell'anima una grande amarezza. 
I destinatari, comunque, di questa lettera non sono coloro che, come me, sperimentano le delusioni dei sogni e il pianterreno prosaico delle piccole conquiste. Ma sono tutti quelli che non ce l'hanno fatta a raggiungere neppure gli standard sui quali "normalmente" scorre una esistenza che voglia dirsi realizzata.
Amerigo, per esempio, che ha faticato tanto per laurearsi in medicina e, immediatamente dopo la specializzazione, ha dovuto accantonare ogni progetto di "brillante carriera" per un distacco irreversibile della retina.
Ugo, ragazzo prodigio fino alla maturità classica che si è insabbiato nelle secche degli esami universitari, e non è più riuscito a districarsene. 
Oggi ha quarant'anni, e sua moglie, ad ogni lite, gli rinfaccia il fallimento di essersi ridotto a fare il fattorino presso lo studio di un avvocato.
Marcella, a cui tutti profetizzavano un futuro carico di successi, e che dopo i corsi di perfezionamento in pianoforte all'Accademia Chigiana di Siena ha avuto decine di occasioni per affermarsi. Ha rifiutato tanti partiti, uno meglio dell'altro. Alla fine si è messa con un uomo divorziato che è fallito, e ha dovuto vendersi il pianoforte a coda che le aveva comprato suo padre.
Lucia che straripava di entusiasmo, e voleva diventare missionaria. In primavera sfogliava le margherite per leggervi presagi di felicità, ma poi non è partita perché i suoi l'hanno ostacolata. Ora margherite non ne sfoglia più, ed è finita a fare la commessa in un negozio di articoli da regalo.
Ecco, a tutti voi che avete la bocca amara per le disillusioni della vita voglio rivolgermi, non per darvi conforto col balsamo delle buone parole, ma per farvi prendere coscienza di quanto siete omogenei alla storia della salvezza. 
A voi che, cammin facendo, avete visto sfiorire a uno a uno gli ideali accarezzati in gioventù. 
A voi che avete meritato ben altro, ma non avete avuto fortuna, e siete rimasti al palo. 
A voi che non avete trovato mai spazio, e siete usciti da ogni graduatoria, e vi vedete scavalcati da tutti. 
A voi che una malattia, o una tragedia morale, o un incidente improvviso, o uno svincolo delicato dell'esistenza, hanno fatto dirottare imprevedibilmente sui binari morti dell'amarezza. 
A voi che il confronto con la sorte felice toccata a tanti compagni di viaggio rende più mesti, pur senza ombra di invidia.
A tutti voi voglio dire: volgete lo sguardo a Colui che hanno trafitto!
La riuscita di una esistenza non si calcola con i fixing di Borsa. E i successi che contano non si misurano con l'applausometro delle platee, o con gli indici di gradimento delle folle.
Da quando l'Uomo della Croce è stato issato sul patibolo, quel legno del fallimento è divenuto il parametro vero di ogni vittoria, e le sconfitte non vanno più dimensionate sui naufragi in cui annegano i sogni. Anzi, se è vero che Gesù ha operato più salvezza con le mani inchiodate sulla Croce, nella simbologia dell'impotenza, che non con le mani stese sui malati, nell'atto del prodigio, vuol dire, cari fratelli delusi, che è proprio quella porzione di sogno, che se n'è volata via senza realizzarsi, a dare ai ruderi della nostra vita, come per certe statue monche dell'antichità, il pregio della riuscita.
Non voglio sommergervi di consolazioni. Voglio solo immergervi nel mistero. Nella cui ottica una volta entrati, vi accorgerete che gli stralci inespressi della vostra esistenza concepita alla grande, le schegge amputate dei vostri progetti iniziali, le inversioni di marcia sulle vostre carreggiate mai divenute carriere, non soltanto inutili, ma costituiscono il fondo di quella Cassa deposito e prestiti che alimenta ancora oggi l'economia della salvezza.
A nome di tutti coloro che ne beneficiano vi dico grazie!

Vostro don Tonino Bello



«La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. 
E la solitudine più nera, la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. 
Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita». 

- don Tonino Bello - 



 «Signore salvami dalla presunzione di sapere tutto.
Dall'arroganza di chi non ammette dubbi.
Dalla durezza di chi non tollera ritardi.
Dal rigore di chi non perdona debolezze.
Dall'ipocrisia di chi salva i princìpi e uccide le persone».

- don Tonino Bello - 


Buona giornata a tutti. :-)