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sabato 22 febbraio 2020

Luce del Mondo, sale della Terra - Cardinale Giacomo Biffi

Siamo riconoscenti al Padre del cielo perché ci ha assegnato il compito arduo e bellissimo di essere il «sale della terra» e la «luce del mondo»; il compito cioè di aiutare i nostri contemporanei a di­stinguere il vero dal falso e il bene dal male, a capire qual è il senso ultimo del nostro camminare nella storia, a riconoscere Cristo come unico vero Maestro e unico Salvatore.
Questa è la prima e la più pertinente missione della Chiesa e dei cristiani nella società; ed è anche l’atto di misericordia e d’amore più prezioso e più alto che noi possiamo offrire ai nostri fratelli in umanità.
È allora una pena vedere dei cattolici che, timorosi delle critiche o desiderosi di essere accolti dagli altri, si assimilano alle loro po­vere ideologie, e nascondono la luce della verità evangelica sotto il moggio del quieto vivere e della latitanza apostolica.
Ed è una pena ancora più grande vedere dei credenti che, per non tornare sgraditi a nessuno, diventano alla fine «sale scipito», senza utilità e senza gloria.
Il sale, preso in se stesso, ha sempre un gusto pungente. Ma pro­prio questo sapore lo rende indispensabile e gli consente di avvalo­rare ogni cibo. 
Un sale in cui questo sapore fosse attenuato, un sale per così dire «dolcificato», sarebbe il più inutile degli ingredienti. «A null’altro serve che a essere gettato», dice il Signore.
Parimenti il discepolo di Gesù, che deve pur stare nel mondo in dialogo con tutti, bisogna però che mantenga intatta l’autenticità del messaggio che porta, anche quando i palati mondani lo giudicano aspro e inquietante.
Non illudiamoci che la «dolcificazione» del «sale» divino ci con­senta di essere oggi più facilmente accettati e capiti. Ci condurrebbe piuttosto a «essere calpestati» dagli uomini, i quali di un cristiane­simo in larga parte omologato con la mentalità prevalente non sa­prebbero in fondo che farsene.

- Cardinale Giacomo Biffi -
(Omelia per la Giornata della Vita 1993)




A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. 
Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza: in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario della vita». 
Né vanno taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal più ampio contesto familiare e dagli amici. 
Non di rado la donna è sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all'aborto: non v'è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su quelli che direttamente o indirettamente l'hanno forzata ad abortire. 
Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza acquisita per promuovere la vita.
Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. 
Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare — e non l'hanno fatto — valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative. 
Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell'aborto nel mondo. 
In tal senso l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori. 
Come ho scritto nella mia Lettera alle Famiglie, «ci troviamo di fronte ad un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui, ma anche dell'intera civiltà». 
Ci troviamo di fronte a quella che può definirsi una «struttura di peccato» contro la vita umana non ancora nata.

- San Giovanni Paolo II, papa - 
Evangelium Vitae 59



I bimbi nascono nella famiglia. La famiglia che prega unita, resta unita. E se i membri della famiglia restano uniti, si ameranno reciprocamente come Dio li ama individualmente.

- Madre Teresa di Calcutta - 


Buona giornata a tutti. :-)











lunedì 17 febbraio 2020

Vivi spettinata - Simona Oberhammer


Le donne vivono troppo spesso con il pettine tra i capelli, cercando di metterli al loro posto, uno per uno. Ma per toccare la propria anima c'è anche bisogno di vivere spettinate.
Come? Ecco come spettinarsi.

• Cerca uno spazio per te, metti una musica che ti piace a tutto volume, e poi balla come vuoi, muovendo il tuo corpo intensamente e creativamente. Alla fine guardati allo specchio: spettinata e vitale!
• Corri su un prato, con il vento tra i capelli, poi lasciati cadere a terra e guardati nel cielo: spettinata e selvaggia!
• Fai l'amore con passione e abbandonati al tuo corpo vivo e sensibile poi guardati negli occhi dell'altra persona: spettinata e passionale!
• Gioca con i bambini e divertiti con loro, poi guardati nella gioia dei loro corpi: spettinata e bambina!
• Ridi a crepapelle, fino a non poterne più poi guardati nel tuo sorriso: spettinata e felice!
• Dai spazio alle tue idee senza preoccuparti dei giudizi, tuffati nei tuoi progetti anche se ti vogliono fino a tarda notte e poi guardati alla luce dei tuoi nuovi percorsi: spettinata e piena di voglia di fare!
• Esci senza trucco, con il vestito che ti fa star più comoda e sentiti speciale semplicemente perché sei tu e poi guardati nel mondo che ti circonda: spettinata e unica!
• Emozionati senza trattenere nulla, fai scorrere le sensazioni come un fiume che ti porta dove è giusto andare, abbandonati al tuo sentire profondo e poi guardati dentro: spettinata e connessa a te stessa!
• Ama fino a perdere il fiato, ama senza pensare cosa riceverai in cambio, ama solo perché l'amore ti scuote come nient'altro può fare e poi guardati nel tuo cuore: spettinata e intensamente viva!

- Simona Oberhammer - 

da: La Via Femminile



Le donne innamorate 

Che belle che sono le donne innamorate. 
Volano leggere per il mondo, felici di ciò che portano nel cuore. Non sono come gli uomini con le tasche sempre piene di zavorre. Le donne no, quando amano abbandonano qualunque peso, ogni limite mentale e senza tentennamenti lasciano che il sentimento che provano le invada divenendo linfa vitale. 
Piccoli puntini luminosi che rubano sorrisi al loro passaggio. Capaci di sprigionare luce nel buio più cupo. 
Le riconosci dallo sguardo, ti osservano e quasi non ti vedono. 
La vita stessa sembra scorrergli negli occhi e tutto diventa uno schermo su cui proiettare la propria bellezza. E’ un momento magico, ogni volta unico, che le trasforma rigenerandole. Germogliano e sbocciano aprendosi alla vita stessa. Non importa se l’oggetto del loro amore sia un’idea, un progetto, un figlio, un uomo. 
Le donne, qualunque cosa stiano amando la prenderanno tra le mani e la renderanno il centro della propria creatività. Trasleranno in lei o in lui se stesse e cercheranno di apportare, a ciò che amano, quanto di più meraviglioso serbano nei meandri della propria anima. 
Le donne innamorate non temono nulla, diventano forti, spavalde, incredibilmente “donne”. 
Sono nate per amare e quando ciò accade un’energia impensabile pervade il loro corpo, ricarica i loro pensieri e anche la donna più minuta, apparentemente fragile, diventerà una torcia inesauribile capace di illuminare il buio più misterioso. 
Ma nulla sarà più misterioso per lei, lei tornerà ad essere quella donna atavica che ogni donna porta in se e lascerà che l’istinto la guidi la dove nessuno, neanche lei, immaginava di poter arrivare. 
Ed arriverà, oh sì…statene certi arriverà. Ce la farà perché nulla può fermare una donna innamorata. Lei sa, lei porta dentro di se l’unica vera meraviglia di questa nostra strana esistenza: il sapere e volere amare. E’ questo che la rende una forza della natura. Un miscuglio di fantasia e particolarissima energia che solo noi donne sappiamo riconoscere e non temere. 
E’ lì, in quel miscuglio che saprà ascoltare la musica che sa cullarla e cullare. O ritrovare i passi di quella danza pazza che le farà battere i piedi e piroettare quando un minuscolo gesto la farà gioire. 
O ridere come una bambina con le sue amiche con cui, complice, condividerà la felicità che sta provando. E sempre lì, in quel miscuglio troverà l’orgoglio e la dignità con cui sa tendere la mano e perdonare, fin dove il buon senso le indicherà. Ma una cosa è certa, non sarà mai nel saper amare che offendere se stesse, casomai potrebbe accadere nel suo contrario. 
Le donne innamorate…che meraviglia!

- Simona Oberhammer - 
da: La Via Femminile



Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 12 febbraio 2020

Il sarto nella città felice

In un piccolo paese viveva una volta un sarto che non aveva nè moglie, nè figli. Lavorava dal mattino alla sera, cuciva camicie, pantaloni, caffettani. Era anche il muezzin del paese.
All'alba, quando tutti dormivano, saliva in cima al minareto della moschea e svegliava la gente chiamandola alla preghiera e così faceva a mezzogiorno, nel pomeriggio e al tramonto. 

Tutti volevano bene e stimavano quest'uomo laborioso e pio. Ogni volta che saliva sul minareto il sarto rivolgeva il suo pensiero a Dio e gli manifestava il desiderio di avere un giorno una moglie e una casa dove vivere felice e sereno.

Si dice che un giorno, dopo aver fatto risuonare i sette melodiosi versi del richiamo alla preghiera, venne catturato da un grosso uccello rapace che, tenendolo ben stretto tra gli artigli, dopo aver attraversato il mare, lo depose nelle vicinanze di una città sconosciuta. Il sarto vi entrò e si meravigliò della pace e della tranquillità che vi regnavano. Non si sentiva litigare, né mercanteggiare, la gente sorrideva, i loro abiti erano bellissimi e puliti, i tessuti con cui erano confezionati erano preziosi. Ancor più aumentò la sua meraviglia quando avvicinandosi ad un negozio vide che la gente acquistava senza pagare, pronunciando soltanto questa parola: "Preghiere alla bellezza". Questa formula veniva ripetuta una o più volte secondo il valore della merce.

Finalmente arrivò davanti alla bottega di un sarto e dopo averlo osservato a lungo lavorare ed essersi reso conto che anche questi aveva il viso radioso, si fece coraggio, entrò, lo salutò e gli disse: "Anch'io sono un sarto come te e mi piacerebbe fermarmi a vivere in questa città". 


Il collega sorridendo rispose:" Certo che ti puoi fermare, ne saremo felici, lavoreremo insieme e ogni settimana riceverai cinquanta preghiere alla bellezza.

Il sarto iniziò subito a lavorare e in poco tempo venne a conoscere tutte le usanze di questo strano paese, dove a nessuno mancava mai nulla e dove ogni lavoro e ogni commercio venivano ricompensati con le parole: "Preghiere alla bellezza".

Vi era un altro uso curioso. Se un giovane voleva sposarsi, doveva andare il giovedì sulla spiaggia. Lì passeggiavano tutte le ragazze da marito portando sulla testa una brocca di acqua fresca. Se una ragazza piaceva, la si fermava, le si chiedeva un sorso d'acqua e la si ringraziava dicendo: "Preghiere alla bellezza!" e se anche a lei fosse piaciuto il giovane, si sarebbero sicuramente sposati. Naturalmente il sarto non vedeva l'ora di andare il giovedì sulla spiaggia e così fece. Vide una ragazza che gli piaceva molto, chiese un sorso d'acqua, la ringraziò con le parole: "Preghiere alla bellezza" e si sposarono.

Ogni giorno, dopo il lavoro, il sarto andava al mercato a far la spesa, comprava il necessario per vivere e il tempo scorreva nella tranquillità e nella serenità senza che i due sposi avessero bisogno di nulla. 
Un giorno, durante il suo abituale giro al mercato, il sarto vide un grosso pesce dalla carne bianca e appetitosa e decise di comprarlo in cambio di "Preghiere alla bellezza" pensando che la moglie sarebbe stata contenta. 

Quando tornò a casa e la moglie vide il grosso pesce, si spaventò e gli disse: "Che cosa hai fatto? siamo solo in due e tu hai comprato un pesce che potrebbe nutrire dieci persone, adesso non potrai più vivere in questa città".

Il sarto rattristato, uscì di casa ed ecco sopraggiungere l'uccello rapace che lo afferrò e lo riportò nella sua città natale lasciandolo in cima al minareto proprio dove lo aveva afferrato la prima volta.

Il sarto richiamò i credenti alla preghiera, lui stesso scese e si unì agli altri per pregare, ritornò nel suo negozio e riprese a lavorare. 
Ripensava sempre con molta tristezza alla città felice e si augurava di rivedere l'uccello rapace. Ma esso non tornò mai più.

- da una leggenda araba -




Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore.

- Italo Calvino - 




"È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa."

[Fight Club]








Quando non c'è più rimedio è inutile addolorarsi, perché si vede ormai il peggio che prima era attaccato alla speranza.
Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali. Quando la fortuna toglie ciò che non può essere conservato, bisogna avere pazienza: essa muta in burla la sua offesa.
Il derubato che sorride, ruba qualcosa al ladro, ma chi piange per un dolore vano, ruba qualcosa a se stesso.

- William Shakespeare -
da Il mercante di Venezia






























Buona giornata a tutti :-)

www.leggoerifletto.it







domenica 9 febbraio 2020

Convivendo con gli altri – Paulo Coelho

Continui a stare nel deserto. 

– Perchè vive nel deserto? -

– Perchè non riesco a essere quello che desidero. 
Quando comincio a essere me stesso, le persone mi trattano con una falsa riverenza.
Quando sono autentico rispetto alla mia fede, allora è il momento che cominciano a dubitare.
Tutti credono di essere più santi di me, ma si fingono peccatori per paura di offendere la mia solitudine.
Cercano di dimostrare continuamente che mi considerano un santo. E così si trasformano in emissari del demonio, tentandomi con l’Orgoglio.


– Il suo problema non è tentare di essere chi è veramente, ma accettare gli altri come sono. E agendo così, è meglio che lei continui a stare nel deserto – disse il cavaliere allontanandosi.

- Paulo Coelho -



Sei tu

Mi spingi oltre i miei limiti
e sento di vivere appieno la mia stessa vita,
in te ho incontrato me stesso
e ho guardato oltre,
oltre ogni inimmaginabile limite.


Ho guardato nel profondo dei tuoi occhi
cercando di comprenderti
ma, ho visto tutto quello che di me
mai avrei voluto vedere.

Ho visto la mia fragilità e la mia insicurezza
i miei sensi di colpa e i miei complessi
le mie paure e la mia insofferenza
ho visto le mie tenebre e i miei demoni
allora, ho guardato ancora oltre
e nel profondo del mio cuore, un mare in tempesta,
un oceano immenso dove tuffarsi e perdersi
e lì nel profondo della mia anima ho compreso!

Ho provato piacere e orgoglio
nel capire quello che oggi provo
nel sapere chi oggi sono veramente
adesso so che amo le cose belle
so che amo tutto quello che la vita mi offre
e una di quelle sei tu.



- Paulo Coelho -
   Fonte: “Undici minuti” di Paulo Coelho


The Siren, 1888
  Edward Armitage (1817 – 1896)
  © Bridgeman Art Library / Leeds Museums and Galleries (City Art Gallery) U.K.




Buona giornata a tutti. :-)



martedì 4 febbraio 2020

La lamentela è contagiosa

Lo psicologo dottor Travis Bradberry, autore di “Intelligenza emotiva 2.0”, sostiene che i neuroni possono favorire le lamentele e portarci a una lamentela automatica. Quando facciamo qualcosa, i neuroni si ramificano per migliorare il flusso di informazioni la prossima volta che si verificherà quel comportamento. Il lavoro dei neuroni opera quindi come se stessimo costruendo un ponte. Non ha senso costruirlo ogni volta che attraversiamo un fiume. È meglio farlo una volta per tutte e fatto bene.

Succede questo quando ci lamentiamo o ascoltiamo delle lamentele. Per noi è molto più facile farlo di nuovo, e la lamentela diventa quindi qualcosa di automatico. Diventa la prima opzione, quello che faremo preferibilmente piuttosto che pensare in positivo. Lamentarsi diventerà il nostro comportamento predeterminato, e distruggerà la nostra chimica cerebrale come un virus difficile da controllare.

La lamentela è contagiosa come un virus. Ne sono responsabili i cosiddetti “neuroni specchio”, che sono la base della nostra capacità di provare empatia. Per questo, più si è empatici, più si sarà influenzati dallo stato d’animo di un’altra persona. Ascoltare lamentele è come la salute del fumatore passivo: non serve fumare per risentire dei gravi effetti del contatto con il tabacco.

Lamentele positive e lamentele negative?

Non per questo bisogna chiudersi in una bolla di egoismo e isolarsi dalle persone che soffrono.

Una cosa è ascoltare la sofferenza di una persona che ha davvero un problema, o le correzioni che può farci una persona che crede che abbiamo bisogno di sostegno in un aspetto della nostra vita, un’altra è ascoltare come una persona descrive costantemente il mondo a tinte fosche, come esprime incessantemente il suo pessimismo vitale.


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Parlare di difficoltà alla ricerca di una soluzione ha senso. E state tranquilli, perché ascoltare i problemi di un amico non vi priverà di alcuna parte importante del vostro ippocampo. Ve lo garantiamo. Di fatto, è molto positivo per stabilire rapporti e legami più solidi con le persone con cui condividiamo la vita.

Ciò non toglie che sia importante far capire a chi si lamenta costantemente che questa visione pessimista è negativa per la sua salute mentale. È bene evitare di lamentarsi e anche non trovarsi con chi vuole avere a che fare con voi solo per raccontarvi problemi o criticare continuamente il vostro comportamento.

L’immunità al virus della lamentela

Come proteggersi da un circolo vizioso di lamentele? Il dottor Travis Bradberry consiglia di sviluppare un atteggiamento di gratitudine. Il segreto è trovare per ogni pensiero negativo un pensiero positivo, cercando l’equilibrio.

Ad esempio, “Fa caldo, è un incubo, ma sono felice perché posso comprare un ventilatore che a questo mondo non tutti si possono permettere”.




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Un altro esempio: “Devo fare ancora una volta la dichiarazione dei redditi. La odio e non so come farla, ma sarebbe peggio se non avessi un lavoro e dovessi scrivere uno 0 in ogni casella”.

È proibito nascondere i pensieri negativi sotto al tappeto. Se la paura è forte e si ripete, a volte vale la pena di lavorare con un terapeuta, perché ignorare in modo irresponsabile la sofferenza mentale può provocare una depressione profonda. I problemi seri, poi, vanno semplicemente risolti, ed è importante chiedere aiuto.

Se le vostre lamentele sono però un riflesso con cui analizzate ogni elemento anche banale della realtà, il metodo di praticare la gratitudine è quello che fa per voi. Potete usarlo per ottenere felicità senza cercarla e migliorare seriamente la vostra salute fisica e mentale.


Buona giornata a tutti. :-)


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lunedì 3 febbraio 2020

Cominciare da se stessi - Martin Buber

Alcune persone eminenti di Israele erano un giorno ospiti di Rabbi Isacco di Worki. 
La conversazione cadde sull’importanza di un servitore onesto per la gestione di una casa: “Tutto volge al bene - dicevano - se si ha un buon servitore, come dimostra il caso di Giuseppe, nelle cui mani tutto prosperava”. 

Ma Rabbi Isacco non condivideva l’opinione generale. “Ero anch’io dello stesso avviso - disse - finché il mio maestro non mi dimostrò che in realtà tutto dipende dal padrone di casa. 
Da giovane, infatti, mia moglie era per me fonte di tribolazione, e pur essendo disposto a sopportare per quel che riguardava me stesso, mi facevano pena i servitori. 
Andai allora a consultare il mio maestro, Rabbi David di Lelow, e gli chiesi se dovevo oppormi o meno a mia moglie. 
"Perché ti rivolgi a me? - rispose - Rivolgiti a te stesso!"
Dovetti riflettere a lungo su queste parole prima di capirle, e le capii solo ricordandomi anche delle parole del BaalShem: 

‘Ci sono il pensiero, la parola e l’azione. Il pensiero corrisponde alla moglie, la parola ai figli, l’azione ai servitori. Tutto si volgerà al bene per chi saprà mettere in ordine le tre cose nel proprio spirito’. Allora compresi cosa avesse voluto dire il mio maestro: che tutto dipendeva da me”. 


Questo racconto tocca uno dei problemi più profondi e più seri della nostra vita: il problema della vera origine del conflitto tra gli uomini. 
Abbiamo l’abitudine di spiegare le manifestazioni del conflitto innanzitutto con i motivi che gli antagonisti riconoscono coscientemente come origine della disputa, oppure con le situazioni e i processi oggettivi che stanno alla base di questi motivi e nei quali le due parti sono implicate; un’altra pista è invece quella di procedere in modo analitico, cercando di esplorare i complessi inconsci, considerati allora come i danni organici di una malattia di cui i motivi evidenti rappresentano i sintomi. 

L’insegnamento chassidico si avvicina a quest’ultima concezione in quanto rimanda anch’esso la problematica della vita esteriore a quella della vita interiore. Ma ne differisce in due punti essenziali, uno di principio e l’altro, ancora più importante, di ordine pratico. 

La differenza di principio risiede nel fatto che l’insegnamento chassidico non tende a esaminare le difficoltà isolate dell’anima, ma ha di mira l’uomo intero. 
Non si tratta tuttavia di una differenza quantitativa, ma piuttosto della constatazione che il fatto di separare dal tutto elementi e processi parziali ostacola sempre la comprensione della totalità, e che solo la comprensione della totalità in quanto tale può comportare una trasformazione reale, una reale guarigione, innanzitutto dell’individuo e poi del rapporto tra questi e i suoi simili (o, per usare un paradosso: la ricerca del punto nodale sposta quest’ultimo e fa cosi fallire l’intero tentativo di superare la problematica). Questo non significa assolutamente che non si debbano prendere in considerazione tutti i fenomeni dell’anima; ma nessuno di essi dev’essere posto al centro dell’esame, al punto che tutto il resto possa esserne dedotto. E invece indispensabile considerare tutti i punti, e non in modo separato ma proprio nella loro connessione vitale. 
Quanto alla differenza pratica, consiste nel fatto che l’uomo, invece di essere trattato come oggetto dell’analisi, è sollecitato a “rimettersi in sesto”. 

Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi cosi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate. Indubbiamente, per sua natura, l’uomo cerca di eludere questa svolta decisiva che ferisce in profondità il suo rapporto abituale con il mondo: allora ribatte all’autore di questa ingiunzione - o alla propria anima, se è lei a intimargliela - che ogni conflitto implica due attori e che perciò, se si chiede a lui di risalire al proprio conflitto interiore, si deve pretendere altrettanto dal suo avversario. Ma proprio in questo modo di vedere - in base al quale l’essere umano si considera solo come un individuo di fronte al quale stanno altri individui, e non come una persona autentica la cui trasformazione contribuisce alla trasformazione del mondo - proprio qui risiede l’errore fondamentale contro il quale si erge l’insegnamento chassidico. 



Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. 
In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. 
Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso. 
Se invece pongo due punti di appoggio uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente. 

Cosi insegnava Rabbi Bunam: “I nostri saggi dicono: ‘Cerca la pace nel tuo luogo’. 
Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. 
E detto nel salmo: ‘Non c’è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato”. Quando l’uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero”. 
Ma il racconto che ho preso come punto di partenza non si accontenta di indicare la vera origine dei, conflitti esterni e di attirare l’attenzione sul conflitto interiore in modo generico. L’affermazione del Baal-Shem che vi si trova citata ci precisa anche esattamente in cosa consiste il conflitto interiore determinante. 
Si tratta del conflitto fra tre principi nell’essere e nella vita dell’uomo: il principio del pensiero, il principio della parola e il principio dell’azione. 
Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico. 
In questo modo, infatti, la situazione tra me e gli altri si ingarbuglia e si avvelena sempre di nuovo e sempre di più; quanto a me, nel mio sfacelo interiore, ormai incapace di controllare la situazione, sono diventato, contrariamente a tutte le mie illusioni, il suo docile schiavo. Con la nostra contraddizione e la nostra menzogna alimentiamo e aggraviamo le situazioni conflittuali e accordiamo loro potere su di noi fino al punto che ci riducono in schiavitù. Per uscirne c’è una sola strada: capire la svolta - tutto dipende da me - e volere la svolta - voglio rimettermi in sesto. Ma per essere all’altezza di questo grande compito, l’uomo deve innanzitutto, al di là della farragine di cose senza valore che ingombra la sua vita, raggiungere il suo sé, deve trovare se stesso, non l’io ovvio dell’individuo egocentrico, ma il sé profondo della persona che vive con il mondo. E anche qui tutte le nostre abitudini ci sono di ostacolo. 

Vorrei concludere questa riflessione con un divertente aneddoto antico ripreso da uno zaddik. 
Rabbi Hanoch raccontava: “C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva cosi difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: ‘Il berretto: là’, e se lo mise in testa; ‘I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. 
‘Si, ma io, dove sono? - si chiese all’improvviso in preda all’ansia - Dove sono rimasto?’. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Cosi succede anche a noi”, concluse il Rabbi.


Buona giornata a tutti. :-)


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domenica 2 febbraio 2020

La vita umana è preziosa perché è un dono di Dio - Giovanni Paolo II, papa

Non esito a proclamare dinanzi a voi e dinanzi a tutto il mondo che ogni vita umana – dal momento del suo concepimento e durante tutte le fasi seguenti – è sacra, perché la vita umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio.
Niente supera la grandezza o la dignità della persona umana.
La vita umana non è soltanto un’idea o un’astrazione; la vita umana è la realtà concreta di un essere che è capace di amore e di servizio all’umanità.

- san Giovanni Paolo II, papa -
Washington, Capitol Mall
Domenica, 7 ottobre 1979



La vita umana è preziosa perché è un dono di Dio il cui amore è infinito: e quando Dio dà la vita, la dà per sempre.
La vita inoltre è preziosa perché è l’espressione e il frutto dell’amore.
Questa è la ragione per cui la vita deve avere origine nel contesto del matrimonio e per cui il matrimonio e l’amore reciproco dei genitori devono essere caratterizzati dalla generosità nel prodigarsi.
Il grande pericolo per la vita della famiglia in una società i cui idoli sono il piacere, le comodità e l’indipendenza, sta nel fatto che gli uomini chiudono il loro cuore e diventano egoisti.
La paura di un impegno permanente può cambiare il mutuo amore fra marito e moglie in due amori di se stesso, due amori che esistono l’uno accanto all’altro, finché non finiscono nella separazione.

- san Giovanni Paolo II, papa -
Washington, Capitol Mall
Domenica, 7 ottobre 1979



“Se il diritto alla vita di una persona viene violato al momento in cui viene concepita nel seno materno, un colpo indiretto viene inflitto a tutto l’ordine morale, che ha per scopo i beni inviolabili dell’uomo.
La Chiesa difende il diritto alla vita, non solo per rispetto alla maestà di Dio, primo Datore di questa vita, ma anche per rispetto al bene essenziale della persona umana.”

- san Giovanni Paolo II, papa -
Allocutio, 8 giugno 1979




O Maria,
aurora del mondo nuovo,
Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato
di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
o da una presunta pietà.
Fa' che quanti credono nel tuo Figlio
sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo
il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo
come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine
in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo
con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
la civiltà della verità e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.


IOANNES PAULUS PP. II

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, 
solennità dell'Annunciazione del Signore, dell'anno 1995, 
decimosettimo di Pontificato.




Buona giornata a tutti. :-)






sabato 1 febbraio 2020

Solo una bacca – don Bruno Ferrero

Il piccolo stagno sonnecchiava perfettamente immobile nella calura estiva.
Pigramente seduto su una foglia di ninfea, un ranocchio teneva d'occhio un insetto dalle lunghe zampe che stava spensieratamente pattinando sull'acqua. Presto sarebbe stato a tiro e il ranocchio ne avrebbe fatto un solo boccone, senza tanta fatica.
Poco più in là, un altro minuscolo insetto acquatico, un ditisco, guardava in modo struggente una graziosa ditisca. Non aveva il coraggio di dichiararle il suo amore e si accontentava di ammirarla da lontano.
Sulla riva a pochi millimetri dall'acqua un fiore piccolissimo, quasi invisibile, stava morendo di sete. Proprio non riusciva a raggiungere l'acqua, che pure era così vicina. Le sue radici si erano esaurite nello sforzo.

Un moscerino invece stava annegando; era finito in acqua per distrazione. Ora le sue piccole ali erano appesantite e non riusciva a risollevarsi, e l'acqua lo stava inghiottendo.
Un pruno selvatico allungava i suoi rami sullo stagno. Sulla estremità del ramo più lungo, che si spingeva quasi al centro dello stagno, una bacca scura e grinzosa, giunta a piena maturazione, si staccò e piombò nello stagno.
Si udì un "pluf!" sordo, quasi indistinto, nel gran ronzio degli insetti.
Ma dal punto in cui la bacca era caduta in acqua, solenne e imperioso, come un fiore che sboccia, si allargò il primo cerchio nell'acqua, lo seguì il secondo, il terzo, il quarto...
L'insetto dalle lunghe zampe fu carpito dalla piccola onda e messo fuori portata dalla lingua del ranocchio.
Il ditisco fu spinto verso la ditisca e la urtò: si chiesero scusa e si innamorarono.
Il primo cerchio sciabordò sulla riva e un fiotto d'acqua scura raggiunse il piccolo fiore che riprese a vivere.

Il secondo cerchio sollevò il moscerino e lo depositò su un filo d'erba della riva, dove le sue ali poterono asciugare. 

Quante vite cambiate per qualche insignificante cerchio nell'acqua.

- don Bruno Ferrero -
Fonte: Cerchi nell'acqua  di don Bruno Ferrero, Ed. ElleDiCi




«Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera.
Ma gli uomini non sono così.
Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido.
E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato.
Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini.
Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.»

- Lev Nikolaevič Tolstoj -



Buona giornata a tutti. :-)