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martedì 16 ottobre 2018

Il valore della vita non sta in ciò che fai - Omar Falworth

Se sei disposto a dimenticare ciò che hai fatto per gli altri
e a ricordare ciò che gli altri hanno fatto per te…
… se sei pronto a non tener conto di ciò che la vita ti deve,
ma a prendere nota di ciò che tu devi alla vita…
… ma soprattutto, se riesci a capire che tu sei negli altri
e gli altri sono in te e che la cosa più importante della vita
non è ciò che riuscirai a prendere da essa,
ma ciò che riuscirai a darle….
Allora avrai imparato a vivere.


… Il valore della vita non sta in ciò che fai,
ma in ciò che riesci ad amare di ciò che fai;
puoi fare tante cose, ma se non riesci ad amarle,
il tuo fare non serve a nulla,
e la tua vita non vale nulla.

Il valore della tua vita non sta in ciò che hai,
ma in ciò che sei;
perché in realtà nessuno non ha niente.

L’unica cosa che si può avere è se stessi,
se hai te stesso, hai tutto il mondo
e la tua vita vale più del mondo.

Il valore della tua vita non sta in ciò che pensi:
puoi pensare tutto il bene del mondo,
ma se non ti adoperi per farne almeno un po’
è come se pensassi il male,
e la tua vita non vale nulla.

Il valore della tua vita si misurerà
quando starai per perderla;
se lascerai il mondo un pochino migliore di come l’hai trovato
... allora sarà grande.

... Sai vivere quando...
pur vivendo in questo mondo complicato resti semplice,
pur vivendo in questo mondo ingiusto resti giusto,
pur vivendo in questo mondo disonesto resti onesto,
pur vivendo in questo mondo falso resti autentico,
pur vivendo in questo mondo sporco resti pulito
ma soprattutto, sai vivere quando...
Pur vivendo in questo mondo con poco amore riesci ad amare
ma ancor di più sai vivere...
se, nonostante tutto, amerai lo stesso questo mondo.

- Omar Falworth -





Il valore della vita non risiede nel numero dei giorni, ma nell'uso che ne facciamo: un uomo può vivere a lungo, eppure vivere molto poco. 
La soddisfazione nella vita non dipende dal numero degli anni, ma dalla volontà. 

- Michel de Montaigne -





Ogni giorno è un nuovo giorno.
Tutto da inventare, tutto da vivere, tutto da godere.
L’alba lo posa sul palcoscenico della tua vita,
e se ne va.

Il nuovo giorno è tuo, t’appartiene,
nessuno te lo può portare via.
Puoi farne ciò che vuoi.
Puoi farne un capolavoro o un fiasco.
Perché sei Tu il soggettista...
Perché sei Tu il regista...
Perché sei Tu il protagonista.
La vita è fatta di tanti nuovi giorni:
tutti da inventare,
tutti da vivere,
tutti da godere.
Alzati dalla poltrona di prima fila!...
e sali sul palcoscenico della tua vita!



- Omar Falworth -


Buona giornata a tutti. :)






lunedì 15 ottobre 2018

In te la terra e Nella tua fiamma mortale..... - Pablo Neruda

Piccola
rosa,
rosa piccina,
a volte,
minuta e nuda,
sembra
che tu mi stia in una
mano,
che possa rinchiuderti in essa
e portarti alla bocca,
ma
d'improvviso
i miei piedi toccano i tuoi piedi e la mia bocca le tue labbra,
sei cresciuta,
le tue spalle salgono come due colline,
i tuoi seni si muovono sul mio petto,
il mio braccio riesce appena a circondare la sottile
linea di luna nuova che ha la tua cintura:
nell'amore come acqua di mare ti sei scatenata:
misuro appena gli occhi più ampi del cielo
e mi chino sulla tua bocca per baciare la terra.

- Pablo Neruda - 



Nella sua fiamma mortale...

Nella sua fiamma mortale la luce ti avvolge.
Assorta, pallida dolente, così disposta
contro le antiche eliche del crepuscolo
che gira intorno a te.

Muta, amica mia,
sola nella solitudine di queste ore di morte
e piena della vita del fuoco,
pura ereditiera del giorno distrutto.

Dal sole cade un grappolo sul tuo vestito oscuro.

Le grandi radici della notte
crescono d'improvviso dalla tua anima,
e all'esterno tornano le cose in te nascoste,
così che un popolo pallido e azzurro
appena sorto da te si alimenta.

Oh grandiosa e feconda e magnetica schiava
del circolo che in nero e oro succede:
eretta, tratta e ottiene una creazione sì viva
che soccombono i fiori, ed è piena di tristezza.

- Pablo Neruda -

Jean-Honoré Fragonard (1732-1806), Les Amoureux


Buona giornata a tutti. :)







venerdì 12 ottobre 2018

La Trappola delle etichette - Padre Anthony de Mello

Paddy sta camminando lungo le strade di Belfast e a un certo punto si sente puntare una pistola alla nuca, e una voce gli chiede: “Sei cattolico o protestante?”
Paddy è costretto a pensare in fretta  e risponde:”Sono ebreo”.
E sente la voce che dice: “Devo proprio essere l’arabo più fortunato di tutta Belfast”.

 Le etichette sono davvero importanti per noi. 

Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri.
Mark Twain ha espresso molto bene il concetto scrivendo: "Faceva talmente freddo che se il termometro fosse stato più lungo di due centimetri saremmo morti congelati".
Noi moriamo davvero congelati a causa delle parole. 
Non è il freddo che c'è fuori che conta, ma il termometro. 
Non è la realtà che conta, ma quel che diciamo a noi stessi riguardo alla realtà.
Mi è stata raccontata una storiella interessante su un agricoltore finlandese. Quando si stava tracciando il confine russo-finnico, l'agricoltore doveva decidere se preferiva stare in Russia o in Finlandia. Dopo lungo tempo, decise che preferiva stare in Finlandia, ma non voleva offendere gli ufficiali russi. Questi vennero a fargli visita, e vollero sapere perché voleva stare in Finlandia. 
Il contadino rispose: "E' sempre stato mio desiderio vivere nella Grande Madre Russia, ma credo che alla mia età non sopravviverei a un altro inverno russo".
La Russia e la Finlandia sono solo parole, concetti, ma non per gli esseri umani, per i folli esseri umani. Non guardiamo quasi mai la realtà.

- Padre Anthony De Mello -
da:  Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, p. 54-55


Due monaci di Gaza del 6° secolo. Dopo aver biasimato un fratello per la sua negligenza, Giovanni è dispiaciuto vederlo triste. È ancora ferito quando a sua volta si sente giudicato dai suoi fratelli. 
Per trovare la calma, decide allora di non fare più rimproveri a nessuno e di occuparsi unicamente di ciò di cui sarebbe responsabile. Ma Barsanufio gli fa capire che la pace del Cristo non sta nel chiudersi in se stesso. 
Gli cita più volte una parola dell’apostolo Paolo: «Ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Timoteo 4,2).

Da: Barsanufio e Giovanni




Lasciare gli altri tranquilli, può essere ancora una forma sottile di giudicare. Se voglio occuparmi solo di me stesso, è forse perché considero gli altri non degni della mia attenzione e dei miei sforzi? Giovanni di Gaza decide di non più riprendere nessun suo fratello, ma Barsanufio comprende che in effetti egli continua a giudicarli nel suo cuore.
Gli scrive: «Non giudicare e non condannare nessuno, ma avvertili come veri fratelli» (Lettera 21), È rinunciando ai giudizi che Giovanni diventerà capace di una vera preoccupazione per gli altri.

da Barsanufio e Giovanni



Buona giornata a tutti. :)




giovedì 11 ottobre 2018

Non si guarisce qualcuno, si aiuta qualcuno a guarirsi - Alejandro Jodorowsky

Che caratteristiche deve avere una persona per guarire qualcuno? 
- Javier Esteban - intervistatore


Non si guarisce qualcuno, si aiuta qualcuno a guarirsi. 
Chi vuole guarire un altro è un vanitoso. Neppure l'altro guarisce se stesso. 
E' Dio che lo guarisce. 
Credo che il motore di tutto ciò sia la bontà. 
Quando una persona sviluppa in sé il sentimento della bontà, percepisce i sentimenti dell'altro e fa quello che può per toglierlo dal male. 
Bisogna mettersi nei panni dell'altro e fare il possibile perchè l'altro scopra come curarsi. Per questo è necessario che l'altro aumenti il proprio livello di coscienza e cambi la propria visione delle cose. 
Tutti noi percepiamo la vita da un certo punto di vista, più o meno variabile.
Quando cambiamo punto di vista, anche la nostra vita cambia.


Il terapista, per guarire, deve lasciar da parte la morale? 
- Javier Esteban - intervistatore


Deve essere amorale, ma non immorale. L'immoralità rivela una malattia. 
Essere amorale per il terapista significa non giudicare. 
Come un medico: se un assassino è ferito, il chirurgo lo aiuta e gli sutura la ferita. 
Il terapista deve agire nello stesso modo. Deve lasciare da parte i pregiudizi, e a maggior ragione deve farlo un terapista che si basa sulla psicologia.

- Alejandro Jodorowsky -

da “Lezioni per Mutanti” Interviste con Javier Esteban



Quando, a New York, stavo montando il mio film “La Montagna Sacra”,
ho avuto problemi di tutti i tipi e ogni notte inzuppavo di sudore sei o sette magliette.
Sono andato a trovare un saggio cinese che mi avevano consigliato.
Era poeta, gran maestro di tai-chi e medico.
Non appena mi ha visto, mi ha domandato:
“Qual'è il suo scopo nella vita?”.Sono rimasto frastornato, privo di risposta.
Lui ha continuato: “Se lei non mi dice qual'è il suo scopo nella vita, non posso curarla”.
Allora ho capito che se un' imbarcazione attraversa la vita senza un fine non arriva in nessun porto.
Ciò che fa sì che la vita non ci divori è avere uno scopo.
Quanto più elevato sarà, tanto più lontano ci porterà.
Come mistico ho un unico scopo: conoscere Dio.
Non il Dio di cui si parla dappertutto, ma quella cosa incredibile che muove l'universo.
Non solo: il mio scopo è dissolvermi tranquillamente in lui.
Questo è il mio fine...


- Alejandro Jodorowsky -

da “Lezioni per Mutanti” Interviste con Javier Esteban




In realtà la maggior parte dei problemi che ci tormentano sono quelli che vogliamo avere. 
Siamo vincolati alle nostre difficoltà in quanto sono loro che formano la nostra identità, sono loro che ci permettono di definirci in quanto persone ...con un determinato carattere. 
La gente vuole smettere di soffrire ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, e desidera continuare a vivere in funzione dei suoi adorati problemi. 

- Alejandro Jodorowsky -


Buona giornata a tutti. :)



mercoledì 10 ottobre 2018

Il mantello - Dino Buzzati

Dopo un’interminabile attesa, quando la speranza già cominciava a morire, Giovanni ritornò alla sua casa. Non erano ancora suonate le due, sua mamma stava sparecchiando, era una giornata grigia di marzo e volavano cornacchie.
Egli comparve improvvisamente sulla soglia e la mamma gridò: “Oh benedetto! ” correndo ad abbracciarlo.
Anche Anna e Pietro, i due fratellini molto più giovani, si misero a gridare di gioia. Ecco il momento aspettato per mesi e mesi, così spesso balenato nei dolci sogni dell’alba, che doveva riportare la felicità.
Egli non disse quasi parola, gli costava troppa fatica trattenere il pianto. Aveva subito deposto la pesante sciabola su una sedia, in testa portava ancora il berretto di pelo.
“Lasciati vedere” diceva tra le lacrime la madre, tirandosi un po’ indietro, “Lasciati vedere quanto sei bello. Però sei pallido, sei. “.
Era alquanto pallido, infatti, e come sfinito. Si tolse il berretto, avanzò in mezzo alla stanza e si sedette. Che stanco, che stanco, perfino a sorridere sembrava facesse fatica.
“Ma togliti il mantello, creatura” disse la mamma, e lo guardava come un prodigio, sul punto di esserne intimidita; com’era diventato alto, bello fiero (anche se un po’ troppo pallido).
“Togliti il mantello, dammelo qui, non senti che caldo? “. Lui ebbe un brusco movimento di difesa, istintivo, serrandosi addosso il mantello, per timore forse che glielo strappassero via.
“No, no, lasciami” rispose evasivo, “preferisco di no, tanto tra poco devo uscire… “.
“Devi uscire? Torni dopo due anni e vuoi subito uscire? ” fece lei desolata, vedendo subito ricominciare, dopo tanta gioia, l’eterna pena delle madri; “Devi uscire subito? E non mangi qualcosa? “.
“Ho già mangiato, mamma. ” rispose il figlio con un sorriso buono, e si guardava attorno assaporando le amate penombre. “Ci siamo fermati ad un’osteria, qualche chilometro da qui… “.
“Ah, non sei venuto solo? E chi c’è con te? Un compagno di reggimento? Il figlio della Mena, forse? “.
“No, no, era uno che ho incontrato per via. È fuori che aspetta adesso. “.
“È lì che aspetta? E non l’hai fatto entrare? L’hai lasciato in mezzo alla strada? “.
Andò alla finestra e attraverso l’orto, di là del cancelletto di legno, scorse sulla via una figura che camminava su e giù lentamente; era tutta intabarrata e dava la sensazione di nero. Allora nell’animo di lei nacque, incomprensibile, in mezzo ai turbini della grandissima gioia, una pena misteriosa ed acuta.
“È meglio di no. ” rispose lui, deciso. “Per lui sarebbe una seccatura, è un tipo così.”
“Ma un bicchiere di vino? Glielo possiamo portare, no, un bicchiere di vino?”
“Meglio di no, mamma. È un tipo curioso, capace di andar su tutte le furie.”
“Ma chi è, allora? Perché ti ci sei messo assieme? Che cosa vuole da te?”
“Bene non lo conosco” disse lui lentamente e assai grave, “L’ho incontrato durante il viaggio. È venuto con me, ecco.
Sembrava preferisse parlar d’altro, sembrava se ne vergognasse. E la mamma, per non contrariarlo, cambiò immediatamente discorso, ma già si spegneva nel suo volto amabile la luce di prima.
“Senti” disse, “ti figuri la Marietta quando saprà che sei tornato? Te l’immagini che salti di gioia? È per lei che volevi uscire? “.
Egli sorrise soltanto, sempre con quell’espressione di chi vorrebbe esser lieto eppure non può, per qualche segreto peso. La mamma non riusciva a capire: perché se ne stava seduto, quasi triste, come il giorno lontano della partenza? Ormai era tornato, una vita nuova davanti, un’infinità di giorni disponibili senza pensieri, tante belle serate insieme, una fila inesauribile che si perdeva di là delle montagne, nelle immensità degli anni futuri. 
Non più le notti d’angoscia quando all’orizzonte spuntavano i bagliori del fuoco e si poteva pensare che anche lui fosse là in mezzo, disteso immobile a terra, il petto trapassato, tra le sanguinose rovine.
Era tornato, finalmente, più grande, più bello, e che gioia per la Marietta. Tra poco cominciava la primavera, si sarebbero sposati in chiesa, una domenica mattina, tra il suono di campane e fiori. Perché dunque se ne stava smorto e distratto, non rideva più, perché non raccontava le battaglie? E il mantello? Perché se lo teneva stretto addosso, col caldo che faceva in casa? Forse perché, sotto, l’uniforme era rotta e infangata? Ma con la mamma, come poteva vergognarsi di fronte alla mamma? Le pene sembravano finite, ecco invece subito una nuova inquietudine.
Con il dolce viso piegato un po’ da una parte, lo fissavacon ansia, attenta a non contrariarlo, a capire subito tutti i suoi desideri. O era forse ammalato? O semplicemente sfinito dai troppi strapazzi? Perché non parlava, perché non la guardava nemmeno?
In realtà suo figlio non la guardava, egli pareva anzi evitasse di incontrare i suoi sguardi come se temesse qualcosa.
E intanto i due piccoli fratelli lo contemplavano muti, con un curioso imbarazzo.
“Giovanni” mormorò lei non trattenendosi più, “sei qui finalmente, sei qui finalmente! Aspetta adesso che ti faccio il caffé. “.
Si affrettò in cucina. E Giovanni rimase coi due fratellini tanto più giovani di lui. Non si sarebbero neppure riconosciuti se si fossero incontrati per la strada, che cambiamento nello spazio di due anni!
Ora si guardavano a vicenda in silenzio, senza trovare le parole, ma ogni tanto sorridevano assieme, tutti e tre, quasi per un antico patto non dimenticato.
Ed ecco tornare la mamma, ecco il caffè fumante con una bella fetta di torta. Lui vuotò d’un fiato la tazza, masticò a torta con fatica. “Perché? Non ti piace più? Una volta era la tua passione! ” avrebbe voluto domandargli la mamma, ma tacque per non importunarlo.
“Giovanni” gli propose invece, “e non vuoi rivedere la tua camera? C’è un letto nuovo, sai? Ho fatto imbiancare i muri, una lampada nuova, vieni a vedere… ma il mantello, non te lo levi dunque?… Non senti che caldo? “.
Il soldato non le rispose ma si alzò dalla sedia dirigendosi verso la stanza vicina. I suoi gesti avevano una specie di pesante lentezza, come s’egli non avesse vent’anni. La mamma era corsa avanti a spalancare le imposte (ma entrò soltanto una luce grigia, priva di qualsiasi allegrezza).
“Che bello! ” fece lui con fiacco entusiasmo, come fu sulla soglia, alla vista dei mobili nuovi, delle tendine immacolate, dei muri bianchi, tutto quanto fresco e pulito. Ma, chinandosi la mamma ad aggiustare la coperta del letto, anch’essa nuova fiammante, egli posò lo sguardo sulle sue gracili spalle, sguardo di inesprimibile tristezza e che nessuno poteva vedere. Anna e Pietro infatti stavano dietro di lui, i faccini raggianti, aspettandosi una grande scena di letizia e sorpresa.
Invece niente. “Com’è bello! Grazie, sai? Mamma. ” ripeté lui, e fu tutto. Muoveva gli occhi con inquietudine, come chi ha desiderio di concludere un colloquio penoso. Ma soprattutto, ogni tanto, guardava, con evidente preoccupazione, attraverso la finestra, il cancelletto di legno verde dietro il quale una figura andava su e giù lentamente.
“Sei contento, Giovanni? Sei contento? ” chiese lei impaziente di vederlo felice. “Oh, sì, è proprio bello. ” rispose il figlio (ma perché si ostinava a non levarsi il mantello? ) e continuava a sorridere con grandissimo sforzo.
“Giovanni” supplicò lei “che cos’hai? Che cos’hai, Giovanni? Tu mi tieni nascosta una cosa perché non vuoi dire? “.
Egli si morse un labbro, sembrava che qualcosa gli ingorgasse la gola. “Mamma” rispose dopo un po’ con voce opaca “mamma, adesso devo andare. “.
“Devi andare? Ma torni subito, no? Vai dalla Marietta, vero? Dimmi la verità, vai dalla Marietta? ” e cercava di scherzare, pur sentendo la pena.
“Non so, mamma” rispose lui sempre con quel tono contenuto ed amaro; si avviava intanto alla porta, aveva già ripreso il berretto di pelo, “non so, ma adesso devo andare, c’è quello là che mi aspetta. “.
“Ma torni più tardi? Torni? Tra due ore sei qui, vero? Farò venire anche zio Giulio e la zia, figurati che festa anche per loro, cerca di arrivare un po’ prima di pranzo… “.
“Mamma” ripeté il figlio, come se la scongiurasse di non dire più, di tacere, per carità, di non aumentare la pena, “devo andare, adesso, c’è quello là che mi aspetta, è stato fin troppo paziente. “. 

Poi la fissò con uno sguardo da cavare l’anima.
Si avvicinò alla porta, i fratellini, ancora festosi, gli si strinsero addosso e Pietro sollevò il lembo del mantello per saper come il fratello fosse vestito sotto.
“Pietro, Pietro! ……Su, che cosa fai? Lascia stare, Pietro! ” gridò la mamma, temendo che Giovanni si arrabbiasse.
“No, no! ” esclamò pure il soldato, accortosi del gesto del ragazzo.
Ma era troppo tardi. I due lembi di panno azzurro si erano dischiusi un istante.
“Oh, Giovanni, creatura mia, che cosa ti han fatto? ” balbettò la madre, prendendosi il volto tra le mani. “Giovanni, ma questo è sangue! “.
“Devo andare, mamma” ripeté lui ancora una volta, con disperata fermezza. “L’ho già fatto aspettare abbastanza. 
Ciao Anna, ciao Pietro, addio mamma. “.
Era già alla porta. Uscì come portato dal vento. 
Attraversò l’orto quasi di corsa, aprì il cancelletto, due cavalli partirono al galoppo, sotto il cielo grigio, non già verso il paese, no, ma attraverso le praterie, su verso il nord, in direzione delle montagne. Galoppavano, galoppavano.
E allora la mamma finalmente capì, un vuoto immenso si aprì nel suo cuore. Capì la storia del mantello, la tristezza del figlio e soprattutto chi fosse il misterioso individuo che passeggiava su e giù per la strada, in attesa, chi fosse quel sinistro personaggio, fin troppo paziente. 

Così misericordioso e paziente da accompagnare Giovanni alla vecchia casa (prima di condurselo via per sempre), affinché potesse salutare la madre; da aspettare diversi minuti fuori del cancello, in piedi, lui signore del mondo, in mezzo alla polvere, come un pezzente affamato.

- Dino Buzzati -



Signore, a volte la nostra preghiera
non è altro che la necessità della tua mano,
l’assoluta necessità di sentire la tua mano profonda,
capace di accoglierci così come siamo, dentro il silenzio;
è solo il desiderio di scoprire
che la tua immensità sfiora, anche se lievemente,
ciò che è precipitoso, precario, incerto;
sfiora le nostre rotte quotidiane;
non è altro che la necessità di riconoscere
che tu, essendoci, ricevi questa specie di fame
e di desiderio che noi siamo.

- José Tolentino Mendonça -


Buona giornata a tutti. :)







lunedì 1 ottobre 2018

Guarda dove vai! - don Bruno Ferrero

Nei tempi remoti, in Giappone, si usavano lanterne di carta e di bambù con le candele dentro.
Una notte, a un cieco che era andato a trovarlo, un tale offrì una lanterna da portarsi a casa.

«A me non serve una lanterna», disse il cieco. «Buio o luce per me sono la stessa cosa».
«Lo so che per trovare la strada a te non serve una lanterna», rispose l’altro,
«ma se non l’hai, qualcuno può venirti addosso. Perciò devi prenderla».
Il cieco se ne andò con la lanterna, ma non era ancora andato molto lontano quando si sentì urtare con violenza.
«Guarda dove vai!», esclamò il cieco allo sconosciuto. «Non vedi questa lanterna?».
«La tua candela si è spenta, fratello», rispose lo sconosciuto.

Chi non conosce quelle persone arroganti che fendono il mondo in modo presuntuoso, senza accorgersi di essere ciechi che portano in mano una lampada spenta?

Eppure molti di loro si fanno chiamare «maestro» o «dottore» o «onorevole».
(o «signor parroco», o «eccellenza», o «superiore»... ma non era questo il pensiero e non è questo lo stile di Gesù..

- don Bruno Ferrero - 

da: “40 Storie nel deserto”, editrice Elledici



Non mi sento responsabile d'essere migliore degli altri. Ciò che non sopporto è di provare piacere nel dimostrarlo. 

Fabrizio De André -




Profumo, pellicce, biancheria fine, gioielli: lussuosa arroganza di un mondo dove non c'è posto per la morte; ma essa restava in agguato dietro quella facciata, nel segreto grigiastro delle cliniche, degli ospedali, delle camere chiuse. 

Simone de Beauvoir -


Buona giornata a tutti. :-)

martedì 25 settembre 2018

La chiesa nella foresta e altri racconti - Padre Anthony de Mello

C'era una volta una foresta che di giorno si riempiva del canto degli uccelli e di notte di quello degli insetti. 
Gli alberi crescevano rigogliosi, i fiori sbocciavano e creature di ogni genere vagavano libere. E tutti coloro che vi entravano venivano condotti alla Solitudine, la casa di Dio, il quale pone la sua dimora nel silenzio e nella bellezza della natura. 
Ma poi arrivò l'Età dell'Incoscienza, quando fu data alla gente la possibilità di costruire edifici alti centinaia di metri e distruggere nel giro di un mese fiumi, foreste e montagne. 
Furono così costruiti luoghi di culto con il legno degli alberi della foresta e le pietre del sottosuolo. 
Si stagliarono contro il cielo pinnacoli, guglie e minareti, l'aria riecheggiava del suono delle campane, di preghiere, canti ed esortazioni. E di colpo Dio restò senza casa. 
Dio nasconde le cose ponendocele dinanzi agli occhi! 
Ascolta! Senti il canto degli uccelli, lo stormire del vento fra gli alberi, il mugghiare dell'oceano; guarda una pianta, una foglia che cade, un fiore come se fosse la prima volta. Potresti all'improvviso entrare in contatto con la Realtà, con quel Paradiso da cui noi, avendo perso l'innocenza, per la nostra conoscenza siamo esclusi. 
Dice il mistico indiano Saraha: "Gusta il sapore di questo dono che è l'assenza di Conoscenza".

- Padre Anthony de Mello -



Atteggiamento di apertura 

Credetemi, in realtà non ha alcuna importanza che voi siate d'accordo o meno con quel che sto dicendo, perché l'accordo o il disaccordo riguardano le parole, i concetti e le teorie, mentre non hanno niente a che vedere con la verità. 
La verità non è mai espressa in parole. 
La verità si intravvede all'improvviso, e deriva da un certo tipo di atteggiamento.
Dunque, voi potreste essere in disaccordo con me e tuttavia intravvedere la verità. Ci vuole però un atteggiamento di apertura, la volontà di scoprire qualcosa di nuovo. Questa è la cosa importante, mentre non è importante che voi siate o meno d'accordo con me. Dopo tutto, la maggior parte di quel che vi dico è teoria, e nessuna teoria copre la realtà in modo adeguato.

- Padre Anthony de Mello - 
da: "Messaggio per un’aquila che si crede un pollo", pag. 22



La pietra preziosa

Il saggio era giunto in prossimità del villaggio e si stava sistemando sotto un albero per la notte, quando un abitante del villaggio arrivò correndo da lui e disse: «La pietra! La pietra! Dammi la pietra preziosa!».
«Che pietra?», chiese il saggio.
«La notte scorsa il Signore mi è apparso in sogno - disse l’abitante del villaggio -, e mi ha detto che se fossi venuto alla periferia del villaggio al crepuscolo avrei trovato un saggio che mi avrebbe dato una pietra preziosa che mi avrebbe reso ricco per sempre».
Il saggio rovistò nel suo sacco e tirò fuori una pietra. «Probabilmente intendeva questa - disse porgendo la pietra all’uomo - l’ho trovata su un sentiero nella foresta qualche giorno fa. Puoi tenerla senz’altro».
L’uomo osservò meravigliato la pietra.
Era un diamante, probabilmente il diamante più grosso del mondo perché era grande quanto la testa di un uomo. Prese il diamante e se ne andò. Tutta la notte si rigirò nel letto, senza poter dormire.

Il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, svegliò il saggio e disse: «Dammi la ricchezza che ti permette di dar via così facilmente questo diamante!».

- Padre Anthony de Mello -
Fonte: Il canto degli uccelli


Buona giornata a tutti. :-)