Visualizzazione post con etichetta fiducia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fiducia. Mostra tutti i post

venerdì 23 gennaio 2026

George Gray - Edgar Lee Masters

 Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, 
in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.

L'amore mi si offrì e io
mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta,
ma io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò,
ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame
di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna
alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque spingano la tua barca.

Dare un senso alla vita
può condurre alla follia,
ma una vita senza senso
è la tortura
dell'inquietudine
e del vano desiderio,
è una barca che anela al mare
eppure lo teme.


 - Edgar Lee Master -


Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l'ubriacone, l'attaccabrighe?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,
uno bruciato in miniera,
uno ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

- Edgar Lee Masters -
Incipit da "Antologia di Spoon River", traduzione di Alberto Rossatti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1997



A volte la vita di un uomo si trasforma in un cancro
per le ammaccature continue,
e si gonfia in una massa violacea,
come le escrescenze sui gambi di granturco.
Ed io ero là, un falegname, infangato in un pantano di vita
in cui camminavo credendolo un prato.

- Edgar Lee Masters -
da"Indignazione" Jones, 2010



Signore,
non so cosa mi accadrà
in questa settimana che sta per iniziare
ma so con certezza
 
che Tu sei il mio tenerissimo Padre
e niente mi avverrà 
che non sia da Te preveduto, guidato e preparato per me 
da tutta l'eternità.
Questo mi basta
e mi dà la serenità nell'accettare 
i tuoi impenetrabili ed eterni disegni.
Dammi la forza di accogliere come tuo dono 
tutto ciò che in questa settimana succederà 
anche se mi farà soffrire.
Unirò il mio sacrifico al Sacrificio di Gesù,
mio divin Redentore,
per salvare la mia anima e quella dei miei fratelli.
Ti domando solamente, o mio Signore,
la pazienza nelle pene,
una perfetta ubbidienza alla Tua santissima volontà
e un piccolo posto in Paradiso.
Così sia.



Buona giornata a tutti. :-)

sabato 17 gennaio 2026

Sant'Antonio Abate, vita, storia e leggende

 Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto e verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare. 
Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, com'era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa.
Richiamava alla mente quegli uomini, di cui si parla negli Atti degli Apostoli che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo.
Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli» (Mt 19, 21). 
Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. 
Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella. Partecipando un'altra volta all'assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non vi angustiate per il domani» (Mt 6, 34). 
Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto. 
Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.
Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). 

Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri. 
Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). 
Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell'animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. 
Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello (...)
Antonio fu probabilmente fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, e  ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.
Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu s. Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse una bella e veritiera biografia.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato e così vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva si alzava e pregava, poi di nuovo a lavorare e di nuovo a pregare; era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera, che sarà due secoli dopo, la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale.
Antonio, dunque, non si ricordava del tempo trascorso, ma ogni giorno, come se incominciasse in quel momento la vita di ascesi, intensificava i suoi sforzi per progredire e ripeteva continuamente le parole di Paolo: Dimentico del passato, tendo verso ciò che sta innanzi. 
Ricordava anche le parole del profeta Elia che dice: È vivente il Signore alla cui presenza io oggi sto. Osservava infatti che, dicendo « oggi », il profeta non misurava il tempo trascorso, ma, come se ogni volta incominciasse, cercava ogni giorno di presentarsi a Dio così come bisogna apparire a Dio: con cuore puro, pronto a obbedire alla sua volontà e a nessun altro. 
Diceva tra sé e sé: L’asceta deve imparare sempre a ordinare la propria vita guardando a quella del grande Elia come in uno specchio (...)
Un giorno uscì e tutti i monaci gli vennero incontro e lo pregarono di tenere loro un discorso. Ed egli rivolse loro queste parole in lingua egiziana.

« Le Scritture sono sufficienti alla nostra istruzione, ma è bello esortarci vicendevolmente nella fede e incoraggiarci con le nostre parole. 
Voi, dunque, come figli, portate al padre quello che sapete e ditemelo; io più anziano di voi, vi affiderò quello che so e che ho imparato dall’esperienza. Per prima cosa sia questo lo sforzo comune a tutti: non cedere all’indolenza dopo che abbiamo iniziato, non scoraggiarci nelle fatiche e non dire: “Da molto tempo pratichiamo l’ascesi”; piuttosto, accresciamo il nostro zelo come se incominciassimo ogni giorno. 
L’intera vita dell’uomo è brevissima a paragone dei secoli futuri, tutto il nostro tempo è niente di fronte alla vita eterna. Ogni cosa nel mondo viene venduta secondo il suo prezzo e scambiata con altre cose che sono di pari valore, ma la promessa della vita eterna si compra a un bassissimo prezzo. Sta scritto: I giorni della nostra vita sono settanta anni, ottanta se vi sono le forze e la maggior parte è pena e fatica. 
Quand’anche avessimo perseverato nell’ascesi tutti gli ottanta o i cento anni, non regneremo per cento anni, ma, invece di cento anni, regneremo nei secoli dei secoli e,  dopo aver lottato sulla terra, non è sulla terra che otterremo l’eredità, ma riceveremo la promessa nei cieli e, deposto il corpo corruttibile, ne riceveremo uno incorruttibile".
Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove, pensieri osceni lo tormentavano, dubbi l’assalivano sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici, l’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali che erano sopiti in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.
Chiese aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui e gli consigliarono di sbarazzarsi di tutti i legami e cose, per ritirarsi in un luogo più solitario.
Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma, un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane, per il resto si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.
In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni, in più attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale, ma tutto superò perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri.
Quando alla fine Cristo gli si rivelò illuminandolo, egli chiese: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?”
Si sentì rispondere: “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…”.
Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso.
Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva e qui nel 285 Antonio si trasferì, rimanendovi per 20 anni.
Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane; seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto “per essere tentato dal demonio”; era comune convinzione che solo la solitudine, permettesse alla creatura umana di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così uomo nuovo.
Certamente solo persone psichicamente sane potevano affrontare un’ascesi così austera come quella degli anacoreti; non tutti ci riuscivano e alcuni finivano per andare fuori di testa, scambiando le proprie fantasie per illuminazioni divine o tentazioni diaboliche.
Non era il caso di Antonio; attaccato dal demonio che lo svegliava con le tentazioni nel cuore della notte, dandogli consigli apparentemente di maggiore perfezione, spingendolo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria; invece resistendo e acquistando con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, Antonio poté riconoscere le apparizioni false, compreso quelle che simulavano le presenze angeliche.
E venne il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica, giunsero al fortino abbattendolo e Antonio uscì come ispirato dal soffio divino; cominciò a consolare gli afflitti ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume, ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale; a tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito uniti a Dio.
Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita s. Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero, scambiandosi le loro esperienze sulla vita eremitica; nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo e si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio.
Forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani, fu risparmiato; le sue uscite dall’eremo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana, sostenne con la sua influente presenza l’amico vescovo di Alessandria, s. Atanasio che combatteva l’eresia ariana, scrisse in sua difesa anche una lettera a Costantino imperatore, che non fu tenuta di gran conto, ma fu importante fra il popolo cristiano.
Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel fortilizio del Mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo più isolato e andò nel deserto della Tebaide, dove prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.
Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita, poté seppellire il corpo dell’eremita s. Paolo di Tebe con l’aiuto di un leone, per questo è considerato patrono dei seppellitori.
Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia; morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto.
La sua presenza aveva attirato anche qui tante persone desiderose di vita spirituale e tanti scelsero di essere monaci; così fra i monti della Tebaide (Alto Egitto) sorsero monasteri e il deserto si popolò di monaci; primi di quella moltitudine di uomini consacrati che in Oriente e in Occidente, intrapresero quel cammino da lui iniziato, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.
Fonte: S. Atanasio, "Vita di Antonio", 2. 7. 16.



Sant'Antonio Abate, il diavolo, il maialino e il fuoco


"Sant'Antonio, sant'Antonio lu nemico de lu dimonio...", recita la filastrocca di un vecchio canto popolare dedicato al santo celebrato  il 17 gennaio: Sant'Antonio Abate.
Le leggendarie e diaboliche "tentazioni di Sant'Antonio" quando si era ritirato nel deserto della Tebaide come eremita, sono state raffigurate dagli artisti di ogni epoca.
Sono molte leggende sulla sua vita raccontate nella "Leggenda Aurea" di Jacopo da Varazze.



E a proposito di leggende: sapete perché viene raffigurato di solito con un maialino ai piedi, un bastone a forma di Tau, una campanella e una fiammella in mano?



Sant'Antonio e il fuoco agli uomini

In Sardegna, si racconta questa leggenda.
Una volta nel mondo non c'era il fuoco. Gli uomini avevano freddo ed andarono da Sant'Antonio, che stava nel deserto, per implorarlo perchè facesse qualcosa per loro. Sant'Antonio ebbe compassione e siccome il fuoco era all'inferno, decise di andare a prenderlo.

Col suo porchetto e col suo bastone di férula, Sant' Antonio si presentò, dunque, alla porta dell'inferno e bussò: - Apritemi! Ho freddo e mi voglio riscaldare. I diavoli alla porta videro subito che quello non era un peccatore, ma un Santo e dissero: - No, no! Ti abbiamo riconosciuto! Non ti apriamo. Se vuoi lasciamo entrare il porchetto, ma te proprio no.
E così il porchetto entrò.
Ma appena dentro, l'animale si mise a scorrazzare con una tale furia da mettere lo scompiglio ovunque, tanto che i diavoli, ad un certo punto, non ne poterono proprio più. Finirono perciò per rivolgersi al Santo, che era rimasto fuori dalla porta.- Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vientelo a riprendere.
Sant'Antonio entrò nell' inferno, toccò il porchetto col suo bastone e quello se ne stette subito quieto. - Visto che ci sono, - disse Sant'Antonio, - mi siedo un momento per scaldarmi. E si sedette su un sacco di sughero, proprio sul passaggio dei diavoli. Infatti, ogni tanto, davanti a lui ne passava uno di corsa. E Sant'Antonio, col suo bastone di fèrula, giù una legnata sulla schiena! Ad un certo punto i diavoli, arrabbiati, esclamarono: - Questi scherzi non ci piacciono. Adesso ti bruciamo il bastone. Glielo strapparono di mano e ne fìccarono la punta tra le fiamme.
Il porco, in quel momento, ricominciò a buttare all'aria tutto: cataste di legna, uncini, torce e tridenti. E i diavoli avevano un bel da fare a mettere a posto. Non ci riuscivano e non riuscivano neppure ad acchiappare quel... diavolo di porchetto. 

- Se volete che lo faccia star buono, - disse Sant'Antonio, - dovete ridarmi il mio bastone. Glielo restituirono ed il porchetto stette subito buono.
Ma il bastone era di fèrula ed il legno di fèrula ha il midollo spugnoso. 

Se una scintilla entra nel midollo questo continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda. Così i diavoli non si accorsero che Sant'Antonio aveva il fuoco nel bastone.
Quando il Santo se ne uscì, i diavoli tirarono un sospiro di sollievo. Appena fu fuori, Sant'Antonio alzò il bastone con la punta infuocata e la girò intorno, facendo volare le scintille, come dando la benedizione. 

E cantò: - Fuoco, fuoco, per ogni loco; fuoco per tutto il mondo fuoco giocondo!
Da quel momento, con grande contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla Terra e Sant'Antonio tornò nel suo deserto a pregare. 

E la campanella?

Qui' c'e' una spiegazione storica.
Quando nel IX secolo le reliquie di sant'Antonio furono traslate da Costantino­poli alla Motte-Saint-Didier, in Francia, venne costituito nel centro che già ospitava i benedettini di Mont Majeur una comunità ospedaliera laica per curare i malati di ergotismo, un male causato dall' avvele­namento di un fungo presente nella segala usata per la pani­ficazione.
Il morbo era co­no­sciuto fin dall'antichità come ignis sacer per il bruciore che provo­cava.
Bruciori che, così come quelli provocati dal virus dello Herpes Zoster, si riuscivano a lenire con il grasso della cotenna del maiale.
Quella prima comunità di "volontari" si trasformò prima in una Confraternita e poi nell'Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di sant'Agostino di sant'Antonio Abate, detto comunemente degli Antoniani.
L'Ordine venne approvato nel 1095 da Papa Urbano II al Concilio di Clermont e nel 1218 fu confermato con bolla papale di Onorio III.
Uno dei più antichi privilegi che i papi accordarono agli Antoniani fu di poter allevare maiali per uso proprio: il loro grasso, infatti era usato come medicamento nella cura dell'ergotismo e dello herpes zoster che vennero chiamate perciò popolarmente "male di sant'Anto­nio" "fuoco di sant' Antonio".
Il singolare allevamento avveniva a spese della comunità, che alimentava i maialini; i quali potevano circolare liberamente fra vie e cortili portando una campanella di riconoscimento.
E perciò in alcuni paesi dell'Italia vi è ancora l'usanza di allevare "il porcellino di Sant'Antonio" che uno speciale comitato cittadino acquista durante le fiere di agosto o per Santa Lucia.
Poi all'eremita egiziano si attribuì proprio il patronato sui maiali e per estensione su tutti gli altri animali domestici.
E perciò il giorno della sua festa sui sagrati di molte chiese si benedicono gli animali domestici di cui sant'Antonio è il patrono: cani, gattini, cavalli, asini, ma anche usignoli, cardellini, tartarughe sono condotti dai loro padroni in un'atmosfera di comunione da paradiso
.



nella foto: grotta di S.Antonio Abate -Egitto



Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di s. Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e con apposita campana fatta con listelli di legni per asciugare i panni umidi.




















1. Pisanello, Madonna tra i Santi Antonio Abate e Giorgio, 1445 circa,    National Gallery di Londra;
2. Piero di Cosimo, Visitazione con San Nicola e Sant'Antonio Abate, 1490 circa,    NationalGallery of Art, Washington;
3. Sassetta, Sant'Antonio Abate e San Paolo Eremita, 1440 circa, National Gallery of Art, Washington;
4. Diego Velázquez, Sant'Antonio Abate e San Paolo Eremita, 1635 circa, Museo del Prado, Madrid;
5. Hieronymus Bosch, Tentazioni di S. Antonio, 1505 circa, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona;
6. David Teniers il Giovane, Tentazioni di Sant'Antonio, Museo del Prado, Madrid;
7. Paul Cézanne, Tentazioni di Sant'Antonio, 1875 circa, E. G. Bührle Collection (Svizzera). 




È invocato contro tutte le malattie della pelle e contro gli incendi. Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo, anche se poi nella devozione onomastica è stato soppiantato dal XIII sec. dal grande omonimo santo taumaturgo di Padova.

Nell’Italia Meridionale per distinguerlo è chiamato “Sant’Antuono”.






....L'infermità più grave dell'anima, la sventura più disastrosa É il non conoscere Dio che ha creato tutto per l'uomo e gli ha dato la mente e la parola, con le quali, ascendendo verso l'alto, può entrare in comunione con Lui e vivere nella chiara contemplazione del suo Volto.

- Sant' Antonio Abate -





La pace è a prezzo della moderazione dei desideri. La ricerca di aver sotto di sè schiavi, braccianti, o di possedere armenti, per esempio, ci rende vincolati alle preoccupazioni che queste cose producono e con facilità siamo portati a lamentarci con Dio. Il nostro desiderare continuo ci riempie di agitazione, ci fa muovere nell'oscurità di una vita peccaminosa e ci impedisce la conoscenza di noi stessi.


- Sant'Antonio abate - 




...La morte, per chi sa comprenderla, è immortalità...ma per gli ignoranti, 
che non comprendono, essa è solo la morte. 
Non e questa morte che dobbiamo temere, ma la perdita dell'anima che è la non conoscenza di Dio. 
Questo è cosa tremenda per l'anima ! 


- Sant’ Antonio Abate . 













pper sorridere un po ....buona giornata a tutti :-)

www.leggoerifletto.it

sabato 10 gennaio 2026

Non Farti Catturare - Oberhammer Simona

 Ci sono donne che pensano di trovare la loro sicurezza facendosi catturare da qualcuno…

  • Si fanno catturare da un uomo scegliendo quello che dirà loro cosa fare, cosa pensare, cosa scegliere, cosa decidere.
  • Si fanno catturare dal loro datore di lavoro accettando di essere sempre disponibili agli straordinari, alle critiche e a farsi limitare nei progetti di carriera.
  • Si fanno catturare dai figli facendosi dire che non sono brave madri, che i loro problemi sono stati causati dall’educazione che hanno ricevuto.
  • Si fanno catturare dall’amica che dice loro in ogni situazione quale vestito sta loro meglio, quale colore di capelli scegliere, cosa fare e non fare.
  • Si fanno catturare dalla madre che pretende sempre qualcosa, qualsiasi sia l’età e la situazione.
  • Si fanno catturare dalla famiglia: ogni componente ha richieste da fare, esigenze da esaudire, necessità da soddisfare.
Le “donne catturate” tante volte pensano di essere “al sicuro” ma in realtà ogni giorno che passa perdono vita, diventano mansuete e tristi come un animale in gabbia…..

E poi ci sono le donne che non vogliono farsi catturare.

  • Sono le donne forti, quelle che vogliono essere libere. Sono loro a scegliere. E ad assumersi le responsabilità delle loro scelte.
  • A un uomo chiedono un parere ma ascoltano prima di tutto il loro intuito e la loro voce interiore.
  • Con il datore di lavoro chiedono il diritto di essere ascoltate e vogliono essere rispettate.
  • Con i figli manifestano il loro valore di madre, insegnando loro ad assumersi le responsabilità.
  • Con l’amica instaurano una relazione di scambio, dove i consigli non si confondono con le scelte personali.
  • Con la madre sono amorevoli ma non sottomesse
  • Con la famiglia sono disponibili ma senza voler strafare, per non lasciare se stesse sempre in fondo alla lista.
Le donne che non si fanno catturare sono quelle che cercano una relazione con gli altri ma senza mai sacrificare quella con se stesse, perché è nell’espressione della propria integrità che trovano la vera sicurezza.

Simona Oberhammer – La Via Femminile
fonte: http://simonaoberhammer.com/


                                                         Illustrazione (Duane Bryers)


Sono le donne difficili quelle che hanno più amore da dare…
ma non lo danno a chiunque.

  • Quelle che parlano quando hanno qualcosa da dire.
  • Quelle che hanno imparato a proteggersi e a proteggere.
  • Quelle che non si accontentano più.
  • Sono le donne difficili, quelle che sanno distinguere i sorrisi della gente, quelli buoni da quelli no.
  • Quelle che ti studiano bene, prima di aprirti il cuore.
  • Quelle che e non si stancano mai di cercare qualcuno che valga la pena.
  • Quelle che vale la pena.
  • Sono le donne difficili quelle che sanno sentire il dolore degli altri.
  • Quelle con l’anima vicina alla pelle.
  • Quelle che vedono con mille occhi nascosti.
  • Quelle che sognano a colori.
  • Sono le donne difficili che sanno riconoscersi tra loro.
  • Sono quelle che, quando la vita non ha alcun sapore, danno sapore alla vita.
[Mara Bagatella]



Illustrazione (Duane Bryers)

Non dovete mai credere che la bellezza sia quella che vedete in televisione o sulle riviste patinate. Quella è la bellezza taroccata dal silicone, dal trucco pesante, da photoshop. Non cercate mai di assomigliare alle cantanti o alle attrici, perché anche loro vorrebbero essere come appaiono. Ogni persona è bella a modo suo. E le imperfezioni non sono difetti. Sono pregi. E se avete qualche chilo in più non fatevene un problema. Siete belle anche così. Come vi accettate voi. Piacetevi e piacerete.


- Agostino Degas - 




Buona giornata a tutte. :-)




domenica 4 gennaio 2026

Lettera a Massimo, ladro zingaro ammazzato - don Tonino Bello

A Molfetta, durante una tentata rapina un metronotte, per legittima difesa, sparò e uccise il ladro, uno zingaro. Il Vescovo, Monsignor Tonino Bello, saputa la notizia si recò al cimitero e rimase contristato dalla solitudine del morto: non c'era nessuno alle sue esequie e scrisse una lettera ad un uomo che non l'avrebbe mai letta, a Massimo, il ladro zingaro ammazzato.

Ho saputo per caso della tua morte violenta, da un ritaglio di giornale. 
Mi hanno detto che ti avrebbero seppellito stamattina, e sono venuto di buon'ora al cimitero a celebrare le esequie per te.
Ma non ho potuto pronunciare l'omelia. Perché alla mia messa non c'era nessuno. Solo don Carlo, il cappellano, che rispondeva alle orazioni. 
E il vento gelido che scuoteva le vetrate.
Sulla tua bara, neppure un fiore. Sul tuo corpo, neppure una lacrima. 
Sul tuo feretro, neppure un rintocco di campana.
Ho scelto il Vangelo di Luca, quello dei due malfattori crocifissi con Cristo, e durante la lettura mi è parso che la tua voce si sostituisse a quella del ladro pentito: «Gesù, ricordati di me!...».
Povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo, a 22 anni, con una spregevole refurtiva tra le mani che è rotolata nel fango con te!
Povero randagio. Vedi: sei tanto povero, che posso chiamarti ladro tranquillamente, senza paura che qualcuno mi denunzi per vilipendio o rivendichi per te il diritto al buon nome.
Tu non avevi nessuno sulla terra che ti chiamasse fratello. Oggi, però, sono io che voglio rivolgerti, anche se ormai troppo tardi, questo dolcissimo nome.
Mio caro fratello ladro, sono letteralmente distrutto.
Ma non per la tua morte. Perché, stando ai parametri codificati della nostra ipocrisia sociale, forse te la meritavi. Hai sparato tu per primo sul metronotte, ferendolo gravemente. E lui si è difeso. E stamattina, quando sono andato a trovarlo in ospedale, mi ha detto piangendo che anche lui strappa la vita con i denti. E che, con quei quattro luridi soldi per i quali rischia ogni notte la pelle, deve mantenere dieci figli: il più grande quanto te, il più piccolo di un anno e mezzo.
No, non sono amareggiato per la tua morte violenta. Ma per la tua squallida vita.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti aveva ingiustamente ucciso tutta la città. 
Questa città splendida e altera, generosa e contraddittoria. Che discrimina, che rifiuta, che non si scompone. 
Questa città dalla delega facile. Che pretende tutto dalle istituzioni. 
Che non si mobilita dalla base nel vedere tanta gente senza tetto, tanti giovani senza lavoro, tanti minori senza istruzione. Questa città che finge di ignorare la presenza, accanto a te che cadevi, di tre bambini che ti tenevano il sacco!
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti avevano ingiustamente ucciso le nostre comunità cristiane. 
Che, sì, sono venute a cercarti, ma non ti hanno saputo inseguire. 
Che ti hanno offerto del pane, ma non ti hanno dato accoglienza. 
Che organizzano soccorsi, ma senza amare abbastanza. 
Che portano pacchi, ma non cingono di tenerezza gli infelici come te. 
Che promuovono assistenza, ma non promuovono una nuova cultura di vita. Che celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere l'icona di Cristo nel cuore di ogni uomo. Anche in un cuore abbrutito e fosco come il tuo, che ha cessato di batter per sempre.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, forse ti avevo ingiustamente ucciso anch'io che, l'altro giorno, quando c'era la neve e tu bussasti alla mia porta, avrei dovuto fare ben altro che mandarti via con diecimila miserabili lire e con uno scampolo di predica.
Perdonaci, Massimo.
Il ladro non sei solo tu. Siamo ladri anche noi perché prima ancora che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo.
Perdonaci per l'indifferenza con la quale ti abbiamo visto vivere, morire e seppellire.
Perdonaci se, ad appena otto giorni dall'inizio solenne del l'anno internazionale dei giovani, abbiamo fatto pagare a te, povero sventurato, il primo estratto conto della nostra retorica.
Addio, fratello ladro.
Domani verrò di nuovo al camposanto. E sulla tua fossa senza fiori, in segno di espiazione e di speranza, accenderò una lampada.

- don Tonino Bello -


O Crux ave, spes unica,
hoc Passionis tempore!
piis adauge gratiam, 
reisque dele crimina


Noi, a Dio, non dobbiamo aggrapparci.
Ci dobbiamo abbandonare al Signore!

- Don Tonino Bello - 



"Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. 
Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. 
Soffrire per far cadere le squame dell'egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. 
Desiderare la felicità dell'altro. Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione" 

- don Tonino Bello -



Buona giornata a tutti. :-)

www.leggoerifletto.it 

mercoledì 31 dicembre 2025

Ricevere il perdono - Henri J.M. Nouwen

Vi sono due aspetti del perdono: dare e ricevere. 
Benchè a prima vista il darlo sembri più difficile, spesso accade che non siamo capaci di offrire il perdono agli altri perchè non siamo stati  pienamente capaci di riceverlo. 
Soltanto come persone che hanno accettato il  perdono possiamo trovare la libertà  interiore per darlo. 
Perchè è  così arduo ricevere il perdono? 
E' molto difficile dire: "Senza il tuo perdono mi sento ancora prigioniero  di quel che è accaduto tra noi. Soltanto tu puoi rendermi libero". 
Questo richiede non soltanto la confessione che abbia­mo ferito qualcuno ma anche l'umiltà per riconoscere la nostra dipendenza dagli altri.
Soltanto quando possiamo ricevere il perdono possiamo darlo.

- Henri J.M. Nouwen - 
Da: "Pane per il Viaggio"



Se Dio è amore, e non potere, non può essere comunicato attraverso la Legge o la Dottrina, ma solo mediante gesti che trasmettono vita. 
L'amore incondizionato però scandalizza, perché la gratuità sovverte l'ordine del potere su cui si fonda ogni società, compresa la società che si chiama Chiesa.

- Padre  Alberto Maggi -



Basta guardare Gesù. Il mondo non si curò minimamente di Lui, e Gesù fu crocifisso e sepolto. Il suo messaggio di amore fu rigettato da un mondo assetato di potere, efficienza e dominio. Ma ecco che Gesù risuscitò, con le ferite nel suo corpo glorificato, appare ad alcuni amici che hanno occhi per vedere, orecchie per udire e cuore per comprendere. Questo Gesù rigettato, sconosciuto, ferito, chiede semplicemente: "Mi ami tu? Mi ami davvero?". 
Lui che si era preoccupato solo di annunciare l'amore incondizionato di Dio ha una sola domanda da fare: "Mi ami tu?".

- Henry Nouwen -



Oggi è l'ultimo giorno dell'anno, che porta sempre un po' di magia.
Che sia andata bene o male, non possiamo farci niente, è passato!
Per una volta invece di lamentarci per ciò che è andato male, ringraziamo per tutto il buono e il bello che abbiamo costruito ed è arrivato.
Auguro a tutti di trovare il positivo nelle situazioni della vita...
perché la vita è quella che è...
non ce ne danno una seconda...

Auguri speciali a tutti.

Buon anno!  Oggi entriamo in una chiesa e preghiamo per la pace, per la fine delle guerre in corso. 
Preghiamo che il Signore ci benedica, ci custodisca e ci protegga.

Pace! Buon 2026
- Stefania -