mercoledì 21 novembre 2018

Scuse al divino femminile (da un guerriero in transizione) - Jeff Brown

La relazione in trasformazione ad opera di un guerriero è un punto di vista umano, una esperienza di consapevolezza che trasforma i generi in una percezione di anime.

* Scuse al divino femminile (da un guerriero in transizione)*

Mi scuso per non aver saputo distinguere il guerriero benevolo dal guerriero senza cuore, un riflesso della confusione che è dentro di me, fin dai lontani campi di battaglia.
In quel tempo non potevo aprire il mio cuore, sarei stato troppo vulnerabile e avrei rischiato la vita.
E’ così che il condizionamento della rigidità e chiusura come armi per difendere me stesso e gli altri dagli attacchi esterni si è protratto nel tempo.
Ora, però, vedo che in questo modo mi sono allontanato da te, ho interrotto il ponte che collegava i nostri cuori, ora lo vedo e mi scuso.
Mi scuso per la mia perpetua assenza, un riflesso della mia assenza interiore, un riflesso della mia incapacità di connettermi a te. 
Un cuore stretto nell’isolamento che non sapevo liberare, non avevo gli strumenti per farlo, mi mancano ancora molti strumenti ma sono disposto ad aprirmi ed imparare.
Mi scuso per la mia incapacità di distinguere una relazione dalla guerra.
Come guerriero in territorio nemico ho saccheggiato e mi sono preso quello di cui avevo bisogno, per poi strisciare via senza esser visto.
Avevo la guerra nella mente e non vedevo il fiume d’amore che fluiva oltre il campo di battaglia.
Ora riconosco che l’amore è l’antidoto per lasciare andare la corazza che copre il mio cuore, ma fin’ora non mi è stato possibile bere l’antidoto ero ancora nel bisogno di proteggermi.
Mi scuso per non aver permesso ai miei occhi di vederti, erano pieni di rabbia e lacrime mai versate. So che non è una consolazione, ma io non potevo vedere neanche me stesso.
Vedevo solo quello che serviva al guerriero dentro di me, il mio specchio era il campo di battaglia.(…)
Mi scuso per la mia sessualità scollegata dal cuore, so che hai desiderato a lungo ricongiungere il piacere con l’anima, ma c’erano troppe difese intorno al mio cuore; ci sono stati dei momenti in cui le tue vie d’amore mi hanno mostrato un bagliore di verità, ma non c’era intorno a me nessun modello che mi sostenesse nel rimanere connesso al cuore. 
Mi dispiace per questo, perchè ora so che una sessualità sacra è il percorso che ci riporterà verso Dio.
Mi scuso per i miei atti orribili di violenza, un riflesso della mia rabbia accumulata, della mia incapacità di distinguere i nemici dagli alleati. So, che non esistono parole che possano sanare le ferite che ti ho inflitto, questo lo so, ed è per questo che spesso sono scappato davanti a te; nascondevo il mio viso per la vergogna, ma ho capito che questo atteggiamento non migliora le cose. Ora, guardo negli occhi la violenza che ho perpetuato e cerco un luogo amorevole per chiederti perdono e perdonarmi.
Chiedo a tutti i guerrieri d’amore di riconoscere, senza senso di colpa, ma prendendosi la responsabilità per tutta la violenza e l’orrore che il nostro genere ha protratto sulla Terra.
Il Guerriero d’amore riconosce la via sbagliata e fa tutto il possibile per ritrovare il giusto sentiero.
Mi scuso per la mia incapacità di sviluppare un rapporto consapevole. 
Tu, eri lì con il cuore aperto ad accogliermi, ed io ero spaventato, perchè conoscevo le barricate ma non le porte aperte, per me quello era un terreno sconosciuto.
Mi scuso, perchè ora so che mi stavi chiamando per tornare a Casa.(…)
Attendo con impazienza , il momento in cui le nostre anime si ritroveranno, il momento in cui i nostri cuori cammineranno verso la stessa direzione.
Non ti cercherò perchè tu gratifichi il mio ego, neanche per il tuo aspetto esteriore, ti cercherò perchè la tua stessa presenza mi richiama fuori dal nascondiglio che ho scelto per la mia anima.
Ho ancora addosso l’armatura, ma ho scelto una via nuova.
Dopo così tante vite con le armi fra le mani, sfiorare un cuore mi confonde, ma so intuitivamente che questa è la via di casa.
Ti prego di non rinunciare a me, prego tutte le donne di non rinunciare ai guerrieri. 
Verrà il giorno in cui diventeremo guerrieri d’amore e perderemo i confini ispidi che abbiamo costruito.
Ti incontrerò sul ponte ricostruito della nostra sacra intimità, mano nella mano, cuori aperti per ricevere e donare, senza più paura, senza più bisogno di combattere e difendersi.

- Jeff Brown -








Avere un pensiero unico, assiduo, di tutte le ore, di tutti gli attimi; non concepire altra felicità che quella, sovrumana, irraggiata dalla sola tua presenza su l'esser mio; vivere tutto il giorno nell'aspettazione inquieta, furiosa, terribile, del momento in cui ti rivedrò.

- Gabriele D'Annunzio -







Essere sensuale è, credo, rispettare e gioire della forza della vita, essere presente in tutto ciò che si fa.

- James Baldwin -



Buona giornata a tutti. :-)




martedì 20 novembre 2018

Dipendere da un altro essere umano per raggiungere la felicità - Padre Anthony De Mello

L' amore perfetto 

Tutti noi dipendiamo gli uni dagli altri per ogni genere di cose, non è vero? Dipendiamo dal macellaio, dal fornaio, dal fabbricante di candele. Interdipendenza. Benissimo! 
Abbiamo organizzato la società in questo modo e assegniamo funzioni diverse a persone diverse per il benessere di ciascuno, così da funzionare meglio e vivere in modo più efficiente - o almeno speriamo che sia così. 
Ma dipendere da un altro psicologicamente - dipendere da un altro emotivamente - cosa comporta? Significa dipendere da un altro essere umano per raggiungere la felicità.
Pensateci sopra. 
Perché se dipendete da altre persone, il passo successivo, ne siate coscienti o meno, sarà esigere che altre persone contribuiscano alla vostra felicità. 
Poi ci sarà un ulteriore gradino, paura, paura della perdita, paura dell'alienazione, paura di essere respinti, controllo reciproco.
L'amore perfetto esclude la paura. Dove c'è amore non ci sono pretese, aspettative, dipendenza. 
Io non esigo che voi mi facciate felice; la mia felicità non alberga in voi. 
Se mi doveste lasciare, non mi sentirei dispiaciuto per me stesso; godo immensamente della vostra compagnia, ma non mi abbarbico a voi.
Godo della vostra compagnia sulla base del non-abbarbicamento. Non siete voi, ciò di cui godo; è qualcosa di più grande di voi e di me.
E’ qualcosa che ho scoperto, una sorta di sinfonia, una sorta di orchestra che suona alla vostra presenza, ma quando voi ve ne andate, l'orchestra non smette. 
Quando incontro qualcun altro, suona un'altra melodia, altrettanto deliziosa. E quando sono solo, continua. Ha un grande repertorio, e non cessa mai di suonare.
Il risveglio è tutto qui.

- Padre Anthony De Mello -
da: "Messaggio per un’aquila che si crede un pollo", p. 60-61, Ed.Piemme





Pensate alla vostra solitudine. 
La compagnia umana potrebbe mai eliminarla? 
Servirebbe solo da distrazione. 
Dentro c’è un vuoto, non è vero? E quando il vuoto viene alla superficie, cosa si fa? 
Si fugge, si accende la televisione, si accende la radio, si legge un libro, si cerca la compagnia umana, il divertimento, la distrazione. 
Lo fanno tutti. È un gran business, oggi, un’industria organizzata per distrarci e intrattenerci.

- Padre Anthony De Mello -

Il testo è di F. L. Sully - Prudhomme , 1839-1907, premio Nobel per la Letteratura nel 1901



Buona giornata a tutti. :-)




lunedì 19 novembre 2018

Il Cimitero dei Libri Dimenticati - Carlos Luis Zafon




Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. 
Erano le prime giornate dell'estate del 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona prigioniera di un cielo grigiastro e di un sole color rame che inondava di un calore umido la rambla de Santa Mónica. «Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno» disse mio padre. «Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.» 
«Neanche alla mamma?» domandai sottovoce. Mio padre sospirò, offrendomi il sorriso dolente che lo seguiva sempre come un'ombra. «Ma certo» rispose mesto. «Per lei non abbiamo segreti.» 
Subito dopo la guerra civile, il colera si era portato via mia madre. L'avevamo sepolta a Montjuïc, sotto una pioggia battente, il giorno in cui compivo quattro anni. Ricordo che quando chiesi a mio padre se il cielo piangeva gli mancò la voce. 
Sei anni dopo, l'assenza di mia madre era ancora un grido muto, un vuoto che nessuna parola poteva colmare. Mio padre e io abitavamo in un piccolo appartamento di calle Santa Ana, vicino alla piazza della chiesa, sopra la libreria specializzata in edizioni per collezionisti e libri usati che era stata del nonno, un magico bazar che un giorno sarebbe diventato mio, diceva mio padre. 
Sono cresciuto tra i libri, in compagnia di amici immaginari che popolavano pagine consunte, con un profumo tutto particolare. Da bambino, prima di addormentarmi raccontavo a mia madre come era andata la giornata e quello che avevo imparato a scuola. Non potevo udire la sua voce né essere sfiorato dalle sue carezze, ma la luce e il calore del suo ricordo riscaldavano ogni angolo della casa e io, con l'ingenuità di chi conta ancora gli anni sulle dita delle mani, credevo che se avessi chiuso gli occhi e le avessi parlato, lei mi avrebbe ascoltato, ovunque si trovasse. 
A volte mio padre mi sentiva dal soggiorno e piangeva di nascosto. Ricordo che quella mattina di giugno mi ero svegliato gridando. 
Il cuore mi batteva come se volesse aprirsi un varco nel petto e fuggire via. Mio padre, allarmato, era accorso in camera mia e mi aveva preso tra le braccia per calmarmi. «Non mi ricordo più il viso della mamma» dissi con un filo di voce. Mio padre mi strinse forte. «Non preoccuparti, Daniel. Lo ricorderò io per tutti e due.» 
Ci guardammo nella penombra, cercando parole che non esistevano. Per la prima volta notai che mio padre stava invecchiando e che i suoi occhi tristi erano rivolti al passato. 
Si alzò in piedi e aprì le tende per far entrare la pallida luce dell'alba. «Su, Daniel, vestiti. Voglio mostrarti una cosa» disse. «Adesso? Alle cinque del mattino?» «Ci sono cose che si possono vedere solo al buio» rispose, sfoderando un sorriso enigmatico che doveva aver preso in prestito da un romanzo di Dumas. 
Per strada si udivano solo i passi di qualche guardia notturna. I lampioni delle ramblas impallidivano accompagnando il pigro risveglio della città, pronta a disfarsi della sua maschera di colori slavati. All'altezza di calle Arco del Teatro svoltammo in direzione del Raval, passando sotto l'arcata avvolta nella foschia, e percorremmo quella stradina simile a una cicatrice, allontanandoci dalle luci delle ramblas mentre il chiarore dell'alba cominciava a disegnare í contorni dei balconi e dei cornicioni delle case. 
Mio padre si fermò davanti a un grande portone di legno annerito dal tempo e dall'umidità. Di fronte a noi si ergeva quella che a me parve la carcassa di un palazzo, un mausoleo di echi e di ombre. 
«Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno. Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.» Ci aprì un ometto con la faccia da uccello rapace e i capelli d'argento. Il suo sguardo si posò su di me, impenetrabile. «Buongiorno, Isaac. Questo è mio figlio Daniel» disse mio padre. 
«Presto compirà undici anni, e un giorno manderà avanti il negozio. Ha l'età giusta per conoscere questo posto.» Isaac ci invitò a entrare con un lieve cenno del capo. Dall'atrio, immerso in una penombra azzurrina, si intravedevano uno scalone di marmo e un corridoio affrescato con figure di angeli e di creature fantastiche. Seguimmo il guardiano fino a un ampio salone circolare sovrastato da una cupola da cui scendevano lame di luce. 
Era un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalle geometrie impossibili. 
Guardai mio padre a bocca aperta e lui mi sorrise ammiccando. 
«Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, Daniel.» 
Sui ballatoi e sulle piattaforme della biblioteca scorsi una dozzina di persone. Alcune si voltarono per salutarci: riconobbi alcuni colleghi di mio padre, librai antiquari come lui. 
Ai miei occhi di bambino, erano una confraternita di alchimisti che cospirava all'insaputa del mondo. Mio padre si chinò su di me e, guardandomi negli occhi, mi parlò con il tono pacato riservato alle promesse e alle confidenze. 
«Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. 
Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. 
Molti anni fa, quando mio padre mi portò qui per la prima volta, questo luogo era già vecchio, quasi come la città. Nessuno sa con certezza da quanto tempo esista o chi l'abbia creato. 
Ti posso solo ripetere quello che mi disse mio padre: quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro viene cancellato dall'oblio, noi, i custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. 
E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. 
Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno. Adesso hanno soltanto noi, Daniel. 
Pensi di poter mantenere il segreto?» 
Il mio sguardo si smarrì nell'immensità di quel luogo, nella sua luce fatata. Annuii e mio padre sorrise. 
«E sai qual è la cosa più bella?» Scossi la testa in silenzio. «La tradizione vuole che chi viene qui per la prima volta deve scegliere un libro e adottarlo, impegnandosi a conservarlo per sempre, a mantenerlo vivo. È una grande responsabilità, una promessa» spiegò mio padre. 
«Oggi tocca a te.» Mi aggirai in quel labirinto che odorava di carta vecchia, polvere e magia per una mezzora. Lasciai che la mia mano sfiorasse il dorso dei libri disposti in lunghe file sugli scaffali, affidando la mia scelta al tatto. Tra titoli ormai illeggibili, scoloriti dal tempo, notai parole in lingue conosciute e in decine d'altre che non riuscivo a identificare. 
Vagai lungo gallerie e ballatoi riempiti da centinaia, migliaia di volumi che davano l'impressione di sapere di me molto più di quanto io sapessi di loro. Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della propria mediocrità. 
Non so dire se dipese da queste riflessioni, dal caso o dal suo parente nobile, il destino, ma in quell'istante ebbi la certezza di aver trovato il libro che avrei adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato me. 
Sporgeva timidamente da un ripiano, rilegato in pelle color vinaccia, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Accarezzai quelle parole e le lessi in silenzio.

- Carlos Luis Zafon -
da: "L'ombra del vento", ed. Mondadori





"Mi abbandonai a quell'incantesimo fino a quando la brezza dell'alba lambì i vetri della finestra e i miei occhi affaticati si posarono sull'ultima pagina. Solo allora mi sdraiai sul letto, il libro appoggiato sul petto, e ascoltai i suoni della città addormentata posarsi sui tetti screziati di porpora. Il sonno e la stanchezza bussavano alla porta, ma io resistetti. Non volevo abbandonare la magia di quella storia né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti. Un giorno sentii dire a un cliente della libreria che poche cose impressionano un lettore quanto il primo libro capace di toccargli il cuore. L'eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale – non importa quanti altri libri leggeremo, quante cose apprenderemo o dimenticheremo – prima o poi faremo ritorno." 

- Carlos Luis Zafon -

da: "L'ombra del vento", ed. Mondadori



Buona giornata a tutti. :-)





domenica 18 novembre 2018

In quel momento fu come se il tempo si fermasse …. – Paulo Coehlo

In quel momento fu come se il tempo si fermasse, e l'Anima del Mondo sorgesse con tutta la sua forza davanti al ragazzo.

Quando guardò gli occhi di lei, un paio di occhi neri, le labbra indecise fra un sorriso e il silenzio, egli comprese la parte più importante e più saggia del Linguaggio che parlava il mondo e che chiunque, sulla terra, era in grado di capire con il proprio cuore.

E si chiamava Amore, una cosa più antica degli uomini e persino del deserto, che tuttavia risorgeva sempre con la stessa forza dovunque due sguardi si incrociassero come si incrociarono quei due davanti a un pozzo.

Le labbra della giovane, infine, decisero di accennare un sorriso: era un segnale, il segnale che il ragazzo aveva atteso per tanto tempo nel corso della vita, che aveva ricercato nelle pecore e nei libri, nei cristalli e nel silenzio del deserto.

Ed era là, il linguaggio puro del mondo, senza alcuna spiegazione, perché l'universo non aveva bisogno di spiegazioni per proseguire il proprio cammino nello spazio senza fine.

Tutto ciò che il ragazzo capiva in quel momento era che si trovava di fronte alla donna della sua vita e anche lei, senza alcun bisogno di parole, doveva esserne consapevole.

Ne era certa più di quanto lo fosse di ogni altra cosa al mondo, anche se i genitori, e i genitori dei genitori, le avevano sempre detto che, prima di sposarsi, bisognava frequentarsi, fidanzarsi, conoscersi, e avere del denaro. Ma, forse, chi lo affermava non aveva mai conosciuto il linguaggio universale: perché, una volta che vi si penetra, è facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città.

E quando questi due esseri si incontrano, e i loro sguardi si incrociano, tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza.

Esistono solo quel momento e quella straordinaria certezza che tutte le cose sotto il sole sono state scritte dalla stessa Mano: la Mano che risveglia l'Amore e che ha creato un'anima gemella per chiunque lavori, si riposi e cerchi i propri tesori sotto il sole.

Perché, se tutto ciò non esistesse, non avrebbero più alcun senso i sogni dell'umanità.


- Paulo Coelho -
 Fonte: L’Alchimista di Paulo Coelho, Bompiani, Milano 1988



"Non possiamo stare insieme, siamo troppo diversi"
"Certo che possiamo"
"Perché?"
"Perché non si completa un puzzle con pezzi uguali!" 

- C.M. Schulz -




Non so esattamente cosa spinga due persone a legarsi.

Forse la sintonia, forse le risate, forse le parole.

Probabilmente, l’incominciare a condividere qualcosa in più, a parlare un po’ di se, a scoprire pian piano quel che il cuore cela.

Imparare a volersi bene, ad accettarsi per i difetti, i pregi, per le arrabbiature e le battute.
O forse accade perché doveva accadere.
Perché le anime sono destinate a trovarsi, prima o poi.

- Paulo Coelho -



Buona giornata a tutti. :-)











sabato 17 novembre 2018

La Messa è finita, andate in pace - Mons. Alessandro Maggiolini

La prossima volta che andate a Messa, provate a far caso, amici: spesso, durante il rito ci si muove a fatica; non si ha la sincronia e lo scatto d'un corpo di ballo quando ci si alza, ci si siede, ci si inginocchia; e le risposte che si danno al prete lungo tutta la mezz'ora sembrano sospiri sommessi, incerti, vellutati, paurosi... 
Ma c'è una risposta che si fa coro risoluto; è l'ultima, quando si sente: «La Messa è finita, andate in pace»; allora è un'esplosione d'esultanza, uno squillo di trombe compatte come una banda: «Rendiamo grazie a Dio». 
E qui c'è lo scatto felino, da centometristi, verso la porta: la chiesa si svuota in un baleno, altro che Berruti o Mennea.
Sto forse esagerando, lo so. Ma so anche che la Messa ha preso il nome proprio dalla conclusione... Ci avete pensato? 
È il sacrificio di Cristo e tante altre cose - il cuore della vita della Chiesa -; eppure... Ite, missa est.

- Mons. Maggiolini Alessandro -




Chiederei d'essere creduto: non sto rimproverando nessuno. 

Sto semplicemente rilevando che la preghiera, spesso, non è una esultanza e una spontaneità: è una fatica e un dovere. 
Bisogna prenderla per quel che è. 
Bisogna adattarvisi con coraggio, anche se impegna maledettamente: perché costringe ad essere attenti; perché impone una sincerità difficilissima verso se stessi; perché mette a confronto con Dio che richiede una conversione mai conclusa; o, più banalmente: perché altre cose aspettano fuori, più piacevoli o comunque meno ardue...
Non è raro udire frasi come: «Io prego quando mi sento»; o: «Non è giusto forzare la persona quando si pone di fronte a Dio»; o: «La preghiera dev'essere gesto spontaneo, istintivo, gioioso: è un atto d'amore»... 
Come se l'amore fosse fatto soltanto di occhi languidi e di attrazione irresistibile, e non richiedesse anche di ricordare gli anniversari, di decidere a chi tocca alzarsi prima dal letto per preparare il caffè, di lavorare sodo, di far trovare la cena pronta, di lucidare le scarpe e altre cose intuibili...

- Mons. Maggiolini Alessandro -


Talvolta ci si imbatte persino in prediche che presentano la preghiera soltanto come un fervore incontenibile: l'acqua per la terra riarsa; l'aria per i polmoni; la luce per gli occhi... Son paragoni frusti che vorrebbero esprimere un bisogno, un'inclinazione a cui non si può resistere...
Mah. Forse qualche volta capita anche così: agli inizi, in certi momenti particolarmente felici. Ma solitamente, ho i miei dubbi.
Non vorrei presentare la preghiera come un castigo: un poco come quando ci si imponeva un rosario, poniamo, da recitare per una marachella... 
Certo fatica è, e dovere: proprio perché è amore. 
Sarò sbagliato, ma se mi affidassi alla pura istintività, alla spontaneità più travolgente, da parte mia - in altri campi - avrei già l'atto fuori un plotone di zie e avrei sulla coscienza più d'un alunnicidio o d'un fedelicidio... 
Comunque non pregherei quasi mai.
Sì, perché è troppo facile insistere sulla non forzatura, sulla propensione, sul desiderio innato e incontrollabile della preghiera per poi non pregare. 
Un poco come quando si dice: a Messa non ci vado, a confessarmi non ci vado, a pregare non mi ci metto, se non mi sento, se non sono preparato. E non si tiene conto che ci si può anche impegnare a sentire, a prepararsi...

Cose ovvie, direte. Certo. Ma siamo così scaltri nell'evitare i doveri, che ci diamo perfino l'aria di persone serie e abissalmente pensose in questi trucchi da bambini. 
Sembra che tendiamo alla mistica più sconvolgente, e invece abbiamo soltanto voglia di veder la partita o di metterci a leggere il giornale. Il Signore aspetti pure...
Posso sembrare un moralista arcigno, e invece sto dicendo a voce alta cose che pensiamo tutti. E sto parlando di gioia, nonostante le apparenze: quella vera, fedele e conquistata...

- Mons. Maggiolini Alessandro -



Giovani si diventa
Auguro una giovinezza perenne e crescente.
Il calendario procede anonimo e freddo, come un destino.
Eppure, l'anagrafe non possiede il mistero dell' età:
diciottenni possono già essere stanchi e sfiduciati e
ottantunenni possono essere inventivi e sciolti,
creativi nell'animo,
come chi ha ancora qualcosa da dire e
progetti da elaborare.
Vecchi si nasce, giovani si diventa.
E il soggetto di questa giovinezza è celato nel cuore che si 
sospende alla semplicità di Dio.

- Mons. Alessandro Maggiolini -



Buona giornata a tutti. :-)

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venerdì 16 novembre 2018

San Giuseppe Moscati preghiera d'intercessione e d'indulgenza 16 novembre 2018

O Padre del cielo, che hai dato come stella di orientamento al nostro tempo San Giuseppe Moscati, esempio luminoso di sapienza e di carità, da tutti imitabile sulle cattedre della scienza come negli umili impegni della vita sociale, noi Ti ringraziamo.

Ascolta ora la sua voce che intercede per noi e dona anche a noi il Tuo Spirito che animò lui. 

Spirito di sapienza e di scienza, di amore e di fortezza, perché purificati dal male e staccati dal mondo delle cupidigie, restiamo fedeli alla nostra vocazione cristiana e diveniamo testimoni del Vangelo e portatori di luce, di speranza, di conforto a quanti nell'ignoranza o nell'errore, nell'indigenza e nelle malattie hanno bisogno della carità fraterna.

Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Signore, che nell'Eucarestia alimentò in sé ogni giorno il Santo e alimenta noi pure per la vita nel tuo Regno.

Concediamo l'indulgenza parziale. 
                   
- Corrado Card. Ursi -
Napoli  




[Poesia anonima, ispirata da una testimonianza del dott. Giovanni Cattatelli, pubblicata dall’Osservatore Romano della Domenica, del 23-11-1975]

 « Ti spiace accompagnarmi? »
Sentì chiedersi lo studente
dal giovane Primario
a cui riconosceva tutta Napoli,
un prestigio già fuor dell'ordinario
per aver legato saldamente
alla Scienza la Fede più fervente.

« Non è per esercizio di diagnostica
che desidero averti insieme a me.
Le discussioni sopra i casi clinici
le sai fare benissimo da te.
Vorrei che,
da cristiano già temprato,
tu vedessi
l’autentico “malato” ».

Si avviarono in un dedalo di vicoli
stretti e fangosi, non senza disagio.
Poi, dentro il corridoio di un tugurio,
(il professor Moscati più a suo agio
per la pratica certo dell'ambiente;
un poco più a tentoni lo studente),

si spinsero all'estremo pianerottolo
contemplando uno squallido spettacolo:
un uomo dall'aspetto cadaverico,
sopra una branda retta per miracolo,
fissò lo sguardo sopra il professore,
quasi in attesa del suo salvatore.

Il quale, prontamente inginocchiatosi
presso il giaciglio come ad un rituale,
conchiuse un minuzioso esame clinico
con la puntura di un medicinale,
furtivamente alla famiglia ansiosa,
lasciando anche un'offerta generosa.
Poche parole al bravo allievo espressero
il senso di quel gesto (abituale al Maestro)
e so quanto ne orientarono
l'esimia attività professionale:
« Ricordalo: tu hai visto nettamente

l'immagine del CRISTO Sofferente! ».



Preghiamo:

O San Giuseppe Moscati, medico e scienziato insigne, che nell'esercizio della professione curavi il corpo e lo spirito dei tuoi pazienti, guarda anche noi che ora ricorriamo con fede alla tua intercessione.

Donaci sanità fisica e spirituale, intercedendo per noi presso il Signore.

Allevia le pene di chi soffre, dai conforto ai malati, consolazione agli afflitti, speranza agli sfiduciati.

I giovani trovino in te un modello, i lavoratori un esempio, gli anziani un conforto, i moribondi la speranza del premio eterno.

Sii per tutti noi guida sicura di laboriosità, onestà e carità, affinché adempiamo cristianamente i nostri doveri, e diamo gloria a Dio nostro Padre. Amen.

La morte, per i cristiani, è la nascita al Cielo e per questo le feste dei santi si celebrano nel giorno della loro dipartita dal mondo. 
La sua festa liturgica si celebrava il 16 novembre, il Martirologio Romano del 2001 lo riportò invece al dies natalis del 12 aprile. Il 16 novembre del 1930, i resti mortali del Santo furono trasferiti nella chiesa del Gesù Nuovo e, in questo stesso giorno, nel 1975, fu beatificato dal Beato Paolo VI, papa.



Ricorda sempre che vivere 
è missione, 
è dovere, 
è dolore! 
Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento.


- San Giuseppe Moscati  -


Buona giornata a tutti. :-)

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