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venerdì 30 agosto 2019

Ragazza che precipita - Dino Buzzati


 A diciannove anni, Marta si affacciò dalla sommità del grattacielo e, vedendo di sotto la città risplendere nella sera, fu presa dalle vertigini.
Il grattacielo era d’argento, supremo e felice in quella sera bellissima e pura, mentre il vento stirava sottili filamenti di nubi, qua e là, sullo sfondo di un azzurro assolutamente incredibile. Era infatti l’ora che le città vengono prese dall’ispirazione e chi non è cieco ne resta travolto.
Dall’ aereo culmine la ragazza vedeva le strade e le masse dei palazzi contorcersi nel lungo spasimo del tramonto e là dove il bianco delle case finiva, cominciava il blu del mare che visto dall’ alto sembrava in salita. E siccome dall’ oriente avanzavano i velari della notte, la città divenne un dolce abisso brulicante di luci; che palpitava.
C’erano dentro gli uomini potenti e le donne ancora di più, le pellicce e i violini, le macchine smaltate d’onice, le insegne fosforescenti dei tabarins, gli androni delle spente regge, le fontane, i diamanti, gli antichi giardini taciturni, le feste, i desideri, gli amori e, sopra tutto, quello struggente incantesimo della sera per cui si fantastica di grandezza e di gloria.
Queste cose vedendo, Marta si sporse perdutamente oltre la balaustra e si lasciò andare. Le parve di librarsi nell’aria, ma precipitava. Data la straordinaria altezza del grattacielo, le strade e le piazze laggiù in fondo erano estremamente lontane, chissà quanto tempo per arrivarci. Ma la ragazza precipitava. Le terrazze e i balconi degli ultimi piani erano popolati in quell’ora da gente elegante e ricca che prendeva cocktails e faceva sciocche conversazioni.
Ne venivano fiotti sparsi e confusi di musiche. Marta vi passò dinanzi e parecchi si affacciarono a guardarla.
Voli di quel genere – nella maggioranza appunto ragazze – non erano rari nel grattacielo e costituivano per gli inquilini un diversivo interessante; anche perciò il prezzo di quegli appartamenti era altissimo.
Il sole, non ancora del tutto disceso, fece del suo meglio per illuminare il vestitino di Marta. Era un modesto abito primaverile comprato-fatto per pochi soldi. Ma la luce lirica del tramonto lo esaltava alquanto, rendendolo chic.
Dai balconi dei miliardari, mani galanti si tendevano verso di lei, offrendo fiori e bicchieri. «Signorina, un piccolo drink?… Gentile farfalla, perché non si ferma un minuto tra noi?»
Lei rideva, svolazzando, felice (ma intanto precipitava): «No, grazie, amici. Non posso. Ho fretta d’arrivare.»
«Di arrivare dove?» le chiedevano.
«Ah, non fatemi parlare» rispondeva Marta e agitava le mani in atto di confidenziale saluto.
Un giovanotto, alto, bruno, assai distinto, allungò le braccia per ghermirla. Le piaceva. Eppure Marta si schermì velocemente: «Come si permette, signore?» e fece in tempo a dargli con un dito un colpetto sul naso.
La gente di lusso si occupava dunque di lei e ciò la riempiva di soddisfazione. Si sentiva affascinante, di moda. Sulle fiorite terrazze, tra l’andirivieni di camerieri in bianco e le folate di canzoni esotiche si parlò per qualche minuto, o forse meno, di quella giovane che stava passando (dall’alto in basso, con rotta verticale).
Alcuni la giudicavano bella, altri così così, tutti la trovarono interessante.
«Lei ha tutta la vita davanti» le dicevano «perché si affretta così? Ne ha di tempo disponibile per correre e affannarsi. Si fermi un momento con noi, non è che una modesta festicciola tra amici, intendiamoci, eppure si troverà bene.»
Lei faceva atto di rispondere ma già l’accelerazione di gravità l’aveva portata al piano di sotto, a due, tre, quattro piani di sotto; come si precipita infatti allegramente quando si hanno appena diciannove anni. Certo la distanza che la separava dal fondo, cioè dal livello delle strade, era immensa; meno di poco fa, certamente, tuttavia sempre considerevole.
Nel frattempo però il sole si era tuffato nel mare, lo si era visto scomparire trasformato in un tremolante fungo rossastro. Non c’erano quindi più i suoi raggi vivificanti a illuminare l’abito della ragazza e a farne una seducente cometa. Meno male che i finestrini e le terrazze del grattacielo erano quasi tutti illuminati e gli intensi riverberi la investivano in pieno via via che passava dinanzi.
Ora nell’interno degli appartamenti Marta non vedeva più soltanto compagnie di gente spensierata, di quando in quando c’erano pure degli uffici dove le impiegate, in grembiali neri o azzurri, sedevano ai tavolini in lunghe file. Parecchie erano giovani come e più di lei e, ormai stanche della giornata, alzavano ogni tanto gli occhi dalle pratiche e dalle macchine per scrivere. Anch’esse così la videro, e alcune corsero alle finestre: «Dove vai? Perché tanta fretta? Chi sei?» le gridavano, nelle voci si indovinava qualcosa di simile all’invidia.
«Mi aspettano laggiù» rispondeva lei. «Non posso fermarmi. Perdonatemi.»
 E ancora rideva, fluttuando sul precipizio, ma non erano più le risate di prima. La notte era subdolamente discesa e Marta cominciava a sentir freddo. In quel mentre, guardando in basso, vide all’ingresso di un palazzo un vivo alone di luci. Qui lunghe automobili nere si fermavano (per la distanza grandi come formiche), e ne scendevano uomini e donne, ansiosi di entrare. Le parve di distinguere, in quel formicolio, lo scintillare dei gioielli. Sopra l’entrata sventolavano bandiere.
Davano una grande festa, evidentemente, proprio quella che lei, Marta, sognava da quando era bambina. Guai se fosse mancata. Laggiù l’aspettava l’occasione, la fatalità, il romanzo, la vera inaugurazione della vita.
Sarebbe arrivata in tempo? Con dispetto si accorse che una trentina di metri più in là un’altra ragazza stava precipitando. Era decisamente più bella di lei e indossava un vestito da mezza sera, abbastanza di classe.
Chissà come, veniva giù a velocità molto superiore alla sua, tanto che in pochi istanti la sopravanzò e sparì in basso, sebbene Marta la chiamasse. Senza dubbio sarebbe giunta alla festa prima di lei, poteva darsi che fosse tutto un piano calcolato per soppiantarla.
Poi si rese conto che a precipitare non erano loro due sole. Lungo i fianchi del grattacielo varie altre donne giovanissime stavano piombando in basso, i volti tesi nell’eccitazione del volo, le mani festosamente agitate come per dire: eccoci, siamo qui, è la nostra ora, fateci festa, il mondo non è forse nostro?
Era una gara, dunque. E lei aveva soltanto un misero abitino, mentre quelle altre sfoggiavano modelli di gran taglio e qualcuna perfino si stringeva, sulle spalle nude, ampie stole di visone. Così sicura di sé quando aveva spiccato il volo, adesso Marta sentiva un tremito crescerle dentro, forse era semplicemente il freddo ma forse era anche paura, la paura di aver fatto uno sbaglio senza rimedio. Sembrava notte profonda ormai. Le finestre si spegnevano una dopo l’altra, gli echi di musica divennero più rari, gli uffici erano vuoti, nessun giovanotto si sporgeva più dai davanzali tendendo le mani.
Che ora era? All’ingresso del palazzo laggiù – che nel frattempo si era fatto più grande, e se ne potevano distinguere ormai tutti i particolari architettonici – permaneva intatta la luminaria, ma l’andirivieni delle automobili era cessato. Di quando in quando, anzi, piccoli gruppetti uscivano dal portone allontanandosi con passo stanco. Poi anche le lampade dell’ingresso si spensero. Marta sentì stringersi il cuore. Ahimè, alla festa, non sarebbe più giunta in tempo. Gettando un’occhiata all’insù, vide il pinnacolo del grattacielo in tutta la sua potenza crudele. Era quasi tutto buio, rare e sparse finestre ancora accese agli ultimi piani. E sopra la cima si spandeva lentamente il primo barlume dell’ alba.
In un tinello del ventottesimo piano un uomo sui quarant’anni stava prendendo il caffè del mattino e intanto leggeva il giornale, mentre la moglie rigovernava la stanza. Un orologio sulla credenza segnava le nove meno un quarto. Un’ombra passò repentina dinanzi alla finestra.
«Alberto» gridò la moglie «hai visto? E’ passata una donna.»
«Com’era?» fece lui senza alzare gli occhi dal giornale. «Una vecchia » rispose la moglie. «Una vecchia decrepita. Sembrava spaventata.»
«Sempre così» l’uomo brontolò. «A questi piani bassi non passano che vecchie cadenti. Belle ragazze si vedono dal cinquecentesimo piano in su. Mica per niente quegli appartamenti costano così cari.»
«C’è il vantaggio» osservò la moglie «che quaggiù almeno si può sentire il tonfo, quando toccano terra.»
«Stavolta, neanche quello» disse lui, scuotendo il capo, dopo essere rimasto alcuni istanti in ascolto. E bevve un altro sorso di caffè.

- Dino Buzzati -
pubblicato originariamente del 1966 nella raccolte "Il colombre" e successivamente nel 1968 ne "La Boutique del mistero" come 30° capitolo, Oscar Mondadori Editore



Buona giornata a tutti :-)







lunedì 29 luglio 2019

da: "L'ultima beatitudine, la morte come pienezza di vita" - Padre Alberto Maggi

Introduzione:
La morte di una persona cara è un dramma che segna per sempre l’esistenza degli individui, sia per quelli che pensano che la morte sia la fine di tutto, sia per quanti credono nella risurrezione o in altre forme di sopravvivenza. Ma la sofferenza per la perdita della persona amata è paradossalmente più dolorosa proprio per i credenti, a causa delle confuse o errate idee religiose che accompagnano la morte, e degli intenti consolatori di parenti, amici e conoscenti, specialmente se questi sono persone religiose.
Nell’istante del lutto sono molti gli interrogativi riguardo a tutto quel che circonda la morte (Perché proprio a lui o lei? Perché ora? Perché così giovane e così buono?). Ma, soprattutto, è inquietante l’interrogativo: dove è ora il defunto? Com’è? Che cos’è? Che cosa fa? È sufficiente la tradizionale risposta che i nostri cari, nella migliore delle ipotesi, sono in Cielo e contemplano beati il Signore per tutta l’eternità? Che godono della Requiem aeternam in una sorta di Casa di Riposo celeste?
Il momento del lutto non è tempo di parole ma di silenzio, di presenza che supplisca l’assenza, di forza che si faccia carico della debolezza.
Quale parola potrà infatti mai confortare la persona afflitta dalla perdita di un proprio caro? Ogni parola e ogni frase, anche se formulate con le migliori intenzioni, saranno inadeguate e inopportune, come denuncia Giobbe agli amici venuti a consolarlo: «Ne ho udite già molte di cose simili! Siete tutti consolatori molesti. Non avranno termine le parole campate in aria? O che cosa ti spinge a rispondere? Anch’io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: comporrei con eleganza parole contro di voi e scuoterei il mio capo su di voi. Vi potrei incoraggiare con la bocca e il movimento delle mie labbra potrebbe darvi sollievo» (Gb 16,2-5).
Nel tempo del lutto c’è solo da com-piangere, piangere con chi piange («Piangete con quelli che sono nel pianto», Rm 12,11), circondare le persone di caldo affetto e tanto amore. A chi è affranto per la morte che l’ha colpito nei suoi affetti più cari non servono parole, ma occorre fargli sperimentare la forza della vita. Poi, dopo qualche tempo, può venire il momento del dialogo, per cercare di dare un significato a quel che sembra insensato, come appunto è la morte, per tentare di capire che quel che appare come un annichilimento in realtà è un potenziamento della persona. Ma ci vuole tempo, pazienza, discrezione e tanta delicatezza. Un approccio maldestro, seppure animato da buoni propositi, può causare danni devastanti e spesso irreparabili.
Quel che occorre fare subito, al momento del lutto, è evitare accuratamente le persone pie, devote, bigotte, quelle che su tutto pontificano con frasi preconfezionate, sentenze, certezze che non attingono dalla loro esperienza ma dalla dottrina.
Sono quelle che alla persona distrutta dal dolore sentenziano: «Il Signore l’ha chiamato», «L’ha preso» e, se il morto era conosciuto per la sua bontà, affermano sicure, accompagnando la frase con un rassegnato sospiro: «Eh, sono sempre i migliori che se ne vanno!» oppure, con aria quasi soddisfatta: «I più buoni il Signore li vuole con sé», o in alternativa: «Era già maturo per il paradiso».
Nel caso il defunto sia molto giovane, questi becchini del dolore affermano impudentemente che «I fiori più belli il Signore li vuole con sé…».
Se poi è un bambino in tenera età, consolano i genitori dicendo che il loro bimbo «È un angioletto in paradiso…».
Queste espressioni consolatorie precedono il cristianesimo e sono note fin dall’antichità.
È di Menandro, famoso commediografo greco vissuto tre secoli prima di Cristo, la celebre frase «Muore giovane colui che gli dèi amano» (frammento 111 K.-Th), ripresa da Giacomo Leopardi, come epigrafe per il suo Amore e morte (XXVII): «Muore giovane colui ch’al cielo è caro».
Nel Libro della Sapienza, la morte del giovane viene giustificata così: «Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo […]. Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove. Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima […]. Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita» (Sap 4,7.10-11.13).
A chi non accetta e non si rassegna a questo lutto, e protesta, dicendo che l’angioletto se lo sarebbero tenuto ben volentieri nella loro famiglia, ecco tutto un fuoco di sbarramento a forza di «Accetta la croce che Dio ti ha mandato», «È la volontà del Signore», «È il Signore che pota», «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto», «La felicità non è di questo mondo», con tutto l’inesauribile repertorio dell’infinito stupidario religioso del quale si alimentano insaziabili i pii devoti, più beoti che beati.
Frasi che non solo non consolano, ma gettano nel più profondo sconforto quanti sono nel lutto e nel pianto, facendo nascere un sordo rancore verso questo Dio spietato che toglie, coglie, manda croci, pota vite e persone, e la cui volontà coincide sempre con la sofferenza degli uomini e mai, neanche una sola volta, con la loro felicità.

 - Padre Alberto Maggi -
frate dell’Ordine dei Servi di Maria 
Da: “L’ultima Beatitudine” La morte come pienezza di vita, Garzanti editore





Riappropriarsi della morte Per vivere serenamente la pur dolorosa esperienza della morte, è importante per prima cosa riappropriarsi del morire, il momento decisivo nella vita dell’individuo ma dal quale si è stati a poco a poco espropriati. Verso gli anni Trenta del secolo scorso, è iniziato il gran mutamento nel concetto del morire e della morte, che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Il progresso in campo medico e il rinnovo delle strutture ospedaliere, che da precari ricoveri assumevano via via sempre più l’aspetto di cliniche ben organizzate, hanno fatto sì che il morire non avvenga più in casa, tra i propri familiari. Il decesso avviene quasi sempre in ospedale, tra medici e infermieri, lasciando così il morente da solo nella tappa fondamentale e più delicata di tutta la sua esistenza. 
Proprio nel momento nel quale è importante più che mai essere accompagnati, ci si sente abbandonati. 
Nelle foto e nei dipinti dei secoli passati, la stanza del morente era sempre affollata di persone, dal prete ai familiari, parenti, amici, bambini compresi, che oggi vengono invece comunemente allontanati per non impressionarli con la vista del cadavere, salvo poi lasciarli da soli per ore davanti al televisore a impressionarsi di video truci dove ogni istante qualcuno muore nei modi più violenti. 
L’iconografia dell’Ars moriendi, l’arte del morire, del XV e XVI secolo, presenta infatti il momento del decesso come una vera e propria cerimonia pubblica. Il morente, che è del tutto conscio della sua fine imminente, attorniato da familiari e amici, dal prete che gli ha amministrato l’estrema unzione, vi partecipa, lasciando non solo l’ultima immagine di sé, ma anche le sue ultime volontà, che saranno custodite come preziose reliquie dai familiari.
  
- Padre Alberto Maggi -

frate dell’Ordine dei Servi di Maria 
Da: “L’ultima Beatitudine” La morte come pienezza di vita, Garzanti editore


Buona giornata a tutti. :-)







venerdì 24 maggio 2019

Ti aspettavo a Samarcanda (1)


«Un giovane giardiniere persiano dice al suo principe: “Salvami! 
Ho incontrato la Morte stamattina. Mi ha fatto un gesto di minaccia. Stanotte, per miracolo, vorrei essere a Isfahan”. 
Il buon principe gli presta i suoi cavalli. 
Nel pomeriggio, il principe incontra la Morte e le chiede: “Perché stamattina hai fatto un gesto di minaccia al nostro giardiniere?” 
“Non era un gesto di minaccia, ma un gesto di sorpresa. Perché stamattina lo vedevo lontano da Isfahan, e a Isfahan lo devo prendere stanotte».


- Jean Cocteau  - 
“Il gesto della morte”, 1923, dal romanzo: Le grand écart



«C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo e io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. 
Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. 
Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di micaccia, bensì di sorpresa”, risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”.»

- William Somerset Maugham - 
 1933 


Buona giornata a tutti :-)










giovedì 23 maggio 2019

Ti aspettavo a Samarcanda

II discepolo di un Sufi di Bagdad era seduto un giorno in un angolo di una locanda, quando sorprese una conversazione tra due persone. 
A sentirle parlare, capì che una di loro era l'Angelo della Morte.
"Ho molte visite da fare in questa città nelle prossime tre settimane", stava dicendo l'Angelo al suo compagno.
Terrorizzato, il discepolo si rannicchiò nel suo angolino finché i due non se ne furono andati. Poi fece appello a tutta la sua intelligenza per trovare il modo di scampare all'eventuale visita dell'Angelo, e alla fine decise di allontanarsi da Bagdad affinché la morte non potesse raggiungerlo. 
Dopo aver fatto questo ragionamento, non gli restava che noleggiare il cavallo più veloce e, spronandolo giorno e notte, arrivare fino alla lontana Samarcanda.
Nel frattempo la Morte si incontrò con il maestro sufi, col quale si intrattenne a parlare di varie persone. "Ma dov'è dunque quel vostro discepolo tal dei tali?", chiese la Morte.
"Dovrebbe trovarsi da qualche parte in città, immerso in contemplazione, forse in un caravanserraglio", rispose il maestro.
"È strano", disse l'Angelo, "perché è proprio nella mia lista ... Ah, ecco, guardate: devo prenderlo fra quattro settimane a Samarcanda, e in nessun altro luogo".

Questa versione della "Storia della Morte" proviene dal Hikayat-i-Naqshia ("Storie concepite secondo un Disegno). 

L'autore di questa storia, che è uno dei racconti popolari più preferiti nel Medio Oriente, è il grande Sufi Fudail Ibn Ayad, un ex-bandito che morì all'inizio del IX secolo.

La prima apparizione della storia "Ti aspettavo a Samarcanda" la troviamo nel Talmud (“Insegnamento”), che è uno dei testi sacri dell’ebraismo ed è conosciuto in due versioni: quella di Gerusalemme e quella babilonese. La versione babilonese è molto più lunga ed è stata redatta fra il V e il VI secolo d. C. Contiene testi tramandati in forma orale sin da molti secoli prima di Cristo.


Un giorno Re Salomone si accorse che l’Angelo della Morte era triste. «Perché sei così triste?» gli chiese. «Perché mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi», risponde l’Angelo della Morte, riferendosi a Elihoreph e Ahyah, i due scribi etiopi di Salomone. Il Re volle salvare i suoi preziosi uomini e li fece scappare fino alla città di Luz, ma appena giunti qui i due scribi morirono. Il giorno seguente Salomone incontrò di nuovo l’Angelo della Morte e vide che sorrideva. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Hai mandato i due etiopi proprio nel posto in cui li aspettavo!» risposte la Morte.  Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

dalla 53ª sukkah del Talmud Babilonese  

(continua)


Buona giornata a tutti. :-)








martedì 2 aprile 2019

San Giovanni Paolo II - Preghiera di intercessione

Poiché la croce di Cristo è il segno d’amore e di salvezza,
non deve sorprenderci che ogni amore autentico richiede sacrificio.
Non abbiate paura quando l’amore richiede sacrificio.
Non abbiate paura della croce di Cristo.
La croce è l’Albero della Vita.
È sorgente di ogni gioia e di ogni pace.
Era l’unico modo per Gesù di arrivare alla risurrezione e al trionfo.
È l’unico modo per noi di partecipare alla sua vita, ora e sempre.
Certamente il messaggio che la Croce comunica non è facile da comprendere nella nostra epoca,
ma voi, cari giovani, non abbiate paura di proclamare, in ogni circostanza il Vangelo della Croce.
Non abbiate paura di andare controcorrente!


- san Giovanni Paolo II, papa - 
Omelia – 4 Aprile 2004


"La profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall'inerzia, si contenti di un'etica puramente individualistica.
Il dovere della giustizia e dell'amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, interessandosi al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini.
Vi sono di quelli che, pur professando opinioni larghe e generose, tuttavia continuano a vivere in pratica come se non avessero alcuna cura delle necessità della società." 

- san Giovanni Paolo II, papa - 
Enciclica Gaudium es Spes, n.30




Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la Sua potestà!
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e,
con la potestà di Cristo, servire l'uomo e l'umanità intera!
Non abbiate paura!
Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!
Alla Sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati,
i sistemi economici come quelli politici,
i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo....
Non abbiate paura!
Cristo sa cosa è dentro l'uomo.
Solo Lui lo sa!
Oggi così spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È  invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete a Cristo di parlare all'uomo.
Solo Lui ha parole di vita, sì! Di Vita Eterna.


- San Giovanni Paolo II, papa - 



 O Trinità Santa, ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa 
san Giovanni Paolo II 
e per aver fatto risplendere in lui la tenerezza della Tua paternità, 
la gloria della Croce di Cristo 
e lo splendore dello Spirito d’amore.
Egli, confidando totalmente nella Tua infinita misericordia 
e nella materna intercessione di Maria, 
ci ha dato un’immagine viva di Gesù Buon Pastore 
e ci ha indicato la santità come misura alta 
della vita cristiana ordinaria 
quale strada per raggiungere la comunione eterna con Te. 
Concedici, per sua intercessione, 
secondo la Tua volontà, 
la grazia che imploriamo … (chiedere la grazia ...) 
Amen.


San Giovanni Paolo II, prega per noi!!!


Buona giornata a tutti. :-)






lunedì 25 marzo 2019

in ricordo di Madre Anna Maria Cànopi


Madre Anna Maria Cànopi, si è spenta il 21 marzo 2019, all’età di 87 anni, nel monastero di clausura Mater Ecclesiae nell’isola di San Giulio, sul lago d’Orta (Novara, Italia).
Una grande donna!!! Una scrittrice feconda e profondamente erudita. 
E' tornata alla casa del Padre nel giorno in cui la Chiesa ricorda san Benedetto da Norcia. Incredibile!
Madre Anna Maria Cànopi, è stata la fondatrice e la guida della comunità monastica benedettina «Mater Ecclesiae» dell’Isola di San Giulio.
La comunità si stabilì sull’Isola l’11 ottobre 1973, chiamata da mons. Aldo Del Monte, allora vescovo di Novara. Al piccolo gruppo iniziale, formato da sei monache provenienti dall’Abbazia di Viboldone (Milano), si aggiunse subito una postulante e ben presto, per grazia di Dio, sempre nuove sorelle. 
La comunità è oggi formata da quasi un centinaio di membri distribuiti anche nei Priorati dipendenti di «Regina Pacis» – fondato il 12 ottobre 2002, a Saint-Oyen in Valle d’Aosta – e di Fossano (Cuneo), mentre altre sorelle sono in aiuto al Monastero sant’Antonio in Polesine (Ferrara).
Il significato della presenza benedettina sull’Isola si manifestò in modo inequivocabile come richiamo ad una vita “diversa” dove il silenzio è preghiera e la preghiera sostanza di vita atta a glorificare Dio.
San Benedetto concepisce infatti la comunità monastica come una famiglia i cui membri sono legati, mediante i voti religiosi, da un vincolo stabile e indistruttibile. 
La sua Regola non è altro che una proposta per vivere radicalmente il Vangelo fino alla carità perfetta che consiste nel dare la vita con Cristo, obbediente al Padre, per amore dei fratelli.
La giornata delle monache benedettine si svolge in armoniosa alternanza di preghiera e lavoro. Madre Maria Grazia Girolimetto succede a 
Madre Anna Maria Cànopi. Che il Signore la benedica e la protegga.



“I monaci non si ritirano dal mondo perché lo disprezzano, ma se ne distanziano per poterlo vedere e amare dalla parte di Dio. La vita monastica contemplativa non è assenza di attività e estraneità alla vita sociale, bensì un modo di offrire a Dio il culto in spirito e verità e di stare accanto a tutti gli uomini come ‘sostegno’ di carità e ‘segno’ del giusto orientamento della strada che conduce tutti insieme alla salvezza.

- madre Anna Maria Cànopi - 
Convegno ecclesiale nazionale di Verona



Sempre più numerose sono oggi le persone che, stordite dal rumore e dal frastuono del mondo in cui sono immerse, sentono urgere dentro di sé la necessità del silenzio; non di rado, quindi, sono disposte a rinunziare ai consueti momenti distensivi offerti dalla società consumistica, per trascorrere qualche giorno in luoghi appartati e silenziosi quali sono i monasteri. Spesso questa esigenza di silenzio è come una ferita attraverso la quale molti iniziano un cammino di riscoperta della fede, un cammino di vera e profonda conversione.
Il silenzio è una dimensione indispensabile alla vita spirituale.
Non si tratta di un bene riservato a pochi privilegiati, ma di un bene indispensabile a tutti; è, si può dire, il pane per la vita dell’anima.
Molte espressioni della Sacra Scrittura ci fanno anche intuire che il silenzio è il cielo dell’anima. 
«Tibi silentium laus» (Sal 65,1): «Per te il silenzio è lode, o Dio», canta il Salmista.
Se il silenzio così inteso è, come la preghiera contemplativa, dono di Dio, per accoglierlo occorre però una “iniziazione”, una preparazione che coincide con un graduale procedere nella purificazione del cuore, nella spogliazione del superfluo che ingombra il nostro “io”.
Soltanto quando ci si è liberati dalla brama di autoaffermarsi e di porre se stessi al centro dell’interesse, è possibile mettersi in silenzio.
Al vero silenzio si perviene, infatti, unicamente attraverso la via dell’umiltà e della dimenticanza di sé.
Spesso si identifica il “silenzio” con il “divieto” di parlare e viene perciò subito come imposizione penosa e mortificante. Ma non è così. Si può fare un’autentica esperienza di che cos’è il silenzio lasciandosi “afferrare” dal silenzio stesso che non è un vuoto, ma uno spazio dato alla misteriosa presenza di Dio.
L’esperienza del silenzio non mette davanti a qualcosa di straordinario e di gratificante, ma fa scoprire la dimensione spirituale, interiore della vita, la bellezza della semplicità, l’importanza dell’ascolto, il valore della “gratuità”. Questo itinerario spirituale anche per chi vive in monastero è tutt’altro che facile! Ci si trova sempre agli inizi, sempre alla scuola elementare dell’unico Maestro che può insegnare il vero silenzio offrendo se stesso come esempio: Gesù Cristo. Egli,  che era solito trascorrere le notti in orante silenzio, a cuore a cuore con il Padre, nell’ora del processo, nell’ora della sua estrema missione, davanti alle calunnie e all’ingiusta condanna seppe tacere – Jesus autem tacebat (cf. Gv 19,9-10) – perdonare, offrirsi con amore. Accanto a Lui vediamo Maria, sua Madre, Colei che può essere chiamata “Vergine del silenzio e dell’ascolto”, l’umile serva e silente portatrice del Verbo della Vita. In lei regna il silenzio perché parla soltanto la Parola.

- madre Anna Maria Cànopi - 
Da “Il Ticino”, settimanale della Diocesi di Pavia del 12 settembre 2009


Gli innumerevoli conflitti che insanguinano il mondo intero e causano continue migrazioni di popoli, l’uso incontrollato delle nuove tecnologie di comunicazione, ora anche la grave crisi economica mondiale sono altrettanti fattori destabilizzanti, disorientanti. Viviamo in un momento di profondo travaglio sociale; occorre vegliare affinché l’attuale situazione di confusione non degeneri fino all’autodistruzione, ma i vari fattori presenti siano fermenti di una nuova nascita…
…Se questo vale per ogni uomo «di buona volontà», il mostrare Dio in un mondo smarrito e confuso, è certamente la missione specifica del monachesimo contemporaneo. Con il loro servizio ospitale, infatti, le comunità monastiche vogliono proprio essere un aiuto a tutti i fratelli che sentono il bisogno di raccoglimento e di silenzio per “ritrovare se stessi” e poter così anche essere al servizio degli altri secondo la propria specifica missione, senza rinnegare la propria identità, senza confondere le culture e i valori, ma valorizzando ogni germe di bene e di verità.

- madre Anna Maria Cànopi - 
Da “Il Ticino”, settimanale della Diocesi di Pavia del 12 settembre 2009  


Mentre scende la sera
e un velo di mestizia avvolge i cuori,
Gesù, misterioso Pellegrino,
accompàgnati a tutti i viandanti che,
sulle strade del mondo,
vanno senza meta e senza Parola
dissipa le tristezze,
sciogli i dubbi angosciosi
che ci opprimono la mente;
entra nelle case, e resta a cena con noi…
Possano i nostri occhi riconoscerti
nel gesto dello spezzare il pane,
e il nostro cuore gioisca
al fulgore della tua luce di Risorto.
Amen.

- Madre Anna Maria Cànopi - 
da “L’Adorazione Eucaristica,schemi per la preghiera personale comunitaria”  
di Anna Maria Cànopi, Ed. Paoline 2003


Incessante il pellegrinaggio di fedeli all’Isola di San Giulio per rendere omaggio a madre Anna Maria Cànopi, la abbadessa emerita e fondatrice del monastero benedettino di clausura, morta giovedì 21 marzo 2019. La camera ardente in basilica è aperta dalle 9 a alle 12 e dalle 14 alle 17. Una marea di persone che vuole partecipare al cordoglio della comunità monastica e si raccoglie in preghiera accanto alla bara davanti all’altare. 
Il funerale oggi, lunedì 25 marzo alle 11 sull’isola, presieduto dal vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla.


Chiediamo la protezione di madre Anna Maria Cànopi per tutti gli ammalati, per tutte le persone sofferenti nel corpo e nell'anima. Amen. 




domenica 24 marzo 2019

Camminare insieme con il malato grave diventa segno della presenza di Dio - Luigi Guglielmoni - Fausto Negri


La tradizione ortodossa riconduce ad alcune fasi il processo verso la morte. 
Le persone di fronte al morente sono chiamate sempre più ad “accompagnarle." 
Verso un nuovo ministero? 
Per gli osservatori del nostro tempo la secolarizzazione, dopo aver tolto la speranza in una vita oltre la morte, sta affondando sia la tensione verso gli esseri che verranno dopo di noi sia il rispetto della vita e della morte. 
Per lo psichiatra Vittorino Andreoli la morte è ridotta ormai a malattia di cui individuare una causa patologica, con la perdita della sua dimensione di evento misterioso e ineluttabile, traguardo che sancisce un limite invalicabile all’uomo e alla sua volontà di onnipotenza. 
Si muore spesso «senza dignità, lontano da luoghi all’altezza della sacralità del trapasso. La morte come patologia ha eliminato il campo della meditatio mortis, del limite della vita».
In un interessante volume, "L’ultimo istante: morire nella tenerezza", C. Jomain si domanda in modo provocatorio: “Che fare dei morenti?”. 
A suo avviso, le possibili soluzioni sono tre: la prima è “sopprimere la morte” dalla nostra visuale. Se questo si rivela impossibile, la seconda ipotesi è quella di “sopprimere i morenti”: è la scelta dell’eutanasia. Ma vi è anche una terza strada: quella di “accompagnare” i morenti in modo che possano vivere la morte come un momento di crescita umana e spirituale.
L’accompagnatore alla morte: un nuovo “ministero”? 
Nell’attuale società tecnologicamente così avanzata, si muore sempre più soli. La solitudine inevitabile degli ultimi istanti viene aggravata spesso dalle insufficienze organizzative degli ospedali. Per questo trasformare l’ospedale in un ambiente il più umano possibile è un compito urgente. Serve il decentramento in strutture più snelle, quali, ad esempio, gli hospices che accolgono i malati terminali, per i quali viene garantita un’assistenza continua.
Investire nell’accompagnamento dei malati senza speranza di guarigione significa, infatti, mettersi dalla parte del morente, non lasciandolo solo nel percorso che lo conduce alla morte. Se, attuato in maniera appropriata, il camminare insieme con il malato grave diventa segno della presenza di Dio che, come buon pastore, precede, guida, conduce ad acque tranquille e assicura la sua presenza anche quando il sentiero scende in una valle oscura. 
Se, a livello tecnico, è senz’altro indispensabile preparare adeguatamente il personale medico e paramedico, così che possa esprimere meglio le proprie competenze invece di esserne frustrato, a livello relazionale l’accompagnamento del morente è davvero un compito difficile. A chi lo compie è chiesto non solo un sapere. Infatti, la paura che afferra il malato nelle profondità del suo attaccamento alla vita contagia facilmente quanti l’assistono. Spesso, quindi, è difficile instaurare un dialogo ma, rifiutandolo, il malato viene come abbandonato a sé. E, d’altra parte, se la morte è occultata e il singolo se ne rende ben conto, fingerà di non sapere per non essere abbandonato. 
Ci sono autori che parlano di maschere e di rituali adottati dagli operatori e dai familiari che intendono tenere a distanza il malato, a scopo protettivo. Ad esempio, il medico e gli infermieri si rifugiano nella tecnica, il prete nel rito, il familiare nelle chiacchiere che di fatto rimuovono il problema… 
Il malato si trova così ancora più solo, non spera più nei medici, ma non dimentica la malattia, ha paura dell’ignoto e di perdere la propria dignità.
La dottoressa Kübler-Ross ha dato un grande contributo a tutti coloro che si occupano dell’assistenza ai malati terminali, insegnando quanto sia grande il loro bisogno di parlare della propria condizione con qualcuno disposto ad ascoltarli. 
Vogliamo riprendere le cinque fasi del morire che la studiosa indica. Tale percorso metodologico consente di individuare i sentimenti che un malato terminale può esprimere durante la fase che sta vivendo.

Le fasi del morire
La prima fase di chi sa di dover morire è il rifiuto, l’incredulità di fronte alla diagnosi.
Segue la rivolta, cioè la proiezione di sentimenti di collera nei confronti di altri, siano essi parenti, medici o Dio stesso. 
Si giunge poi al patteggiamento, cioè ad una sorta di compromesso durante il quale il malato si impegna a dare qualcosa in cambio di un prolungamento di vita; ad esempio, ci si dedica a nobili cause in cambio di un po’ di tempo in più da vivere, oppure per lo stesso motivo si offre il proprio corpo alla scienza medica per terapie, farmaci nuovi…
La quarta tappa è quella della depressione: il malato è costretto ad accettare la prospettiva della morte, ma non è capace di risolvere i suoi problemi esistenziali.
Esiste una depressione reattiva, come reazione alla morte prossima e al cambiamento del fisico; e una depressione preparatoria, nella quale il malato terminale si prepara a vivere la morte.
Si arriva così all’accettazione; il malato abbandona la lotta, si affida ed è pronto per il distacco.
In questa prospettiva è più facile chiedersi se il malato sia in grado di accettare la morte piuttosto che domandarsi se noi siamo in grado di avere una relazione con qualcuno che sa di dover morire.
È ormai accertato che il malato terminale sente profondamente l’esigenza di non morire da solo e di essere invece seguito da qualcuno che sappia capire i suoi gesti, i suoi silenzi; in altre parole, qualcuno disponibile nei suoi confronti che, con poche parole e pochi atti, riesca a dargli la sensazione di non morire abbandonato.
Jean-Yves Leloup, prete ortodosso, propone un percorso molto interessante di riconciliazione con quell’istante cruciale che è l’addio alla vita. Collaborando con la psicanalista Marie de Hennezel e attingendo alle antiche filosofie e alle grandi religioni d’Occidente e d’Oriente, egli suggerisce di reinventare dei rituali per il lutto, come pure dei riti per entrare da vivi nella propria morte. Leloup si rifà in particolare alla tradizione ortodossa, in cui la morte viene chiamata “dormizione”.
Il termine requiem indica esattamente l’accompagnare qualcuno nei suoi ultimi istanti per entrare nel suo “riposo”, addormentandosi nel “senso”: cioè in un atteggiamento che gli permetta di lasciare la “tenda” del suo corpo mortale senza rimorsi, senza rimpianti - e, possibilmente, senza sofferenza -, per fare “un passo in più”.

- Luigi Guglielmoni e Fausto Negri -

da: Settimana, 42/2010, 11   



Le fasi dell’accompagnare alla morte. 
Si ripercorrono qui di seguito le sette tappe proposte, esplicitandone brevemente le caratteristiche principali:
1. La prima tappa è la compassione. Chi accompagna deve, prima di tutto, prepararsi interiormente, per avere un’apertura del cuore che lo renderà capace di ascoltare le angosce dell’altro. La sua dev’essere una sorta di connivenza con l’ignoto, acquisendo quell’interiorità che lo renda più colmo d’amore.
2. Poiché questa “qualità” si trova al di là delle proprie competenze, il secondo passo è quello dell’invocazione di un Nome, cioè di quella presenza che è familiare nella propria tradizione religiosa, quale che sia. Questa invocazione ha grande importanza perché si diventa ciò che si ama, come si diventa ciò che si invoca. Si può così compiere una “trasfusione di serenità e di pace”.
3. Dopo la compassione e l’invocazione, viene il gesto importantissimo dell’unzione. La persona viene toccata con olio consacrato, simbolo della luce e della tenerezza. Anticamente con l’olio profumato si consacravano re, sacerdoti e profeti. Questa unzione, che deve essere accompagnata da una parola, passa dalla fronte, dal collo, dal cuore, dal ventre, dalle ginocchia, dai piedi… Essa intende “riaprire” quei luoghi forse chiusi o bloccati dalla paura e dall’ansia. Lo scopo è quello di invocare la presenza del “soffio di Dio” su tutte le parti che costituiscono i centri vitali, così che il corpo sia realmente considerato non un oggetto ma un tempio dello Spirito.
4. L’ulteriore tappa è quella dell’ascolto. Ora il morente può parlare - evidente quando non è in coma -, rivelando l’intimo di sé, nel bene e nel male. È importante, a questo punto, l’atteggiamento di chi ascolta: è indispensabile che l’accompagnatore non si ponga in un atteggiamento di giudizio.
5. È opportuno che l’ascolto sia seguito da un silenzio interiormente condiviso, così come è altrettanto importante che sia data una “risposta” vera, perché in molti casi il silenzio non basta. Chi accompagna può cercare di trasmettere qualche frase di consolazione, di conferma affettiva, di perdono, di benedizione (da benedicere, dire bene, dire una parola buona… come la seguente affermazione biblica: «Se il tuo cuore ti condanna, Dio è più grande del tuo cuore.»)
6. La parola di benedizione e di perdono autorizza a partire: «Va’ in pace». Per compiere quest’ultima parte del cammino, occorre un nutrimento per la traversata. È la tappa della comunione o eucaristia. Questo sacramento utilizza le materie nutritive della vita quotidiana allo scopo di simboleggiare l’azione e la contemplazione di Cristo e della sua vita, alla quale è dato di partecipare. Si tratta di gesti semplici e di umili cose (come il pane e il vino), perché quanto c’è di più sacro è spesso quanto esiste di più semplice.
7. Si arriva così all’ultima tappa del rituale, quella della contemplazione. Colui che sta per morire e l’accompagnatore si trovano ora di fronte al mistero. Davanti a ciò che sta per accadere, i due sono muti. Scrive padre Leloup: «La porta che dà sul giardino è aperta, ma resta ancora da dire: “Va’… Va’… Io rimango ma vedo il chiarore attraverso la finestra… Siamo tutti e due immersi nella stessa luce». In questa fase finale, può essere opportuno un canto o una musica: meglio se sacra, perché questa si sintonizza più facilmente sulla frequenza più interiore.
4 Questo percorso fa parte specificatamente della tradizione ortodossa: le tappe sono altrettanti doni dello Spirito Santo. 
Rileggendole, si vede quanto il rito cattolico non sia di per sé lontano da queste indicazioni, ma emerge altresì quanto sia distante la nostra prassi da queste semplici proposte. Si comprende, d’altra parte, come il tempo del morire possa diventare il momento più alto della vita. 
È anche evidente come l’accompagnamento di un familiare, di un diacono o di un prete, possa diventare un vero e proprio ministero all’interno della comunità cristiana. 
L’auspicio è che in futuro nessuno sia privato dell’occasione di vivere intensamente il passaggio verso la luce.

- Luigi Guglielmoni e Fausto Negri -
da: Settimana, 42/2010, 11   



“Nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. 
La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. 
Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio”.

- Papa Benedetto XVI -
Udienza generale, 2 novembre 2011


Buona giornata a tutti. :-)