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giovedì 7 novembre 2019

I segreti del cuore – Kahlil Gibran

Prima guerra mondiale

Scomparsa è la mia gente, ma io ancora esisto, e la piango nella mia solitudine...
Morti sono i miei amici, e nella loro morte la mia vita non è altro che una grande sciagura.
I colli del mio paese sono sommersi di lacrime e di sangue, perché la mia gente e i miei cari sono scomparsi, ed io sono qui, ancora vivo come quando la mia gente ed i miei cari godevano della vita e della sua generosità, e le colline del mio Paese erano sommerse e benedette dalla luce del Sole.
La mia gente è morta d'inedia, e chi non venne ucciso dalla fame fu massacrato dalla spada; ed io sono qui, in questa terra lontana, a vagare tra gente gioiosa che dorme su soffici letti e sorride ai giorni mentre i giorni gli arridono.
La mia gente ha patito una morte di dolore e di vergogna, e io sono qui a vivere nell'abbondanza e nella pace... 


E' questa una grande tragedia che ha sempre luogo sul palcoscenico del mio cuore; a pochi preme assistere a questo dramma, perché la mia gente è simile agli uccelli dalle ali spezzate, lasciati indietro dallo stormo.
Se fossi affamato e vivessi tra la mia gente affamata, e se fossi perseguitato tra i miei oppressi compatrioti, più lieve sarebbe il peso dei giorni bui sui miei sogni agitati, e l'oscurità della notte sarebbe più fonda dinanzi ai miei occhi incavati, al mio cuore piangente e alla mia anima ferita. 
Perché colui che condivide con la sua gente il dolore e il tormento riceverà il supremo conforto che solo può dare il sacrificio della sofferenza. E si sentirà in pace con se stesso, quando morirà innocente coi suoi compagni innocenti.
Ma io non vivo con la mia gente affamata e perseguitata, che incede nella processione della morte verso il martirio... Sono qui, al di là del vasto mare, a vivere all'ombra della serenità e alla luce gioiosa della pace... Sono lungi dal penoso agone e dai sofferenti, e di nulla posso andar fiero, neppure delle mie lacrime. 
Cosa può fare un figlio in esilio per la sua affamata gente, e quale valore per loro può avere il lamento di un poeta assente?
S'io fossi una spiga di grano nella terra del mio paese, il fanciullo affamato mi raccoglierebbe e allontanerebbe dalla sua anima, grazie ai miei chicchi, la mano della Morte. 
S'io fossi un frutto maturo nei giardini del mio paese, la donna affamata mi coglierebbe per sostentarsi. 
S'io fossi un uccello che vola nel cielo del mio paese, il mio fratello affamato mi darebbe la caccia, così da allontanare dal suo corpo, grazie alle mie carni, l'ombra del sepolcro. 
Ma ahimè, non sono una spiga di grano cresciuta nelle pianure della Siria, né un frutto maturo nelle valli del Libano; è questa la mia sciagura, questa la mia tacita sventura, che porta umiliazione dinanzi all'anima mia e ai fantasmi della notte... 
E questa la dolorosa tragedia che mi serra la lingua, mi lega le braccia e mi paralizza, privandomi della forza, della volontà e dell'azione. E questa la maledizione che arde sulla mia fronte, dinanzi a Dio e agli uomini.
E sovente mi dicono: "La rovina del tuo paese è nulla di fronte alle sventure del mondo, e le lacrime e il sangue versati dalla tua gente sono niente in confronto ai fiumi di sangue e di lacrime che si versano giorno e notte nelle valli e nelle pianure della terra...".
Sì, ma la morte della mia gente è una tacita accusa; è un delitto concepito dalle menti di invisibili serpenti... 
E una tragedia senza musiche e senza scena... 
E se la mia gente fosse morta ribellandosi a despoti ed oppressori, avrei detto: "Morire per la libertà è più nobile che vivere nell'ombra del debole asservimento, perché colui che riceve la morte impugnando la spada della Verità s'immortalerà a fianco della Verità Eterna, perché la Vita è più debole della Morte e la Morte è più debole della Verità".
Se la mia nazione avesse partecipato alla guerra di tutte le nazioni e fosse perita sul campo di battaglia, avrei detto che la furia della tempesta aveva spezzato con la sua potenza i rami verdi; e la morte violenta sotto la volta della tempesta è più nobile della lenta agonia tra le braccia della vecchiaia. Ma nessuno è scampato al serrarsi delle fauci... La mia gente è caduta e ha lacrimato cogli angeli piangenti.
Se un terremoto avesse distrutto il mio paese e la terra avesse inghiottito dentro di sé la mia gente, avrei detto: "Una grande e misteriosa legge è stata indotta dalla volontà di una divina forza, e sarebbe pura follia se noi fragili mortali tentassimo di esplorarne i profondi segreti...". 


Ma la mia gente non è morta da ribelle; non è stata uccisa sul campo di battaglia; né il terremoto ha distrutto il mio paese e l'ha soggiogato.
La morte è stata la sua unica salvezza, e l'inedia l'unica sua preda.
La mia gente è morta sulla croce... 


E' morta con le mani protese verso Oriente ed Occidente, con gli occhi fissi all'oscurità del firmamento... 
E' morta in silenzio, perché l'umanità non aveva prestato orecchio alle sue grida. 
E' morta perché non ha trattato da amici i suoi nemici. 
E' morta perché amava il suo prossimo. 
E' morta perché aveva fiducia in tutta l'umanità. 
E' morta perché non ha oppresso gli oppressori. 

E' morta perché era il fiore calpestato, non il piede che calpesta.
E' perita perché era portatrice di pace. 

E' morta di fame in una terra ricca di latte e di miele. 
E' morta perché si sono levati i mostri dell'inferno, hanno distrutto tutto ciò che i suoi campi producevano e hanno divorato le ultime provviste nelle sue dispense...
E' morta perché le vipere ed i loro figli hanno sputato veleno nel luogo in cui i Sacri Cedri, le rose e il gelsomino esalano il loro profumo.
La mia gente e la tua gente, fratello siriano, sono morte... 

Cosa si può fare per coloro che stanno morendo? I nostri lamenti non appagheranno la loro fame, e le nostre lacrime non estingueranno la loro sete; cosa possiamo fare per trarli in salvo dagli artigli d'acciaio della fame? 
Fratello mio, la bontà che ti spinge a dare una parte della tua vita a qualsiasi uomo si trovi in pericolo di perdere la propria è l'unica virtù che ti renda degno della luce del giorno e della pace della notte... 
Ricorda, fratello mio, che la moneta che fai scivolare nella mano avvizzita, protesa verso di te, è l'unica catena d'oro che unisce il tuo ricco cuore al cuore amorevole di Dio.

- Kahlil Gibran -
Fonte: Morta è la mia gente (Scritta in esilio durante la carestia in Siria)
Edizione: I Mammut, Grandi Tascabili Economici Newton


L’uomo veramente grande è colui che non vuole esercitare il dominio su nessun altro uomo e che non vuole da nessuno altro essere dominato.

- Kahlil Gibran -




La poesia è il salvagente cui mi aggrappo quando tutto sembra svanire.
Quando il mio cuore gronda per lo strazio delle parole che feriscono,
dei silenzi che trascinano verso il precipizio.
Quando sono diventato così impenetrabile che neanche l'aria riesce a passare.

- Kahlil Gibran





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giovedì 31 ottobre 2019

Pensieri sulla morte - don Luigi Trapelli

Ogni volta che penso alla morte, l'unica immagine che mi sovviene nitida è quella di un azzurro intenso e una grande pace interiore. Sono felice di essere cristiano, perchè so che dopo ci sarà qualcosa, una vita che dura sempre. E Gesù mi ha anticipato in questo percorso insieme con Sua Madre.
La morte non è la fine, ma il fine di una esistenza. Uno muore come ha vissuto.
A volte penso alla stranezza della vita.
Facciamo tante cose, siamo molto avidi nel possedere, e poi tutto può svanire da un momento all'altro.
L'unica possibilità per compiere un'azione simile alla morte è l'amore.
Per questo il Cantico dei cantici proclama: "Forte come la morte è l'Amore".
Solo l'Amore vero, gratuito, ospitale, può battersi con la morte. Perchè l'Amore è l'unica cosa che rimane sempre.
Perchè se io amo veramente una persona, questo amore rimane immortale. E se anche perdo fisicamente la persona, questa rimane dentro il mio cuore.
Per questo non ho paura della morte. La temo, questo sì, come è normale che sia, ma non ho paura.
Perchè so che mentre vivo sto già morendo, quando perdo amicizie, relazioni, vitalità fisica.
Eppure sono certo che proprio mentre vivo, costruisco la vita eterna.
Perchè l'eternità comincia fin da ora.
San Giovanni infatti dice: " Chi crede in me, ha la vita eterna". Non dice avrà, ma ha fin da ora.
Quando penso al mio passato, mi guardo l'oggi e rifletto sul futuro, mi sento sereno.
Dio mi ha guidato e mi guiderà sempre.
Quando una persona capisce questo passaggio, comprende l'essenza della vita.
Noi facciamo poco in questa vita, è Dio che in fondo fa tutto.
Noi siamo su questa terra solo per amare. E per essere amati. In primo luogo da Dio.
In questi giorni, ricordiamo i nostri cari defunti, ma teniamo vivo il loro ricordo in noi. Siamo chiamati a commemorare, a fare memoria. Queste persone tornano a parlare a noi nella comunione dei santi. Cielo e terra si uniscono per rendere lode a Gesù. L'eterno riposo dona a loro o Signore e a noi dona una gioia pura. La gioia di appartenere a Gesù.

Per questo San paolo dice: " Per me vivere è Cristo e morire un guadagno".

- don Luigi Trapelli - 



Tremo di fronte a queste parole, in questo giorno in cui mi accorgo che sono sempre di più coloro che ho amato e perduto, per i quali il cuore grida che non è possibile che l'amore finisca.
Ma l'oscurità resta.
E il dolore non passa col tempo.
Così mi affido alla fede di un altro. E alla sua speranza.
Perché possa diventare la mia.

- Franca Negri -


Alla morte

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell'ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell'orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.

Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all'amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!

Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s'involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L'immane passo non sia
precipitoso.

Al pensiero della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l'estrema delle mie abitudini.

- Vincenzo Cardarelli - 

Italia Letteraria, 1931 - Giorni in piena, 1934


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sabato 5 ottobre 2019

Perchè il morire ci deve fare così paura? - Tiziano Terzani

“C’è un concetto che l’India ti dà: che è nata, è morta, è nata e morta tanta gente; e che quest' esperienza del nascere, vivere e morire è quella più comune agli uomini.
Perché il morire ci deve far così paura? 
È la cosa che hanno fatto tutti! 
Miliardi e miliardi e miliardi di uomini, gli assiro­babilonesi, gli ottentotti, tutti ci sono passati. E quando tocca a noi, ah! siamo persi.
Ma come?! L’hanno fatto tutti.
Se ci pensi bene, questa è una bella riflessione che molti han­no fatto ovviamente: la terra sulla quale viviamo in verità è un grande cimitero!
Un grande, immenso cimitero pieno di tutto quello che è stato. 
Se scavassimo, troveremmo dovunque ossa ormai ridotte in polvere, resti di vita. 
Ti immagini i miliardi di miliardi di miliardi di esseri che sono morti su questa terra? So­no tutti lì!  
Noi camminiamo continuamente su un enorme ci­mitero  strano, perché i cimiteri come noi li concepiamo so­no luoghi di dolore, di sofferenza, di pianto, circondati da ci­pressi neri. Mentre in verità il grande cimitero della terra è bellissimo, perché è la natura. 
Ci crescono sopra i fiori, ci corrono sopra le formiche, gli elefanti.
Ride.
Se la vedi così e torni a far parte di tutto questo, forse quel che resta di te è quella vita indivisibile, quella forza, quella in­telligenza a cui puoi mettere una barba e chiamarla Dio, ma che è qualcosa che la nostra mente non riesce a capire e che for­se è la grande mente che tiene tutto assieme.”

- Tiziano Terzani -
Fonte: “La fine è il mio inizio”  di  Tiziano  Terzani-Longanesi





Oggigiorno tutti vogliono essere sani, snelli e belli. 
Il fatto che la salute non si faccia ancora sentire in senso negativo non vuol dire niente.
L'organismo cresce e si sviluppa fino a vent'anni poi comincia il processo inverso. 
Esiste una legge poco piacevole che dice: se non c'è sviluppo, comincia il degrado. 

Se prima la salute ci veniva semplicemente data, dopo i 40 e per qualcuno anche prima, per averla bisogna lottare con consapevolezza.



E' importante per l'uomo aver attorno a sè un po' di natura, osservarla, impararne la logica e goderne..

Come può un bambino crescere mentalmente sano nel mezzo di una città, senza sentire, accanto al ritmo della propria vita, quello della vita degli animali e delle piante?
Mai come nel nostro tempo l'uomo si è così allontanato dalla natura, e questo è forse stato il più grande dei nostri errori !!

- Tiziano Terzani -




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venerdì 30 agosto 2019

Ragazza che precipita - Dino Buzzati


 A diciannove anni, Marta si affacciò dalla sommità del grattacielo e, vedendo di sotto la città risplendere nella sera, fu presa dalle vertigini.
Il grattacielo era d’argento, supremo e felice in quella sera bellissima e pura, mentre il vento stirava sottili filamenti di nubi, qua e là, sullo sfondo di un azzurro assolutamente incredibile. Era infatti l’ora che le città vengono prese dall’ispirazione e chi non è cieco ne resta travolto.
Dall’ aereo culmine la ragazza vedeva le strade e le masse dei palazzi contorcersi nel lungo spasimo del tramonto e là dove il bianco delle case finiva, cominciava il blu del mare che visto dall’ alto sembrava in salita. E siccome dall’ oriente avanzavano i velari della notte, la città divenne un dolce abisso brulicante di luci; che palpitava.
C’erano dentro gli uomini potenti e le donne ancora di più, le pellicce e i violini, le macchine smaltate d’onice, le insegne fosforescenti dei tabarins, gli androni delle spente regge, le fontane, i diamanti, gli antichi giardini taciturni, le feste, i desideri, gli amori e, sopra tutto, quello struggente incantesimo della sera per cui si fantastica di grandezza e di gloria.
Queste cose vedendo, Marta si sporse perdutamente oltre la balaustra e si lasciò andare. Le parve di librarsi nell’aria, ma precipitava. Data la straordinaria altezza del grattacielo, le strade e le piazze laggiù in fondo erano estremamente lontane, chissà quanto tempo per arrivarci. Ma la ragazza precipitava. Le terrazze e i balconi degli ultimi piani erano popolati in quell’ora da gente elegante e ricca che prendeva cocktails e faceva sciocche conversazioni.
Ne venivano fiotti sparsi e confusi di musiche. Marta vi passò dinanzi e parecchi si affacciarono a guardarla.
Voli di quel genere – nella maggioranza appunto ragazze – non erano rari nel grattacielo e costituivano per gli inquilini un diversivo interessante; anche perciò il prezzo di quegli appartamenti era altissimo.
Il sole, non ancora del tutto disceso, fece del suo meglio per illuminare il vestitino di Marta. Era un modesto abito primaverile comprato-fatto per pochi soldi. Ma la luce lirica del tramonto lo esaltava alquanto, rendendolo chic.
Dai balconi dei miliardari, mani galanti si tendevano verso di lei, offrendo fiori e bicchieri. «Signorina, un piccolo drink?… Gentile farfalla, perché non si ferma un minuto tra noi?»
Lei rideva, svolazzando, felice (ma intanto precipitava): «No, grazie, amici. Non posso. Ho fretta d’arrivare.»
«Di arrivare dove?» le chiedevano.
«Ah, non fatemi parlare» rispondeva Marta e agitava le mani in atto di confidenziale saluto.
Un giovanotto, alto, bruno, assai distinto, allungò le braccia per ghermirla. Le piaceva. Eppure Marta si schermì velocemente: «Come si permette, signore?» e fece in tempo a dargli con un dito un colpetto sul naso.
La gente di lusso si occupava dunque di lei e ciò la riempiva di soddisfazione. Si sentiva affascinante, di moda. Sulle fiorite terrazze, tra l’andirivieni di camerieri in bianco e le folate di canzoni esotiche si parlò per qualche minuto, o forse meno, di quella giovane che stava passando (dall’alto in basso, con rotta verticale).
Alcuni la giudicavano bella, altri così così, tutti la trovarono interessante.
«Lei ha tutta la vita davanti» le dicevano «perché si affretta così? Ne ha di tempo disponibile per correre e affannarsi. Si fermi un momento con noi, non è che una modesta festicciola tra amici, intendiamoci, eppure si troverà bene.»
Lei faceva atto di rispondere ma già l’accelerazione di gravità l’aveva portata al piano di sotto, a due, tre, quattro piani di sotto; come si precipita infatti allegramente quando si hanno appena diciannove anni. Certo la distanza che la separava dal fondo, cioè dal livello delle strade, era immensa; meno di poco fa, certamente, tuttavia sempre considerevole.
Nel frattempo però il sole si era tuffato nel mare, lo si era visto scomparire trasformato in un tremolante fungo rossastro. Non c’erano quindi più i suoi raggi vivificanti a illuminare l’abito della ragazza e a farne una seducente cometa. Meno male che i finestrini e le terrazze del grattacielo erano quasi tutti illuminati e gli intensi riverberi la investivano in pieno via via che passava dinanzi.
Ora nell’interno degli appartamenti Marta non vedeva più soltanto compagnie di gente spensierata, di quando in quando c’erano pure degli uffici dove le impiegate, in grembiali neri o azzurri, sedevano ai tavolini in lunghe file. Parecchie erano giovani come e più di lei e, ormai stanche della giornata, alzavano ogni tanto gli occhi dalle pratiche e dalle macchine per scrivere. Anch’esse così la videro, e alcune corsero alle finestre: «Dove vai? Perché tanta fretta? Chi sei?» le gridavano, nelle voci si indovinava qualcosa di simile all’invidia.
«Mi aspettano laggiù» rispondeva lei. «Non posso fermarmi. Perdonatemi.»
 E ancora rideva, fluttuando sul precipizio, ma non erano più le risate di prima. La notte era subdolamente discesa e Marta cominciava a sentir freddo. In quel mentre, guardando in basso, vide all’ingresso di un palazzo un vivo alone di luci. Qui lunghe automobili nere si fermavano (per la distanza grandi come formiche), e ne scendevano uomini e donne, ansiosi di entrare. Le parve di distinguere, in quel formicolio, lo scintillare dei gioielli. Sopra l’entrata sventolavano bandiere.
Davano una grande festa, evidentemente, proprio quella che lei, Marta, sognava da quando era bambina. Guai se fosse mancata. Laggiù l’aspettava l’occasione, la fatalità, il romanzo, la vera inaugurazione della vita.
Sarebbe arrivata in tempo? Con dispetto si accorse che una trentina di metri più in là un’altra ragazza stava precipitando. Era decisamente più bella di lei e indossava un vestito da mezza sera, abbastanza di classe.
Chissà come, veniva giù a velocità molto superiore alla sua, tanto che in pochi istanti la sopravanzò e sparì in basso, sebbene Marta la chiamasse. Senza dubbio sarebbe giunta alla festa prima di lei, poteva darsi che fosse tutto un piano calcolato per soppiantarla.
Poi si rese conto che a precipitare non erano loro due sole. Lungo i fianchi del grattacielo varie altre donne giovanissime stavano piombando in basso, i volti tesi nell’eccitazione del volo, le mani festosamente agitate come per dire: eccoci, siamo qui, è la nostra ora, fateci festa, il mondo non è forse nostro?
Era una gara, dunque. E lei aveva soltanto un misero abitino, mentre quelle altre sfoggiavano modelli di gran taglio e qualcuna perfino si stringeva, sulle spalle nude, ampie stole di visone. Così sicura di sé quando aveva spiccato il volo, adesso Marta sentiva un tremito crescerle dentro, forse era semplicemente il freddo ma forse era anche paura, la paura di aver fatto uno sbaglio senza rimedio. Sembrava notte profonda ormai. Le finestre si spegnevano una dopo l’altra, gli echi di musica divennero più rari, gli uffici erano vuoti, nessun giovanotto si sporgeva più dai davanzali tendendo le mani.
Che ora era? All’ingresso del palazzo laggiù – che nel frattempo si era fatto più grande, e se ne potevano distinguere ormai tutti i particolari architettonici – permaneva intatta la luminaria, ma l’andirivieni delle automobili era cessato. Di quando in quando, anzi, piccoli gruppetti uscivano dal portone allontanandosi con passo stanco. Poi anche le lampade dell’ingresso si spensero. Marta sentì stringersi il cuore. Ahimè, alla festa, non sarebbe più giunta in tempo. Gettando un’occhiata all’insù, vide il pinnacolo del grattacielo in tutta la sua potenza crudele. Era quasi tutto buio, rare e sparse finestre ancora accese agli ultimi piani. E sopra la cima si spandeva lentamente il primo barlume dell’ alba.
In un tinello del ventottesimo piano un uomo sui quarant’anni stava prendendo il caffè del mattino e intanto leggeva il giornale, mentre la moglie rigovernava la stanza. Un orologio sulla credenza segnava le nove meno un quarto. Un’ombra passò repentina dinanzi alla finestra.
«Alberto» gridò la moglie «hai visto? E’ passata una donna.»
«Com’era?» fece lui senza alzare gli occhi dal giornale. «Una vecchia » rispose la moglie. «Una vecchia decrepita. Sembrava spaventata.»
«Sempre così» l’uomo brontolò. «A questi piani bassi non passano che vecchie cadenti. Belle ragazze si vedono dal cinquecentesimo piano in su. Mica per niente quegli appartamenti costano così cari.»
«C’è il vantaggio» osservò la moglie «che quaggiù almeno si può sentire il tonfo, quando toccano terra.»
«Stavolta, neanche quello» disse lui, scuotendo il capo, dopo essere rimasto alcuni istanti in ascolto. E bevve un altro sorso di caffè.

- Dino Buzzati -
pubblicato originariamente del 1966 nella raccolte "Il colombre" e successivamente nel 1968 ne "La Boutique del mistero" come 30° capitolo, Oscar Mondadori Editore



Buona giornata a tutti :-)







lunedì 29 luglio 2019

da: "L'ultima beatitudine, la morte come pienezza di vita" - Padre Alberto Maggi

Introduzione:
La morte di una persona cara è un dramma che segna per sempre l’esistenza degli individui, sia per quelli che pensano che la morte sia la fine di tutto, sia per quanti credono nella risurrezione o in altre forme di sopravvivenza. Ma la sofferenza per la perdita della persona amata è paradossalmente più dolorosa proprio per i credenti, a causa delle confuse o errate idee religiose che accompagnano la morte, e degli intenti consolatori di parenti, amici e conoscenti, specialmente se questi sono persone religiose.
Nell’istante del lutto sono molti gli interrogativi riguardo a tutto quel che circonda la morte (Perché proprio a lui o lei? Perché ora? Perché così giovane e così buono?). Ma, soprattutto, è inquietante l’interrogativo: dove è ora il defunto? Com’è? Che cos’è? Che cosa fa? È sufficiente la tradizionale risposta che i nostri cari, nella migliore delle ipotesi, sono in Cielo e contemplano beati il Signore per tutta l’eternità? Che godono della Requiem aeternam in una sorta di Casa di Riposo celeste?
Il momento del lutto non è tempo di parole ma di silenzio, di presenza che supplisca l’assenza, di forza che si faccia carico della debolezza.
Quale parola potrà infatti mai confortare la persona afflitta dalla perdita di un proprio caro? Ogni parola e ogni frase, anche se formulate con le migliori intenzioni, saranno inadeguate e inopportune, come denuncia Giobbe agli amici venuti a consolarlo: «Ne ho udite già molte di cose simili! Siete tutti consolatori molesti. Non avranno termine le parole campate in aria? O che cosa ti spinge a rispondere? Anch’io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: comporrei con eleganza parole contro di voi e scuoterei il mio capo su di voi. Vi potrei incoraggiare con la bocca e il movimento delle mie labbra potrebbe darvi sollievo» (Gb 16,2-5).
Nel tempo del lutto c’è solo da com-piangere, piangere con chi piange («Piangete con quelli che sono nel pianto», Rm 12,11), circondare le persone di caldo affetto e tanto amore. A chi è affranto per la morte che l’ha colpito nei suoi affetti più cari non servono parole, ma occorre fargli sperimentare la forza della vita. Poi, dopo qualche tempo, può venire il momento del dialogo, per cercare di dare un significato a quel che sembra insensato, come appunto è la morte, per tentare di capire che quel che appare come un annichilimento in realtà è un potenziamento della persona. Ma ci vuole tempo, pazienza, discrezione e tanta delicatezza. Un approccio maldestro, seppure animato da buoni propositi, può causare danni devastanti e spesso irreparabili.
Quel che occorre fare subito, al momento del lutto, è evitare accuratamente le persone pie, devote, bigotte, quelle che su tutto pontificano con frasi preconfezionate, sentenze, certezze che non attingono dalla loro esperienza ma dalla dottrina.
Sono quelle che alla persona distrutta dal dolore sentenziano: «Il Signore l’ha chiamato», «L’ha preso» e, se il morto era conosciuto per la sua bontà, affermano sicure, accompagnando la frase con un rassegnato sospiro: «Eh, sono sempre i migliori che se ne vanno!» oppure, con aria quasi soddisfatta: «I più buoni il Signore li vuole con sé», o in alternativa: «Era già maturo per il paradiso».
Nel caso il defunto sia molto giovane, questi becchini del dolore affermano impudentemente che «I fiori più belli il Signore li vuole con sé…».
Se poi è un bambino in tenera età, consolano i genitori dicendo che il loro bimbo «È un angioletto in paradiso…».
Queste espressioni consolatorie precedono il cristianesimo e sono note fin dall’antichità.
È di Menandro, famoso commediografo greco vissuto tre secoli prima di Cristo, la celebre frase «Muore giovane colui che gli dèi amano» (frammento 111 K.-Th), ripresa da Giacomo Leopardi, come epigrafe per il suo Amore e morte (XXVII): «Muore giovane colui ch’al cielo è caro».
Nel Libro della Sapienza, la morte del giovane viene giustificata così: «Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo […]. Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove. Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima […]. Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita» (Sap 4,7.10-11.13).
A chi non accetta e non si rassegna a questo lutto, e protesta, dicendo che l’angioletto se lo sarebbero tenuto ben volentieri nella loro famiglia, ecco tutto un fuoco di sbarramento a forza di «Accetta la croce che Dio ti ha mandato», «È la volontà del Signore», «È il Signore che pota», «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto», «La felicità non è di questo mondo», con tutto l’inesauribile repertorio dell’infinito stupidario religioso del quale si alimentano insaziabili i pii devoti, più beoti che beati.
Frasi che non solo non consolano, ma gettano nel più profondo sconforto quanti sono nel lutto e nel pianto, facendo nascere un sordo rancore verso questo Dio spietato che toglie, coglie, manda croci, pota vite e persone, e la cui volontà coincide sempre con la sofferenza degli uomini e mai, neanche una sola volta, con la loro felicità.

 - Padre Alberto Maggi -
frate dell’Ordine dei Servi di Maria 
Da: “L’ultima Beatitudine” La morte come pienezza di vita, Garzanti editore





Riappropriarsi della morte Per vivere serenamente la pur dolorosa esperienza della morte, è importante per prima cosa riappropriarsi del morire, il momento decisivo nella vita dell’individuo ma dal quale si è stati a poco a poco espropriati. Verso gli anni Trenta del secolo scorso, è iniziato il gran mutamento nel concetto del morire e della morte, che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Il progresso in campo medico e il rinnovo delle strutture ospedaliere, che da precari ricoveri assumevano via via sempre più l’aspetto di cliniche ben organizzate, hanno fatto sì che il morire non avvenga più in casa, tra i propri familiari. Il decesso avviene quasi sempre in ospedale, tra medici e infermieri, lasciando così il morente da solo nella tappa fondamentale e più delicata di tutta la sua esistenza. 
Proprio nel momento nel quale è importante più che mai essere accompagnati, ci si sente abbandonati. 
Nelle foto e nei dipinti dei secoli passati, la stanza del morente era sempre affollata di persone, dal prete ai familiari, parenti, amici, bambini compresi, che oggi vengono invece comunemente allontanati per non impressionarli con la vista del cadavere, salvo poi lasciarli da soli per ore davanti al televisore a impressionarsi di video truci dove ogni istante qualcuno muore nei modi più violenti. 
L’iconografia dell’Ars moriendi, l’arte del morire, del XV e XVI secolo, presenta infatti il momento del decesso come una vera e propria cerimonia pubblica. Il morente, che è del tutto conscio della sua fine imminente, attorniato da familiari e amici, dal prete che gli ha amministrato l’estrema unzione, vi partecipa, lasciando non solo l’ultima immagine di sé, ma anche le sue ultime volontà, che saranno custodite come preziose reliquie dai familiari.
  
- Padre Alberto Maggi -

frate dell’Ordine dei Servi di Maria 
Da: “L’ultima Beatitudine” La morte come pienezza di vita, Garzanti editore


Buona giornata a tutti. :-)







venerdì 24 maggio 2019

Ti aspettavo a Samarcanda (1)


«Un giovane giardiniere persiano dice al suo principe: “Salvami! 
Ho incontrato la Morte stamattina. Mi ha fatto un gesto di minaccia. Stanotte, per miracolo, vorrei essere a Isfahan”. 
Il buon principe gli presta i suoi cavalli. 
Nel pomeriggio, il principe incontra la Morte e le chiede: “Perché stamattina hai fatto un gesto di minaccia al nostro giardiniere?” 
“Non era un gesto di minaccia, ma un gesto di sorpresa. Perché stamattina lo vedevo lontano da Isfahan, e a Isfahan lo devo prendere stanotte».


- Jean Cocteau  - 
“Il gesto della morte”, 1923, dal romanzo: Le grand écart



«C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo e io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. 
Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. 
Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di micaccia, bensì di sorpresa”, risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”.»

- William Somerset Maugham - 
 1933 


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giovedì 23 maggio 2019

Ti aspettavo a Samarcanda

II discepolo di un Sufi di Bagdad era seduto un giorno in un angolo di una locanda, quando sorprese una conversazione tra due persone. 
A sentirle parlare, capì che una di loro era l'Angelo della Morte.
"Ho molte visite da fare in questa città nelle prossime tre settimane", stava dicendo l'Angelo al suo compagno.
Terrorizzato, il discepolo si rannicchiò nel suo angolino finché i due non se ne furono andati. Poi fece appello a tutta la sua intelligenza per trovare il modo di scampare all'eventuale visita dell'Angelo, e alla fine decise di allontanarsi da Bagdad affinché la morte non potesse raggiungerlo. 
Dopo aver fatto questo ragionamento, non gli restava che noleggiare il cavallo più veloce e, spronandolo giorno e notte, arrivare fino alla lontana Samarcanda.
Nel frattempo la Morte si incontrò con il maestro sufi, col quale si intrattenne a parlare di varie persone. "Ma dov'è dunque quel vostro discepolo tal dei tali?", chiese la Morte.
"Dovrebbe trovarsi da qualche parte in città, immerso in contemplazione, forse in un caravanserraglio", rispose il maestro.
"È strano", disse l'Angelo, "perché è proprio nella mia lista ... Ah, ecco, guardate: devo prenderlo fra quattro settimane a Samarcanda, e in nessun altro luogo".

Questa versione della "Storia della Morte" proviene dal Hikayat-i-Naqshia ("Storie concepite secondo un Disegno). 

L'autore di questa storia, che è uno dei racconti popolari più preferiti nel Medio Oriente, è il grande Sufi Fudail Ibn Ayad, un ex-bandito che morì all'inizio del IX secolo.

La prima apparizione della storia "Ti aspettavo a Samarcanda" la troviamo nel Talmud (“Insegnamento”), che è uno dei testi sacri dell’ebraismo ed è conosciuto in due versioni: quella di Gerusalemme e quella babilonese. La versione babilonese è molto più lunga ed è stata redatta fra il V e il VI secolo d. C. Contiene testi tramandati in forma orale sin da molti secoli prima di Cristo.


Un giorno Re Salomone si accorse che l’Angelo della Morte era triste. «Perché sei così triste?» gli chiese. «Perché mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi», risponde l’Angelo della Morte, riferendosi a Elihoreph e Ahyah, i due scribi etiopi di Salomone. Il Re volle salvare i suoi preziosi uomini e li fece scappare fino alla città di Luz, ma appena giunti qui i due scribi morirono. Il giorno seguente Salomone incontrò di nuovo l’Angelo della Morte e vide che sorrideva. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Hai mandato i due etiopi proprio nel posto in cui li aspettavo!» risposte la Morte.  Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

dalla 53ª sukkah del Talmud Babilonese  

(continua)


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