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giovedì 24 gennaio 2019

Il miracolo della beatificazione - San Francesco de Salles, memoria liturgica 24 gennaio

Nell’anno 1623 mio fratello ed io abitavamo presso il signor Claudio Puthod, parroco di Les Ollières nel cantone di Ginevra, nella diocesi di Ginevra. 
I nostri genitori ci avevano mandati là in pensione perché imparassimo il latino sotto la direzione del signor Claudio Crozet, il vicario del signor Puthod. 
Nell’ultimo giorno del mese di aprile, nell’anno 1623, mio fratello era stato duramente punito dal signor Claudio Crozet perché non aveva imparato bene le sue lezioni; perciò mio fratello ed io prendemmo la decisione di tornare dai nostri genitori. 
In quello stesso giorno, senza far partecipe alcuno del nostro proposito, partimmo di primo mattino e giungemmo al fiume Pier, che dista tre miglia scarse da Les Ollières. 
Trovammo il fiume straordinariamente gonfiato dalla neve che era caduta in abbondanza alcuni giorni prima. E poiché dovevamo attraversarlo camminando su tre assi che non erano in alcun modo fissate le une alle altre, esitammo a salirvi, temendo per la nostra vita; ma la paura di ricadere nelle mani del signor Crozet ci fece superare questo timore. Tuttavia, prima di osare l’attraversamento, ci sentimmo spinti a raccomandarci all’intercessione del venerabile servo di Dio Francesco di Sales e dopo esserci inginocchiati facemmo voto che, se fossimo riusciti a superare il fiume sotto la sua protezione, saremmo andati a visitare la sua tomba ed avremmo ascoltato la messa nella chiesa della Visitazione in cui riposa il suo corpo. 
Dopo questo voto mio fratello, che era il più grande, volle salire per primo sul ponte e mi disse che non dovevo in alcun caso osare di salirvi finché lui non fosse giunto sull’altra sponda: temeva che per l’oscillare delle assi malferme uno di noi, o persino entrambi, potesse cadere nel fiume. 
Dunque io restai sulla sponda, mentre lui arrivò fin quasi alla metà del fiume, dove gli vennero le vertigini, mise un piede in fallo e cadde con la faccia sulle assi, gridando forte: «Beato Francesco di Sales, salvami!». 
Lo udii molto chiaramente. Feci in fretta due o tre passi sulle assi per cercare di portargli aiuto quanto potevano permettermelo la mia età e le mie forze; ma invano! Infatti nello stesso momento mio fratello cadde nel fiume. 
Fui così sconvolto dalla sua caduta che caddi io stesso sulle assi e corsi anch’io il pericolo di perdere la vita; ma essendo abbastanza vicino alla sponda, riuscii, dopo aver invocato più volte il servo di Dio gridando: «Beato Francesco di Sales, salvami», a trascinarmi sulla pancia fino alla sponda da cui ero partito, e quando mi fui alzato osservai il corso del fiume per vedere se scorgessi mio fratello; corsi persino lungo la riva per circa duecento passi, piangendo e gridando: «Mio fratello, mio fratello!» Ma non potei vedere altro che il mio cappello che galleggiava sull’acqua, ed era già molto lontano da me. Vedendo che piangere non serviva a nulla, tornai a Les Ollières per annunciare al signor Puthod la nostra disgrazia. 
Mentre dunque attraversavo il villaggio di Ornay, alcune persone che mi videro piangere mi chiesero il motivo delle mie lacrime; quando glielo ebbi raccontato corsero verso la riva del fiume, mentre io andavo a Les Ollières. Non avendo trovato né il signor Puthod né il signor Crozet, dovetti proseguire fino al villaggio vicino per trovare aiuto. Dopodiché tornai al fiume. 
Vi trovai più di trenta persone, e molte mi dissero che stavano cercando mio fratello già da più di tre ore senza poterlo trovare. Qualche tempo dopo vidi venire un certo Alessandro Raphin, accompagnato da suo figlio e da altra gente del villaggio di Ornay: mi fu detto che egli era il miglior nuotatore subacqueo di tutta la zona, che soleva immergersi per recuperare dal fiume i corpi degli annegati e che ne aveva già portati a terra parecchi.
Piangendo calde lacrime lo pregai di cercare il mio povero fratello e gli promisi che il signor parroco di Les Ollières, presso cui ero in pensione, lo avrebbe riccamente ricompensato. Anche molti dei presenti gli rivolsero la stessa preghiera.
Lui promise di farlo e mi chiese in che punto mio fratello era caduto in acqua; dopo aver ben osservato questo punto ed averne misurato la profondità, si svestì e si tuffò nell’acqua, in cui rimase per un buon quarto d’ora, continuando a venire alla superficie per respirare. 
Non avendo trovato nulla, uscì dall’acqua dicendo che non avrebbe potuto rimanervi più a lungo. Dopo essersi rivestito ed aver bevuto un po’ di vino, il signor Raphin voleva andarsene; ma io piansi così tanto, e gli astanti lo supplicarono così insistentemente, che egli promise di immergersi di nuovo e di non andarsene prima di aver ritrovato la salma di mio fratello. 
Così si tuffò nuovamente, dopo essersi riposato a lungo, nello stesso punto e cercò in tutte le direzioni; poi scese per un buon tratto lungo il fiume, senza risultati, e costretto ad uscire dall’acqua e ad indossare di nuovo i suoi abiti, disse un’altra volta che l’acqua era troppo fredda perché potesse cercare ancora. Allora tutti quelli che erano venuti camminarono lungo il fiume insieme al signor Raphin e guardarono se il corpo non fosse rimasto impigliato da qualche parte. 
Infine, dopo circa un’ora di ricerca, girando intorno a un’ansa del fiume vi trovarono una buca insolitamente profonda; ed il signor Raphin e gli altri pensarono che forse il corpo giaceva impigliato in quella buca. 
Perciò egli si svestì di nuovo e, dopo esser stato immerso molto a lungo, tornò in superficie e gridò: «L’ho trovato!» Poi uscì dall’acqua e disse che non ce la faceva più, che doveva prima riprendersi e poi si sarebbe immerso di nuovo e l’avrebbe recuperato; e difatti lo portò su, tenendolo per un braccio, con grande sforzo. 
Il figlio del nominato Raphin si gettò in acqua per aiutare suo padre e spinse il corpo davanti a sé, quando fu fuori dall’acqua lo distesero per terra. Lo vidi tanto gonfio e brutto da non poterlo più riconoscere. 
Tutti i presenti, vedendolo immobile, tutto contuso e livido, dissero che era morto: allora il signor Raphin se lo caricò sulle spalle, lo portò nel villaggio di Ornay e lo depose per terra in un fienile. E il signor parroco di Ville, giunto nel villaggio, lo palpò a lungo, non sentì alcun movimento e disse forte: «E morto, di questo non si può dubitare.
Tuttavia, poiché abita presso il signor parroco di Les Ollières, non possiamo seppellirlo prima che questi sia stato messo al corrente dell’accaduto ed abbia dato disposizioni per la sepoltura». Per questo motivo si aspettò fino al giorno dopo; nel frattempo il signor parroco fece già scavare la tomba nel cimitero della chiesa, in un luogo da lui indicato. 
Mi chiese se era molto tempo che mio fratello Girolamo s’era confessato; gli risposi che l’avevo visto confessarsi dal signor parroco di Les Ollières nell’ultimo sabato santo. Intanto era arrivato quello stesso parroco, e quando vide quella povera salma s’inginocchiò e pregò molto a lungo; quando poi si rialzò venne da me e disse: «Se tu e tuo fratello foste stati ubbidienti, tu ed io soffriremmo di meno». 
Mi disse che dovevo andare con lui dal signor parroco di Ville, e pregò questo signor parroco di concedergli il conforto di poter tenere la cerimonia funebre, la mattina dopo. Questi fu d’accordo e ci invitò a cena.
Durante il pasto si fecero raccontare da me tutti i particolari della disgrazia. Io riferii in particolar modo il voto che mio fratello ed io avevamo fatto al servo di Dio ed il signor Puthod assicurò che, mentre pregava presso la salma, si era sentito spinto a supplicare Dio perché, per i meriti del suo servo Francesco di Sales, restituisse la vita a questo giovane che si era affidato alla sua protezione; aveva anche fatto voto, se la divina bontà avesse esaudito la sua preghiera, di celebrare per nove giorni consecutivi la Santa Messa nella chiesa in cui riposa il servo di Dio. 
Verso la fine della cena giunse da Annecy un certo Stefano Gonet e voleva chiedere al signor parroco di Ville se c’era da portare qualcosa ad Annecy. 
Il signor Puthod, il parroco di Les Ollières, conosceva il signor Gonet e gli raccontò della tribolazione in cui si trovava e del voto che mio fratello ed io, e più tardi anche lui, avevamo fatto al servo di Dio; poi lo pregò che al suo ritorno da Annecy, ancor prima di entrare in casa, fosse così gentile da presentare il detto voto alla tomba del servo di Dio. 
Il signor Gonet promise di farlo ed aggiunse persino che avrebbe fatto dire una messa con questa intenzione.
Dopo cena i due parroci andarono nel fienile in cui giaceva la salma, fecero portare dell’acqua benedetta e celebrarono la veglia funebre; io andai con loro e volevo rimanere e vegliare tutta la notte il mio povero fratello, ma il signor Puthod non volle permettermelo e mi riportò nella casa del parroco di Ville, dove dormii e mi alzai molto tardi a causa della mia grande stanchezza. Appena mi fui alzato tornai con il signor Puthod nel fienile e trovai la salma di mio fratello ancora più sformata e brutta della sera prima. 
Il signor Puthod pregò molto a lungo e poi se ne andò.
Un’ora dopo tornò insieme al signor parroco di Ville; avevano indossato rocchetto e stola e venivano con la croce e con l’acqua benedetta per portare mio fratello al cimitero. Ma nell’attimo in cui si volle deporlo in una bara (secondo l’abitudine di quella zona, in cui le salme degli annegati si mettono nella bara solo al momento di portarle fuori per la sepoltura), mio fratello alzò un braccio. 
Lo sentii lamentarsi e pronunciare queste parole: «O beato Francesco di Sales!». 
Tutti i presenti furono così sconvolti da queste parole che alcuni fuggirono, altri caddero privi di sensi ed i più coraggiosi gridarono: «Un miracolo, un miracolo!». 
I due signori parroci presero per mano mio fratello e lo sollevarono: ora egli non era più brutto e sformato come un attimo prima, ma aveva il suo solito viso. Quando il signor Puthod gli chiese se lo riconosceva, lui rispose con queste parole: «Io conosco il beato Francesco di Sales, egli mi è apparso e mi ha dato la sua benedizione». 
Si fece portare del vino e Girolamo si lavò via la sabbia dalla bocca, dagli occhi, dalle orecchie, dal naso. Gli fu data una camicia, e si potè constatare che era contuso in più punti. 
Fu rivestito con abiti presi a prestito, perché i suoi erano completamente bagnati e pieni di sporcizia. Poi egli raccontò che nell’attimo in cui era stato ridestato gli era apparso il servo di Dio in abito vescovile, così com’è dipinto nelle nostre immagini, e gli aveva dato la sua benedizione; il beato aveva il viso raggiante e l’aveva guardato con dolcezza e benevolenza. 
Dopo di ciò tornammo a Les Ollières insieme al signor Puthod; al nostro arrivo accorsero tutti in chiesa, dove il signor Puthod intonò il Te Deum. Dalla sera di quel giorno mio fratello mangiò e bevve come al solito; è vero che durante la notte si lamentò di violenti dolori alle cosce, alle braccia ed ai piedi, ed il signor Puthod ed io vedemmo le ferite sulle sue membra. 
I dolori durarono fino al giorno in cui il signor Puthod ci portò ad Annecy per adempiere ai nostri voti presso la tomba del servo di Dio (4 maggio): quando fummo giunti nella chiesa della Visitazione il signor Puthod fece coricare mio fratello sulla tomba del servo di Dio. 
Dopo esservi rimasto per circa sette minuti egli si alzò con insolito slancio, dicendo che i violenti dolori di cui aveva sofferto erano spariti d’un colpo.
Il signor Puthod gli fece tirar su una gamba dei calzoni e trovammo che tutte le sue ferite erano guarite. Quando fummo tornati nella locanda ed il signor Puthod lo fece spogliare, constatammo che su di lui non era rimasta traccia di tutte le sue ecchimosi: il suo corpo era sano e intatto come prima della caduta. Rimanemmo in quella città per tutti i nove giorni e vi ascoltammo le nove messe che il signor Puthod celebrò nella chiesa; dopo questa novena tornammo molto consolati a Les Ollières. 
Il ricordo del miracolo è rimasto così profondamente impresso nel mio spirito che non trascorre giorno senza che ringrazi Dio per questa grazia e mi raccomandi all’intercessione del suo servo».

Deposizione del rev. canonico Claudio Puthod durante la sua comparizione ad Annecy, nell’anno del miracolo della resurrezione di Les Ollières:
«Il 29 aprile tornai da questa città di Annecy nella mia casa parrocchiale di Les Ollières...Girolamo e Francesco Genin, i due giovani studenti, erano fra i tredici ed i quattordici anni di età ed erano nati nella parrocchia di Sainte-Hélène- du-Lac, nella diocesi della Moriana. I loro genitori li avevano mandati in pensione presso di me perché imparassero la lingua latina sotto la direzione del signor Crozet....
Il mattino dopo, il 30 aprile, poco prima dell’inizio del giorno partii per recarmi a Thorens, che dista circa un miglio dalla mia parrocchia. 
Nello stesso giorno tornai a Les Ollières, giungendovi verso le ore 5 pomeridiane; allora il sagrestano della parrocchia, di nome Bénestier, si precipitò da me e mi disse che poco dopo la mia partenza per Thorens il mio vicario, il signor Crozet, aveva picchiato così violentemente il giovane Girolamo Genin, perché questi non aveva studiato come doveva e non aveva scritto bene il suo tema, che Girolamo e suo fratello Francesco, quando il signor Crozet era andato a visitare un parroco vicino, si erano incamminati senza dir nulla ed erano fuggiti e che, quando avevano tentato di attraversare il fiume Pier presso il villaggio di Ornay, Girolamo era caduto in acqua ed era annegato senza che suo fratello potesse far qualcosa per aiutarlo. 
Il sagrestano era stato informato della cosa dallo stesso Francesco, che era venuto a Les Ollières per mettere al corrente me ed il mio vicario; ma non avendo trovato né l’uno né l’altro, il ragazzo era tornato indietro con molti parrocchiani per cercare suo fratello nel fiume, e non era ancora tornato.
Questa notizia mi sorprese moltissimo e mi costrinse ad affrettarmi subito, senza neppure entrare nella casa parrocchiale, verso Ornay, dove giunsi verso le ore 6 di sera. 
Andai in un fienile dove, come mi dissero, avrei trovato il cadavere di Girolamo che era stato estratto da poco dalle profondità dell’acqua: lo vidi veramente lungo disteso per terra e lo trovai così sfigurato che, se non avessi saputo della disgrazia, non lo avrei assolutamente riconosciuto. 
Vidi anche Francesco Genin, che piangeva presso la salma. Quando mi vide si gettò sul mio petto e disse: “Ah, signore, mio fratello è morto!” 
In quello stesso momento sentii una forte spinta interiore a promettere a Dio ed al suo servo Francesco di Sales che, se alla bontà divina fosse piaciuto ridar la vita a quel morto per glorificare il suo vero servo Francesco, sarei rimasto per nove giorni in questa città di Annecy per celebrare in loro onore nove messe nella chiesa della Visitazione in cui riposa il corpo del beato. Feci questo voto nel fienile, dopo aver recitato un “De pro-fundis” (Sai 129) per la pace dell’anima del ragazzo.
Dopo di ciò uscii ed andai alla casa parrocchiale di Ville per fare una visita al signor parroco, che mi invitò a cena ed a rimanere per la notte; dopo il pasto recitammo insieme nel fienile, presso la salma, l’uffizio dei defunti. La notte era già caduta. Poi tornammo indietro per dormire. Il mattino dopo tornai nel fienile verso le ore 6: vi trovai il signor Francesco Genin e gli ordinai di tornare a dormire fino al momento della sepoltura di suo fratello. Rimasi in quel fienile per circa due ore, durante le quali recitai il mio breviario e rinnovai il voto di cui ho riferito sopra; di là andai nella chiesa parrocchiale, dove servii la Santa Messa che il signor parroco celebrò per il defunto. Poi confessai i fedeli presso di lui e, poiché mi aveva permesso di celebrare l’uffizio dei defunti e di officiare il funerale, mi preparai per la Santa Messa. Fatto questo andammo, con rocchetto e stola e preceduti dalla croce, a prendere la salma; molte persone che trovammo nel fienile ci dissero che non si poteva più resistere nei pressi del cadavere, per il lezzo che mandava.
Non appena avemmo lasciato il fienile (dopo aver benedetto la salma), cantando i salmi usuali, sentii un caotico rumore proveniente dalle trenta o quaranta persone che si erano riunite per partecipare alla sepoltura. Dovemmo fermarci e guardare indietro: allora vidi questi fedeli chi in ginocchio, chi con le mani levate al ciclo, mentre i più gridavano: “Signori, qui! Il morto è resuscitato!”. Tornai nel fienile e mi avvicinai subito al corpo, il cui viso era già stato scoperto da uno dei presenti: fui estremamente sorpreso di vedere questo giovane pieno di vita. Il suo viso era com’era stato prima della morte, gli occhi aperti, la voce abbastanza ferma, soprattutto quando gli chiesi se non mi riconosceva. Lui mi rispose: “Io conosco il beato Francesco di Sales, che mi ha resuscitato; e conosco anche lei, signor parroco”. Quando lo vidi reggersi in piedi e cominciare a camminare mi prese, lo confesso, un tale terrore che non potei reggermi sulle gambe: dovetti lasciarmi cadere sulle ginocchia. Molti dei presenti giacevano allo stesso modo, con la faccia a terra. Quando finalmente mi fui ripreso un poco dal mio stupore, sentii Girolamo chiedere dell’acqua per pulirsi la bocca, perché, come egli disse, l’aveva piena di sabbia. Gli portarono del vino con cui si lavò la bocca, gli occhi e le orecchie, gli fecero indossare un’altra camicia ed io notai che aveva ecchimosi in più punti, sulle cosce, sui piedi e sulle braccia; e in effetti si lamentava anche per dei dolori che sentiva. Lo vestirono con abiti prestati da un vicino: i suoi erano ancora fradici e coperti di sporcizia. Io diedi al nominato Alessandro Raphin due quarti di tallero come ricompensa per le fatiche che si era sobbarcato nel fiume per circa quattro ore, come lui e diversi altri mi dissero. Il signor parroco di Ville insistette molto cordialmente perché rimanessimo a pranzo con lui; ma la fretta che avevo di portare il risorto nella mia chiesa parrocchiale, per ringraziare là Iddio di questo grande miracolo e per annunciarlo ai miei parrocchiani, non mi permise di accettare l’invito. Mi congedai da lui e da tutta la compagnia, ringraziando tutti per l’amore che avevano dimostrato verso Girolamo Genin; Francesco, suo fratello ed io tornammo a piedi a Les Ollières.
La prima cosa che facemmo fu andare in chiesa, dove suonai le campane per chiamare a raccolta i miei parrocchiani; il primo ad arrivare fu il mio vicario, il signor Crozet. 
Lo seguirono alcuni altri, ai quali raccontai il miracolo. 
Li esortai meglio che potei a venerare il servo di Dio Francesco di Sales, per i cui meriti esso era stato compiuto; poi intonai il Te Deum, che fu cantato per ringraziare Dio. 
Dopo di ciò andammo nella casa parrocchiale, dove Girolamo mangiò e bevve come al solito; nella notte seguente egli sentì più forti i dolori che gli provocavano le ferite di cui erano coperti i suoi piedi, le sue cosce e le sue braccia. Ciò non gli impedì tuttavia di alzarsi la mattina dopo e di andare a fare il suo solito lavoro. Ho dimenticato di dire che non ho mai udito che Girolamo, dopo esser stato tratto dal fiume, avesse buttato fuori o vomitato acqua.

Il 4 maggio del detto anno 1623 i fratelli Girolamo e Francesco Genin ed io ci mettemmo in cammino verso le ore 5 del mattino per recarci in questa città di Annecy, presso la tomba del servo di Dio Francesco di Sales, per adempiere ai nostri voti. 
Vi giungemmo verso le ore 9 del mattino. 
Io celebrai la Santa Messa, la prima delle nove che avevo promesso di celebrare là; nel corso di essa somministrai la Santa Comunione a Girolamo e Francesco Genin, e subito dopo aver finito di render grazie nella sacrestia feci coricare Girolamo, in tutta la sua lunghezza, sulla tomba del servo di Dio. Rimase così per circa sette minuti, durante i quali io e suo fratello Francesco restammo inginocchiati; dopodiché si alzò con insolito slancio dicendoci queste precise parole: «Per la misericordia di Nostro Signore i miei dolori sono improvvisamente scomparsi». 
Per questo motivo volli esaminare i suoi piedi, le sue cosce e le sue braccia che in quello stesso giorno, prima che lasciassimo Les Ollières, avevo visto ancora tutte nere e blu: perciò gli feci tirar su una gamba dei calzoni e vidi che il suo piede non aveva alcuna macchia nera ed alcuna ferita. 
Ringraziai Dio per questa grazia. E quando fummo tornati nella locanda esaminai ancora una volta tutto il suo corpo, e lo trovai così sano com’era prima della caduta nel fiume. 
Restammo ad Annecy per tutti i nove giorni durante i quali celebrai le nove messe promesse, poi tornammo a Les Ollières, dove i due fratelli rimasero fino alla festa di San Michele; a quel punto i loro genitori li mandarono a prendere per trasferirli nel collegio di Chambéry».

Il miracolo della resurrezione, dopo un accurato esame, fu ritenuto valido per la canonizzazione ed è citato espressamente nella relativa bolla (1665) di Papa Alessandro VII (1655/67). 
Alla celebrazione della canonizzazione tenuta ad Annecy (maggio 1665) prese parte anche il risorto Girolamo Genin; più tardi questi si fece prete ed esercitò il suo ministero nella sua diocesi natale della Moriana, come parroco di La Rochette ed anche come giudice del tribunale ecclesiastico.


- Armando Pavese -
da: Guarigioni miracolose in tutte le religioni, Piemme, 2005


Alcuni uomini diventano orgogliosi e insolenti perchè cavalcano un bel cavallo, portano una piuma sul cappello o indossano un vestito elegante. Come non vedere la follia in tutto ciò? 
Se c’è gloria in tali pose sarà comunque una gloria che appartiene al cavallo, all’uccello piumato e al sarto. 

- San Francesco di Sales -


"È necessario sopportare gli altri, ma in primo luogo è necessario sopportare se stessi e rassegnarsi ad essere imperfetti."

- San Francesco di Sales -
da: "Lettere di amicizia spirituale"




Buona giornata a tutti. :-)







domenica 29 aprile 2018

Santa Caterina da Siena, Lettera CXCVI - A papa Gregorio XI

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Santissimo e reverendissimo padre in Cristo Gesù. Io Catarina, indegna e miserabile vostra figliuola, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel preziososangue suo; con desiderio di vedervi pastore buono; considerando me, babbo mio dolce, che il lupo ne porta le pecorelle vostre, e non si trova chi le rimedisca. 
Ricorro dunque a voi padre e pastore nostro, pregandovi da parte di Cristo crocifisso, che voi impariate da lui, il quale con tanto fuoco d'amore si diè all'obbrobriosa morte della santissima croce per trarre la pecorella smarrita dell'umana generazione delle mani delle dimonia; perocché, per la rebellione che l'uomo fece a Dio, la possedevano per sua possessione.
Viene dunque la infinita bontà di Dio, e vede 'l male e la dannazione e la ruina di questa pecorella; e vede che con ira e con guerra non ne la può trarre. 
Onde, non istante che sia ingiuriato da essa (perocché, per la rebellione che fece l'uomo disobbediente a Dio, meritava pena infinita). 
La somma ed eterna Sapienza non vuole fare così; ma trova uno modo piacevole, e più dolce e amoroso che trovare possa; perocché vede, che per neuno modo si traie tanto il cuore dell'uomo, quanto per amore; però ch'egli è fatto per amore. E questa pare la cagione che tanto ama, perché non è fatto d'altro che d'amore, secondo l'anima e secondo il corpo. perocché per amore Dio il creò alla immagine e similitudine sua; e per amore il padre e la madre gli diè della sua sustanzia concependo e generando 'l figliuolo. 
E però vedendo Dio che egli è tanto atto ad amare, drittamente gli gitta l'amo dell'amore, donandoci il Verbo dell'unigenito Figliuolo, prendendo la nostra umanità, per fare una grande pace. Ma la giustiza vuole che si faccia vendetta della ingiuria che è stata fatta a Dio: viene dunque la divina misericordia e ineffabile carità, per satisfare alla giustiziae alla misericordia, condanna il figliuolo suo alla morte, avendolo vestito della nostra umanità, cioè della massa d'Adam, che offese. 
Sicché per la morte sua è placata l'ira del Padre, avendo fatta giustizia sopra la persona del figliuolo: e così ha satisfatto alla giustizia, ha satisfatto alla misericordia, traendo dalle mani delle dimonia l'umana generazione. 
Ha giuocato questo dolce Verbo alla braccia in sul legno della santissima croce, facendo uno torniello la morte con la vita e la vita con la morte: sicché per la morte sua distrusse la morte nostra, e per darci la vita consumò la vita del corpo suo. Sicché dunque con l'amore ci ha tratti, e con la sua benignità ha vinta la nostra malizia; in tanto che ogni cuore dovrebbe essere tratto; perocché maggiore amore non poteva mostrare (e così disse egli) che dare la vita per l'amico suo. 
E se egli commenda l'amore che dà la vita per l'amico, che dunque diremo dell'ardentissimo e consumato amore che diè la vita per lo nemico suo? Perocché per lo peccato eravamo fatti nemici di Dio. Oh dolce e amoroso Verbo, che con l'amore hai ritrovata la pecorella, e con l'amore gli hai data la vita, ed ha la rimessa nell'ovile, rendendole la Grazia, la quale aveva perduta!
Oh santissimo babbo mio dolce, io non ci vedo altro né altro rimedio a riavere le vostre pecorelle, le quali con ribelle si sono partite dall'ovile della santa Chiesa, non obbedienti, né subietti a voi padre. 
Onde io vi prego da parte di Cristo crocifisso, e voglio che mi facciate questa misericordia, cioè con la vostra benignità vinciate la loro malizia. Vostri siamo, o Padre. E io cognosco e so che a tutti in comune lor pare aver male fatto; e poniamoché scusa non abbino nel male adoperare, nondimeno, per le molte pene e cose ingiuste e inique che sostenevano per cagione de' mali pastori e governatori, lor pareva non potere fare altro. 
Perocché sentendo il puzzo della vita di molti rettori, e' quali sapete che sono demoni incarnati, vennero in tanto pessimo timore, che fecero come Pilato, il quale per non perdere la signoria, uccise Cristo: e così fecero essi, che per non perdere lo stato, vi hanno perseguitato. Misericordia adunque, padre, v'addimando per loro. E non ragguardate all'ignoranzia e superbia de' vostri figliuoli; ma con l'esca dell'amore e della vostra benignità, dando quelle dolcedisciplina e benigna reprensione che piacerà alla Santità vostra, rendete pace a noi miseri figliuoli che abbiamo offeso. Io vi dico, dolce Cristo in terra, da parte di Cristo ìn cielo, che facendo così, cioè senza briga e tempesta, essi verranno tutti con dolore dall'offesa fatta, e metterannovi il capo in grembo. Allora goderete, e noi goderemo; prché con amore averete rimessa la pecorella smarrita nell'ovile della santa Chiesa. E allora, babbo mio dolce, adempirete il santo desiderio vostro e la volontà di Dio, cioè di fare il santo passaggio; al quale io v'invito per parte sua a tosto farlo, e senza negligenzia. Ed essi si disporranno con grande affetto; e disposti sono a dare la vita per Cristo. oimé, Dio, amore dolce! Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vederete li lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace! acciocché non abbi la guerra a prolongare questo dolce tempo. 
Ma se volete fare vendetta e giustizia, pigliatela sopra di me misera miserabile, e datemi ogni pena e tormento che piace a voi, infino alla morte. Credo che per la puzza delle mie iniquità siano venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie.

Dunque sopra me misera vostra figliuola prendete ogni vendetta che volete. oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire. 
Venite, venite, e non fate più resistenzia alla volontà di Dio che vi chiama; e le affamate pecorelle v'aspettano che veniate a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione, apostolo Pietro. 
Perocché voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio. Venite dunque, venite, e non più indugiate; e confortatevi, e non temete d'alcuna cosa che avvenire potesse, perocché Dio sarà con voi. 
Dimandovi umilmente la vostra benedizione e per me, e per tutti li miei figliuoli; e pregovi che perdoniate alla mia presunzione. 
Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù Amore.



O potente Caterina, 

presidio della Cristianità, 
a Te ricorriamo in questi tempi oscuri 
affinchè ci ottenga dall'Altissimo 
continua illuminazione dell'intelletto, 
vera libertà di pensiero, 
cuore coraggioso e parola franca, 
perchè, animati dal Tuo incrollabile esempio, 
possiamo difendere i diritti di Dio e la Verità di Cristo 
contro i nemici della Chiesa, 
vieppiù quando i sagri Pastori, 
immemori dei mandati del Divin Salvatore 
e complici delle mode del secolo, 
si trasformassero anch'essi in avversari di Nostro Signore, 
portando le anime loro commesse alla perdizione.
Ora pro nobis!



Io busso alla porta della tua verità, cerco e grido al cospetto della tua maestà e domando all’orecchio della tua clemenza: misericordia per tutto il mondo e in particolare per la santa Chiesa, perché nella dottrina del Verbo ho conosciuto che tu vuoi che io mi nutra di continuo di questo cibo; e poiché tu vuoi così, amore mio, non mi lasciare morire di fame. 
O anima mia, che cosa fai? Non sai tu che continuamente sei guardata da Dio? Sappi che ai suoi occhi non ti puoi mai nascondere, perché nessuna cosa gli è nascosta; qualche volta ti puoi nascondere agli occhi della creatura, ma a quelli del Creatore mai. Poni dunque fine e termine alle tue iniquità, e sveglia te stessa.

- santa Caterina da Siena -



Alla Madonna 

O Maria, Maria, tempio della Trinità!
O Maria, portatrice del fuoco! 
Maria, porgitrice di misericordia,
Maria germinatrice del frutto, 
Maria ricomperatrice dell'umana generazione, 
perché sostenendo la carne tua 
nel Verbo fu ricomprato il mondo: 
Cristo lo ricomprò con la sua passione 
e tu col dolore del corpo e della mente. 
Maria mare pacifico, 
Maria donatrice di pace, 
Maria terra fruttifera. 
Tu, Maria, sei quella pianta novella 
della quale abbiamo il fiore odorifero 
del Verbo unigenito Figliuolo di Dio, 
perché in te, terra fruttifera, fu seminato questo Verbo.
Tu sei la terra e sei la pianta di fuoco, 
tu portasti il fuoco nascosto 
e velato sotto la cenere della tua umanità.



Immagine: Francesco Messina Monumento Santa Caterina da Siena, 1961 Giardini di Castel Sant'Angelo, RM, particolare


Caterina da Siena, nata Caterina Benincasa (Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380), mistica italiana. Canonizzata dal papa senese  Pio II nel 1461; il 4 ottobre  1970  è stata dichiarata dottore della Chiesa da Papa Paolo VI; è patrona d'Italia  per nomina di papa Pio XII nel 1939 (assieme a San Francesco d’Assisi) e compatrona d' Europa per nomina di papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1999. Fu sepolta a Roma, nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Il corpo è ancora conservato nella basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma.



Buona giornata a tutti, :)







giovedì 27 luglio 2017

da: "Ortodossia" di Gilbert Keith Chesterton

"...e nella mia visione il carro celeste vola sfolgorante attraverso i secoli, mentre le stolide eresie si contorcono prostrate, e l’augusta verità oscilla ma resta in piedi."
"La Chiesa nei primi tempi fu superba e veloce come un cavallo da guerra; ma è assolutamente antistorico dire che essa seguì puramente la facile via diritta di una idea - come un volgare fanatismo. 
Essa deviò a destra e a sinistra con tanta esattezza da evitare enormi ostacoli; lasciò da un lato la grande mole dell’arianesimo, dall’altro tutte le forze del mondo che volevano rendere il Cristianesimo troppo mondano, un momento dopo troppo allontanato dal mondo.
La Chiesa ortodossa non scelse mai le strade battute, né accettò i luoghi comuni; non fu mai rispettabile. 
Sarebbe stato facile accettare la potenza terrena degli ariani; sarebbe stato facile, nel calvinistico diciassettesimo secolo, cadere nel pozzo senza fondo della predestinazione.
È facile esser pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un’epoca si metta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob. Cadere in uno dei tanti trabocchetti dell’errore e dell’eccesso, che, da una moda all’altra, da una sètta all’altra, sono stati aperti lungo il cammino storico del Cristianesimo - questo sarebbe stato semplice.
È sempre semplice cadere: c’è un’infinità di angoli da cui si cade, ce n’è uno soltanto a cui ci si appoggia. 
Perdersi in un qualunque capriccio, dallo Gnosticismo alla Teosofia, sarebbe stato ovvio e banale. 
Ma averli evitati tutti è l’avventura che conturba; e nella mia visione il carro celeste vola sfolgorante attraverso i secoli, mentre le stolide eresie si contorcono prostrate, e l’augusta verità oscilla ma resta in piedi."

- Gilbert Keith Chesterton - 

da  "Ortodossia"





"Se parliamo di un pagano o di un agnostico, siamo invitati a ricordare che tutti gli uomini hanno una religione; se parliamo di un mistico o di uno spiritualista, siamo invitati a considerare quali assurde religioni certi uomini abbiano avuto. 
Possiamo fidarci della morale di Epitteto perché la morale è sempre la stessa; non dobbiamo fidarci della morale di Bossuet perché la morale è cambiata. 
È cambiata in duecento anni, non in venti secoli. 
La cosa cominciava a diventare allarmante. 
Sembrava non tanto che il Cristianesimo fosse così cattivo da riunire in sé tutti i vizi, quanto piuttosto che ogni bastone fosse buono per bastonare il Cristianesimo.
A che dunque somigliava questa cosa stupefacente che tanti erano così ansiosi di contraddire da non badare se contraddicendola contraddicevano se stessi? Da tutti i lati vidi la stessa cosa."


- Gilbert Keith Chesterton - 
da  "Ortodossia"



"La loro quotidiana offesa al Cristianesimo era che, mentre era stato la luce di un popolo, aveva lasciato tutti gli altri nell’oscurità; senonché era anche particolare vanto che la scienza e il progresso erano le scoperte di un solo popolo e che tutti gli altri erano immersi nelle tenebre. 
Quello che era un insulto per il cristianesimo doveva essere un elogio per loro, e sembrava esserci una strana malafede nella loro insistenza su queste due cose. "

- Gilbert Keith Chesterton - 
da  "Ortodossia"



Buona giornata a tutti. :-)









sabato 29 aprile 2017

Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena - 29 aprile















O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce.
Io ho gustato e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti.
Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.
O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità.
Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini.

- Santa Caterina da Siena -
(Cap. 167, Ringraziamento alla Trinità: libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928. II, pp. 586-588)



Io vorrei che l’inferno fosse distrutto, o almeno che nessuna anima, di qui in avanti, vi scendesse. Se, salva l’unione della tua carità, io fossi posta sulla bocca dell’inferno per chiuderla sì che nessuno vi potesse entrare, sarebbe per me cosa graditissima, perché così si salverebbero tutti i miei prossimi.

- Santa Caterina da Siena -















La carità è quel dolce e santo legame, che lega l’anima col suo creatore: ella lega Dio nell’uomo, e l’uomo in Dio.

- Santa Caterina da Siena -



Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l`unione che hai stabilito fra te e l`uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell`umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l`amore. Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature.

- Santa Caterina da Siena - 


Santa Caterina da Siena scrivente
sec. XVII (terzo decennio)
Rutilio Manetti, (Siena, 1571-1639)


O Dio, pazzo d'amore!

Non ti bastò incarnarti,

ma volesti anche morire!

Vedo che la tua misericordia

ti costrinse a dare anche di più all'uomo,

lasciandogli te stesso in cibo.

E così noi deboli abbiamo conforto,

e noi ignoranti smemorati

non perdiamo il ricordo dei tuoi benefici.

Ecco, tu dai il tuo cibo ogni giorno all'uomo,

facendoti presente nell'eucaristia

e nel corpo misterioso della tua chiesa.

Chi ha fatto questo ?

La tua misericordia.

- Santa Caterina da Siena -


Buona giornata a tutti. :-)






lunedì 5 settembre 2016

Il Dio della religione - Padre Alberto Maggi

La religione, qualunque religione, si fonda su una verità assoluta che è quella di un Dio lontano da noi.
La religione perciò vive e sopravvive solo se c’è un Dio lontano dalla gente. Gesù invece è il Dio-con-noi e quindi il Dio che si può incontrare, toccare con mano e accogliere.
Se Dio è lontano e quindi inaccessibile, c’è bisogno di mediatori cioè di persone che facciano da tramite tra questo Dio lontano e gli uomini i quali non si possono rivolgere direttamente a Lui: ecco che c’è bisogno di sacerdoti, che sono gli addetti al sacro, persone che fanno da mediatori tra il popolo e Dio.
Al tempo di Gesù, nella religione giudaica, le persone per rivolgersi al Signore avevano bisogno di passare attraverso la mediazione dei sacerdoti, che creavano il rapporto con Dio con riti particolari.
C’era bisogno di un culto da rendere a Dio: preghiere, offerte, sacrifici e comunque tutto quello che veniva fatto per Dio.
Non si poteva però fare questo in un luogo qualunque: bisognava che fosse un luogo particolare, un luogo sacro, uno spazio che non fosse confondibile con lo spazio normale.
Ecco quindi che nasce la necessità di un tempio.
Per giustificare tutto questo si asserisce che questa è la volontà di Dio e la volontà di Dio è stata affermata in una maniera definitiva ed immutabile nella legge.
Ecco, questi sono i pilastri della religione.
Per religione si intende tutto ciò che l’uomo deve fare per Dio, tutto ciò che Dio richiede all’uomo. La religione è il modo per avvicinarsi a Dio attraverso la mediazione dei sacerdoti, attraverso la pratica obbligatoria del culto, in un luogo particolare, nel tempio e soprattutto nella obbedienza assoluta alla legge di Dio. Questa è la religione e perciò per religione s’intende tutto ciò che l’uomo fa per Dio.
L’evangelista ha dato questa indicazione esplosiva: Gesù era il Dio-con-noi che è un terremoto. Se Gesù manifesta il Dio-con-noi, tutto crolla.
Non solo non è più necessario, ma diventa ostacolo ed impedimento all’incontro con questo Dio. Ecco quindi che capiamo, fin dalle prime battute del Vangelo di Matteo, quale sarà la fine di Gesù.
Dio e religione non si possono tollerare: l’uno esige la distruzione dell’altro, perché Dio si vuol comunicare agli uomini; la religione invece ha bisogno di un Dio incomunicabile ed inaccessibile.
Dove c’è la religione non c’è posto per Dio e dove c’è Dio non c’è posto per la religione.

- Padre Alberto Maggi -


L'amore è considerato il primo comandamento, ma di fatto non lo è, perché l'amore non può essere "comandato"; è un atto libero dello Spirito che sorge spontaneamente. L'amore è la forza primordiale che non soltanto muove "il cielo, il sole e le altre stelle", ma anche il cuore di ogni uomo che nasce a questo mondo.

- Raimon Panikkar -



Chiamiamo le cose con il loro nome, Lutero non voleva riformare, ma ha obiettivamente demolito la Chiesa. 
Ha ridotto la fede a sentimento e soppresso la realtà ecclesiale nella sua sacramentalità.

- Mons. Luigi Negri -
Arcivescovo di Ferrara e Comacchio





Buona giornata a tutti. :-)