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domenica 5 aprile 2020

Non una dieta né astinenza triste. Purificarsi per essere più liberi di Gianfranco Ravasi

«Abbà Eulogio diceva al suo discepolo: Figlio, poco alla volta, esercitati a restringere il tuo ventre, grazie al digiuno. 
Infatti, come un otre disteso diventa più sottile, così ugualmente il ventre quando riceve molto cibo. Ma se ne riceve poco, si riduce ed esige sempre poco». 
Questa parabola dei Padri del deserto egiziano illustra in modo pittoresco la genesi ascetica del digiuno. 
Da questa radice universale si è ramificata una prassi religiosa che ha i suoi vertici nel Kippur ebraico, la grande giornata penitenziale, totale astensione alimentare, sessuale e lavorativa, nel Ramadan islamico, uno dei "cinque pilastri" della fede musulmana, e soprattutto nell'ininterrotta tradizione cristiana. 
La secolarizzazione moderna ha ridotto questo atto spirituale prima ancora che corporale alla dieta o alla platealità di certi digiuni politici più spettacolari che genuini o, peggio ancora, al dramma dell'anoressia. 
In realtà tutte le grandi religioni sono fermamente convinte che digiunare è un atto di sua natura simbolico, nel senso più genuino del termine. 
Pensiamo solo alla lapidaria e incisiva dichiarazione di Isaia: «È questo il digiuno che il Signore vuole: sciogliere le catene inique, togliere i legami dal giogo, rimandare liberi gli oppressi, spezzare ogni giogo, dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, i senza tetto, vestire uno che vedi nudo, non distogliere gli occhi da quelli della tua carne» (58, 6-7). 
Oppure si pensi all'ironia di Gesù nei confronti di un'astinenza meramente ritualistica che ti fa «assumere un'aria malinconica, sfigurare la faccia» a cui egli oppone paradossalmente «il profumarsi la testa e il lavarsi il viso» (Matteo 6, 16-17) perché il digiuno non sia farsa ma decisione intima che esprime autodisciplina, liberazione dal consumismo, dall'egoismo, dalla logica del possesso, dalle false necessità, ma anche purificazione dello spirito, controllo di sé, dominio dei sensi. 
Gli stessi Padri del deserto non esitavano a dichiarare che «è meglio bere vino con umiltà che bere acqua con orgoglio». 
Lo stesso islam con la voce di uno dei suoi grandi maestri mistici, al-Ghazali (1058-1111), ammoniva che il vero digiuno è astenersi dai peccati della lingua e degli altri membri, anzi è liberarsi da «tutto ciò che non è Dio». 
Persino la tradizione indù con Gandhi - che aveva dimostrato anche l'efficacia "politica" del digiuno - si muoveva in questa linea: «Il digiuno non ha senso se non educa alla sobrietà e se non è accompagnato da un costante desiderio di autodisciplina. Colui che ha soggiogato i sensi è il primo e più importante tra gli uomini. Tutte le virtù risiedono in lui». 
È, in questa luce, che il digiuno per la pace voluto da Giovanni Paolo II assume un segno universale esteriore perché l'umanità ne riscopra il valore esistenziale ultimo di purificazione da quel male estremo che è l'odio, la violenza, la guerra e ritrovi la purezza della fraternità solidale, della condivisione e dell'amore. Un'arma non offensiva che si erge contro le armi degli eserciti con una sua potenza trascendente, personale e sociale.

- cardinale Gianfranco Ravasi - 



Nel Salmo 50 (51), che è una supplica penitenziale, noi troviamo il senso di Dio e il senso del peccato, l’orrore per il male commesso e la speranza del perdono di Dio, la miseria umana e la misericordia divina.
La supplica penitenziale è espressione di un cammino penitenziale: la penitenza scaturisce dal pentimento, è legata alla "conversione", produce una progressiva purificazione del cuore, è funzionale alla carità: «Beato colui che digiuna per nutrire il povero» (Origene).
La vita cristiana è una penitenza permanente perché è una conversione continua e perché Cristo ha detto a chi vuol seguirlo di «prendere ogni giorno la propria croce». 
Il valore della penitenza è di estrema attualità: la pratica della penitenza oggi promuove una cultura alternativa all’edonismo imperante; costituisce un rimedio all’attuale fragilità della persona che non è stata educata al sacrificio; educa alla tolleranza, alla capacità di «portare gli uni i pesi degli altri»; riforma la società dell’opulenza educando alla sobrietà, all’apertura ai bisogni dell’altro, al "digiuno" del cibo sovrabbondante, delle parole inutili, degli spettacoli fatui, delle spese superflue. 
Di questa penitenza abbiamo bisogno.

- Mons. Giuseppe Greco - 


Buona giornata a tutti. :-)






sabato 4 aprile 2020

Il digiuno: frutto di umiltà

«Finchè l’uomo non diventa umile, non prende la paga della sua opera. 
La ricompensa non è data all’opera, ma all’umiltà. La ricompensa non è per la virtù né per la fatica che si sopporta nel praticarla, ma per l’umiltà che nasce da ambedue» (Isacco il Siro).

Non si vivono gli impegni quaresimali nella pretesa di dover meritare una ricompensa. Si tratta piuttosto di percorrere un cammino di penitenza e di digiuno che ha come suo frutto quella diminuzione di sé che ci rende bisognosi della salvezza di Dio.
A guidarci nel deserto quaresimale è la penitenza stessa del Battista, che deve diminuire perché Cristo cresca. 
Il fariseo della parabola di Luca digiuna ma si sazia di fatto del proprio io e del proprio orgoglio spirituale (Lc 18,9-14). 
Il pubblicano che vive l’umiltà del riconoscersi peccatore riceve il perdono e la salvezza: può saziarsi di Dio.
Digiuniamo per ricordare che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. 
Si digiuna, non solo del cibo ma di tutto ciò che nutre il nostro orgoglio, per giungere a quell’umiltà che purifica il nostro desiderio e ci fa comprendere che la vera fame che deve abitare la nostra vita è la fame di Dio.
La fame di essere suoi figli. 
Ed è figlio colui che non si procura da solo il pane per la propria vita, ma sa attenderlo dalle mani del Padre. 
Come Gesù, mite e umile di cuore perché può dire «tutto mi è stato dato dal Padre mio» (Mt 11,27). 
Digiunare conduce alla vita, facendoci morire a noi stessi per ricevere la vita nuova donataci dalla Pasqua di Gesù.


- fr. Luca Fallica -
Comunità monastica Ss. Trinità di Dumenza


Noi ti benediciamo, o Dio, in questo giorno che comincia, per il periodo santo della Quaresima, che tu ci concedi in preparazione alla Pasqua. 
Portaci, attraverso il digiuno, ad avere fame di te e a non essere schiavi delle creature. 
Insegnaci, attraverso la pratica dell'astinenza, a dividere i nostri beni con coloro che ne hanno bisogno. 
Aiutaci, attraverso la preghiera e il silenzio, a trovare nella croce di tuo Figlio il nostro riposo e la nostra gioia 

(Pensieri di Fenelon per la Quaresima)





Buona giornata a tutti. :-)



domenica 1 marzo 2020

L'elemosina - dom Prosper Guéranger



"L'elemosina contiene tutte le opere di misericordia verso il prossimo; e i santi Dottori della Chiesa l'hanno all'unanimità raccomandata, come il complemento necessario del Digiuno e della Preghiera durante la Quaresima. È una legge stabilita da Dio, alla quale egli stesso ha voluto assoggettarsi, che la carità esercitata verso i nostri fratelli, con l'intenzione di piacere a lui, ottiene sul suo cuore paterno lo stesso effetto che se fosse esercitata direttamente su di Lui; tale è la forza e la santità del legame col quale ha voluto unire gli uomini fra di loro. 
E, come egli non accetta l'amore di un cuore chiuso alla misericordia, così riconosce per vera, e come diretta a sé, la carità del cristiano che, sollevando il proprio fratello, onora quel vincolo sublime, per mezzo del quale tutti gli uomini sono uniti a formare una sola famiglia, il cui Padre è Dio. 
Appunto in virtù di questo sentimento, l'elemosina non è semplicemente un atto di umanità, ma s'innalza alla dignità d'un atto di religione, che sale direttamente a Dio e ne placa la giustizia.

Ricordiamo l'ultima raccomandazione che fece l'Arcangelo san Raffaele alla famiglia di Tobia, prima di risalire al cielo: "Buona cosa è la preghiera col digiuno, e l'elemosina val più dei monti di tesori d'oro, perché l'elemosina libera dalla morte, purifica dai peccati, fa trovare la misericordia e la vita eterna" (Tb 12,8-9). 
Non è meno precisa la dottrina dei Libri Sapienziali: 
"L'acqua spegne la fiamma, e l'elemosina resiste ai peccati" (Eccl 3,33). 
"Nascondi l'elemosina nel seno del povero, ed essa pregherà per te contro ogni male" (ivi 29,15). 
Che tali consolanti promesse siano sempre presenti alla mente del cristiano, e ancor più nel corso di questa santa Quarantena; e che il povero, il quale digiuna per tutto l'anno, s'accorga che questo è un tempo in cui anche il ricco s'impone delle privazioni. 
Di solito una vita frugale genera il superfluo, relativamente agli altri tempi dell'anno; che questo superfluo vada a sollievo dei Lazzari. 
Niente sarebbe più contrario allo spirito della Quaresima, che gareggiare in lusso e in spese di mensa con le stagioni in cui Dio ci permette di vivere nell'agiatezza che ci ha data. 
È bello che, in questi giorni di penitenza e di misericordia, la vita del povero si addolcisca, a misura che quella del ricco partecipa di più a quella frugalità ed astinenza, che sono la sorte ordinaria della maggior parte degli uomini. Allora, sia poveri che ricchi, si presenteranno con sentimento veramente fraterno a quel solenne banchetto della Pasqua che Cristo risorto ci offrirà fra quaranta giorni."

- dom Prosper Guéranger -
Fonte: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 496-505




"Parlare impropriamente è l'origine delle eresie. Per questo, con gli eretici non dobbiamo nemmeno avere il linguaggio in comune, per non favorire i loro errori."

- San Girolamo - 


Quando il pastore si cambia in lupo, tocca soprattutto al gregge difendersi. Di regola, senza dubbio, la dottrina discende dai vescovi ai fedeli; e non devono i sudditi giudicare nel campo della fede, i capi. 
Ma nel tesoro della Rivelazione vi sono dei punti essenziali, dei quali ogni cristiano, perciò stesso ch'è cristiano, deve avere la necessaria conoscenza e la dovuta custodia. 
Il principio non muta, sia che si tratti di verità da credere che di norme morali da seguire, sia di morale che di dogma. I tradimenti simili a quelli di Nestorio non sono frequenti nella Chiesa; tuttavia può darsi che alcuni pastori tacciano, per un motivo o per l'altro, in talune circostanze in cui la stessa religione verrebbe ad essere coinvolta. In tali congiunture, i veri fedeli sono quelli che attingono solo nel loro battesimo l'ispirazione della loro linea di condotta; non i pusillanimi che, sotto lo specioso pretesto della sottomissione ai poteri costituiti attendono, per aderire al nemico o per opporsi alle sue imprese, un programma che non è affatto necessario e che non si deve dare loro.

- dom Prosper Gueranger -




A volte capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio…. 
Sì, come dicevo prima, Dio ti ascolta sempre, ma nel sacramento della Riconciliazione manda un fratello a portarti il perdono, la sicurezza del perdono, a nome della Chiesa. 
Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse. Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio.

- Papa Francesco -

Udienza del 20 novembre 2013




mercoledì 17 aprile 2019

Il martirio di Rabbi Akiva

Secondo il Talmud, per cercare di eliminare per sempre l’Ebraismo, il governo Romano proibì ai Maestri Ebrei di insegnare la Torah.
Tuttavia, Rabbi Akiva si rifiutò di seguire questo decreto e fu catturato e condannato a morte.
Mentre il torturatore gli bruciava la pelle, il Rabbino sorrideva e recitava le preghiere della sera, collegandosi così con il sacrificio serale nel Tempio di Gerusalemme.
I suoi discepoli volevano risparmiargli quell’ultimo sforzo: “Maestro, ora però sei dispensato!”.
Ma Rabbi Akiva disse:
«Per tutta la vita mi sono tormentato a causa del verso:
“Amerai il Signore tuo Dio con tutta l’anima”, con il mio ultimo respiro, e mi sono sempre chiesto quando sarei stato capace di adempiere questo precetto, ed ora che finalmente posso adempierlo, non dovrei farlo?»
Allora egli cominciò a recitare lo Shemà:
“Ascolta Israele, Hashem è il nostro Dio, Hashem è uno” (Shemà Yisrael, Hashem Elohenu Hashem Echad) e morì mentre pronunciava l’ultima parola.
Si racconta che in quel momento una voce dal Cielo proclamò:
«Tu sei beato Akiva, il tuo respiro si è spento con “Echad”. Tu sei beato Akiva, avrai una parte nel Mondo Avvenire.»

(Questo racconto si trova nel Talmud Bavlì, Berachot 61b)


Caravaggio, La negazione di S. Pietro

Decisivo nella vicenda fu quello che avvenne nella notte tra il giovedì e il venerdì della Passione. 
Cristo, condotto fuori della casa del sommo sacerdote, fissò Pietro negli occhi. L’apostolo, che lo aveva appena rinnegato tre volte, folgorato da quello sguardo, comprese tutto. 
Gli tornarono alla mente le parole del Maestro e si sentì trafiggere il cuore. “E uscito, pianse amaramente”. 
Il pianto di Pietro ci scuota nell’intimo, sì da spingerci ad un’autentica purificazione interiore. 

- San Giovanni Paolo II, papa -



Una domanda e un rimprovero, le parole di Gesù rivolte ai discepoli, a Pietro, a ciascuno di noi. 
Il Vangelo di oggi è stretto in questa morsa perché fuoriesca il pus che giace nascosto nei nostri cuori e nelle nostre menti. 
Pensare secondo gli uomini, ecco il veleno. 
La parola greca che nel Vangelo indica il pensiero assume una gamma di significati che ruotano attorno a quello più profondo di sapienza. La stessa che diviene astuzia nel caso del serpente. Ma indica anche la sapienza creatrice di Dio, come appare in più testi della letteratura sapienziale, dove assume il senso di giudizio, perspicacia, discernimento. 
Nei Vangeli, il termine indica spesso una sapienza capace di valutare, aspirare a una meta, prendere posizione. 
Il pensiero è dunque legato alla sapienza, che può essere secondo la carne o secondo Dio. 
E' una sorta di Dna spirituale, la molecola chiave nell'economia della cellula. Come in una catena di informazioni, nel Dna è contenuta l'informazione genetica dalla quale partono tutte le informazioni su come deve essere fatta e su cosa deve produrre una cellula. L'informazione viene poi trasmessa alle generazioni successive. 
Potremmo allora chiederci quale sapienza è all'origine dei nostri pensieri, delle aspirazioni, delle scelte e dei nostri atti. Se il nostro Dna spirituale stia scrivendo una catena carnale o una catena divina. Se in noi tutto è scomposto, frammentato, se i dubbi la fanno da padrone, oppure se si vi è un centro, un'origine che infonde pace, gioia, gratitudine. Seguiamo il Signore o lo prendiamo in disparte scandalizzati dalla Croce? Appartiene a Cristo chi ne ha lo Spirito e il pensiero. 
Pensare secondo la carne, seguirne i desideri significa essere nemici di Dio. Pietro con i suoi pensieri umani, carnali, era un nemico di Dio, sino ad identificarsi con Satana diventando così scandalo, l'inciampo sul cammino di obbedienza che il Figlio doveva percorrere. 
Il pensiero di Pietro si era posto davanti e di traverso a quello di Dio. Gesù doveva soffrire ed essere rifiutato per risorgere. Era questa la missione di Cristo, del Messia, che Pietro aveva pur riconosciuto e confessato. 
Era il Figlio dell'uomo, l'Uomo che realizzava il pensiero di Dio. 
Era la Sapienza stessa di Dio, la scandalosa Sapienza della Croce. Per questa sapienza Egli doveva donare la vita, e non era un dovere morale, ma, come suggerisce l'originale greco, era una necessità di tipo naturale. Era nel suo Dna l'amore per i propri amici e anche per i propri nemici, sino alla morte. Lui pensava un amore infinito.
Altro aveva in mente Pietro. 
Altro abbiamo in mente noi. 
Anziani, sacerdoti, scribi, sono tutte categorie che ci portiamo dentro. Costituiscono la catena del Dna dei nostri pensieri: prestigio, potere, intelligenza, religione vista e usata come un totem capace di soddisfare i nostri desideri. 
Gesù è infatti rifiutato proprio dai nostri pensieri, la cui immagine appare chiaramente nelle categorie "religiose" che storicamente lo condurranno al supplizio: 
"Sono le tre maschere dell'unico male, l'egoismo... Corrispondono alle tre concupiscenze sulle quali si struttura il mondo...e ai tre aspetti seducenti e illusori del frutto proibito, che già ad Eva parve buono, bello e desiderabile" (Silvano Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo). 
Il veleno di satana, il Dna impazzito dei nostri pensieri. Ma proprio qui appare la salvezza, per Pietro e per ciascuno di noi. L'amore infinito di Gesù, che chiama per nome il nostro pensiero corrotto, per tirar fuori ed espellere il veleno che ci distrugge. 
Satana e Pietro, tu ed io. Satana che occulta la verità scoprendone solo un pezzettino. Satana che mostra il rifiuto e la morte e nasconde la risurrezione. E Pietro ci casca, e sgrida il Signore. 
Non ha sentito, non ha potuto ascoltare la buona notizia che il Signore aveva annunciato subito dopo quella della passione, si era bloccato alla parte che riguardava il dover soffrire; il suo pensiero inquinato gli aveva sottratto l'epilogo di Gloria. Non aveva compreso l'amore, il dover morire per risuscitare, il dover caricarsi del rifiuto e dei peccati, per cancellarli e per risorgere, garanzia del perdono e della vita eterna. Lo capirà più tardi, quando l'evento annunciato si farà carne in Lui, la carne santificata dallo Spirito di Cristo risorto. Quando il pensiero sarà, per mezzo dello Spirito Santo, lo stesso pensiero di Cristo, e guiderà la sua carne ad essere offerta in una missione identica a quella del Signore. 
La Croce che ora rifiuta sarà il suo destino, la morte con la quale glorificherà chi ha rifiutato. E così per noi. 
Esattamente quello che stiamo oggi rifiutando sarà il nostro trofeo, il candelabro sul quale brillerà la luce del Padre in noi. 
Malattie, fallimenti, rifiuti. La nostra croce. 
Per ora però, Pietro deve scendere, tornare, convertirsi. Tornare a camminare dietro Gesù. La traduzione scelta non ci aiuta a capire l'amore di Gesù verso Pietro. In greco non dice "lungi da me" ma "dietro di me". Quest'ultima è l'espressione che caratterizza il discepolo. 
Gesù vuole Pietro vicino come vuole noi con Lui, ma al nostro posto. Non ci giudica, ci illumina. Ci dice la verità svelando quello che abbiamo nel cuore e nella mente. E ci attira a sé con amore, per imparare a seguirlo, a camminare umilmente ogni giorno dietro di Lui, per conoscerlo negli eventi della vita. Seguirlo e conoscerlo nella misura in cui conosciamo noi stessi. 
Siamo oggi chiamati a pregare con San Francesco:
"Chi sei tu Signore, e chi sono io?" (Considerazioni sulle stimmate). 
Camminare con Lui per ricevere da Lui, in dono, il suo Spirito, il Dna sano della Sapienza celeste, quella della Croce, per pensare le cose secondo Dio, quelle di lassù per vivere quaggiù. 
"Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. 
“Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità" (card. Joseph Ratzinger, Omelia nella Missa pro eligendo Romano Pontifice).

- don Antonello Iapicca -



Buona giornata a tutti. :-)











domenica 14 aprile 2019

La segnaletica del Calvario – Don Tonino Bello

Al Golgota si va in corteo, come ci andò Gesù.

Sulle grandi arterie, oltre alle frecce giganti collocate agli incroci, ce ne sono ogni tanto delle altre, di piccole dimensioni, che indicano snodi secondari.

Ora, per noi che corriamo distratti sulle corsie preferen­ziali di un cristianesimo fin troppo accomodante e troppo poco coerente, quali sono le frecce stradali che invitano a rallentare la corsa per imboccare l’unica carreggiata credibile, quella che conduce sulla vetta del Golgota?

Ve ne indico tre. Ma bisogna fare attenzione, perché si vedono appena.

 
La freccia dell’accoglienza. 
E’ una deviazione difficile, che richiede abilità di manovra, ma che porta diritto al cuore del Crocifisso.


Accogliere il fratello come un dono. Non come un rivale. Un pretenzioso che vuole scavalcarmi. Un possibile concor­rente da tenere sotto controllo perché non mi faccia le scarpe.

Accogliere il fratello con tutti i suoi bagagli, compreso il bagaglio più difficile da far passare alla dogana del nostro egoismo: la sua carta d’identità! 
Sì, perché non ci vuole molto ad accettare il prossimo senza nome, o senza contorni, o senza fisionomia. Ma occorre una gran fatica per accettare quello che è iscritto all’anagrafe del mio quartiere o che abita di fronte a casa mia.


Coraggio! 
Il Cristianesimo è la religione dei nomi propri, non delle essenze. Dei volti concreti, non degli ectoplasmi. 
Del prossimo in carne e ossa con cui confrontarsi, non delle astrazioni volontaristiche con cui crogiolarsi.


La freccia della riconciliazione. 
Ci indica il cavalcavia sul quale sono fermi, a fare autostop, i nostri nemici. 
E noi dobbiamo assolutamente frenare. 
Per dare un passaggio al fratello che abbiamo ostracizzato dai nostri affetti. Per stringere la mano alla gente con cui abbiamo rotto il dialogo. 
Per porgere aiuto al prossimo col quale abbiamo categoricamente deciso di archiviare ogni tipo di rapporto.

È sulla rampa del perdono che vengono collaudati il mo­tore e la carrozzeria della nostra esistenza cristiana. E su questa scarpata che siamo chiamati a vincere la pendenza del nostro egoismo e a misurare la nostra fedeltà al mistero della croce.


La freccia della comunione. 
Al Golgota si va in corteo, come ci andò Gesù. Non da soli. Pregando, lottando, soffrendo con gli altri. Non con arrampicate solitarie, ma solidarizzando con gli altri che, proprio per avanzare insieme, si danno delle norme, dei progetti, delle regole precise, a cui bisogna sottostare da parte di tutti. Se no, si rompe qualcosa. Non il cristallo di una virtù che, al limite, con una confessione si può anche ricomporre. Ma il tessuto di una comunione che, una volta lacerata, richiederà tempi lunghi per pazienti ricuciture.

  
Il Signore ci conceda la grazia di discernere, al momento giusto, sulla circonvallazione del Calvario, le frecce che segnalano il percorso della Via Crucis. Che è l’unico percorso di salvezza.



- don Tonino Bello -
Fonte: Alla finestra della speranza di don Tonino Bello



Pentimento non è auto compassione o rimorso, ma conversione, incentrare la nostra vita sulla Trinità. Non è guardare indietro con disgusto, ma avanti con speranza.
Non significa guardare in basso ai nostri errori, ma in alto all'amore di Dio.
Non significa guardare ciò che non siamo riusciti a essere, ma ciò che - per grazia divina - possiamo diventare.

- K. Ware -
Agenda Missionaria 



"Se vi dicono che afferrate le nuvole, che battete l'aria, che non siete pratici, prendetelo come un complimento.
Non fate riduzioni sui sogni. Non praticate sconti sull'utopia.
Se dentro vi canta un grande amore per Gesù Cristo e vi date da fare per vivere il Vangelo, la gente si chiederà: Ma cosa si cela negli occhi così pieni di stupore di costoro?".

- don Tonino Bello -


Buona giornata a tutti. :-)




sabato 13 aprile 2019

Non disarmiamoci, rimaniamo vigilanti - cardinale Giacomo Biffi

Gesù, «pieno di Spirito Santo», fu condotto dallo stesso Spirito alla celebrazione della prima ed esemplare quaresima dell’era cristiana. 
Lo Spirito lo guida lontano dagli uomini, in un luogo solitario dove la desiderosa e perfetta comunione col Padre – sempre viva nell’animo di Gesù di Nazaret – avrebbe avuto tutto l’agio di esprimersi, senza essere disturbata da nessuna delle distrazioni che abitualmente disperdono l’esistenza; dove egli avrebbe potuto attendere tranquillamente alla preghiera, alla meditazione, alla penitenza, cioè proprio a quelle attività che dovrebbero trovare un po’ di posto anche nei nostri programmi quaresimali. 
Eppure anche in questo «tempo dello Spirito», dove tutto è santo e conforme alla divina volontà, il Tentatore trova modo di insinuarsi e azzardare i suoi colpi. 
Finché siamo in questo mondo, non c’è condizione di vita, non c’è luogo sacro, non c’è impegno contemplativo o apostolico, non c’è impresa nobile e degna, che sia al riparo dall’arte malefica dell’Avversario di Dio. 
Il che non deve né meravigliarci né intimorirci: se ci manteniamo uniti al nostro Salvatore, saremo sì, con lui, sottoposti alla tentazione, ma in lui e per lui saremo anche capaci di vincere. 
Piuttosto, questo deve farci evitare l’ingenuità sconsiderata di chi ritiene che il mondo per il cristiano sia una specie di paradiso terrestre senza serpente, e non invece – come è – il luogo dove il Vangelo è largamente osteggiato, l’azione salvifica di Dio ostacolata, la Chiesa di Cristo spesso fraintesa nelle sue intenzioni e combattuta nei valori che presenta e difende; il luogo, cioè, dove Satana è ancora così libero di agire da poter essere chiamato il «principe di questo mondo». 
Questo stato di cose deve persuaderci a non disarmare, a mantenerci vigilanti, a irrobustirci quotidianamente con la parola di Dio 
e col Pane di vita. 

- cardinale Giacono Biffi - 
(15 febbraio 1986)




Mettiamo l’orgoglio sotto i piedi e saremo liberi, sereni e fraterni: saremo creature che vivono e testimoniano la risurrezione di Cristo.

- San Giovanni XXIII, papa –




Breve è il giorno, perché ricolmarlo di pene, perché riempirlo di cruccio?
Effimeri siamo, chiusi tra l'aurora e il tramonto.
Breve è lo spazio di luce, ma colmo di riflessi e di richiami all'eterno. 

- Giovanni Vannucci -


Buona giornata a tutti. :-)






giovedì 7 marzo 2019

Lettera di Sant’Agostino all’uomo per amare una donna in pienezza e per sempre

Giovane amico, se ami questo è il miracolo della vita.
Entra nel sogno con occhi aperti e vivilo con amore fermo.
Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama la tua donna senza chiedere altro all’ infuori dell’eterna domanda che fa vivere di nostalgia i vecchi cuori.
Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire. 
Guardala negli occhi affinché le dita si vincolino con il disperato desiderio di unirsi ancora; e le mani e gli occhi dicano le sicure promesse del vostro domani. 
Ma ricorda ancora, che se i corpi si riflettono negli occhi, le anime si vedono nelle sventure.
Non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiedi.
Non crederti superiore poiché solo la vita dirà la vostra diversa sventura.
Non imporre la tua volontà a parole, ma soltanto con l’esempio.
Questa sposa, tua compagna di quell’ignoto cammino che è la vita, amala e difendila, poiché domani ti potrà essere di rifugio.
E sii sincero giovane amico, se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere.
Amala come il sole che invochi al mattino.
Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’amore.
Sii questo per lei, e poiché questo deve essere lei per te, ringraziate insieme Dio, che vi ha concesso la grazia più luminosa della vita!

- Sant' Agostino -






























Mantieni coloro che ami vicini a te, 
dì loro all'orecchio quanto ne hai bisogno, 
amali e trattali bene... 
prenditi tempo per dirgli "mi dispiace", 
"perdonami", 
"per piacere", 
"grazie", 
e tutte le parole d'amore che conosci. 

- Gabriel  Garcia Márquez - 



La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. 
Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. 
Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. 
Se senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido.

- Sant' Agostino -




Buona giornata a tutti. :-)


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martedì 27 marzo 2018

La leggenda di Marcus il centurione

Marcus era un centurione e ormai da 30 anni si trovava alle dipendenze di Pilato. Di condannati ne aveva visti tanti, ma nessuno come questo Galileo. «Con tutte le torture che gli sono state fatte dovrebbe essere già morto… e invece mantiene sempre la calma, pur tra inaudite sofferenze… e poi… mi ricorda qualcuno…».
Intanto Gesù fu caricato della croce e il triste corteo si avviò verso il Calvario. Ad un tratto lungo la strada apparve una Donna. «E’ la madre del condannato», sussurrò qualcuno. 
Marcus si voltò ed ebbe un sussulto: come un lampo il passato gli tornò davanti agli occhi.
Era un giovane soldato, appena giunto dall’Italia, quando venne mandato con dei colleghi in Galilea a causa di una sommossa. 
Come gli altri soldati era un prepotente: entrava nei villaggi e saccheggiava le case senza aver rispetto per nessuno. 
Un giorno la sua guarnigione rimase senza viveri e i soldati decisero di prendere con la violenza un po’ di provviste. Gridando e schiamazzando misero in subbuglio il paesino di Nazaret: le urla delle donne e il pianto dei bambini, invece di impietosirli, li facevano divertire.
Mancava ancora una casetta: Marcus fu il primo ad entrare; ma si fermò di colpo. All’interno non c’era niente di strano: solo una donna con un bambino; eppure l’atmosfera era talmente soprannaturale che i soldati entrando rimanevano ammutoliti. 
Marcus una volta aveva visto da vicino Cesare, eppure da quei due si irradiava una maestà ben superiore a quella dell’imperatore.
Con una voce dolcissima e molto calma la Signora domandò: «Avete bisogno di qualcosa?». I soldati si guardavano imbarazzati. Marcus si fece coraggio e rispose: «Avremmo bisogno di un po’ di cibo, ma non vorremmo essere di disturbo…». 
La Donna si rivolse al bambino: «Gesù, vai a prendere un po’ di provviste». Il bambino subito si alzò e corse in dispensa. Quando tornò aiutò la Mamma a preparare tanti fagottini quanti erano i soldati. Infine, la Donna distribuì le provviste a ciascuno di loro.
Pur essendo molto giovane, tutti ebbero l’impressione di trovarsi di fronte alla propria madre.
Marcus non aveva più dimenticato quello sguardo e adesso era sicuro di riconoscerlo in quella Donna.
«Il condannato dev’essere quel bambino!». Era la prima volta che provava compassione per un condannato.
Un pensiero gli si affacciò alla mente: «Quest’uomo ha affermato di essere Figlio di Dio… E se fosse vero?». La Donna intanto seguiva il Figlio con una compostezza e una dignità che ferivano profondamente il cuore del buon centurione.
Arrivarono sul Calvario e dopo tre ore di tremenda agonia, alla morte di Gesù Marcus cadde in ginocchio ed esclamò: «Costui era veramente Figlio di Dio!», e così dicendo gli tornarono alla mente le Sue ultime parole: «Donna ecco tuo Figlio»: solo allora capì che si trattava di una Maternità universale ed ebbe un sussulto: era proprio questa l’impressione che aveva avuto quando aveva visto la Donna per la prima volta.




«Se avesse guardato Gesù negli occhi come ha fatto Pietro (Lc 22,61), Giuda sarebbe stato l’amico della misericordia di Dio»

- Madre Teresa di Calcutta - 



Una preghiera a Gesù Crocifisso

O Gesù, mi fermo pensoso
ai piedi della Croce:
anch’io l’ho costruita con i miei peccati!
La tua bontà, che non si difende
e si lascia crocifiggere, è un mistero
che mi supera e mi commuove profondamente.
Signore, tu sei venuto nel mondo per me,
per cercarmi, per portarmi
l’abbraccio del Padre.
Tu sei il volto della bontà
e della misericordia:
per questo vuoi salvarmi!
Dentro di me ci sono le tenebre:
vieni con la tua limpida luce.
Dentro di me c’è tanto egoismo:
vieni con la tua sconfinata carità.
Dentro di me c’è rancore e malignità:
vieni con la tua mitezza e la tua umiltà.
Signore, il peccatore da salvare sono io:
il figlio prodigo che deve tornare, sono io!
Signore, concedimi il dono delle lacrime
per ritrovare la libertà e la vita,
la pace con te e la gioia in te.
Amen.

- Card. Angelo Comastri -


Buona giornata a tutti. :-)