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martedì 13 gennaio 2026

Intercedere: farsi carico dell'altro – cardinale Carlo Maria Martini

 Dall'inizio desidero dirvi di non aspettarvi da me una lezione formale.
Io sono troppo avanti negli anni per questo tipo di esercizio, e per molto tempo ho lasciato il regolare contatto con la letteratura scientifica.
Dunque, posso solo offrirvi alcuni pochi pensieri che mi aiutano nella preghiera quotidiana. Per questa ragione, pur tenendo come sottofondo l'intera problematica dell'intercessione, il mio preciso oggetto sarà la preghiera di intercessione.
Mi baso in particolare su due scritti che costituiscono la mia principale fonte di ispirazione: la Bibbia Ebraica o Tanach e il Secondo Testamento, chiamato anche il Nuovo Testamento.
Desidero iniziare con le parole di Gesù tratte dall'Evangelo di Luca (Lc 10,21): «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agl'intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te».
Testi simili a questo si trovano anche nella Tanach, precisamente in Isaia 29,14: «Perirà la sapienza dei suoi sapienti e scomparirà l'intelligenza degli intelligenti», o in Isaia 19,11-12: «Certamente stolti sono i prìncipi di Tanis, i più sapienti dei consiglieri del faraone formano un consiglio stupido. 

Come potete dire al faraone: "Io sono discepolo dei sapienti, discepolo di antichi regnanti"? Dove sono dunque i tuoi sapienti? Ti annuncino e facciano conoscere ciò che progettò il Signore degli eserciti a proposito dell'Egitto».
Dietro a queste istanze vi è una opposizione: da una parte, il dotto e il sapiente che pretendono di capire e, dall'altra, i piccoli e i fanciulli che sono immagine del popolo pronto ad accettare le cose del regno di Dio con la semplicità di un bambino.
Nel suo duro linguaggio Paolo afferma: «Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo non conobbe Dio con la sapienza, piacque a Dio di salvare quelli che credono con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1,21).

1. Il sapiente e il dotto
Con questa distinzione in mente, consideriamo dapprima il sapiente ed il dotto. Penso che la preghiera di intercessione è tra le cose che queste persone sono inclini a considerare come insignificanti e persino assurde.
Anche noi a volte apparteniamo a questa categoria, quando pensiamo che la preghiera di intercessione rimanga come sospesa nell'aria senza produrre frutto, o quando la consideriamo di seconda classe, come devozionale, da compiersi semmai nei ritagli di tempo.
Certamente il dotto ed il sapiente non obbietteranno al primitivo significato latino del termine «intercedere», che è «camminare nel mezzo», pronto ad aiutare ciascuna delle due parti o ad interporsi in favore di una di loro. Potrebbero anche non obbiettare all'intercessione compiuta da una persona verso un preciso uomo o donna o gruppo di persone. Vi sono molti esempi in questo, nell'antica letteratura ed altrettanto nella Bibbia.
Là, ad esempio, Giuseppe domanda al capo dei coppieri del re d'Egitto di ricordarsi di lui quando costui sarà uscito di prigione ed a parlare in suo favore al Faraone (Gen 40,14) (il capo dei coppieri dimenticò poi di compiere ciò quando fu liberato e reintegrato nel suo lavoro!).
Un uomo ed una donna possono parlare a nome di un altro uomo, o donna che sia, ad una terza persona affinché quest'ultima cambi i propri progetti e una sapiente intercessione può aiutare a trovare e a compiere una giusta decisione o a rovesciare una decisione sbagliata.
Ma Dio non pone in essere decisioni sbagliate, e quindi, quando noi veniamo alla preghiera di intercessione (cioè «stare alla presenza di Dio per un'altra persona») domandiamo forse a Lui di intervenire e modificare la situazione di quell'uomo o donna? Qui il sapiente e il dotto pongono molte obbiezioni. Come può Dio essere mosso a cambiare il suo modo di pensare e correggere una decisione sbagliata? La mente di Dio non è forse immodificabile dall'inizio?
Notiamo che questa obbiezione può essere portata a riguardo di ogni preghiera di petizione, ma essa diventa molto forte nel caso dell'intercessione, che è preghiera di petizione per altri. Infatti Dio generalmente dona un aiuto con la libera collaborazione della persona interessata. Quale può essere allora il senso dell'intrusione di altre persone? 



2. I piccoli
Ma contro il sapiente e il saggio stanno i piccoli, che ricevono dall'alto il dono dell'intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è lo stare davanti a Dio per altri.
Esso è presente in molti esempi biblici, da Abramo che pregò per scongiurare la punizione di Sodoma (Gen 18,22-32), a Mosè che intercedette per l'intero popolo di Israele (Es 32,11-13), ed anche per un solo individuo come sua sorella Miriam (Nu 12,13); da Samuele che, nonostante l'avvenuta rottura col popolo, promise di continuare ad intercedere per esso (1 Sam 12,23), a Davide che pregò per la vita di suo figlio (2 Sam 12,16-17); da Amos che pregò il Signore Dio di perdonare Giacobbe perché "egli è così piccolo" (Amos 7,1-6), a Geremia che disse al popolo di pregare per il benessere della città in cui erano stati deportati (Ger 29,7) e così in molte altre situazioni.
Se noi potessimo considerare anche la letteratura intertestamentaria, questi esempi si moltiplicherebbero.
Questa attitudine la sento personalmente di grande interesse perché, dopo molti anni dedicati allo studio e all'insegnamento e a un ministero pubblico, ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano, che ho avuto l'onore di servire come Arcivescovo per più di ventidue anni, e per tutto il mondo e specialmente per le persone con le quali vivo, ricordando le parole dell'apostolo Paolo: «I giudei prima, e poi i greci». La preghiera di intercessione è dunque la mia prima priorità, la mia principale quotidiana occupazione. Come allora io posso praticarla se è considerata insignificante ed anche assurda?
Penso che questa sera siamo chiamati ad entrare nel cuore dei piccoli e degli umili, nel cuore cioè della grande intercessione che abbiamo menzionato or ora, cosicché possiamo intravedere quanto essi hanno compreso del valore di questa preghiera. 


3. Una rete di relazioni
Parto dallo scritto di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 all'età di ventinove anni.
All'inizio degli orrori della Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era Shabbat), ella scrisse nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio».
E il giorno successivo, di domenica, ella scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi... Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch'esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi».
Etty Hillesum scrisse questa pagina quando viveva il difficile passaggio dall'ateismo alla fede e scopriva a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio. Ma queste parole, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. Dio vuole non solo chiamarci alla solidarietà, la quale è definita come «un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti poiché hanno un comune scopo» (cf. Longman, Dictionary of Contemporary English). Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, ad immagine della cura di Dio per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: «Dov'è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9).
Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell'aiuto dato ad un altro. Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell'ultimo giudizio, nel vangelo di Matteo (25,31.46), dove il Signore dice a quelli che hanno aiutato il prossimo: «Tu l'hai fatto a me» (25,40).
Egli è presente in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell'impegno di coloro che lottano contro la violenza, l'odio, la carestia, la sofferenza e via di seguito.
Come dice Sant'Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne. Egli infatti non ti tolse questo privilegio. Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l'avete fatta a me».
Coloro che hanno il dono dell'intercessione vedono la luce di Dio nel volto di ogni essere umano. In altre parole noi possiamo dire che costoro considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei computers il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri.
Tutto ciò è espresso con forza nelle parole dello staretz Zosima, una delle figure chiave del capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov.
Queste sono le parole di padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra? E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto.
Poiché in caso contrario non valeva la pena che venisse quaggiù. Ma quando riconoscerà non solo di essere peggiore di tutta la gente del mondo, ma anche di essere colpevole di fronte a tutti gli uomini, sulla Terra intera, di tutti i peccati universali e individuali, solo allora sarà raggiunto il fine della nostra unione.
Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e anzi di ogni uomo sulla Terra.
Poiché i monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma sono soltanto come dovrebbero essere tutti sulla Terra. Unicamente allora il nostro cuore si abbandonerà a un amore infinito, universale, che non conosca mai appagamento.
Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare con il suo amore il mondo intero e di purificare con le proprie lacrime tutti i peccati?».
Ed egli così conclude: «Non siate superbi. Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi. Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro ? per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai nostri tempi.
Ricordateli così nella vostra preghiera: "Salva, o Signore, tutti coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono pregare".
E aggiungete anche: "Non per orgoglio ti prego, o Signore, perché anch'io sono un vile peggio di tutto e di tutti?"».
Certamente questa interdipendenza, questa profonda e necessaria interconnessione, per cui ognuno di noi è vincolato a tutti gli altri, è una profondo mistero spirituale, che sarà manifestato nella sua pienezza nell'ultimo giorno, quando la realtà di questo mondo sarà resa chiara a tutte le nazioni; quando?
Ricordando le parole del profeta Isaia?
Il Signore «distruggerà su questo monte il velo posto sulla faccia di tutti i popoli» (Is 25,7), allora noi potremo capire quanto tutto è stato tessuto e tenuto insieme dal Signore di tutti e che noi abbiamo formato insieme un grande web di relazioni reciproche.
Oggi noi siamo chiamati a riconoscere poco alla volta questa mutua appartenenza, che caratterizza tutti i nostri atti, secondo il comandamento: «Tu amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18).
Noi siamo chiamati ad osservare questo comandamento non solo attraverso le nostre azioni, ma anche nella preghiera di intercessione.




4. La preghiera di intercessione
Come spiegare ciò? Abbiamo visto che Dio stesso mostra nella Bibbia quanto egli abbia a cuore la preghiera di intercessione. Ma in questa preghiera noi non stiamo tentando di cambiare la mente di Dio.
Secondo la comune interpretazione teologica, il significato della preghiera di petizione e di quella di intercessione, non è di ottenere un cambiamento della volontà di Dio, ma di far sì che la creatura abbia parte ai doni di Dio.

Dio ci concede di desiderare quanto egli vuole donarci.
Ma noi abbiamo notato che vi è molto di più. Vi è il fatto di una mutua responsabilità, che deve essere espressa non solo attraverso l'agire, ma anche per mezzo della preghiera. Dio ci vuole gli uni per gli altri, egli desidera che mostriamo per gli altri interesse, compassione, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell'umanità, attraverso l'essere gli uni per gli altri, come Lui è misteriosamente in se stesso un perpetuo dono di sé.
Così una piena comunione è realizzata tra gli esseri umani. Coloro che possono fare qualcosa per gli altri nel senso fisico, materiale, sono chiamati a farlo. Tutti gli altri sono invitati a unire la loro preghiera in una grande intercessione. Perciò la risposta soddisfacente riguardante la necessità della preghiera di intercessione sta nel mistero del piano di Dio, che vuole questa profonda comunione tra tutti i suoi figli. E Dio lo vuole perché egli è così, colui che dà se stesso, che ha cura degli altri, che li ama fino alla morte (cf. Gv 13,1).
Certamente l'intercessione presuppone che la persona che la compie sia accetta al Signore, sia in un certo qual senso suo amico, come è detto di Abramo, a cui Dio non volle nascondere nulla di quanto stava per fare (cf. Gen 18,17). L'intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera che essi vivano secondo la volontà di Dio. Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l'uomo e il suo Dio.
Queste sono alcune delle ragioni per cui mi sento inclinato alla preghiera di intercessione. Naturalmente so bene che la mia preghiera è molto povera, pigra, spesso piena di distrazioni. Ma non di meno la considero come un piccolo rigagnolo, che fluisce dentro il grande fiume che è l'intercessione della Chiesa e delle persone buone di tutta l'umanità.
Questo grande fiume di intercessione fluisce e si immerge, per me come cristiano, nel grande oceano dell'intercessione di Cristo, che «vive sempre per intercedere» a nostro favore (cf. Eb 7,25; Rom 8,34). Così la mia piccola intercessione è parte di un grande oceano di preghiera in cui il mondo viene immerso e purificato.
Lo stesso grande scrittore della fine del diciannovesimo secolo che ho citato prima, Dostoevskij, ci ha dato nello stesso libro una commovente descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: "Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te". Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall'estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l'anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell'istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell'uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».





5. Sommario in 6 punti
Possiamo ora sintetizzare ciò che abbiamo cercato di dire.

1. La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell'efficienza materiale e del frutto visibile.

2. La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l'unità del piano divino per l'umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l'uomo e il suo Dio.

3. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità.
Guarda all'unità del genere umano proponendo a ciascuno l'invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo.

4. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell'umanità e di ogni singola persona.

5. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell'essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in-relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell'essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell'altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione.

6. Da tutto questo deriva la necessità e l'urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all'intimo dell'Essere divino e porta in questo mondo l'immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell'umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all'azione tutta la gente di buona volontà.

cardinale Carlo Maria Martini -

 Lectio a Gerusalemme
20 gennaio 2008



Buona giornata a tutti. :-)


martedì 30 dicembre 2025

"Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia" - Cardinale Carlo Maria Martini

Nel contesto delle beatitudini, 'fame e sete' significano chiaramente il desiderio ardente di una giustizia che va alla radice: è la giustizia nei riguardi di Dio, la tensione a una vita pienamente conforme alla volontà divina. 
Gli affamati e assetati di questa giustizia non potranno non essere saziati dal Padre che è nei cieli.
L'invito che le parole di Gesù ci rivolgono è di desiderare per la nostra vita ciò che è veramente essenziale.
Il Cristiano, ciascuno di noi, è sollecitato ad avere fame e sete anzitutto della volontà di Dio; che si compia quanto il Signore ritiene bene e giusto - ci venga concesso quindi anche il pane materiale -, ma specialmente ogni verità e giustizia, perché si realizzi il regno dell'amore di Dio.
Per aiutarvi nella meditazione personale, mi piace recitare il commento di don Luigi Serenthà sulla quarta beatitudine: 
"Beati quelli che hanno fame e sete di fare la volontà di Dio, cioè che dicono: il mio nutrimento, il nutrimento su cui faccio crescere la mia vita, così come il corpo cresce sul pane e sul­l'acqua, non è la mia volontà, ma la volontà di Dio. Io ho fame di Dio, ho sete di lui, la sua volontà è punto di riferimento per la mia esistenza. Mi affido a Dio, lui è la mia gioia, ciò che egli mi rivela lo mangio e lo bevo con quella avidità con cui l'asse­tato e l'affamato bevono l'acqua e mangiano il pane".

Sono parole molto belle, che esprimono il grande, inestingui­bile desiderio dell'uomo e la risposta promessa dal Signore a ta­le desiderio.

- cardinale Carlo Maria Martini - 




« II Signore, dicendo : " Passi da me questo calice, però non la mia, ma la tua volontà sia fatta ", dichiara che non è possibile all'uomo salvarsi senza l'amara medicina della morte; senza bere il calice dell'umiliazione e del patimento. « Gesù Cristo fu come un medico pietoso, il quale, sebbene sano, appressò per primo le labbra alla medicina amara, affinchè, sul suo esempio, gli infermi non avessero difficoltà di trangugiarla. Non diciamo, dunque: non ho voglia, non ho forza di bere il calice dei patimenti che Dio mi manda; poiché il nostro Salvatore divino fu il primo a berlo sino alla feccia »

- Sant'Agostino -



"Il Signore mi ha dato una intelligenza, una volontà, una ragione: devo farle funzionare. Se non si adoperano si arrugginiscono e si finisce per essere delle nullità, dei lombrichi che strisciano, senza un'idea buona, geniale, ardita; degli ignavi, a Dio spiacenti."

- Beato Alberto Marvelli - 



Buona giornata a tutti. :-)



 

sabato 27 dicembre 2025

L’Eucarestia, centro della Chiesa – Card. Carlo Maria Martini

 Non è facile mettere l’Eucaristia al centro!

Non è facile accogliere il messaggio del sacramento dell’Eucaristia nella sua forza.

I testi del Nuovo Testamento alludono spesso all’incomprensione che essa incontra in coloro cui essa è destinata.

Il primo documento neotestamentario sull’Eucaristia denuncia la maniera scorretta con cui essa veniva celebrata dai cristiani di Corinto.

Luca racconta come durante l’Ultima Cena i discepoli discutessero chi fosse tra loro il più grande. Nel capitolo 6 di Giovanni si incontra l’incomprensione da parte degli ascoltatori di Gesù: “Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?”.

Nell’Eucaristia l’amore di Dio si manifesta nelle sue forme più pure e sconvolgenti ed incontra un uomo che è spaesato dinanzi a cose immensamente più grandi di lui. L’Eucaristia è la meta di un lungo cammino. Confessare umilmente le nostre lacune o anche semplicemente le nostre incertezze e difficoltà, è il primo passo da compiere per riscoprire l’inesauribile ricchezza di questo mistero."



(Card. Carlo Maria Martini)

"Il cristianesimo non promette la semplice salvezza dell'anima, in un aldilà qualsiasi in cui tutti i valori e le cose preziose di questo mondo scomparirebbero come se si trattasse di una scena costruita un tempo e ormai destinata a scomparire. Il cristianesimo promette l'eternità di ciò che si è realizzato in questa terra. Dio conosce e ama nella sua totalità l'uomo che siamo fin d'ora. 

È dunque immortale ciò che cresce e si sviluppa nella nostra vita di ora. Nel nostro corpo noi soffriamo e amiamo, speriamo, proviamo gioia e tristezza, e progrediamo attraverso il tempo. Quanto cresce nella nostra vita di oggi, è imperituro. È dunque imperituro ciò che siamo divenuti nel nostro corpo, ciò che è cresciuto e maturato nel cuore della nostra vita, relativamente alle cose di questo mondo. Proprio la "totalità dell'uomo" tale e quale si è collocato in questo mondo, tale e quale vi ha vissuto e sofferto, sarà un giorno portata nell'eternità di Dio e participerà, in Dio stesso, all'eternità. Proprio questo deve colmarci di una gioia profonda." 

- Papa Benedetto XVI - 


Buona giornata a tutti :-)








venerdì 14 febbraio 2025

Amati, chiamati ad amare - + Card. Carlo Maria Martini

 La verità di noi stessi è che siamo fatti per amare e abbiamo bisogno di essere amati.
La verità di Dio è che Dio è amore, un amore misterioso ed esigente, ma insieme tenerissimo e misterioso.
Questo amore con cui Dio ci avvolge è la chiave della nostra vita, 
il segreto di ogni nostro agire.
Noi siamo chiamati ad agire per amore, 
a spendere volentieri la nostra vita per i nostri fratelli e sorelle, e lasciare esplodere la nostra creatività e ad esercitare la nostra intelligenza nel servizio degli altri.

- Card. Carlo Maria Martini - 



 Oggi, il discernimento è importantissimo per tanti motivi, essendo l'unico modo che permetta di orientarsi in una società complessa, l'unico modo per non perdersi d'animo di fronte alle grandi visuali oscure - secolarizzazione, immoralità dilagante, che rischiano di non farci mai decollare.  

- Card. Carlo Maria Martini -
da: “Quale prete per la Chiesa di oggi”, ed. In Dialogo                                               




Siamo chiamati a contrastare il criterio che giudica la bontà di un sistema solo dalla produttività economica e non invece, e anzitutto, dalla qualità di vita che esso sa diffondere. 

- Card. Carlo Maria Martini - 
Da: “Affrontare la tempesta con serenità e con forza”




Dalla Croce Gesù propone in positivo un altro tipo di umanità: è l'umanità di chi vive la beatitudine dei miti e degli operatoti di pace, di chi accetta di portare la croce quotidiana dietro al suo Signore.

- Card. Carlo Maria Martini -

Preghiera per l'Europa

Padre dell'umanità, Signore della storia, 
guarda questo continente europeo 
al quale tu hai inviato tanti filosofi, 
legislatori e saggi, 
precursori della fede nel tuo Figlio morto e risorto.
Guarda questi popoli 
evangelizzati da Pietro e Paolo, 
dai profeti, dai monaci, dai santi; 
guarda queste regioni bagnate dal sangue dei martiri 
e toccate dalla voce dei Riformatori.
Guarda i popoli uniti da tanti legami 
ma anche divisi, nel tempo, 
dall'odio e dalla guerra. 
Donaci di lavorare per una Europa dello Spirito 
fondata non soltanto sugli accordi economici, 
ma anche sui valori umani ed eterni.
Una Europa capace di riconciliazioni etniche ed ecumeniche, 
pronta ad accogliere lo straniero, 
rispettosa di ogni dignità. 
Donaci di assumere con fiducia 
il nostro dovere di suscitare 
e promuovere un' intesa tra i popoli 
che assicuri per tutti i continenti, 
la giustizia e il pane, la libertà e la pace.

- Card. Carlo Maria Martini -


Buona giornata a tutti. :-)

lunedì 23 dicembre 2024

Buon Natale dal Cardinale Carlo Maria Martini

 Oggi il Natale ha quasi perduto il suo senso originario. 
Lo «celebrano» anche uomini di altre religioni. 
Perfino parecchi non credenti vivono in questo giorno una qualche forma di liturgia profana. Non v’è alcuno che rifiuti per Natale qualche dono o almeno una buona cena. 
Per questo non parlo volentieri del Natale. Da quando ho conosciuto un po’ meglio la Sacra Scrittura, è la Pasqua che mi attrae e mi pone dinnanzi a un preciso programma di vita. 
Benché il Natale sia una splendida manifestazione della gloria di Dio in Cristo e del suo amore per noi, i discorsi che si fanno a partire dal Natale sanno spesso di buonismo e di speranza a buon mercato. 
Essi sono un segno di poca lealtà con se stessi e con gli altri. Infatti diciamo delle cose che non sono vere e a cui nessuno crede. 
Ci auguriamo a vicenda lunga vita, felicità, successo, ci facciamo doni che vogliono dire l’affetto che ci portiamo, ma per lo più sappiamo che non è così. 
La prima lettera espone bene questo stato di cose. 
Il Natale fa emergere le storture della politica, la gravissima crisi  economica che stiamo attraversando, le violenze quotidiane fisiche e psicologiche. 
E si potrebbero aggiungere tante altre cose ancora. Molti uomini e donne attendono in questo giorno qualcosa, un evento o magari una persona che li tiri su, che restituisca loro l’ottimismo ingenuo che hanno irrevocabilmente perduto; qualcosa di nuovo e di grande, che potrebbe farli tornare indietro. 
Ma questa speranza è fallace, perché si basa solo sulle nostre forze e dimentica lo Spirito di Dio, il solo capace di aiutarci in maniera efficace. 
Dopo i giorni delle feste tutto ritorna più o meno come prima. 
È come un dirsi reciprocamente «ce la faremo», pur sapendo tutti che non è vero. 
Per vivere bene il Natale e ricavarne quel conforto che è giusto attendersi
da questa festa, è necessario sforzarsi di capire ciò che viene detto nei Vangeli. In essi, soprattutto nel Vangelo secondo Luca, emerge un progetto di uomo che vive il dono di Dio nella meraviglia, nella gratitudine e nel distacco. 
Questo uomo nuovo può essere o un semplice come i pastori o uno studioso
come i Magi. Tutti sono chiamati a partecipare all’esperienza dei pastori a cui fu detto: «Vi annunzio una grande gioia» (Lc 2,10). 
Chi partecipa di questa gioia, si difenderà da quel pericolo che è il Natale del consumismo, che ci impone di non sfigurare davanti ad amici e parenti con costosi regali. 
Pur avendo la coscienza che molte famiglie fanno fatica a far quadrare il bilancio del mese, si continua a spendere denaro pubblico e privato nella maniera più folle. 
Si tratta di una gioia semplice, intima, che può convivere anche con momenti di sofferenza e di strazio. 
Il bambino Gesù è l’immagine di questa fiducia e abbandono alla Provvidenza. Qui va ricordata la parola di Gesù: «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). 
Se noi riusciamo ad affidarci alla Provvidenza di Dio, accettiamo ogni cosa con fiducia, perché fa parte del disegno del Padre. 
Il Natale guarda alla Pasqua e il presepio contiene allusioni alla morte e risurrezione di Gesù. Esse erano presenti nella riflessione dei Padri. 
Così, ad esempio, il tema del legno della croce veniva ricordato dalla culla di legno in cui giace Gesù. Le pecore offerte dai pastori ricordano l’agnello immolato.
Anche la Madre che si curva sul Figlio ci richiama alla pietà di Maria che tiene tra le braccia il Figlio morto. 
La liturgia ambrosiana si esprime così:
«L’Altissimo viene tra i piccoli, si china sui poveri e salva». Dunque, il senso del Natale ci riporta al centro della nostra redenzione e ci procura una
gioia che non avrà mai fine. Un simile atteggiamento positivo può convivere anche con grandi dolori e penosi distacchi. So bene che questi sentimenti di
dolore sono i segni di grandi ferite, che si riaprono soprattutto in questi giorni. Quando si vede a tavola un posto vuoto, riemerge il mistero del Crocefisso con le sue piaghe. 
Ci sarebbe ancora da trattare di come il presepio può essere contemplato anche da non credenti e da atei. Io penso che questo fascino derivi dall’atmosfera profondamente umana che in esso si respira. 
Una umanità che sa guardare anche al lato invisibile della realtà e si compendia nella preghiera «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» . Buon Natale a tutti!

- Cardinale Carlo Maria Martini - 
da: “Corriere della Sera” del 23 dicembre 2010




Abbiamo bisogno di tempi, di silenzio, di calma, di preghiera, perché soltanto così possiamo affrontare le responsabilità che ci vengono date. Per questo vi ricorderete cosa ho detto in molte occasioni: lavorare meno e lavorare meglio e riposarsi un po' di più.  

- card. Carlo Maria Martini - 



Il Natale è assolutamente inadatto al mondo moderno.
Presuppone la possibilità che le famiglie siano unite,
o si riuniscano, e persino che gli uomini e le donne
che si sono scelti si parlino.
Il Natale continua a ergersi dritto, integro e spiazzante.
Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada.
  
- Gilbert Keith Chesterton -


Buona giornata a tutti. :-)











lunedì 4 novembre 2024

La preghiera di san Carlo - Card. Carlo Maria Martini

 È noto a tutti che san Carlo Borromeo è stato un uomo di grande preghiera. Carlo Bascapè, il suo biografo più famoso, che fu anche testimone oculare della sua vita, scrisse in Vita e opere di Carlo, Arcivescovo di Milano e cardinale di S. Parassede (1592): «Fu molto assiduo nella preghiera e nella contemplazione delle cose celesti. 
Quando meditava, soleva concentrarsi con la mente e il cuore e, se ne aveva il tempo, tanto s’immergeva nel profondo delle verità spirituali che, pur così incredibilmente occupato, si mostrava del tutto astratto da ogni cosa». 
Presso i contemporanei il raccoglimento di quest’uomo lasciò dunque una profonda impressione.
E il Bascapè continua: «Poiché di giorno era occupato dagli affari, pregava durante la notte; e quando erano in corso questioni di particolare importanza, trascorreva in orazione notti intere. 
Per questo esercizio di pietà si era preparato un luogo vicino alla sua camera, e non così isolato che qualcuno dei famigliari non sentisse spesso i gemiti delle sue preghiere».

Questo luogo isolato, un piccolo oratorio, esiste ancora nel Palazzo arcivescovile di Milano, e non lo si può visitare senza provare una grande emozione, pensando alle lunghe preghiere diurne e notturne di San Carlo in quel luogo.

Altri uomini e donne famosi dell’epoca di San Carlo furono di grande orazione, e ci hanno lasciato memorie autobiografiche della loro vita interiore, talora di livello altissimo. Basta pensare, per esempio, alla autobiografia di santa Teresa d’Avila. 


Il Libro della sua vita terminato nel 1565 – lo stesso anno in cui san Carlo entrava in Milano – è il racconto ancora oggi vivissimo, scritto in prima persona in uno stile davvero inimitabile, delle grazie di orazione di santa Teresa. La prima edizione a stampa di questo libro è del 1588, quattro anni dopo la morte di san Carlo, tuttavia nel Cinquecento era pienamente affermato l’uso di scrivere un proprio diario spirituale autobiografico, nella linea già iniziata dal grande sant’Agostino con le Confessioni.

Insieme all’illustre esempio di santa Teresa se ne potrebbero citare altri.

Ne ricordo uno che non poteva non essere in qualche modo noto anche al Borromeo. È la breve autobiografia di sant’Ignazio di Loyola, detta anche Il racconto del pellegrino. Sant’Ignazio lo scrisse o, meglio, dettò al proprio segretario tra il 1553 e il 1555. Vi è compreso un breve racconto della sua vita, dall’episodio famoso di Pamplona (1521) all’anno del suo arrivo a Roma (1538). 
La prima edizione a stampa di quest’opera anche stavolta è di molto posteriore, ma fin dalle origini ne circolavano numerose copie manoscritte, e san Carlo – che fin dal primo soggiorno a Roma fu molto intimo dei Gesuiti – certamente potè conoscere questo scritto.

Un altro diario, un vero e proprio giornale spirituale, tenuto da Ignazio di Loyola tra il 2 febbraio 1544 e il 27 febbraio 1545, è conservato in due quadernetti, dove il Santo annotava ogni giorno l’argomento delle proprie meditazioni, le grazie ricevute nella meditazione o nella messa, le emozioni interiori, le difficoltà dell’orazione, le lacrime, e qua e là anche episodi della vita quotidiana (come una volta che qualcuno correndo per le scale lo aveva disturbato). È un diario interessantissimo, uno specchio giorno per giorno di questo Santo di poco anteriore al Borromeo. E, anzi, questi due quadernetti probabilmente rappresentano quanto resta di un diario molto più ampio, durato lunghi anni.
Anche allora, dunque, c’era l’uso di tenere un diario spirituale. E io mi sono chiesto spesso in questi anni: possibile che non esista un diario spirituale di san Carlo Borromeo, dove egli annotò giorno dopo giorno le sue meditazioni, le sue preghiere, l’oggetto dei suoi desideri, ciò che nell’intimo lo commuoveva? 
Possibile che non esista una specie di itinerario spirituale, scritto di suo pugno o almeno dettato a qualche contemporaneo?
A prima vista sembrerebbe impossibile che tra l’immensa quantità di manoscritti risalenti a san Carlo Borromeo, o direttamente, e cioè autografi, oppure dettati o scritti da segretari, o copie di cose da lui firmate – quantità ancora oggi inesplorata (si parla di circa 60.000 lettere soltanto per la corrispondenza) –, non sia ancora emerso qualche frammento di diario spirituale o di note di orazioni.

Non è escluso che tra i fondi esistenti , magari proprio in questi anni, salti fuori qualcosa. 
Però la lettura delle prime pagine della citata biografia del Bascapè, suo intimo collaboratore, non lascia molte speranze al proposito, perché vi leggiamo: «Da quando infatti mi sono posto alla scuola di Carlo, come di un ottimo padre, osservando con animo quasi presago ciò che egli faceva di giorno in giorno, ho diligentemente conservato quanto, presto o tardi, mi sarebbe stato utile per un incarico di tal genere, dovuto alla mia dimestichezza con lui». 
Per nostra fortuna, dunque, il biografo contemporaneo aveva già raccolto note giorno per giorno. Il Bascapè afferma poi di aver consultato, per stendere la biografia, più di 30.000 lettere. E aggiunge: «Se accanto a questi documenti esterni, potessimo conoscere ciò che, volendo nascondere la propria virtù, probabilmente Carlo non rese noto ad alcuno, avremmo senza dubbio un materiale più abbondante perché le anime pie lodino la divina bontà».

Queste frasi si leggono nelle prime pagine della Vita di Carlo e provano con certezza che l’autore della biografia non conosceva alcun diario spirituale o appunti di orazione di San Carlo Borromeo, e anche che egli riteneva verosimile che il Santo non avesse appositamente voluto lasciare niente di simile.
Si fa avanti allora un’altra domanda: dobbiamo dunque rassegnarci a una ignoranza assoluta su questo punto? Dobbiamo rassegnarci a ritenere che le lunghissime ore di preghiera di san Carlo, le lunghe adorazioni al Crocifisso, le notti passate a venerare la memoria della Passione nella chiesa del Santo Sepolcro a Milano, le giornate dei suoi esercizi spirituali a Varallo e altrove siano e rimangano un segreto che conosceremo solo nella vita eterna?
Dopo lunghe riflessioni io penso che esista una via mediante la quale ci è giunto qualcosa di tale segreto, e che san Carlo ci inviti a ripercorrere questa via proprio nel suo quarto centenario. Vorrei perciò invitarvi a percorrere con me almeno un tratto di questo cammino, per cercare se è possibile una metodologia che ci serva a ricostruire alcuni frammenti di una autobiografia spirituale di Carlo Borromeo.

- card. Carlo Maria Martini -
da: La preghiera di san Carlo




Il segreto di san Carlo
Vi propongo un itinerario, la cui prima tappa prende in considerazione la scuola di orazione, di preghiera e di meditazione, a cui san Carlo si è assoggettato a partire dal 1563 – quando venne ordinato sacerdote, il 17 luglio, nella chiesa di san Pietro in Montorio a Roma. 
Celebrò la sua prima messa il 15 agosto di quell’anno. Già da tre anni era arcivescovo di Milano, o meglio suo amministratore apostolico, senza essere né diacono né prete. Difatti, a Milano, si diede la notizia il 15 agosto 1563 dicendo: «Il nostro arcivescovo ha detto la prima messa», e fu una grande gioia per il popolo.
San Carlo decise di passare il periodo tra il 17 luglio e il 15 agosto in esercizi spirituali. Già prima aveva avuto forti desideri di conversione, ma si può datare ad allora l’inizio della sua scuola di preghiera, di quella profonda disciplina interiore che lo rese capace di pregare intensamente e a lungo.
Fece dunque un intero mese di esercizi per prepararsi alla prima messa; lo fece sotto la direzione di un gesuita, il padre Ribera, seguendo il libretto degli Esercizi di sant’Ignazio, che era ormai pubblico dal 1548, quando un Breve di Paolo III ne aveva raccomandato l’utilità per il popolo cristiano. Possiamo quindi pensare che in quel mese di preghiera egli abbia avuto possibilità di assimilare il metodo e i contenuti di questo modo di pregare.
Come si sa, anche in seguito Carlo Borromeo rimase fedelissimo a questa pratica e a questo metodo. I biografi riferiscono che soleva fare gli esercizi spirituali due volte l’anno, per parecchi giorni di seguito. Gli ultimi esercizi della sua vita, per esempio, li fece al Sacro Monte di Varallo (e per questo il papa ha compreso Varallo nelle tappe del suo pellegrinaggio). Li cominciò il 15 ottobre, e – a quanto risulta – li aveva preventivati di quindici giorni. Due esercizi spirituali all’anno, per molti giorni di seguito.
Conosciamo alcuni luoghi dei suoi esercizi spirituali, come qualche eremo camaldolese, il Sacro Monte di Varallo, a Milano san Barnaba (andava volentieri dai preti fondati da sant’Antonio Maria Zaccaria) e altri luoghi ancora, ad esempio il noviziato dei Gesuiti di Arona, un’altra casa di religiosi. In queste case si ritirava volentieri per i due esercizi annuali, ma qualche volta invece, li faceva in barca, perché gli piaceva molto viaggiare così e, in quella calma, poteva anche fare gli esercizi. Oppure alternava barca e lettiga, proprio per poter pregare con tranquillità.
Conosciamo anche i nomi di alcuni dei suoi direttori, che dopo padre Rivera furono ordinariamente dei Padri Gesuiti. Tra le lettere conservate, alcune sono appunto dirette ai Padri provinciali della Compagnia per chiedere che l’uno o l’altro venisse a dirigere i suoi esercizi spirituali. Fra i più famosi il padre Venturini e il padre Adorno, di nobile famiglia genovese, che gli fu molto vicino e lo assistette anche negli ultimi esercizi di Varallo fino alla morte. Nella minuta di una lettera al Padre provinciale dei Gesuiti di Venezia, ad esempio, scrive: «Avrei qualche inclinazione di portare con me il padre Antonio di Nuvolara nel viaggio che sto per fare a Roma, in barca ovvero in lettiga per valermi dell’opera sua in alcuni esercizi spirituali».
Citiamo ancora qualche fonte dell’epoca. Il Lancitius, uno scrittore spirituale dell’inizio del secolo XVII, raccogliendo le tradizioni dei Gesuiti del suo tempo afferma: «Faciebat Sanctus Carolus exercitia spiritualia Societatis Jesu quolibet anno» (faceva gli esercizi spirituali nel modo usato nella Compagnia di Gesù ogni anno). «Per questo mezzo cresceva sempre di più nel fervore dello spirito e si perfezionava molto nelle sante virtù. E poi li fece due volte all’anno, e in questa abitudine persistette fino alla morte».
Aggiungo una curiosità. I Gesuiti per statuto facevano gli esercizi spirituali due volte nel noviziato e poi nei grandi momenti dei voti. La pratica annuale di essi derivò ai Gesuiti dall’abitudine di san Carlo di farli due volte l’anno, perché il suo esempio si impresse nell’animo di coloro che, avendoglieli insegnati per la prima volta, si sentirono poi spronati a farli essi stessi. Questo ci mostra quanto egli conoscesse e vivesse, nella sua preghiera personale questo mondo di preghiera.
E non soltanto li faceva personalmente, ma li raccomandava agli altri. Nel quarto Concilio provinciale di Milano e di tutta la Lombardia – che come provincia ecclesiastica era allora in parte più ampia di quella attuale – egli impose a tutto il clero gli esercizi di un mese, sia a chi, in età avanzata, non li aveva ancora fatti sia a coloro che dovevano ricevere suddiaconato, diaconato, sacerdozio. E insisté perché si facesse un mese intero di esercizi prima delle grandi tappe della ordinazione, e poi ancora una volta nella vita.
Una minuta di lettera al cardinale Paleotti, del settembre 1582, ci dice qual era la prassi, che in realtà, come succede, era un po’ meno rigida della teoria. 
Vi si legge: «Quanto agli esercizi spirituali che fanno gli ordinandi ai Sacri Ordini, il tempo determinato dal Visitatore Apostolico e dal Concilio nostro provinciale IV era di un mese circa, mentre la pratica è di quindici giorni circa, ad arbitrio del padre spirituale e confessore che guida quelli che fanno questi Esercizi. Intorno poi al modo, si cerca di imitare i Padri Gesuiti e pigliar lume dalle Regole loro, i quali hanno anco una certa forma dal padre Ignazio stampata in quel libretto che dev’esser notissimo a Vostra Signoria Illustrissima».
Ma c’è ancora di più. Non soltanto era prescritto che tutti i preti facessero per un mese, e poi di fatto almeno per quindici giorni, parecchie volte in vita questi esercizi, ma nel V Concilio provinciale del 1579 gli esaminatori del clero dovevano interrogare ogni ecclesiastico, tra le altre cose, anche sulla sua maniera di meditare: se avesse pratica costante della preghiera, quali meditazioni facesse, quale fosse il suo modo nella preghiera, quale il suo frutto, quale l’utilità che egli ne conseguiva, quali le parti della sua preghiera, quali le regole della preparazione, ecc. San Carlo voleva che l’esaminando fosse in grado di descrivere la sua preghiera, ne avesse dunque una pratica approfondita.

- card. Carlo Maria Martini -
da: La preghiera di san Carlo



Lettera Lumen caritatis di Benedetto XVI

Quella di san Carlo Borromeo fu anzitutto la carità del Buon Pastore, che è disposto a donare totalmente la propria vita per il gregge affidato alle sue cure, anteponendo le esigenze e i doveri del ministero a ogni forma di interesse personale, comodità o tornaconto. 
Così l’Arcivescovo di Milano, fedele alle indicazioni tridentine, visitò più volte l’immensa Diocesi fin nei luoghi più remoti, si prese cura del suo popolo nutrendolo continuamente con i Sacramenti e con la Parola di Dio, mediante una ricca ed efficace predicazione; non ebbe mai timore di affrontare avversità e pericoli per difendere la fede dei semplici e i diritti dei poveri. San Carlo fu riconosciuto, poi, come vero padre amorevole dei poveri. 
La carità lo spinse a spogliare la sua stessa casa e a donare i suoi stessi beni per provvedere agli indigenti, per sostenere gli affamati, per vestire e dare sollievo ai malati. Fondò istituzioni finalizzate all’assistenza e al recupero delle persone bisognose; ma la sua carità verso i poveri e i sofferenti rifulse in modo straordinario durante la peste del 1576, quando il santo Arcivescovo volle rimanere in mezzo al suo popolo, per incoraggiarlo, per servirlo e per difenderlo con le armi della preghiera, della penitenza e dell’amore. 
La carità, inoltre, spinse il Borromeo a farsi autentico e intraprendente educatore. 
Lo fu per il suo popolo con le scuole della dottrina cristiana. 
Lo fu per il clero con l’istituzione dei seminari. 
Lo fu per i bambini e i giovani con particolari iniziative loro rivolte e con l’incoraggiamento a fondare congregazioni religiose e confraternite laicali dedite alla formazione dell’infanzia e della gioventù… In tutta la sua esistenza possiamo dunque contemplare la luce della carità evangelica, la carità longanime, paziente e forte che «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13, 7).

- papa Benedetto XVI -


"Con quanto studio allevate i buoi, le pecore, i cavalli! E dei vostri figli non vi date pensiero? Non è forse dalla loro buona educazione che dipende la felicità delle vostre famiglie, del vostro paese, di tutta questa valle?"

- San Carlo Borromeo - 


Buona giornata a tutti. :-)


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