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domenica 8 aprile 2018

Consigli utili per l'anima - don Dolindo Ruotolo

"...Per camminare nella via della Divina Volontà è necessaria la grazia, e per meritarla occorre la fedeltà ai più piccoli doveri; lo stolto ride del peccato, lo riguarda come cosa da nulla e si rende indegno dell'aiuto che Dio dà solo a chi è giusto.
Nei dolori e nelle gioie non bisogna troppo espandersi al di fuori perché si corre il pericolo di essere disorientati da falsi apprezzamenti o da cattivi consigli.
L'anima che soffre sola con Dio e che gode senza comunicare la sua gioia spirituale agli estranei che non conoscono le dolcezze della vita santa, tutela il tesoro delle sue pene e lo rende fecondo, conserva la dolcezza delle sue gioie e le rende perenni; quando si espande con gli altri, il Signore si ritira, la grazia si esaurisce, ed il cuore rimane solo ed inaridito.
Non bisogna essere familiari con i mondani, ma solo con quelli che amano la virtù, perché nella casa degli empi c'è la distrazione, ed in quella dei giusti c'è il germe di una grande fecondità spirituale.
E' tanto facile nel contatto col mondo, scambiare per diritta la strada che finisce in fondo alla morte, e credere innocente la via dei sollazzi e dei divertimenti.
Il riso del mondo è mescolato col dolore, e all'estremo della sua gioia c'è l'afflizione; non bisogna desiderare questa effimera gioia , quasi che mancasse a noi una vera felicità, no: se l'empio si riempie dei suoi frutti e gode nella sue vie, molto più grande è l'uomo dabbene, che cerca Dio ed ama solo Dio sopra tutte le cose".

- Servo di Dio Sac. Dolindo Ruotolo -



La cremazione

La cremazione dei cadaveri è un uso barbaro, un incrudelire quasi sul corpo che fu tempio di Dio, una miserabile espressione d'incredulità, ed è la somma profanazione di un cadavere. 
Anche l'uso moderno di porre i cadaveri non nella terra, ma in casse di zinco saldate e riposte nei loculi, in preda della putredine e dei vermi, è un uso brutto e da riprovarsi. 
La sepoltura cristiana è nella terra santificata, dove il corpo si dissolve sì, ma si dissolve quasi confessando la grandezza di Dio, e ritornando alla terra donde fu tratto da Dio per opera dello Spirito Santo.

- Servo di Dio Sac. Dolindo Ruotolo -




"perdono delle offese"

"..L'offesa è una spina che ti sta nell'anima, una spina che germina triboli; se perdoni te la cavi e sei libero, se non perdoni te la conficchi più addentro e il danno è tuo.
Il malvagio ti ha offeso e tu ti associ a lui per autodifenderti, giacché l'odio, l'avversione e il rancore sono come un disco di grammofono che ti ripetono le stesse offese, o come un cinematografo che ti riproduce le stesse immagini penose che ti hanno adirato e tu, perdonami, da cretino matricolato, non ti accorgi che hai incatenato a te chi ti offende, e lo hai riprodotto in te ingrandendone le proporzioni, la voce, lo sdegno, di modo che per non tollerare l'ingiuria di un momento, che va via con l'aria, l'hai stampata in te e ne hai fatta un film sonoro che gira sempre e ti da le vertigini!
Più stupido di così si muore, fratello mio!.....
....Noi diciamo sempre che gli altri hanno torto, e non pensiamo mai alla parte che possiamo avere nei torti altrui.
Oh se ci fosse lo specchio delle anime, quanto sarebbero diversi i nostri apprezzamenti!
Ma se non c'è uno specchio materiale dell'anima, c'è quello del corpo, e sarebbe tanto utile guardarci là dentro quando ci adiriamo!
Vedremmo che ci rendiamo ripugnanti, e che gli altri non hanno poi tutto il torto ad avversarci...."

da: Sac. Dolindo Ruotolo, La Sacra Scrittura, Vol. XIII
Commento al Libro del Siracide, capitolo XXVIII -



La strada della santità è pronta ad accogliere tutti

"...Nutrite l'anima vostra con la scienza di Dio, perchè questa vale più di tutte le scienze. Siate gelosi della semplicità della Fede, e non vi fate infettare dallo spirito moderno, che è arido e freddo. Ispiratevi alle vite dei Santi. 
Non vi scandalizzate mai dei cattivi esempi, anzi pigliatene occasione per migliorarvi. 
Chi vede uno con la faccia sudicia non s'insudicia anche lui, ma piuttosto si lava accuratamente. 
Siate un angelo di purezza, di bontà e di pietà, e pensate che dovete essere santi..."

- Servo di Dio Sac. Dolindo Ruotolo - 


Buona giornata a tutti. :-)






mercoledì 31 gennaio 2018

Il sacramento della confessione e don Bosco, memoria liturgica 31 gennaio 2018

Tre lacci per condurre alla perdizione

La sera del 4 aprile 1869 Don Bosco raccontò ai suoi giovani un sogno che li impressionò vivamente.
«Sognai — disse — di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.
— Perché tenete quella corda al collo? — domandai —Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino —togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.
Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.
Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa. Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.
— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.
— E come? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!
Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
— Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
— Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue. Finalmente disse:
— Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. 
Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».

C’è un proverbio che dice: « Un buon consiglio lo si riceve anche dal diavolo ». E qui il diavolo ne ha dato a Don Bosco uno che può fare anche per noi: « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni: se vuoi conoscere se li tengo allacciati, guarda se si emendano».



«Non abbiate paura di manifestare al confessore i vostri difetti, le vostre mancanze. 
L’essere buono non consiste nel non commettere mancanza alcuna: oh no! Purtroppo tutti siamo soggetti a commetterne. L’essere buono consiste in questo: nell’aver volontà di cambiare. Perciò quando il penitente manifesta qualche mancanza al confessore, per quanto sia grave questa mancanza, il confessore guarda alla buona volontà e non si meraviglia della mancanza: anzi prova la maggiore delle consolazioni che possa provare a questo mondo, vedendo che quel giovane è sincero, che desidera vincere il demonio e mettersi in grazia di Dio, che vuole crescere nella virtù. 
Nulla, o miei cari figlioli, vi tolga questa confidenza. 
Non ve la tolga la vergogna: le miserie umane si sa, sono miserie umane. 
Non andate mica a confessarvi per raccontare miracoli!
Coraggio dunque, o figlioli miei, non diamo soddisfazioni al demonio. Confessatevi bene, dicendo tutto. 
Qualcuno domanderà: E chi in passato avesse taciuto qualche peccato in confessione come deve fare a rimediarvi? 
Guardate: al mattino se mettendomi la veste e abbottonandola salto un bottone, che cosa faccio? 
Sbottono tutta la veste finché arrivo dove c’è il bottone rimasto fuori posto. Così chi ha da rimediare ad un peccato taciuto, rifaccia tutte le confessioni fino a quella, nella quale tacque il suo peccato e così tutti i bottoni saranno a posto e la veste non farà nessuna piega. 
Lo dice il Catechismo: dall’ultima confessione ben fatta fino a quella che si vuol fare. Da bravi, figlioli! 
Con una parola: si tratta di schivare l’Inferno e guadagnarvi il Paradiso; il confessore vi aiuterà e voi sapete che siamo amici e desidero una cosa sola: la salvezza dell’anima vostra» (don Bosco)

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù.

- San Giovanni Bosco - 
 fonte: Memorie Biografiche, VI, 322-323




Ricordatevi, che ogni cristiano è tenuto di mostrarsi edificante verso il prossimo, e che nessuna predica è più edificante del buon esempio.

- Don Bosco - 



«Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi». 

- San Giovanni Bosco -


Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 8 settembre 2017

da: "I Cattolici" di Julien Green e da. "Annunciatori della Parola" card. Joseph Ratzinger

La tua grandezza non la capirai che nell'inferno o nel purgatorio o nel paradiso. 
Oggi il mondo ti accieca. 
Bisogna che tu abbandoni questo mondo per sapere chi sei. 
L'inferno ti torturerà con l'eterno desiderio di una felicità divenuta impossibile. E la tua vita, tutta quanta, ti apparirà nella luce della rivelazione.
Ti accorgerai, allora, d'essere caduto tra le mani di coloro che erano più deboli di te, e che attinsero la loro forza alla tua stoltezza. Il cielo stesso non può nulla contro la stoltezza umana. 
La redenzione non agisce in un'anima dalla quale l'intelligenza è assente; questa stoltezza non è la semplicità di spirito, la quale è benedetta e signora; la stoltezza è volontaria, cosciente e maliziosa; essa limita la propria fede alla ragione terrestre, fa finire l'uomo in questo mondo, disconosce il suo eterno destino.
Ti accorgerai d'esserti dannato per delle piccolezze, capirai che non c'era alcuna proporzione tra esse e te. 
Nulla esiste sulla terra che sia degno di te. Questo mondo non ha alcun piacere che sia degno del tuo attaccamento, alcun dolore che sia degno d'affliggerti. Tutto è altrove.
Se ti danni, dannati per qualche cosa che ne valga la pena. 
Voglio dire: guarda se c'è qualche cosa per cui valga la pena di rinunziare alla eterna contemplazione della verità.
Tu conferisci a un piacere, necessariamente limitato, il valore d'una cosa eterna, perciò pagherai quel piacere con una eternità di rimpianto, di noia e di disperazione. 
Esso ti darà tutto ciò che potrà, ma non ti lascerà nel cuore che amarezza e disgusto, e ti angustierà fino alla morte.

- Julien Green -
da: "I cattolici" , ed.  Longanesi



Consoliamoci tutti 

Un clero mediocre è molto più edificante di un clero santo, atteso che il clero perpetua la Chiesa. 
Se fosse santo, io direi: «È la sua santità che ne è causa», ma non è santo, è peccatore. E allora? È forse il suo peccato che perpetua la Chiesa? 
Ma il peccato è la morte, e la morte non genera la vita. 
Bisogna dunque che ci sia in lui qualche cosa di potente, che resista al suo peccato e continui la vita spirituale.
Non dei santi bisogna parlare se vogliamo aver la prova della santità della Chiesa, ma dei cattivi preti e dei cattivi papi.
Vi sono dei religiosi dissoluti, dei preti senza dottrina, dei papi ridicoli. 
Ciò vi sembra ignobile, ma per me, viceversa, tutto ciò è meraviglioso e adorabile. 
Alessandro VI mi edifica più che san Gregorio Magno, perché il fatto d'una Chiesa governata da dei santi, che si perpetua, è normale e umano, ma una Chiesa che può essere governata da scellerati o da asini e che, tuttavia, si perpetua, ciò non è normale né umano.

- Julien Green -
da: "I cattolici" , ed.  Longanesi



Julien Green (1900 – 1998), scrittore e drammaturgo statunitense omosessuale, si convertì dal protestantesimo al cattolicesimo nel 1916.



Casualmente in questi giorni ho letto il racconto che il grande scrittore francese Julien Green fa della sua conversione. 
Scrive che nel periodo tra le due guerre egli viveva proprio come vive un uomo di oggi: si permetteva tutto quello che voleva, era incatenato ai piaceri contrari a Dio così che, da un lato, ne aveva bisogno per rendersi la vita sopportabile, ma, dall’altro, trovava insopportabile proprio quella stessa vita. 
Cerca vie d’uscita, allaccia rapporti. Va dal grande teologo Henri Bremond, ma la conversazione resta sul piano accademico, sottigliezze teoriche che non lo aiutano.
Instaura un rapporto con i due grandi filosofi, i coniugi Jacques e Raîssa Maritain. 
Raîssa Maritain gli indica un domenicano polacco. 
Lui lo incontra e gli descrive ancora questa sua vita lacerata. 
Il sacerdote gli dice: «E Lei, è d’accordo a vivere così?». «No, naturalmente no!», risponde. «Dunque vuole vivere in modo diverso; è pentito?». «Sì!» fa Green. 
E poi accade qualcosa di inaspettato. 
Il sacerdote gli dice: «Si inginocchi! Ego te absolvo a peccatis tuis — ti assolvo». 
Scrive Julien Green: «Allora mi accorsi che in fondo avevo sempre atteso questo momento, avevo sempre atteso qualcuno che mi dicesse: inginocchiati, ti assolvo. Andai a casa: non ero un altro, no, ero finalmente ridiventato me stesso».
Se siamo onesti, se riflettiamo su questa vicenda in profondità, vediamo che in ultima analisi questa attesa è in ognuno di noi, che il nostro intimo grida che vi sia qualcuno che dica: «Inginocchiati! Ego te absolvo!».
Un famoso teologo protestante qualche tempo fa ha detto: oggi bisognerebbe raccontare la parabola del figliol prodigo in modo nuovo, come parabola del padre perduto. 
E in effetti, lo smarrimento di questo figlio consiste proprio nel fatto che ha smarrito il padre, che non lo vuole più vedere. Ma questo figliol prodigo siamo noi. 
La sua difficoltà è la difficoltà del nostro tempo che si vanta di essere una società senza padre. Seguendo Freud, abbiamo creduto che il padre fosse l’incubo del “Super Io”, colui che limita la nostra libertà, e che ce ne dobbiamo liberare. E ora che questo è accaduto riconosciamo che, facendo così, ci siamo emancipati dall’amore e abbiamo amputato da noi stessi quello che ci fa vivere.

Ma allo stesso tempo emerge così di nuovo quello che vi è di più profondo nel ministero episcopale e sacerdotale: poter rappresentare il Padre, il vero Padre di noi tutti, del quale abbiamo bisogno per poter vivere come uomini. 
Il sacerdote può renderlo presente dando la sua pace, la sua grazia, la parola trasformatrice dell’assoluzione.

- Card. Joseph Ratzinger - 
Il testo “E Julien Green ridiventò se stesso” è tratto dal XII volume dell’opera omnia del papa emerito, “ Annunciatori della Parola e Servitori della vostra gioia. teologia e spiritualità del Sacramento dell’Ordine” (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2013)



Nel giorno della Natività della Vergine Maria, tanti auguri di Buon Compleanno a Gabriele e buona giornata a tutti. :-)


www.leggoerifletto.it





domenica 3 settembre 2017

L'uomo nel pozzo - don Bruno Ferrero

Un uomo cadde in un pozzo da cui non riusciva a uscire.

Una persona di buon cuore che passava di là disse: "Mi dispiace davvero tanto per te. Partecipo al tuo dolore".

Un politico impegnato nel sociale che passava di là disse: "Era logico che, prima o poi, qualcuno ci sarebbe finito dentro".
Un pio disse: "Solo i cattivi cadono nei pozzi".

Uno scienziato calcolò come aveva fatto l'uomo a cadere nel pozzo.

Un politico dell'opposizione si impegnò a fare un esposto contro il governo.

Un giornalista promise un articolo polemico sul giornale della domenica dopo.

Un uomo pratico gli chiese se erano alte le tasse per il pozzo.
Una persona triste disse: "Il mio pozzo è peggio!".
Un umorista sghignazzò: "Prendi un caffè che ti tira su!".
Un ottimista disse: "Potresti star peggio".
Un pessimista disse: "Scivolerai ancora più giù".

Gesù, vedendo l'uomo, lo prese per mano e lo tirò fuori dal pozzo.

Il più grande bisogno del mondo...
Un po' più di gentilezza e un po' meno avidità,
Un po' più dare e un po' meno pretendere;
Un po' più sorrisi e un po' meno smorfie;
Un po' meno calci a chi è steso per terra;
Un po' più "noi" e un po' meno "io";
Un po' più risate e un po' meno pianti;
Un po' più fiori sulla strada della vita;
e un po' meno sulle tombe.


 - don Bruno Ferrero -
da: "A volte basta un raggio di sole", Ed. Ellecidì



Io penso che sarebbe molto più educato chiedere: "come stai", solo quando si è veramente interessati alla risposta, solo quando si sa di avere un po' di tempo a disposizione per ascoltare l'altra persona.



Sono convinto che dobbiamo smetterla di parlare al mondo. 
E' il mondo che deve parlare di noi se ci amiamo, se ci stimiamo, se ci vogliamo bene, se non ci feriamo a vicenda, se cominciamo a farci gli affari degli altri, se il carcerato, l'ammalato, l'affamato trova in noi un volto amico. Se abbiamo il coraggio di dare un nome e un cognome al peccato che nasce da dentro.

- Ernesto Olivero - 
da: Per una chiesa scalza, pag. 93



Buona giornata a tutti. :-)





giovedì 29 giugno 2017

La gioia spirituale - PadreThomas Merton

La gioia spirituale dipende dalla croce. 
Se non rinnegheremo noi stessi, ci ritroveremo in tutte le cose, e questo è la nostra infelicità.
Appena cominciamo a rinnegarci, per amore di Dio, cominciamo a trovare Dio, almeno oscuramente. Poiché Dio è la nostra gioia, la nostra gioia è proporzionale al rinnegamento della nostra personalità per amore di Dio.
Dico: rinnegamento per amore di Dio, poiché vi sono uomini che rinnegano se stessi per amore di se stessi.
Non è complicato condurre una vita spirituale. Ma è difficile. 
Siamo ciechi, e soggetti a mille illusioni. 
Dobbiamo aspettarci di commettere errori quasi a ogni momento. 
Dobbiamo essere contenti di cadere ripetutamente e di ricominciare ogni volta da capo nello sforzo di rinnegarci, per amore di Dio.
Quando siamo in collera per i nostri errori tendiamo per lo più a rinnegarci per amore di noi stessi. 
Vogliamo liberarci dall'odiosa cosa che ci ha umiliati.
Nell'impeto di fuggire l'umiliazione dei nostri errori, cozziamo nell'errore opposto, cercando conforto e compenso. E così consumiamo la nostra vita a correre avanti e indietro da un affetto all'altro. 
Se tutto il nostro rinnegamento si riduce a questo, i nostri errori non ci saranno mai di aiuto.
Quando abbiamo commesso un errore non dobbiamo piantare in asso ciò che stavamo facendo e avviare qualcosa di completamente nuovo, ma ricominciare da capo la cosa che avevamo iniziato malamente, e cercare, per amore di Dio, di farla bene.

- Thomas Merton - 
7 ottobre 1949, da. "Il segno di Giona", Garzanti, pag. 275

Quo vadis Domine?


La risposta cristiana all'odio 

L'inizio della lotta contro l'odio, la fondamentale risposta cristiana all'odio, non è il comandamento di amare, ma quello che necessariamente lo precede per renderlo sopportabile e comprensibile, cioè quello di credere. 
La radice dell'amore cristiano non è la volontà di amare, ma il credere che si è amati. Credere che Dio ci ama. 
Credere che Dio ci ama anche se siamo indegni - o meglio, che Egli ci ama indipendentemente dai nostri meriti!
In una visione meramente cristiana dell'amore di Dio, il concetto di dignità perde ogni significato. 
La rivelazione della misericordia di Dio riduce tutto il problema della dignità a qualcosa di quasi irrisorio: la scoperta che la dignità è di poca importanza (perché nessuno potrebbe mai, di per se stesso, essere degno di essere amato di un simile amore) è una vera liberazione di spirito. 
E, fintanto che non si giunge a questa scoperta, fintanto che questa liberazione non è stata operata dalla misericordia divina, l'uomo rimane prigioniero dell'odio.

- Thomas Merton - 

Da: “Nuovi semi di contemplazione”


Signore mio Dio,
non ho alcuna idea di dove sto andando,
non vedo la strada che mi è innanzi,
non posso sapere con certezza dove andrà a finire.
E non conosco neppure davvero me stesso,
e il fatto che penso di seguire la tua volontà
non significa che lo stia facendo davvero.

Sono però convinto che il desiderio di compiacerti
in realtà ti compiace.
E spero di averlo in tutte le cose.
Spero di non fare mai nulla senza un tale desiderio.
E so che se agirò così
la mia volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque possa non saperne nulla.

Avrò però sempre fiducia in te
per quanto mi possa sembrare di essere perduto
e avvolto nell’ombra della morte.
Non avrò paura,
perché tu sei sempre con me
e non mi lascerai mai solo di fronte ai pericoli.


 
- Thomas Merton - 
Pensieri nella solitudine, Milano 1959



Buona giornata a tutti. :-)









sabato 27 maggio 2017

La rosa e la rana

C’era una volta una rosa rossa molto bella. 
Quanto le faceva piacere sapere di essere la rosa più bella del giardino! Tuttavia, si rendeva conto che la gente la guardava sempre e solo da lontano.
Un giorno si accorse che, accanto a lei, c’era sempre un rospo grande e scuro ed era per questo che nessuno si avvicinava per guardarla più da vicino. Indignata da ciò che aveva scoperto, ordinò al rospo di andarsene subito. 
Il rospo, molto ubbidiente, disse: “Va bene, se è ciò che vuoi”.
Un bel giorno, il rospo passò per il luogo dove stava la rosa e si sorprese nel vederla del tutto appassita, senza foglie e senza petali. 
Allora le disse: “Ti vedo proprio male. Cosa ti è successo?”. 
La rosa rispose: “Da quando te ne sei andato, le formiche hanno iniziato a mangiarmi, giorno dopo giorno, e non posso più tornare a essere bella come prima…”. Il rospo le rispose, semplicemente: “Ovvio, quando c’ero io, mangiavo le formiche e per questo sei sempre stata la più bella del giardino”.

La morale:

Spesso disprezziamo gli altri perché pensiamo di essere meglio di loro, più belli o semplicemente crediamo che non ci “servano a niente”. 
Tutti abbiamo qualcosa di speciale da fare, qualcosa da imparare dagli altri o qualcosa da insegnare e nessuno deve disprezzare nessun altro. 
Forse, quel qualcuno rappresenta per noi un beneficio e noi non lo sappiamo nemmeno.



Quelli che hanno ricevuto la libertà mettono a disposizione di Dio tutti i loro beni, dando gioiosamente e generosamente i beni più piccoli perché hanno la speranza dei beni più grandi, come la vedova povera che getta tutta la sua sostanza nel tesoro di Dio.

- Sant'Ireneo - 



Buona giornata a tutti. :-)






venerdì 28 aprile 2017

Le opere di misericordia (3) - Anselm Grün

2. Éleos: la parola greca esprime compassione come dedizione emotiva a colui che è in una situazione di bisogno
Éleos non è mai soltanto una disposizione d'animo, ma anche sempre atto compassionevole, una reazione di soccorso allo stato di bisogno di un'altra persona. Nel suo vangelo, Matteo cita due volte la frase del profeta Osea: «Misericordia (éleos) io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13 e 12,7). 
Con questa frase Gesù si difende dai farisei che emarginano i peccatori e per cui il precetto del sabato è più importante della fame delle persone. Nelle sue invettive rimprovera ai farisei: «Pagate la decima sulla menta, sull'aneto e sul cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Mt 23,23). 
I discepoli di Gesù non devono nascondersi dietro le leggi e le prescrizioni: il loro comportamento deve essere contrassegnato da una dedizione misericordiosa per gli altri. Se sono misericordiosi, troveranno a loro volta misericordia: così il Maestro ha promesso loro nelle beatitudini (Mt 5,7). 
Il cristiano deve imitare Gesù nella sua dedizione misericordiosa verso i peccatori e gli emarginati. Ma, nella sua pena, può a sua volta rivolgersi a Gesù e confidare nella sua misericordia. 
Il cieco Bartimeo grida due volte: «Gesù, abbi pietà (eléésón) di me!» (Mc 10,47s.). In Matteo questa esclamazione ricorre anche nel caso della donna la cui figlia è malata (Mt 15,22) e del padre il cui figlio è epilettico e cade spesso nel fuoco onell'acqua (Mt 17,15). 
Come padri o come madri spesso ci sentiamo impotenti quando i nostri figli crescono in maniera diversa da come ci saremmo aspettati oppure si ammalano. Allora dobbiamo invocare la pietà di Gesù. 
La chiesa ci ha raccomandato vivamente questa invocazione: in ogni celebrazione eucaristica cantiamo il Kyrie eléison, `Signore, pietà!'. 
E la preghiera di Gesù che la chiesa ortodossa ci consiglia come via di meditazione associa a ogni respiro questa invocazione: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». Quando Gesù si rivolge pietosamente verso di noi, veniamo guariti e risanati, facciamo l'esperienza della pace interiore. 
E allora diveniamo misericordiosi anche nei confronti di noi stessi, invece di infuriare contro di noi. In particolare per Matteo Gesù è il Redentore misericordioso, che va incontro alle persone con misericordia e agisce su di loro misericordiosamente, perdonando loro i peccati e risanandone le ferite, rendendo loro possibile un nuovo inizio di vita piena. 
Quando Gesù ci incita alla misericordia, noi, come suoi discepoli, dobbiamo anche portare il suo spirito in questo mondo.

3. Oiktírmon, cioè 'compassionevole, che condivide i sentimenti di qualcuno'. Con questa parola greca si esprime soprattutto l'atteggiamento misericordioso. Esso corrisponde a ciò che nel buddhismo è definito compassione. 
L'essere umano ha un senso per l'altro: ne condivide i sentimenti, soffre con lui, si sente solidale con lui. Luca ha visto tale atteggiamento come quello adeguato al cristiano, come quello maggiormente conforme alla natura di Dio: «Siate misericordiosi (lett., compassionevoli), come il Padre vostro è misericordioso (lett., compassionevole)» (Lc 6,36). 
In ciò si esprime la natura dell'essere umano, portato a condividere i sentimenti del prossimo, a mostrarsi misericordioso verso il prossimo. 
E allo stesso tempo con queste parole Luca vorrebbe dirci: se condividiamo misericordiosamente i sentimenti degli altri, facendo come Dio, allora partecipiamo di Dio, comprendiamo chi è Dio, lo Spirito di Dio si è impossessato di noi. 
La parola tedesca barmherzig è una traduzione del latino misericordia e significa: avere un cuore per i miseri, o avere un cuore per quanto c'è di povero e orfano, di misero e debole, in me e negli altri. La misericordia mira soprattutto al cuore.
C'è un bel detto del IV secolo, di Abba Pambone: «Se hai cuore, puoi salvarti» [7]. L'essere umano ottiene salvezza e perfezione, partecipa dell'amore redentore di Gesù Cristo soltanto se ha un cuore per gli altri e se a sua volta dimora nel proprio cuore e non fa tutto soltanto con la ragione o la volontà. Non basta però dimorare nel cuore. Dobbiamo agire - e il Vangelo di Luca torna sempre a dimostrarcelo - anche a partire dal cuore. Per Luca ciò significa soprattutto condividere la nostra vita, i nostri beni e il nostro amore con gli altri.
Nella tradizione si sono sviluppate sette opere di misericordia corporale e sette di misericordia spirituale. 



Ci sono i sette doni dello Spirito santo e i sette sacramenti. Le sette opere di misericordia sono, per così dire, un sacramento dell'agire. 
Attraverso il nostro operato misericordioso questo mondo anela a essere trasformato. L'opera di Gesù vuole proseguire benefica in questo mondo tramite il nostro agire.
Nella descrizione delle opere di misericordia corporale per me è importante sempre vedere già anche l'aspetto spirituale. Persino le condizioni di bisogno fisico - come la fame, la sete e la nudità - hanno sempre già anche una dimensione spirituale. Desidero quindi vedere sempre entrambi gli aspetti: l'agire concreto, come quello che ha presente Gesù in Mt 25, e il significato spirituale di ogni nostro operare concreto. Le sette opere di misericordia spirituale sono nate dall'interpretazione spirituale di quelle di misericordia corporale e traspongono le parole di Gesù nella varietà delle nostre relazioni reciproche.


Perché il mondo sia trasformato
La tradizione cristiana ama il numero quattordici. Sono quattordici le stazioni della Via crucis. E sono quattordici i santi ausiliatori (quel gruppo cioè di santi alla cui intercessione il popolo cristiano si rivolgeva per particolari necessità). 
Il quattordici è un numero che dice guarigione. 
A Babilonia esistevano quattordici divinità guaritrici. 
E per sant'Agostino il numero quattordici rimanda alla morte e alla risurrezione di Gesù, che hanno trasformato e guarito la nostra esistenza. Gesù infatti è morto il quattordici di Nisan [8]. 
Le quattordici opere di misericordia sono espressione della dimensione salvifica della nostra fede. Attraverso queste opere l'amore salvifico e redentore di Gesù Cristo deve riversarsi in questo mondo attraverso di noi. 
La redenzione è avvenuta una volta per tutte in Gesù Cristo. Ma gli autori del Nuovo Testamento sono convinti che la redenzione per mezzo di Gesù Cristo si riversa in questo mondo e vi si riattualizza mediante l'operato dei discepoli di Gesù. 
In particolare l'evangelista Matteo scrive il suo vangelo per la comunità ecclesiale, affinché in essa si faccia visibile e tangibile la salvezza di Gesù Cristo per tutti gli uomini. 
I discepoli di Gesù devono essere il sale della terra e la luce del mondo, di modo che, per mezzo di loro, la luce di Gesù illumini gli esseri umani. 
Quando Gesù fece la sua comparsa in Galilea, per Matteo si avverò la promessa del profeta Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Mt 4,16). La luce che è rifulsa in Gesù deve continuare a splendere in questo mondo per mezzo dei suoi discepoli. Gesù dice ai discepoli:
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,14-16).
Le quattordici opere di misericordia devono far risplendere in questo mondo la luce di Gesù Cristo, affinché gli esseri umani rendano gloria a Dio. 

I cristiani, quindi, non vogliono affermare se stessi con le opere, né davanti a Dio, né davanti agli uomini, ma vogliono adempiere il compito affidato loro da Gesù e portare la sua luce nel mondo.
Nel caso delle quattordici opere di misericordia non si tratta del fatto che possiamo ottenere la salvezza mediante le opere. 

La tradizione cristiana è sempre stata consapevole che la salvezza viene da Gesù Cristo e che siamo giustificati dalla fede. Con Matteo e Giacomo, però, la chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che la fede senza le opere non è una vera fede. La fede deve esprimersi anche in un comportamento nuovo. Anche l'apostolo Giacomo, che insiste tanto sulle opere buone, sa che «ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall'alto e discendono dal Padre, creatore della luce» (Gc 1,17). 
Allo stesso tempo, però, esorta i cristiani:
Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla (Gc 1,22-25).
Otteniamo la salvezza per mezzo della fede e non per mezzo delle opere. 

Ma soltanto se la nostra fede si esprime anche nelle opere di misericordia saremo beati. Essere beati non significa ottenere la salvezza, ma essere felici, essere in armonia con se stessi. Non dobbiamo vedere le opere di misericordia in un'ottica moraleggiante.
Mi sta particolarmente a cuore non trasmettere alle lettrici e ai lettori un senso di colpa se non compiono tutte le opere di misericordia. Si tratta piuttosto di indicare una via su come possono esprimere la propria fede e una via lungo la quale trovare la felicità, una via che in fondo fa bene a loro, sulla quale trovano la pace interiore. Giacomo dice qui makdrios, cioè dice 'beato, felice'. È la felicità che in Grecia era riservata agli dèi. 

Le opere di misericordia, nell'ottica di Giacomo, sono una via alla felicità. Non operano qualcosa di buono soltanto in coloro a cui io mostro misericordia, ma donano anche a me la soddisfazione interiore. 
Posso rendermi conto pieno di riconoscenza che attraverso di me una persona ritrova più coraggio di vivere, che il suo percorso torna a condurla nella speranza, nella fiducia, nell'amore e alla felicità.
La misericordia è un tema portante nel Vangelo di Matteo. 

Gesù è il Redentore misericordioso, che agisce misericordiosamente su di noi. Gesù ci insegna come possiamo comportarci misericordiosamente verso noi stessi e come possiamo dimostrare misericordia ad altri. 
Nel suo Discorso sul giudizio finale ci dimostra che veniamo misurati da Dio in base al fatto che abbiamo dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, che abbiamo accolto i forestieri, vestito gli ignudi, visitato i malati e fatto visita ai prigionieri. 
Oggi abbiamo difficoltà ad accettare l'immagine del giudizio: in passato ha intimorito molte persone. Ma, con le sue parole, Gesù non vuole diffondere paura, bensì esortare alla decisione, all'apertura e alla solidarietà con le persone. Con l'immagine del giudizio vuole rinviarci a Dio, affinché viviamo in maniera giusta e retta.
Le opere di misericordia ci rinviano a Dio e alle persone in cui incontriamo Cristo stesso. Gesù vuole aprirci gli occhi, affinché viviamo qui e ora in modo che il suo Spirito di misericordia ci pervada. Allora ci comportiamo in maniera misericordiosa con noi e con gli altri e, proprio in questo modo, facciamo – come si è espresso Giacomo – l'esperienza di essere felici nel nostro operare giusto: sperimentiamo la felicità rendendo felici altri, comportandoci con bontà verso noi stessi, facendo del bene al prossimo, scoprendo sempre di più il mistero di Gesù Cristo, dimostrando misericordia ai suoi fratelli e sorelle e incontrando in loro Cristo stesso, che è per noi la fonte di ogni salvezza e misericordia.


- Anselm Grün - 
da: "Perchè il mondo sia trasformato - Le sette opere di misericordia", Ed.Queriniana, 2009 




La richiesta di Gesù di dar da mangiare agli affamati è un pungolo anche per la politica: non dà pace ai politici, affinché si impegnino per un'equa distribuzione dei beni.

- Anselm Grün - 
da: "Le Sette Opere di Misericordia" 



Per Gesù la sete è sempre anche un'immagine dell'anelito più profondo dell'essere umano. [...] 
L'acqua che Gesù ci dà da bere è il suo Spirito. 
Vuole diventare dentro di noi una sorgente che zampilla in noi, che ci preserva dall'inaridire interiormente. 

- Anselm Grün - 
da: "Le Sette Opere di Misericordia" 




 Buona giornata a tutti. :-)