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sabato 6 agosto 2022

6 agosto 1945 per non dimenticare - Stefano Marchesotti

Il 6 agosto 1945. L’ho ricordato anche in passato, ma ogni volta cerco di narrarlo con qualche elemento nuovo, qualche particolare in più, per quanto triste possa essere, stante l’oggetto del ricordo.
Il 6 agosto del 1945 era un lunedì. Il mattino di quel giorno, a Hiroshima, il cielo era chiaro e sereno.
Ne erano lieti gli abitanti. Anche i bambini, che si accingevano a fare una povera colazione: una focaccina di riso e una tazza di te amaro. 
In realtà non era una fortuna, anzi. Fu proprio la giornata serena a far scendere l’inferno sulla città. Non l’inferno di Dio, quello umano, perché l’uomo è più efficace di Dio nel creare inferni.
La notte era stata turbolenta.
L'allarme aereo delle 0,25 era terminato alle 2,10. La gente era tornata a dormire quando alle 7,09 un altro allarme aereo la svegliò. Un semplice aereo da ricognizione americano ad alta quota e quindi fine allarme alle 7,31. Nessuno immaginava il motivo della ricognizione e che, pochi minuti dopo il rapporto sulle condizioni metereologiche a Hiroshima, le ultime disposizioni sarebbero state notificate al colonnello Paul Tibbets, già in rotta per il Giappone a bordo del bombardiere denominato Enola Gay.
Enola Gay: il nome della madre di Tibbets.
Intanto a Hiroshima la gente, dopo una frugale colazione, usciva per avviarsi al lavoro.
I raid aerei americani avevano già devastato una gran parte delle maggiori città giapponesi. In preparazione a tale eventualità, Hiroshima si organizzò nel preparare zone da cui operare lo spegnimento dei fuochi. A questo scopo fu necessario demolire un gran numero di edifici, così da fungere da barriere antifiamme.
Il 6 agosto, squadre composte principalmente da veterani, corpi di volontariato della città e dei dintorni, corpi studenteschi (bambini di seconda e terza media inferiore, la maggior parte dei quali di 12 o 13 anni), bambini e bambine delle classi maggiori delle scuole elementari si preparavano per questi lavori di demolizione.
Scigheo, un bambino di 10 anni, racconta nel celebre libro “Il gran sole di Hiroshima”: “La nostra scuola è chiusa già da tanto tempo. I maestri sono andati a fare il soldato. Le maestre lavorano per la guerra. Io devo badare a mia sorella. Le nostre vicine sono tutte nelle fabbriche, meno la signora Kumakici, perché è molto vecchia”. Dei circa 8.400 bambini impegnati quel giorno, circa 6.300 vennero uccisi all’istante dalla bomba.
Hiroshima fu scelta per caso, solo per le buone condizioni atmosferiche di quella mattina.
Il famoso aereo ricognitore delle 7,09, infatti, comunicò implacabilmente: “a Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto totalmente; a Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia".
L'Enola Gay sorvolò la zona a 10.500 metri di altezza e alle 8,15 venne sganciato l'ordigno. 
Il pilota scese in picchiata, guadagnò velocità, virò di 180 gradi e si allontanò. Aveva 45 secondi di tempo. A 600 metri dal suolo la bomba esplose, creando una palla di fuoco che abbagliava come un piccolo sole. Più di un milione di gradi Celsius al suo centro e le superfici vicine all'epicentro arrivavano a 3.000-4.000 gradi.; dopo 7 secondi il silenzio fu rotto da un tuono assordante: vennero distrutti tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri, 30.000 persone morirono sul colpo, altre decine di migliaia nel giro dei due giorni seguenti. Centinaia di migliaia nei mesi e negli anni a venire. 
Una colonna di fumo si alzò lentamente a forma di fungo fino a 17.000 metri dal suolo. Iniziò a cadere una pioggia viscida. I fiumi strariparono e invasero ciò che rimaneva della città giapponese.
Molti esseri umani sull'asfalto avevano lasciato solo l'ombra di un sole devastatore fabbricato da altri umani; la loro anima era salita in cielo insieme a quel lampo che aveva visto il pilota, ma pure i loro corpi stavano salendo in cielo insieme al grande fungo, perché tutti corpi erano diventati ormai molecole, atomi.
Non vorrei annoiarvi, ma la tragedia di Hiroshima credo mi autorizzi a dilungarmi un poco, riportandovi il racconto della signora Keiko Ogura, 78 anni, miracolosamente sopravvissuta, riportato dal quotidiano “La Stampa”: “Ero a casa, 2,4 chilometri a nord dall’epicentro dello scoppio. Mio padre aveva voluto che restassi a casa; erano passati molti aerei nei giorni precedenti e temeva iniziassero i bombardamenti. 
Scoprimmo dopo che si trattava di voli di ricognizione. Erano le 8 e un quarto di mattina: fui colpita da una luce fortissima e violenta, che mi scaraventò a terra, svenuta. Quando ripresi conoscenza tutti i vetri erano in mille pezzi, i mobili erano in frantumi. Mio fratello maggiore, come molti altri ragazzi, era stato mandato a costruire muri tagliafuoco, perché si temeva che anche Hiroshima avrebbe subito i bombardamenti che avevano carbonizzato Tokyo. Così molti studenti erano nel centro della città, e lì sono morti. 
Mio fratello vide l’aereo e poi, l’esplosione. Per tornare a casa dovette salire sulla collina, da dove vide la città completamente in fiamme. Hiroshima bruciò per tutta la notte e tutto il giorno dopo. Eravamo confusi, perché per bruciare una città intera ci sembrava ci fosse bisogno di molte bombe, e ne era caduta una sola. Poi arrivarono i superstiti. Camminavano come fantasmi: tenevano le braccia in avanti mentre la pelle cadeva a brandelli. Avevano addosso solo lembi di vestiti bruciati, erano così sfigurati, gonfi e ustionati da essere irriconoscibili. Alcuni avevano i capelli dritti sulla testa, erano quasi nudi, con i corpi così malridotti che non si capiva se fossero uomini o donne. All’inizio, nessun medico era in grado di aiutare nessuno: pensavano che si fosse trattato di un qualche gas velenoso, non si sapeva come soccorrere i sopravvissuti. Eravamo un esperimento. I feriti più gravi chiedevano acqua disperatamente. Io sapevo che non si doveva dare acqua agli ustionati, ma le loro grida erano troppo insistenti e ho portato acqua ad alcuni di loro. Mi sento colpevole della loro morte, non ho mai potuto dimenticarlo. Non avevamo niente per aiutarli. 
Alcuni mettevano fettine di patate sulle bruciature, ma la vera lotta era contro la fame. Altri ragazzi della nostra età erano stati evacuati sulle montagne. Tornarono scoprendo di essere diventati orfani, e che le loro case non esistevano più. Anche per molti di loro però la distanza non era stata sufficiente: perdevano i capelli, avevano nausee fortissime, poi sopravveniva la febbre e morivano. Il fiume era pieno di cadaveri”. 
Sono certo che avrete colto un espressione della signora Ogura, tagliente come una lama, che dovrebbe ferire le coscienze di tutti: “Eravamo un esperimento”. Non più essere umani, ma cifre da statistica, palline da spostare sull’abaco dell’efficienza bellica. 
Cavie per capire gli effetti delle radiazioni sul corpo umano.
Ancora una storia. La racconta Roberto Olla su RAI News. Ci parla di Sunao Tsuboi . Eccola: “«Sul mare luccica l'astro d'argento, placida è l'onda, prospero è il vento, venite all'agile barchetta mia, Santa Lucia, Santa Lucia». Così cantava Sunao Tsuboi alla sua fidanzata la sera del 5 agosto 1945. 
Si, proprio in italiano. L'Italia era di gran moda in Giappone e "Santa Lucia" era la canzone d'amore per eccellenza. Aveva vent'anni. Prima o poi la guerra sarebbe finita e lui voleva sposarsi. 
Al tramonto di quella calda giornata estiva, dopo una lunga passeggiata, lui e la sua ragazza avevano scelto un ponte tra i tanti che offre Hiroshima, la città dei fiumi. Sunao cantava, bella voce, conosceva tutto il testo a memoria. 
Lei ascoltava e lo pregava di ricominciare ancora una volta. Rimasero così per ore, a desiderarsi nel buio tra i luccichii dell'acqua. Quella maledetta guerra sarebbe finita. Certo. Tutte le guerre prima o poi finiscono. In qualche modo. E allora, il loro amore..... 
Alle 8,15 del giorno dopo, sul cielo sopra Hiroshima esplose una bomba. Una sola. Un lampo. Un istante. In quell'istante, 8,15 del 6 agosto 1945, la fidanzata di Sunao Tsuboi scomparve, evaporata assieme ad altri 70.000 abitanti di Hiroshima, evaporata assieme ai tram e alle case, assieme agli alberi e alle panchine, assieme alle macchine e agli animali. Di quella ragazza che la notte prima ascoltava "Santa Lucia" non rimase la minima traccia. Nel raggio di cinquecento metri dal ground zero, la verticale su cui esplose la bomba, non sopravvisse nessuno e di nessuno furono trovati resti. 
Una donna aspettava l'apertura della sua banca seduta sui gradini. Di lei è rimasta solo un'ombra scura sulla pietra. Degli altri edifici non sono rimasti neppure i gradini. Tutto è finito nella colonna di vapore rovente e nero. Sunao Tsuboi negli anni, ha ricostruito la sua faccia e sorridere lo metteva in pace con la sua anima. Lui ha fatto della sua lunga vita una missione di pace. Ma sempre combattendo con gli effetti delle radiazioni. 
Per due volte ha avuto il cancro. L'hanno salvato sottoponendolo a "bombardamenti di radiazioni". E lo diceva ridendo: "Ma cosa vuole che mi facciano un altro po' di radiazioni! A me!". Sorrideva sempre, anche quando raccontava la sua storia d'amore. Di lei, di quella bella ragazza voleva ricordare la notte sul fiume di Hiroshima: venite all'agile barchetta mia! Santa Lucia, Santa Lucia”.
Gli effetti delle radiazioni andarono ben oltre ciò che poteva essere visto a occhio nudo subito dopo l'esplosione della bomba atomica. 
Conseguenze si susseguirono per decadi a venire e continuano a persistere ancora al giorno d'oggi.
All'inizio del 1946, le cicatrici di alcuni superstiti si innalzarono prendendo la forma di cordoncini chiamati cheloidi. Superstiti che al momento dell'esplosione si trovavano nell'utero nacquero con microlissencefalia con le conseguenti limitazioni mentali e fisiche. Intorno al 1950, il numero di casi legati alla leucemia levitarono sostanzialmente.
A partire dal 1955 tiroide, cancro al seno e ai polmoni incrementarono. Ancora al giorno d'oggi spiegazioni sugli effetti delle radiazioni sono inadeguate.
Era necessario ai fini dell’esito bellico il sacrificio delle centinaia di migliaia di civili che morirono ad Hiroshima e, qualche giorno dopo, a Nagasaki?
Probabilmente no. Gli U.S.A. avevano infatti già ricevuto una richiesta di pace da parte del Giappone e i rapporti dell'aviazione affermavano che lo stato nipponico si sarebbe arreso certamente entro la fine dell'anno anche senza che si dimostrassero necessari lo sgancio dei due ordigni o le invasioni sul territorio giapponese. Nel '45 il timore di vedere la Germania vittoriosa non esisteva più e il Giappone era sul punto di arrendersi, ma gli U.S.A. avevano utilizzato le uniche due bombe di cui erano a disposizione con una fretta ingiustificabile. I più autorevoli scienziati statunitensi avevano inoltre ammonito il presidente di non utilizzare la bomba contro civili.
“Anche senza i bombardamenti atomici”, riferì il Rapporto sui Bombardamenti Strategici degli Stati Uniti del 1946, “la supremazia aerea nei confronti del Giappone avrebbe esercitato una pressione sufficiente a indurre la resa incondizionata e a evitare la necessità dell’invasione. Basandosi su un’indagine dettagliata dei fatti, e con il sostegno delle testimonianze dei leader giapponesi sopravvissuti coinvolti nella questione, è opinione del Rapporto che il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra, e anche se non fosse stata prevista o contemplata un’invasione”.
Gli Archivi Nazionali di Washington contengono documenti del governo americano che registrano aperture di pace da parte dei giapponesi già nel 1943. Non ne venne presa in considerazione nessuna.
Perché il presidente aveva agito comunque? Alcuni scrittori indicano quale motivo il fatto che Stalin si era impegnato ad attaccare il Giappone per l'8 agosto. Era chiaro che se la Russia fosse riuscita a scontrarsi vittoriosamente con il Giappone finché gli Stati Uniti erano fermi a Okinawa, ne avrebbe ricavato un grande prestigio internazionale, a danno degli Usa. Così, sganciate le due bombe, l'attacco russo riuscì, ma passò inosservato, a causa del clamore provocato dall'utilizzo della bomba nucleare. Qualcuno arriva così a dire che il lancio delle bombe può già essere considerato il primo atto della guerra fredda. 
Non a caso il comunicato della Presidenza degli Stati Uniti, nel celebrare la carneficina, affermava: "Siamo in grado di dire che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione più potente, forse, di tutta la storia". Chissà se il presidente di allora degli Stati Uniti d'America, Harry Truman, dormì bene le notte successive all’ordine di usare le bombe atomiche. Ma forse era assuefatto alle stragi di civili compiute dall’aviazione americana. In Germania il sistematico bombardamento delle città tedesche causò centinaia di migliaia di vittime, che culminarono con il bombardamento di Dresda che causò la morte di 35 000 persone e la distruzione di una delle maggiori città d'arte tedesche. Stessa sorte toccò peraltro all'Italia, che vide pesantemente bombardati i maggiori centri industriali e portuali di tutta la penisola con enormi devastazioni e tantissime perdite umane. 
Molti scienziati rimasero inorriditi dall’uso militare dell’energia atomica. Si giunse al “Manifesto di Russell-Einstein”, una dichiarazione presentata il 9 luglio 1955 a Londra in occasione di una campagna per il disarmo nucleare e che aveva avuto come promotori Bertrand Russell e Albert Einstein. Nel documento - controfirmato da altri 11 scienziati e intellettuali di primo piano - Einstein e Russell invitavano gli scienziati di tutto il mondo a riunirsi per combattere i rischi per l'umanità prodotti dall'esistenza delle armi nucleari. 
Tra i redattori del Manifesto vi fu anche Joseph Rotblat, che fu uno degli scienziati coinvolti nel progetto della bomba atomica e che abbandonò il lavoro a causa di contrasti di natura morale. Rotblat diresse la conferenza stampa di presentazione del Manifesto a Caxton Hall, a Londra. Fu sua la celebre frase: “Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto”.
Ma se Rotblat si ritirò dal progetto, vi fu anche chi rifiutò di entrarvi. Fu un italiano: il fisico Franco Rasetti.
Nel gennaio del 1943, mentre dirigeva il nuovo dipartimento di Fisica dell'Università di Quebec, rifiutò di partecipare al progetto anglo-canadese per lo sviluppo dell'energia nucleare a scopi militari. Negli anni successivi tenne sempre ferma questa sua scelta e criticò duramente quegli scienziati che avevano fatto la opzione opposta rivendicando non solo l'importanza delle scoperte scientifiche, ma anche l'eticità della loro applicazione. Dopo la guerra, con il conseguente sganciamento delle bombe atomiche, abbandonò gli studi fisici dedicandosi con successo alla botanica e alla paleontologia.
"La fisica non può vendere l'anima al diavolo", disse Franco Rasetti dopo Hiroshima e Nagasaki.
Al contrario il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, una volta appresi gli effetti del bombardamento di Hiroshima dichiarò: “E' il più grande giorno della storia".
Chissà che cosa gli avrebbero risposto, se avessero potuto, le decine di migliaia di bimbi che quel giorno e nei mesi a venire morirono atrocemente a Hiroshima prima ed a Nagasaki poi?
6 agosto 1945. Poteva essere un’occasione per riflettere sulle potenzialità distruttive della guerra combattuta con le armi frutto dei progressi scientifici. Ma naturalmente così non è stato, perché, come scrisse Antonio Gramsci, “l'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari”. Ecco allora che la successiva proliferazione delle armi nucleari durante la Guerra fredda tra Usa e Urss ha portato le due superpotenze a costruire bombe sempre più potenti: gli Stati Uniti si dotarono della B-41, (anche conosciuta come Mk-41) un ordigno da 25 megatoni (mille e seicento volte più potente della bomba che distrusse Hiroshima). La risposta di Mosca arrivò con la bomba Zar, che venne testata il 30 ottobre del 1961: aveva una capacità distruttiva di 50 megatoni. Attualmente l'atomica più potente negli arsenali americani è la B83: la sua capacità è di "soli" 1,2 megatoni.
Nonostante i proclami e i programmi di disarmo, nel mondo si stima ci sono ancora 15.700 testate nucleari: la Russia ne ha 7.500 e detiene il primato mondiale degli armamenti nucleari. Seguono gli Usa con 7.200 testate, mentre al terzo posto si trova la Francia con 300 testate e non ci sono dati certi sull'arsenale di Pechino. Le stime parlano di 250 testate ma un dato è certo: l'arsenale cinese è in aumento, insieme a quello indiano e pakistano.
Secondo alcuni calcoli, se in un conflitto globale ognuno degli Stati del "club dell'atomica" utilizzasse l'equivalente di 50 bombe simili a quelle fatte esplodere a Hiroshima, il nostro pianeta si troverebbe nel mezzo di un inverno nucleare senza precedenti, che durerebbe per molti anni e che porterebbe all'estinzione di molte forme di vita terrestri. Uomo compreso.

Permettetemi di chiudere con le bellissime e forti parole di Karl Bruckner autore del bellissimo libro per ragazzi “Il gran sole di Hiroshima”:
“In questo secondo, l’uomo, che Dio aveva creato a propria immagine e somiglianza, aveva compiuto, con l’aiuto della scienza, il primo tentativo per annientare se stesso. Il tentativo era riuscito”.

- Stefano Marchesotti -



Buona giornata a tutti :-)












lunedì 10 maggio 2021

10 maggio 1933 Quando il nazismo bruciò la cultura europea

Ogni anno, il 10 maggio, ricordo un tragico evento, purtroppo ormai dimenticato dai mezzi di informazione.
La data che voglio rammentare è quella del 10 maggio 1933. 
Quella sera, a Berlino, nella piazza del Teatro dell'Opera, l’Opernplatz, i nazisti organizzarono un gigantesco rogo nel quale bruciarono oltre 25.000 libri. 
Altri roghi simili si svolsero in numerose città tedesche, raccontati in diretta e con giubilo da Radio Germania. 
Il falò di Berlino fu organizzato con estrema attenzione poiché doveva essere un esempio per il Reich. Fu una vera e propria cerimonia ufficiale, quasi una liturgia a futura memoria. Si prestò attenzione, come amava fare il regime nazista, agli aspetti scenografici, alle musiche, ai canti. 
Persino all'illuminazione. 
I libri da bruciare erano accompagnati da una marcia alla quale presero parte i professori in toga, gli studenti, soldati delle SA e delle SS. 
Una lugubre processione, una celebrazione del più becero oscurantismo. 
L’obiettivo del regime era stato raggiunto: ormai divenuta "Judenrein" ("depurata dagli ebrei"), liberata dall’intellettualismo, la Germania hitleriana, dopo quella sera, fu un vero e proprio deserto culturale. 
I pochissimi intellettuali che restarono in Germania (è il caso di Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del Novecento) dovettero rassegnarsi ad una cieca neutralità, chiudendo occhi e orecchie per non vedere e non sentire quanto accadeva intorno a loro. Ma la gran pare di loro abbandonò il Paese. 
Ebbe inizio, nel 1933, il più massiccio esodo intellettuale che la storia moderna abbia conosciuto: una vera e propria diaspora dell'intelligenza tedesca.
Con i roghi di Berlino e delle altre città, Goebbels, da poco nominato ministro della propaganda, lanciò la sua campagna contro i libri "non tedeschi" e contro la cosiddetta "arte degenerata". 
Si trattava della celebrazione dell’imbarbarimento della vita culturale tedesca dopo l'avvento del regime nazista. L'intento dichiarato di Goebbels era quello di cancellare qualunque testimonianza degli intellettuali che nel XIX e XX secolo avevano dato sviluppo alla moderna cultura europea.
Durante il rogo, Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Reich, tenne un violento discorso contro la cosiddetta “cultura degenerata”, affermando: “L’era dell’esagerato intellettualismo ebraico è giunto alla fine. Il trionfo della rivoluzione tedesca ha chiarito quale sia la strada della Germania e il futuro uomo tedesco non sarà un uomo di libri, ma piuttosto un uomo di carattere ed è in tale prospettiva e con tale scopo che vogliamo educarvi. 

Vogliamo educare i giovani ad avere il coraggio di guardare direttamente gli occhi impietosi della vita. 
Vogliamo educare i giovani a ripudiare la paura della morte allo scopo di condurli a rispettare la morte. 
Questa è la missione del giovane e pertanto fate bene, in quest’ora solenne, a gettare nelle fiamme la spazzatura intellettuale del passato”.

Nei roghi finirono migliaia di opere letterarie e artistiche di autori che secondo il nazismo avevano "corrotto" e "giudaizzato" una presunta "cultura tedesca" pura: opere di autori lontani nel tempo, come Heinrich Heine e Karl Marx, ma soprattutto dei grandi intellettuali del periodo weimariano: gli scrittori Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Joseph Roth. I filosofi Ernst Cassirer, Georg Simmel, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Ernst Bloch, Ludwig Wittgenstein, Max Scheler, Hannah Arendt, Edith Stein, Edmund Husserl, Max Weber, Erich Fromm, Martin Buber, Karl Löwith. L'architetto Walter Gropius. I pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian. Gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud. I musicisti Arnold Schönberg e Alban Berg. I registi cinematografici Georg Pabst, Fritz Lang e Franz Murnau. E centinaia di altri artisti e pensatori che avevano gettato le basi intellettuali dell'intera cultura del Novecento.

Era la cultura europea tutta che bruciava in quei roghi.
In un’Europa impotente a difendere le sue opere migliori come lo sarebbe stata in seguito nel difendere i suoi cittadini.
Il delirio nazista si estese presto all’accesso all’istruzione, dove vennero ribadite gerarchie razziali, arrivando a negare l’accesso alla scuola per gli ebrei e a proibire la letteratura e ogni rudimento di alfabetizzazione per gli slavi nei territori occupati durante la guerra. 

E’ emblematico l’atteggiamento di uno degli uomini più potenti del Reich nazista, Hermann Göring, che quando sentiva parlare di cultura, “metteva mano alla pistola”.
Fu anche un tentativo di risposta alla frustrazione delle masse, avvilite, nel giro di pochi anni, da due epocali crisi economiche. Folle abbacinate da soluzioni semplici quanto violente. 
Masse che saranno poi complici di un ancor più grande disegno di distruzione e di morte.
Le crisi, infatti, sono da sempre pessimi aruspici: leggono nelle viscere del disagio, profetizzando esclusivismi e demagogiche dittature.
Ogni dittatura ha sempre avuto tra i propri obiettivi abbattere la cultura e la letteratura. Ossia quelle oasi di pensiero dove più forte soffia la brezza della libertà. 
Pensiamo al rogo del 212 a.C., nella Cina di Qin Shi Huangdi, primo imperatore della dinastia Qin. 
Alla distruzione della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, la più grande e ricca biblioteca del mondo antico. 
Al rogo di libri e di opere d’arte a Firenze, il 7 febbraio 1497, nel corso del cosiddetto "Falò delle vanità", promosso da Girolamo Savonarola. 
Sino al 1976, quando Luciano Benjamín Menéndez, generale dell'Esercito argentino, ordinò un rogo collettivo di libri, tra i quali si trovavano opere di Marcel Proust, Gabriel García Márquez, Julio Cortázar, Pablo Neruda, Mario Vargas Llosa, Saint-Exupéry, Eduardo Galeano e molti altri.
Bruciare i libri non è solo un attacco alla cultura, ma anche all’intelligenza, perché è quest’ultima a dar loro vita. Non a caso, cinque anni prima del rogo berlinese, il pubblico ministero Michele Isgrò, a conclusione della sua requisitoria fatta il 4 giugno 1928 chiedendo la condanna di Antonio Gramsci, pronunciò le seguenti parole, alludendo proprio all’intelligenza dello stesso Gramsci: “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”.
I libri sono i silos in cui sono custodite le idee che, come semi, possono germogliare e attecchire nella coscienza e nell’intelligenza degli esseri umani. Dalle idee disseminate nei libri fiorisce il senso critico e lo spirito di libertà, che è l’impulso creatore presente nell’intelligenza dell’umanità. Ecco perché la cultura è sempre considerata pericolosa da parte dei tiranni e dei demagoghi di ogni genere.
Ha scritto Paco Ignacio Taibo II sul rogo del 1933: “A Berlino, nella Opernplatz, non brucia la carta, bruciano le parole. 
Bruciano i libri con le poesie di Bertolt Brecht, ma soprattutto bruciano i versi, le magnifiche parole: 
Non lasciatevi sedurre, non esiste alcun ritorno. 
Il giorno è alle porte, c’è già il vento della notte. 
Non verrà un altro domani. 
Non lasciatevi convincere che la vita è poco… 
Racconto questa storia per ricordare. Per non dimenticare”.

Anch’io non voglio dimenticare e invito tutti voi a fare altrettanto.
Il 10 maggio1933 si realizzò una profezia espressa nel 1817, in occasione di un altro falò di libri, da un altro degli autori bruciati sul rogo, Heinrich Heine: “Là, dove si bruciano i libri, si finisce col bruciare anche gli uomini”.

Difendiamo i libri e la cultura: per tutelare la nostra libertà.

- Stefano Marchesotti - 



«Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini.»

Purtroppo questa riflessione di Heine fu tristemente comprovata nel ventesimo secolo, con l'avvento del regime Nazista.
Il 10 maggio 1933, nella Bebelplatz di Berlino, furono bruciati 25.000 libri. 
Il preludio allo stermino di massa degli ebrei.



Migliaia di libri persi per sempre. Il rogo di libri nella Berlino del 10 maggio 1933 non fu organizzato dal governo di Hitler, bensì dagli studenti tedeschi stessi, infervorati dalla propaganda del nazismo che stigmatizzava gli intellettuali in genere, e in particolar modo quelli ebrei o di sinistra. Gli studenti dell’Università di Berlino passarono settimane a compilare liste di scrittori e libri ‘non tedeschi’, perlustrarono poi biblioteche pubbliche e private alla ricerca dei volumi incriminati.



“L'uomo del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo fatto di carattere. È a questo scopo che noi vi vogliamo educare”: non si tratta di un passo del celebre romanzo distopico di Ray Bradbury “Fahrenheit 451”, bensì di una delle frasi più atroci e pericolose pronunciate dall’uomo nel corso della Storia da Joseph Giebbels il 10 maggio 1933




Buona giornata a tutti. :-)




lunedì 31 dicembre 2018

Dopo un anno di cammino, ci voltiamo indietro e guardiamo le orme dei nostri passi

Fine anno.
Tempo di riflessioni, di bilanci. Soprattutto tempo di speranze. Perché, come diceva Leopardi nel suo “Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggero”, “Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”.
Pensieri si rincorrono nella mente, attimi bui mitigati da quelli felici: una girandola vorticosa di emozioni variegate.
Ma, giustamente, il nostro cuore è già lanciato oltre il traguardo della mezzanotte, e si aggira speranzoso nelle prime luci del nuovo anno per assaporarne il gusto ancora acerbo.
In questa circostanza anch’io non mi sottraggo al vaticinio dei sogni, auspicando un nuovo umanesimo che trasformi le menti e i cuori, in un mondo dove l’odio sia bandito e la ragione conquisti l’agone. Dove nessuno venga più lasciato solo, ma accompagnato nella dimensione autentica di solidarietà.
Un mondo dove i bambini siano tali e non soldati, le ragazze possano crescere libere, le donne non vengano uccise in nome di una tragica parodia d’amore. Dove la miseria sia sconfitta.
Soprattutto lasciatemi rivolgere un immenso augurio a voi, amiche mie carissime e amici cari, che mi avete accompagnato in questa pagina con affetto, intelligenza e partecipazione. Che l’anno in arrivo vi doni le emozioni più belle e s’affanni a realizzare i vostri sogni. Che i giorni futuri si accapiglino per esservi complici.
Che l’amore vi sommerga: senza misura, perché come diceva Sant’Agostino “La misura dell'amore è amare senza misura”.
E per me l’augurio di percorrere il nuovo anno imparando: da voi, dalla vita, da ogni sentire.
Di essere portatore di valori di profonda umanità. Sperando di poter essere qualcosa per tanti. Per cogliere in uno sguardo l’essenza di ogni parola, ormai divenuta inutile. Ma per avere sempre parole per chi le desidera. Parole che siano semplici e tenere come lievi carezze, mai sferzanti e intrise di giudizi.
Vorrei donare emozioni, con cuore di creta e braccia di ferro.
Vorrei essere migliore.
Rinnovando spesso le mie speranze e i miei impegni, perché, come disse Gramsci, “voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.
Felice anno a Voi!

- Stefano Marchesotti -  



Filastrocca di Capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno
voglio un gennaio col sole d’aprile;
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera:
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco;
sul cipresso il fior del pesco;
che siano amici il gatto e il cane;
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.” 

- Gianni Rodari -



Quest’oggi, ultimo giorno dell’anno, volgendo lo sguardo ai mesi trascorsi, sgorga naturale il desiderio di rendere grazie a Dio: chiedere perdono per le colpe commesse e le mancanze registrate, confidando tutto alla misericordia divina; e, poi, rendere grazie per quanto Dio, ogni giorno, ci ha donato. 

Per questo cantiamo il Te Deum, lodiamo Dio e gli diciamo grazie per il bene che ci ha elargito e che ha segnato i vari momenti dell’anno ormai al suo termine: «Salva il tuo popolo, Signore, e benedici la tua eredità… Per tutti i giorni ti benediciamo e lodiamo il tuo nome nei secoli dei secoli. Amen!». 

- San Giovanni Paolo II - 
Roma, 31 dicembre 1997




Carissimi amici ed amiche, 
dopo un anno di cammino, ci voltiamo indietro e guardiamo le orme dei nostri passi. 

Non cancelliamo il percorso fatto, ma lo rileggiamo con il senno di poi.



Guardiamo in faccia i successi e gli errori e troviamo il coraggio di chiamarli con il loro nome. 
Senza presunzione e senza falsa umiltà.
Quindi si può ripartire. 
Con un cuore meno vecchio.
Con un'anima più trasparente. 
Sbaglieremo ancora.
Ancora usciremo di strada. 
Ancora ripartiremo.
Chi ha accettato nella propria vita il dono della fede percorrerà il proprio cammino con la speranza che c'è una meta: un Dio di misericordia - Padre, Figlio e Spirito Santo - che ancora si ostina ad amarci. 

Vivere in questa speranza è il miglior augurio che io possa formulare per il nuovo anno.

Buon 2019