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venerdì 6 settembre 2019

Le tre domande - Lev Tolstoj

 Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risolvere qualunque problema:

• Qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa?
• Quali sono le persone più importanti con cui collaborare?
• Qual è la cosa che più conta sopra tutte?

L'imperatore emanò un bando per tutto il regno annunciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa. Subito si presentarono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria risposta. 
Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò di preparare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, specificando l'ora, il giorno, il mese e l'anno da riservare a ciascuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fare ogni cosa al momento giusto. 
Un altro replicò che era impossibile stabilirlo in anticipo; per sapere cosa fare e quando farlo, l'imperatore doveva rinunciare a ogni futile svago e seguire attentamente il corso degli eventi. 
Qualcuno era convinto che l'imperatore non poteva essere tanto previdente e competente da decidere da solo quando intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere. Qualcun altro disse che certe questioni richiedono una decisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l'avvenire, avrebbe fatto bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini. 
Anche alla seconda domanda si rispose nel modi più disparati. 
Uno disse che l'imperatore doveva riporre tutta la sua fiducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c'era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati. 
La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri. 
Alcuni dissero che l'attività più importante era la scienza. 
Altri insistevano sulla religione. 
Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l'arte militare. L'imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle risposte, e la ricompensa non venne assegnata. 
Dopo parecchie notti di riflessione, l'imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande, pur sapendo che l'eremita non lasciava mai le montagne e riceveva solo la povera gente, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. 
Perciò, rivestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell'eremita. 
Giunto alla dimora del sant'uomo, l'imperatore lo trovò che vangava l'orto nei pressi della sua capanna. 
Alla vista dello sconosciuto, l'eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. 
La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava la vanga per smuovere una zolla, gettava un lamento. 
L'imperatore gli si avvicinò e disse: "Sono venuto per chiederti di rispondere a tre domande: qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual è la cosa che più conta sopra tutte?". 
L'eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un'amichevole pacca sulla spalla e riprese a vangare. 

L'imperatore disse: "Devi essere stanco. Sù, lascia che ti dia una mano''. L'eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare. 
Dopo aver scavato due solchi, l'imperatore si fermò e si, rivolse all'eremita per ripetergli le sue tre domande. 
Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga: , "Perché non ti riposi? Ora ricomincio io''. Ma l'imperatore continuò a vangare. Passa un'ora, ne passano due. Finalmente il sole comincia a calare dietro le montagne. 
L'imperatore mise giù la vanga e disse all'eremita: ''Sono venuto per rivolgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia''. L'eremita alzò la testa e domandò all'imperatore: "Non senti qualcuno che corre verso di noi?".
L'imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L'uomo puntò verso l'imperatore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi. 
Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L'imperatore pulì la ferita e la fasciò servendosi della propria camicia che però in pochi istanti fu completamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fasciatura più volte, finché l'emorragia non si fu fermata. Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. 
L'imperatore corse al fiume e ritornò con una brocca d'acqua fresca. Nel frattempo, il sole era, tramontato e l'aria notturna cominciava a farsi fredda. L'eremita aiutò l'imperatore a trasportare il ferito nella capanna e ad adagiarlo sul suo letto. L'uomo chiuse gli occhi e restò immobile. 
L'imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell'orto. Si appoggiò al vano della porta e si addormentò. 
Al suo risveglio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov'era e cos'era venuto a fare. Gettò un'occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito. 
Alla vista dell'imperatore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro: "Vi prego, perdonatemi". "Ma di che cosa devo perdonarti?", rispose l'imperatore. 'Voi non mi conoscete, maestà, ma lo vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell'ultima guerra uccideste mio fratello e vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle montagne in cerca dell'eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mio nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di trovare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha riconosciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e ad arrivare fin qui. 
Se non vi avessi incontrato, a quest'ora sarei morto certamente. Volevo uccidervi, e invece mi avete salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altrettanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono''. 
L'imperatore si rallegrò infinitamente dell'inattesa riconciliazione con un uomo che gli era stato nemico. 
Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finché non fosse completamente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccompagnarlo a casa, poi andò in cerca dell'eremita. Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l'ultima volta. 
Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima avevano vangato. L'eremita si alzò e guardò l'imperatore. "Ma le tue domande hanno già avuto risposta". 
"Come sarebbe?", chiese l'imperatore, perplesso. "Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti stato aggredito da quell'uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me. Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la  cosa più importante da fare era aiutarmi. 
Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l'occasione di riconciliarti con lui. 
Per lo stesso motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita. 
Ricorda che c'è un unico momento importante: questo. 
Il presente è il solo momento di cui siamo padroni. 
La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? 
La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita''. 

Lev Tolstoj -


Il racconto di Tolstoj sembra un brano di letteratura religiosa: non ha nulla da invidiare a qualunque testo sacro. 
Parliamo di servizio sociale, di servire la gente, l'umanità, persone che vivono in un paese lontano, di contribuire alla pace nel mondo, ma spesso dimentichiamo che le persone a cui dobbiamo dedicarci sono innanzitutto quelle che ci vivono accanto. 
Se non sapete servire vostra moglie, vostro marito, i vostri figli, come potrete servire la società? 
Se non sapete rendere felici i vostri figli, come credete di poter rendere felice qualcun altro?



Buona giornata a tutti. :-)


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martedì 5 febbraio 2019

Ho imparato nel tempo che protezione e dolcezza sono petali della stessa rosa - Massimo Bisotti

E da questo ho bene in mente cosa significhi essere uomo.
Ho imparato nel tempo che protezione e dolcezza sono petali della stessa rosa.
Perché essere maschi non c'entra con l'essere uomini.
Diventare uomini è una conquista. Essere maschi solo una casualità.
Credo nella parità dei sessi e la identifico con il senso profondo di una vera relazione di coppia.
Nei maturi ed intensi momenti d’amore uomini e donne sono necessariamente uguali, non può esistere il desiderio o l’ebbrezza di sovrastare l’altro. 
Se così fosse sarebbe inesatto chiamare relazione utilizzando la parola amore. Rispetto e democrazia, sempre più rari da trovare in un paese condizionato ora da una parte ora dall’altra indistintamente, sono le basilari premesse per un legame completo.
L’ago della bilancia per far sì che esso possa considerarsi soddisfacente è dato dalla condivisione.
Probabilmente, a causa di una particolare educazione impartita e radicata in un’obsoleta cultura, l’uomo viene cresciuto con la paura dell’intimità.
Di conseguenza non riesce a condividere le emozioni o a viverle pienamente, senza doversi sentire per questo un debole o un maschio poco virile.
La maturità emotiva dell’uomo invece, secondo me, giunge al suo apice proprio quando la paura di perdere il controllo di sé viene scalzata definitivamente dal coraggio di donarsi completamente, abbandonando per sempre preconcetti, paura e vergogna.
Senza la scusa banale del non avere tempo, perché c'è sempre tempo per chi si ama.
Non ho bisogno di molte cose. La vetrina dinanzi a cui mi soffermo non ha molti fronzoli e luci pirotecniche.
Tutto si impara dall'amore, alfabeto, parole, capitoli di storia. Geografia degli sguardi, geometria dei problemi da risolvere, arte di un sorriso, educazione musicale all'armonia.
L’amore è l’esperienza più travolgente della nostra vita e vale davvero la pena di abbandonarsi al suo richiamo. Vale la pena di liberarci di quella corazza che porta spesso noi uomini istintivamente a volerci difendere, a non voler lasciare andare il filo dell’aquilone che è in noi.
Ci sorprenderà invece accorgerci che un altro aquilone starà volando alla stessa altezza, né più in basso e né più in alto, spinto dallo stesso vento.
Ci sorprenderà scoprire che aspettava noi, liberi dalle inibizioni che attanagliano il cuore e risvegliati dal bambino che ci vive dentro.

- Massimo Bisotti, Paesaggi interiori



È bello svegliarsi e non farsi illusioni. 
Ci si sente liberi e responsabili. 
Una forza tremenda è in noi, la libertà. 
Si può toccare l'innocenza. 
Si è disposti a soffrire.

- Cesare Pavese -



“L'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e la vedo: lei mi guarda e mi ama. E nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo. L'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro...

L'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo? che possiamo fare? E lei ride.
L'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri, dice: “Smettiamo, mi dai fastidio”; e dopo un minuto già mi sorride timidamente.
L'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio.”

- Lev Tolstoj – 
da: “I diari”


Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 28 luglio 2017

I Tre Anziani - Lev Tolstoj (1886)

"E quando pregate, non moltiplicate vane parole, come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro, poiché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che gliela chiediate" (Mt 6.7-8).

Una volta un vescovo navigava da Archangelsk verso la lavra Soloweski. Sulla stessa nave si trovavano anche dei viaggiatori che si recavano in pellegrinaggio dai pii monaci del monastero. Il vento era favorevole, il tempo sereno e l'acqua immobile. Alcuni pellegrini si erano messi da un po' a riposare, altri erano a colazione e altri ancora sedevano in gruppi chiacchierando tra loro. Anche il vescovo venne in coperta e si mise a passeggiare avanti e indietro sul ponte. Quando arrivò a prua, vide tutta una folla radunata insieme. Un giovane campagnolo faceva segno con la mano sopra il mare e stava raccontando qualcosa che attirava l'attenzione di tutti. Il vescovo si fermò e guardò anch'egli nella direzione indicata dall'uomo; ma non poté scorgere nulla e vide solo il mare che scintillava al sole. 
Allora si avvicinò e si mise ad ascoltare. Quando il campagnolo si accorse del vescovo, si tolse il berretto e tacque. 
Allora anche gli altri riconobbero il vescovo, si scoprirono il capo e lo salutarono con rispetto.
"Non dovete disturbarvi, fratelli" disse il vescovo "sono venuto anch'io a sentire ciò che tu, mio caro, stavi raccontando".
"Ci ha appena parlato degli anziani, il pescatore", spiegò un commerciante, meno timido degli altri .
"Di quali anziani?" domandò il vescovo, andando a sedersi su di una cassa presso il parapetto. "Raccontalo anche a me, ascolto. che cosa stavi indicando con la mano?".
"Là in lontananza si vede appena una piccola isola" disse il giovane campagnolo, e indicò verso destra. "Su quell'isola, tre anziani vivono soli soletti, per la salvezza della loro anima".
"E dov' è quest'isola?" chiese il vescovo. "Segua diritto la sua mano. Là c'è una nuvola, e più a sinistra in basso si vede una piccola striscia".
Il vescovo osservò attentamente. L'acqua brillava al sole, ma non riuscì a scorgere nulla, perché i suoi occhi non c'erano abituati.
"Non vedo nulla" ammise. "Ma che anziani sono questi che vivono sull'isola?"
"Uomini di Dio" suonò la risposta. "Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai avuto l'occasione di vederli. L'estate scorsa però li ho visti con i miei occhi".
E il pescatore cominciò a raccontare come una volta era uscito a pesca ed era stato sospinto fin nei pressi di quell'isola, senza sapere dove fosse arrivato. 
Al mattino aveva fatto una passeggiata sull'isola e si era imbattuto in una capanna d'argilla. Davanti alla capanna aveva incontrato un anziano; poi ne erano usciti ancora altri due. 
Gli avevano dato da mangiare, gli avevano asciugato gli abiti e lo avevano aiutato a riparare la sua barca. "Che aspetto avevano?" chiese il vescovo.
"Uno è piccolo, curvo e decrepito. Porta una tonaca logora. Deve avere ben più di cento anni. La sua barba grigia è diventata ormai tutta verde, ma lui sorride continuamente e sembra sfolgorante come un angelo del cielo. 
Il secondo è un po' più grande, anche lui molto anziano e va in giro in un caffettano ridotto a brandelli. Ha una lunga barba grigio-giallastra ed è un uomo forte. Rovesciò la mia barca come un secchio, prima ancora che potessi venirgli in aiuto. Anche lui sembra allegro. 
Il terzo invece è un uomo gigantesco con una barba bianca come il chiaro di luna, e che gli arriva alle ginocchia, ma sembra triste, e le sopracciglia gli pendono giù sopra gli occhi. Va in giro tutto nudo e porta solo un grembiulino di rafia intorno alle reni.
"Che cosa ti hanno detto?" chiese il vescovo. "Facevano quasi tutto in silenzio e anche tra loro parlavano poco. Bastava che uno gettasse uno sguardo all' altro, e si erano già capiti. Chiesi a quello grande se vivessero là da molto. Fece un viso scuro e mormorò qualcosa come se fosse arrabbiato, ma il piccolo lo prese subito per la mano, sorrise e così anche quello fece di nuovo silenzio. L'anziano disse solo: 'Perdonaci!' e sorrise".
Mentre il campagnolo stava così raccontando, la nave era arrivata più vicino all'isola.
"Ora si può riconoscerlo proprio chiaramente" fece notare il commerciante. "Prego, Eminenza, guardi" si rivolse al vescovo e indicò col dito.
Il vescovo scrutò davanti a sé. Effettivamente, ora vide una piccola striscia nera: l'isola. Guardò attentamente, poi da prua si diresse verso poppa e si rivolse al timoniere.
"Che isola è" chiese "quella che si vede là?"
"Quella là? Non ha nome. Ce ne sono tante così".
"È vero" chiese ancora il vescovo "che là vivono tre anziani soli, per la salvezza della loro anima?"
"Così si racconta, Eminenza. Ma non so se sia vero. I marinai assicurano di averli visti. Ma può anche darsi che spaccino frottole".
"Sbarcherei volentieri sull'isola, per vedere gli anziani" disse il vescovo. "Si può fare?"
"Con la nave è escluso" disse il timoniere. "Eventualmente con una barca a remi. Ma deve prima parlarne con il capitano".
Chiamarono il capitano, e il vescovo disse: 
"Vedrei tanto volentieri i tre vecchi. Qualcuno mi ci potrebbe trasportare?"
Il capitano voleva cavarglielo dalla testa.
"Certo si potrebbe, ma perderemmo molto tempo. E se posso permettermi un'osservazione, Eminenza, non vale la pena vederli. Ho sentito dire da certe persone che sono degli anziani sciocchi, che non capiscono nulla e non spiccicano parola, come i pesci del mare".
"Li vedrei lo stesso volentieri" obiettò il vescovo. "Le ripagherò bene il tempo e la fatica e le chiedo di traghettarmici".
Non ci fu niente da fare. I marinai fecero tutto secondo gli ordini. La vela fu girata, la nave mutò direzione e si puntò sull'isola. Si portò a prua un sedile per il vescovo; questi vi si installò e si concentrò su quel che si riusciva a vedere. E tutti i compagni di viaggio vennero a disporsi intorno a lui e a spiare l'isola. Chi aveva lo sguardo più acuto poteva già riconoscere le rocce e indicava la 'capanna di fango. Un altro era riuscito a distinguere i tre anziani. Il capitano si portò agli occhi il cannocchiale, gettò uno sguardo e lo passò al vescovo.
"Davvero" disse "là sulla riva, a destra della grande roccia, stanno tre uomini".
Il vescovo puntò il canocchiale sul luogo indicato e vi guardò attraverso: effettivamente, sulla riva stavano tre uomini. Uno era molto grande, un altro più piccolo e il terzo piccolissimo. Stavano sulla riva e si tenevano per mano.
Ora il capitano si avvicinò al vescovo. "Qui la nave deve fermarsi, Eminenza. Come è suo desiderio, la faccio trasportare da qui con la barca. Intanto noi restiamo all'ancora qui".
Immediatamente si calò la fune, si gettò l'ancora e si ammainò la vela. Ci fu uno strattone, la nave oscillò leggermente. 
La barca fu calata, i remi innestati, e il vescovo scese la scala. Arrivato giù, si adagiò sul sedile, i marinai misero mano ai remi e puntarono sull'isola. Quando furono giunti a un tiro di sasso, poterono vedere con tutta chiarezza come i tre anziani stavano sulla riva: uno grande e nudo, con solo un grembiulino intorno ai fianchi, il secondo, più piccolo, nel suo caffettano sbrindellato, e il terzo decrepito e curvo nella sua tonaca logora. 
Così stavano là tutti e tre dandosi la mano.
La barca urtò contro la terra. I remi furono ritirati. Il vescovo scese.
I tre anziani fecero un inchino, il vescovo li benedisse e quelli si piegarono ancor più profondamente davanti a lui. E il vescovo cominciò a parlar loro così:
"Ho sentito" disse "che voi, tre anziani di Dio, vivete qui per la salvezza delle vostre anime e pregate Cristo nostro Signore per l'umanità. lo, indegno servitore di Cristo, per grazia di Dio sono chiamato a pascere le sue pecore sulla terra. Così ho voluto far visita anche a voi, veri servi di Dio, e darvi per quanto possibile un po' d'istruzione".
I tre anziani non dissero parola, sorrisero e si guardarono tra loro.
"Ditemi dunque" continuò il vescovo "come vivete per la salvezza della vostra anima e servite Dio nostro Signore?".
L'anziano di mezzo sospirò e guardò il piccolo decrepito. Il grande fece un viso triste e volse anch'egli lo sguardo al piccolo. E questi sorrise e disse:
"Non ce ne intendiamo affatto di servire Dio, o servo del Signore. Noi ci serviamo l'un l'altro procurandoci il pane quotidiano".
"Allora come pregate Dio?" chiese il vescovo. L'anziano disse:
"Preghiamo così:
Tre sei Tu, tre siamo noi. Abbi misericordia di noi, stacci vicino!"
Appena il più vecchio ebbe detto così, anche gli altri due levarono gli occhi al cielo, e tutti e tre dissero insieme:
"Tre sei Tu, tre siamo noi, abbia misericordia di noi, stacci vicino".
Il vescovo dovette sorridere e disse:
"Allora avete pur sentito qualcosa della Trinità. Ma così non potete pregare. Comunque sia, mi sono affezionato a voi, o anziani di Dio, e vedo che volete veramente servire Dio. Ma non sapete come si fa. 
Così non potete pregare. Ascoltatemi, ve lo insegnerò. E non sono le mie parole che vi insegnerò, ma le parole della sacra Scrittura. E in questo modo che il buon Dio stesso ha ordinato a tutti gli uomini di pregarlo".
E il vescovo cominciò a esporre agli anziani come Dio si era rivelato agli uomini. Parlò loro di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito santo, e disse:
"E Dio Figlio scese sulla terra per salvare l'umanità e insegnò a noi tutti a pregare così: ascoltatemi e ripetete le mie parole".
E il vescovo cominciò a recitare il Padre Nostro. Uno degli anziani ripeté: Padre Nostro! E il secondo anziano ripeté: Padre Nostro! E anche il terzo ripeté: Padre Nostro!
"che sei nei cieli".
Gli anziani ripeterono: "che sei nei cieli". Ma quello di mezzo cambiò l'ordine delle parole e non riuscì a pronunziare bene la frase, e anche quello nudo non riusciva a ripeterla correttamente, perché la sua bocca era completamente coperta dalla barba così che non poteva parlare chiaramente. 
E anche quello vecchissimo, che non aveva più denti, mormorò qualcosa d'incomprensibile.
Il vescovo lo ripeté ancora e di nuovo gli anziani lo seguirono. Sedette su di una pietra, mentre gli anziani stavano in piedi davanti a lui e fissavano la sua bocca. Quando egli aveva pronunziato una parte di frase, essi la ripetevano. 
E così il vescovo trascorse con loro tutto il giorno, ripeté loro la stessa parola dieci, venti, anche cento volte, e gli anziani lo seguivano. Se facevano un errore, li correggeva e li faceva ricominciare da capo.
E il vescovo restò presso gli anziani finché ebbero imparato tutta la preghiera. Poterono dirla dietro a lui e infine anche recitarla a memoria. 
L'anziano di mezzo era riuscito a capirla per primo e la recitò tutta da solo. Il vescovo gliela fece dire un' altra volta, e poi ancora una, e così di nuovo finché anche gli altri impararono la preghiera completa.
L'oscurità cadeva e la luna saliva già sopra il mare, quando il vescovo si preparò a tornare alla nave. Prese congedo da loro ed essi s'inchinarono fino a terra davanti a lui. Li rialzò e li abbracciò uno per uno, ordinando loro di pregare nel modo che aveva loro insegnato, entrò nella barca e si fece ricondurre alla nave.
Mentre il vescovo tornava verso la nave, sentiva ancora sempre come i tre anziani pregavano a una voce il Padre Nostro. Quando ebbe raggiunto la nave, non sentì più le loro voci, ma li vedeva ancora in piedi sulla riva, al lume della luna. I tre anziani stavano ancora sempre nella stessa posizione: il piccolo in mezzo, il grande a destra e quello medio dalla parte sinistra. 
Il vescovo salì la scala e si portò in coperta. 
L'ancora fu levata, la vela spiegata, il vento vi soffiò e la nave si mise in movimento e proseguì il suo viaggio. Il vescovo andò a sedere presso il timone e tutti fissarono lo sguardo sull'isola. Dapprima si potevano ancora riconoscere i tre anziani, poi la loro immagine divenne indistinta e scomparvero dalla vista, e si vide ancora solo la striscia dell'isola, ma infine scomparve anche l'isola e restò solo il mare a scintillare alla luce della luna.
I pellegrini andarono a coricarsi e in coperta si fece completo silenzio. Solo il vescovo non trovava sonno. Sedeva là e guardava davanti a sé, sopra il mare, nella direzione in cui l'isola era scomparsa. Pensava ai buoni anziani, pensava a come si erano rallegrati una volta imparata la preghiera, e ringraziò Dio di averlo condotto là ad aiutare gli anziani e a insegnare loro la Parola di Dio.
Il vescovo dunque sedeva là, immerso nei suoi pensieri, guardando sopra il mare nella direzione in cui l'isola era scomparsa. Una luce vacillante si stendeva davanti ai suoi occhi. Ora qui, ora là il chiaro di luna faceva luccicare le onde. Improvvisamente, nel fascio di luce lunare vide brillare qualcosa di bianco. E un uccello, un gabbiano o una vela che biancheggia laggiù? Il vescovo appuntò lo sguardo con attenzione. "Dev'essere una barca a vela che ci segue. Ma ci viene dietro troppo veloce. Poco fa era ancora tanto, tanto lontana e ora è già così vicina. E non è una barca, perché una vela non ha quell'aspetto. E tuttavia ci si avvicina e ci raggiungerà subito".
Ma il vescovo non era in grado di riconoscere di che si trattasse. Una barca? Un uccello? Un pesce? Sembra un uomo, ma allora grande, grandissimo, e poi può forse un uomo correre sull' acqua? Il vescovo si alzò e si rivolse al timoniere.
"Guarda un po' là, caro amico" gli disse. "Che cos'è quello lì davanti?"
E mentre diceva così, lo vide a un tratto chiaramente: i tre anziani venivano correndo sull'acqua, e le loro barbe bianche scintillavano e luccicavano al chiaro di luna. E arrivavano così veloci come se la nave fosse stata ferma.
Il timoniere guardò dietro di sé, si spaventò e lasciò andare la barra, gridando a gran voce: "Signore Iddio! Gli anziani ci corrono dietro sul mare come sulla terraferma!"
Gli altri lo sentirono. Saltarono su e corsero in coperta. Ora tutti vedevano i tre anziani arrivare di corsa. Si tenevano per mano e i due laterali agitavano le braccia per far segno alla nave di fermarsi. Tutti e tre camminavano sull' acqua come sulla terraferma e avanzavano veloci senza muovere i piedi.
Ancora non si era potuto fermare la nave che già i tre anziani l'avevano raggiunta; salirono in coperta e dissero a una sola voce:
"Abbiamo dimenticato, dimenticato quel che tu, servo di Dio, ci avevi insegnato! Finché lo ripetevamo continuamente, lo sapevamo ancora; ma quando abbiamo smesso un momento, ci è uscita dalla memoria una parola, e una dietro l'altra ci sono sfuggite tutte. Ora non ne sappiamo più nulla. Insegnacelo di nuovo".
Il vescovo fece un segno di croce, s'inchinò profondamente davanti ai tre anziani e disse:
"Anche la vostra preghiera sale verso Dio, santi uomini di Dio. Io non ho nulla da insegnarvi. Pregate per noi poveri peccatori!"
E cadde in ginocchio davanti agli anziani. Gli anziani rimasero in silenzio. Poi si voltarono e tornarono indietro sul mare. E fin verso il mattino questo brillò e luccicò nella direzione in cui erano scomparsi.

- Lev Tolstoj -
(1886)


 Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 9 settembre 2015

Chi intralcia la strada a se stesso non è in grado di proseguire - Anselm Grün

Se per me la ricchezza è ciò che conta di più
calcolerò il tempo in termini di denaro
invece di donare
ciò che ho, ciò che sono.
Se per me il potere è ciò che conta di più
calcolerò il mio agire in termini di successo
invece di mettermi al servizio
di coloro che hanno bisogno di me.
Se per me la sicurezza è ciò che conta di più
calcolerò il desiderio in termini di comprensione
invece di lasciare spazio dentro di me
al buio e alla sofferenza.
Se per me la felicità è ciò che conta di più
calcolerò il desiderio in termini di rischio
invece di compiere il primo passo
laddove le strade sono bloccate.
Se per me il focolare domestico è ciò che conta di più
calcolerò l'invito a partire in termini di insicurezza
invece di affrontare l'ignoto
con atteggiamento vivace e curioso.
Se per me le relazioni sono ciò che conta di più
calcolerò l'addio in termini di tristezza
invece di andarmene
per lasciare spazio al nuovo.
Se per me le abitudini sono ciò che conta di più
calcolerò le richieste in termini di disagio
invece di provare con interesse il nuovo
e mettermi così alla prova.
Se per me sono io ciò che conta di più
allora mi sarò d'impiccio da solo
invece di partire pieno di vigore
per trovare me stesso.
Se per me è Dio ciò che conta di più
allora mi abbandono
mi dono
vivo.


- Anselm Grün -





Qualità dell’Uomo

Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera.
Ma gli uomini non sono così.
Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido.
E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato.
Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido.
Così anche gli uomini.
Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.

- Lev Nikolaevič Tolstoj - 


Quando nel Padre nostro preghiamo che Dio non ci induca in tentazione, il significato è un altro.
La parola greca è «peirasmós», che significa in primo luogo confusione. 
La vera tentazione del male è quindi la confusione. 

- Anselm Grün -

da: “Affrontare e trasformare il male”





Il Dio buono e misericordioso ti benedica


Il Dio buono e misericordioso ti benedica, 
ti avvolga della sua presenza d'Amore e di guarigione. 
Ti sia vicino quando esci e quando entri, 
ti sia vicino quando lavori. Faccia riuscire il tuo lavoro. 
Ti sia vicino in ogni incontro e ti apra gli occhi 
per il mistero che risplende in te in ogni volto umano. 
Ti custodisca in tutti i tuoi passi. 
Ti sorregga quando sei debole. 
Ti consoli quando ti senti solo. 
Ti rialzi quando sei caduto. 
Ti ricolmi del suo Amore, della sua bontà e dolcezza 
e ti doni libertà interiore. 
Te lo conceda il buon Dio, 
il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. 
Amen.


- Anselm Grün -



Buona giornata a tutti. :-)




mercoledì 18 febbraio 2015

Straniero - Charles Baudelaire

Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
- Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
- I tuoi amici?
- Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
- La patria?
- Non so sotto quale latitudine si trovi.
- La bellezza?
- L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
- L’oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
- Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!


- Charles Baudelaire -



L'amore mio mi chiede

L'amore mio mi chiede:
"Qual è la differenza tra me e il cielo?"
La differenza è che
 
se tu ridi, amore mio,
io mi dimentico il cielo.

- Nizar Qabbani -






I Liberi Pensatori sono coloro che sono disposti a usare le loro menti senza pregiudizio e senza timore di comprendere cose che si scontrano con le proprie usanze, privilegi, o credenze. Questo stato d'animo non è comune, ma è essenziale per il pensiero giusto. Dove è assente, la discussione tende a diventare peggio che inutile. 

- Lev Tolstoj - 



Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille e altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l’ammontare dei baci.


- Catullo - 






Buona giornata a tutti :-)






sabato 22 novembre 2014

Il leone e il cagnolino - Lev Tolstòj

Londra, c’era una mostra di bestie feroci e, per entrare a visitarle, si poteva pagare, oppure portare dei cani e dei gatti, da dare in pasto alle belve.
Un tale ebbe voglia di vedere le belve: acchiappò per la strada un cagnolino e lo portò al serraglio. L’uomo fu lasciato entrare e il cagnolino fu preso e gettato nella gabbia in pasto al leone. Il cagnolino si mise la coda fra le zampe e si ritirò in un angolo della gabbia. Il leone gli s’accostò e lo fiutò.
Il cagnolino si coricò sulla schiena, alzò le zampette e agitò la coda. 
Il leone gli diede un tocco con la zampa e lo rivoltò. Il cagnolino saltò su e restò seduto dinanzi al leone sulle zampette posteriori. Il leone lo guardava fisso, piegava la testa ora di qua, ora di là, e non lo toccava. 
Quando il padrone delle belve gettò al leone la carne, il leone ne strappò un boccone e lo lanciò al cagnolino. Quando la sera il leone si mise a dormire, il cagnolino gli si stese accanto e gli posò la testa sulla zampa. 
Da quel giorno, il cagnolino visse sempre dentro la gabbia del leone, e il leone non lo toccava, mangiava e dormiva con lui e, certe volte, perfino ci giocava insieme.
Una volta, un signore venne a visitare il serraglio e riconobbe il proprio cagnolino: disse che il cagnolino era suo, e chiese al padrone del serraglio che glielo restituisse. Il padrone acconsentì, ma come provarono a chiamare il cagnolino per estrarlo dalla gabbia, il leone s’incollerì e si mise a ruggire. 
Così seguitarono a vivere insieme, leone e cagnolino, un anno intero, nella stessa gabbia. Un brutto giorno, il cagnolino s’ammalò e morì.
Il leone smise di mangiare, stava sempre a fiutare il cagnolino, a leccarlo, a smuoverlo con la zampa. Quand’ebbe capito che era morto, d’improvviso diede un balzo, drizzò la criniera, cominciò a battersi la coda sui fianchi, poi si slanciò contro la parete della gabbia e si mise a mordere i chiavistelli e il piancito (pavimento ndt). Per tutta la giornata si dibatté, girò su e giù per la gabbia, e continuò a ruggire; alla fine s’accovacciò accanto al cagnolino morto e si quietò. Il padrone andò per portar via la bestiola morta, ma il leone non permetteva a nessuno di accostarsi. Allora, il padrone pensò che il leone avrebbe scordato il suo dolore se gli si fosse dato un altro cagnolino come quello e gli mise nella gabbia un cagnolino vivo; ma subito il leone lo sbranò in mille pezzi. Poi, abbracciò con le zampe il cagnolino morto, e così rimase disteso cinque giorni. Il sesto giorno il leone morì.

- Lev Tolstòj - 
da: Racconto dal vero



Il bene è in tutti: troppo spesso manca solo il coraggio di usarlo. 

- Lev Tolstoj -





"Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, 
ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. 
Il dolore fa due cose: ti insegna e ti dice che sei vivo. 
Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. 
In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore 
lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere 
nella tua vita lo comporterà in un modo o nell'altro."


- Jim Butcher -






Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo.

- Italo Calvino -







Buona giornata a tutti :-)



sabato 25 ottobre 2014

La felicità – Fabio Volo

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi…
la felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente,...
non è quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose...
...e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami..
E impari che c'è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

- Fabio Volo - 
da "Il Volo del Mattino"







“L'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e la vedo: lei mi guarda e mi ama. E nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo. 
L'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro...
L'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo? che possiamo fare? E lei ride. 
L'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri, dice: “Smettiamo, mi dai fastidio”; e dopo un minuto già mi sorride timidamente. 
L'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio.”

- Lev Tolstoj –
“I diari”





La felicità è un sentimento segreto, esclusivo, inquisitorio, dolcissimo e supremamente crudele. Vi si sta arroccati come in un palazzo di ferro e cemento, dalle grandi vetrate; nello stesso tempo è un riflesso sull’acqua che non solo la brezza, ma l’ombra di un passante può alterare….
La felicità non si narra. 
Si può appena, come la pioggia scorrendo a rivoli sui vetri traccia e scancella delle figurazioni, annotare i momenti salienti che ci consentono di intravederla. E un’altra cosa so della felicità: che essa è muta.

- Vasco Pratolini -
da “La costanza della ragione”




Buona giornata a tutti. :-)