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martedì 5 novembre 2019

Le cose che non hai fatto – don Bruno Ferrero

Ricordi il giorno che presi a prestito la tua macchina nuova e l'ammaccai? 
Credevo che mi avresti uccisa, ma tu non l'hai fatto.
E ricordi quella volta che ti trascinai alla spiaggia, e tu dicevi che sarebbe piovuto, e piovve?
Credevo che avresti esclamato: "Te l'avevo detto!". Ma tu non l'hai fatto.
Ricordi quella volta che civettavo con tutti per farti ingelosire, e ti eri ingelosito?
Credevo che mi avresti lasciata, ma tu non l'hai fatto.
Ricordi quella volta che rovesciai la torta di fragole sul tappetino della tua macchina?
Credevo che mi avresti picchiata, ma tu non l'hai fatto.
E ricordi quella volta che dimenticai di dirti che la festa era in abito da sera e ti presentasti in jeans?
Credevo che mi avresti mollata, ma tu non l'hai fatto.
Sì, ci sono tante cose che non hai fatto.
Ma avevi pazienza con me, e mi amavi, e mi proteggevi.
C'erano tante cose che volevo farmi perdonare quando tu saresti tornato dal Vietnam. Ma tu non l'hai fatto.
Ma tu non sei tornato.

Una regola d'oro: passeremo nel mondo una sola volta. Tutto il bene, dunque, che possiamo fare o la gentilezza che possiamo manifestare a qualunque essere umano, facciamoli subito.
Non rimandiamolo a più tardi, né trascuriamolo, poiché non passeremo nel mondo due volte.

- don Bruno Ferrero -




“Quelli che mormorano, impareranno la lezione” (Is. 29)



“Non possiamo lamentarci sempre, come gente che non ha speranza” 

- Santa  Teresina -



“Io penso tante volte che noi quando succedono cose difficili,… corriamo questo pericolo di chiuderci nelle lamentele. E il Signore anche in questo momento è vicino a noi, ma non lo riconosciamo. E cammina con noi. Ma non lo riconosciamo… sembra più sicuro il lamento! 
E’ come una sicurezza: questa è la mia verità, il fallimento. Non c’è più speranza…
“Le lamentele sono cattive… perché ci tolgono la speranza. Non entriamo in questo gioco di vivere dei lamenti ma se qualcosa non va rifugiamoci nel Signore, confidiamoci con Lui:.
Non mangiamo lamentele, perché queste tolgono la speranza, tolgono l’orizzonte e ci chiudono come con un muro. E da lì non si può uscire. Ma il Signore ha pazienza e sa come farci uscire da questa situazione”….


- Papa Francesco -  
3 aprile 2013




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domenica 27 ottobre 2019

La leggenda detta "notte dette rose" - Antica leggenda persiana


Narra la leggenda che, tra i re arabi che dominarono la città di Toledo, Zenon sia stato il più implacabile persecutore dei cristiani. Egli non ammetteva altra fede se non quella musulmana e si era prefisso lo scopo di sopprimere chiunque non volesse onorare Allah e il suo profeta Maometto convertendosi agli insegnamenti del Corano.
I sotterranei del suo palazzo non erano ormai altro che oscure prigioni, in cui i cristiani catturati erano rinchiusi nell'attesa di una possibile conversione o del giudizio finale, nel caso si ostinassero nel loro assurdo credo.
Zenon aveva indurito il suo animo nelle feroci battaglie di conquista ed era ancor più chiuso alla misericordia perché fermamente convinto di portare nel confuso occidente la luce della verità.
Ma la verità per lui era esclusivamente la sua e non ammetteva rivali di alcun tipo: era una verità morta, come uno stagno le cui acque immobili non possono che imputridire.
Una volta giunto vittorioso in Spagna, il re aveva voluto con sé l'amata figlia Casilda che, pronta all'avventura come ogni giovane, attendeva con ansia quel viaggio verso terre sconosciute di cui aveva solo sentito raccontare.
Il padre aveva fatto costruire per lei un palazzo principesco, ornato di colonnati e ampie sale arricchite da preziosi mosaici, del tutto simile a quello lasciato nella lontana terra di Maometto.
Casilda si era subito invaghita di quel paese, in parte simile al suo ma del tutto diverso nel gioco delle luci e nella dolcezza del territorio. La gente spagnola le entrò presto nel cuore e in breve tempo tutta Toledo parlava della dolce figlia di Zenon.
Incline per natura all'accoglienza, la giovane araba si era contornata di nuovi amici dai quali aveva appreso gli usi e i costumi di quella terra generosa, mentre loro scherzosamente la chiamavano "la principessa curiosa". Con gran rammarico Casilda si era però accorta che il nome di suo padre non suscitava invece alcuna simpatia, anzi incuteva timore e diffidenza.
La giovane s'interrogava sul profondo cambiamento di quell'uomo che lei aveva sempre conosciuto come saggio e amabile e che si era invece trasformato in un acerrimo nemico di tutto ciò che non appartenesse alla loro cultura. Lo ricordava ben diverso quando, nei giardini della loro dimora, le narrava del coraggio ma anche della giustizia di Maometto, mentre le mostrava l'immensità del cielo indicando ogni stella e lodando la magnificenza del creato in cui Allah aveva riversato il suo amore.
Intanto, giorno dopo giorno, le prigioni di Zenon andavano sempre più riempiendosi di cristiani che non volevano rinnegare la loro fede e ormai tutti sussurravano che il palazzo del re fosse un luogo di pene e torture.
Una notte Casilda si svegliò di soprassalto, certa di non aver sognato quei lamenti che giungevano fino a lei, si alzò e ascoltò più attentamente. Le parve allora che le viscere del palazzo prendessero voce in un canto di tristezza e sofferenza che si alternava però a una nenia di dolce rassegnazione.
Quelle note, a volte dissonanti e a volte melodiose, penetrarono profondamente nell'anima della giovane principessa, tanto che da quel momento l'inquietudine s'impadronì di lei rendendola irrequieta e scontrosa.
Casilda si fece attenta a ogni voce di palazzo e, sebbene tutti troncassero certi loro discorsi quando lei arrivava, intuì che nei sotterranei avveniva qualcosa di misterioso e terribile.
Interrogò quindi tutti quelli che le erano più vicini, ma nessuno pareva conoscere quel segreto. Dalle risposte titubanti e dalle espressioni imbarazzate la principessa era però ormai più che certa che suo padre avesse dato ordine di tenerla all'oscuro di qualcosa che accadeva proprio nella loro dimora e questo la rese più che mai decisa a scoprire cosa fosse.
Si recò quindi dagli amici più cari, figli di un nobile spagnolo, e con grande schiettezza raccontò loro ciò che l'angustiava. 
I giovani furono altrettanto sinceri con lei e così Casilda conobbe la penosa vicenda dei cristiani di Toledo.

I suoi stessi amici avevano dovuto tenere nascosto ciò in cui credevano, per non incorrere nelle ire del feroce Zenon, ma ora erano felici di aver condiviso con la giovane amica questo grande segreto. Tanta fiducia in lei la commosse e Casilda, lasciandoli, giurò che mai li avrebbe traditi per nessuna ragione al mondo.
Mentre la carrozza reale la riaccompagnava a palazzo, lei guardava la città con occhi diversi, raffigurandosi la pena di tanta gente costretta alla più terribile delle privazioni, quella della propria libertà di pensiero e di fede.
S'immaginò costretta a rinnegare tutto ciò che le era stato insegnato e in cui credeva fin da quando era bambina e le sembrò che nulla potesse essere più penoso se non perdita della propria amorevole relazione con Allah e il suo profeta. Privata di questo prezioso legame, sentiva che niente di buono sarebbe più uscito da lei.
Conosceva la dottrina di Gesù di Nazareth e anche la vita di quell'essere meraviglioso: perché mai impedire che i suoi seguaci lo amassero e in suo nome vivessero una vita serena? Gesù non aveva che insegnato la pace e il perdono, quindi ciò che il padre stava facendo le parve oltremodo ingiusto.
Giunta alla reggia, volle subito vedere Zenon e, senza tanti preamboli, lo affrontò raccontandogli dei lamenti che la notte giungevano fino a lei e del dolore di quel popolo costretto all'umiliazione di pregare Dio di nascosto. Come mai suo padre era così cambiato e quale atrocità nascondeva quel palazzo?
Alle parole della figlia il re s'infuriò come raramente le era capitato di vedere e giurò che l'avrebbe immediatamente allontanata da Toledo, se si fosse azzardata a toccare nuovamente quell'argomento. Il suo sfogo fu amaro e violento: "Lei non sapeva cosa volesse dire la fatica di una conquista, l'odore del sangue, la vista della morte a ogni battaglia. Il nemico andava sconfitto su ogni fronte, definitivamente, e la privazione dell'anima era uno dei mezzi più efficaci".
Casilda non rispose. Conosceva il padre e sentiva che la sua rabbia era rivolta prima di tutto contro se stesso: il re soffriva perché non sapeva più fermare il suo odio verso la vita che gli aveva fatto gustare il tremendo sapore del potere.
La giovane principessa era in ogni caso fermamente decisa a entrare in campo: la sua nobiltà d'animo e il suo amore per la giustizia non potevano sopportare passivamente una situazione di quel genere. Il Gesù dei cristiani l'avrebbe aiutata e Maometto avrebbe certamente approvato!
Quella notte stessa, complici alcune guardie e dei servi, Casilda riuscì a raggiungere le segrete del palazzo. Lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi le parve incredibile: uomini, donne e fanciulli erano ammassati in umide celle sporche e maleodoranti. Il loro aspetto era quasi spettrale e molti cercavano di fasciare con qualche straccio intriso di sangue profonde ferite.
I più giovani si lamentavano per la fame, altri per il dolore, mentre alcuni cercavano di infondere un po' di coraggio fra quei derelitti. C'era però, in mezzo a tutto questo, anche un'onda di coraggiosa resistenza, forte della fiducia nella propria fede e della certezza che l'alchimia divina avrebbe trasformato il loro sacrificio in una preziosa goccia nell'oceano della vita.
La dolce principessa araba fu travolta da una profonda indignazione che scosse tutto il suo essere, risvegliando l'indomito coraggio che scorreva nelle sue vene. Ora sapeva e aveva visto, quella situazione non poteva continuare, a costo della sua stessa vita!
Casilda volle parlare con quella povera gente che le si stava avvicinando, prima titubante e poi sempre più fiduciosa nell'aprire il proprio animo alla giovane che, da parte sua, già li amava come fratelli sfortunati, figli dello stesso Padre che aveva infuso in lei la vita. Cosa importava se i semi erano stati gettati in terreni diversi? Il giardino divino era sconfinato e produceva un'infinita varietà di frutti!
Da quella notte la giovane figlia di Zenon si votò alla causa dei cristiani. Per prima cosa prese accordi con gli amici di Toledo affinché si organizzasse una rete di protezione in grado di impedire nuovi arresti; poi si rivolse agli schiavi e alle guardie reali, sapendo di poter contare sull'aiuto di molti di loro all'interno del palazzo.
La sua decisione era presa: avrebbe curato e sfamato i prigionieri delle segrete, nell'attesa di trovare il momento più opportuno per battersi apertamente in favore della loro liberazione!
Tutto ciò era molto pericoloso sia per lei sia per chi aveva promesso di aiutarla. Il re, infatti, non tardò ad accorgersi che qualcosa d'insolito stava accadendo. Era un uomo furbo e intelligente e non potevano quindi passare inosservati certi sguardi d'intesa, o i bisbigli improvvisamente interrotti al suo arrivo. Zenon decise quindi di stare all'erta e intervenire nel momento più opportuno.
Fra lui e la figlia si era creata una situazione ambigua, fatta in parte di dichiarata ostilità e in parte di lunghe conversazioni, durante le quali ancora si ricreava il dialogo dei tempi passati. Anche i loro cuori parevano ora divisi fra profonde incomprensioni e amorevoli possibilità offerte da entrambi per tentare di riallacciare quel filo che pareva essersi spezzato.
Intanto Casilda aveva comunque tenuto fede alle promesse fatte nelle oscure segrete del palazzo e ogni notte vi si recava con i servi più fidati portando cibo e medicine. Le guardie parevano chiudere un occhio, fingendo di non accorgersi di quel tramestio notturno; d'altronde amavano la giovane principessa e non sarebbero certo state loro a farle del male.
Un giorno finalmente la ragazza decise che era giunto il momento di affrontare il padre in campo aperto e, invece di aggirare il problema come aveva fatto sino a quel momento, lo interrogò direttamente sulla situazione dei cristiani che languivano nelle sue prigioni.
Zenon si trovò completamente spiazzato! Come poteva giustificare il suo comportamento così contrastante con gli insegnamenti nei quali era stata cresciuta la figlia?
Fu come se Casilda avesse in quel momento rappresentato la sua stessa coscienza che gli chiedeva conto di quanto stava facendo e la reazione del re fu terribile. La lite che ne seguì fece tremare tutto il palazzo e ognuno, a modo suo, pregò per la coraggiosa fanciulla. Troncata ogni possibilità di replica, e nell'attesa di decidere come comportarsi con lei, il padre le ordinò di non lasciare le proprie stanze e di non presentarsi più al suo cospetto finché lui l'avesse mandata a chiamare; poi, in preda a una profonda collera, lasciò il palazzo sul suo cavallo e non tornò che a notte fonda. Il re sapeva che la figlia non si sarebbe facilmente sottomessa al suo volere e questo lo rendeva in parte anche orgoglioso di quella fiera creatura, capace di grande tenerezza così come di salda determinazione nel fronteggiare il confronto con ciò che riteneva ingiusto. Egli si proponeva quindi di sorvegliarla per coglierla in fallo e, se non avesse potuto porre altro rimedio, di punirla severamente.
Casilda amava il padre ma aveva nel tempo imparato a temerne la collera. Nonostante ciò, lasciò passare solo quella notte, poi riprese a recarsi nelle segrete con il cibo per i prigionieri. Tutti si erano fatti più guardinghi e ogni cautela per evitare di farsi scoprire da Zenon non sembrava mai eccessiva. Da quando il padre si era fatto più attento ai movimenti nel palazzo, la principessa volle provvedere da sola al cibo per i cristiani e così, come ogni notte, anche quella volta si era alzata nell'ora in cui il sonno si faceva più profondo portando lontano le coscienze. Zenon però non dormiva, ma aspettava di balzare sulla sua preda.
Per poter raggiungere direttamente i sotterranei dalle cucine, Casilda aveva trovato una strada che passava da una piccola porta del giardino nascosta da un profumato roseto rampicante. Quella notte aveva già riempito abbondantemente l'ampio scialle con panini dolci e si stava dirigendo frettolosamente verso il roseto quando, veloce e silenzioso come un felino, il re le si parò davanti. La povera ragazza sussultò per lo spavento e un turbinio di pensieri le offuscò la mente. Nonostante l'oscurità, poté distinguere gli occhi del padre brillare come brace.
«Che strano incontro con mia figlia a quest'ora della notte!» le disse lui, sicuro di aver vinto la sua battaglia contro quell'ostinata ribelle. «Che cosa porti nello scialle, cibo per i nemici di Allah?».
«No, padre» rispose Casilda, a cui le parole uscivano di bocca senza che ormai lei potesse controllarle: «non credo che Allah consideri suoi nemici quelli che invece sono solo tuoi nemici!».
«Spudorata insolente, mostrami subito quello che nascondi!». E così dicendo Zenon strappò dalle mani della figlia i lembi dello scialle, che lasciò cadere a terra il suo carico di... rose profumate.
Sparsi tutt'intorno ai piedi della principessa non c'erano altro che magnifici boccioli di rose.
«Padre mio, non posso stare senza i miei amati fiori, così di notte vengo a raccoglierli per portarli nelle mie stanze e godere durante il giorno del loro profumo e della loro vista; ma, se questo t'inquieta, eviterò di farlo». E con queste parole Casilda, le cui ginocchia per la verità ancora tremavano, ritornò verso il palazzo.
Il re rimase impietrito a fissare i fiori che a loro volta parevano guardarlo. Si chinò e ne raccolse uno tenendolo a lungo nel palmo della mano: era morbido e tiepido come un piccolo cuore.
Da quella notte tutta Toledo tornò a nuova vita. 
I prigionieri di Zenon furono liberati e nessun cristiano fu più perseguitato.
Il re e sua figlia non menzionarono mai la "notte delle rose", ma il loro legame si rinsaldò, com'era stato un tempo quando lui le raccontava quanto fosse meraviglioso e intessuto d'amore il Creato.
Quello che nessuno sa è che quella notte Zenon, tornato nelle sue stanze, fu vinto da un sonno profondissimo e fece questo sogno: si trovava in un intricato labirinto da cui non riusciva a uscire, la sua angoscia aumentava sempre più finché gli parve di sprofondare in un vortice buio. 
Al termine di questo profondo tunnel si trovò in uno spazio senza confini dove in lontananza si poteva a malapena scorgere una figura china su un tavolo. Egli si mise quindi in cammino ma a mano a mano i suoi passi procedevano verso la misteriosa figura questa si allontanava sempre più.
A un tratto si trovò di fronte un muro di rose rampicanti che gli ostruiva il cammino, ne colse una e quella si tramutò all'istante in sua figlia Casilda che lo prese per mano conducendolo ai confini di quello sterminato territorio. 
Qui, in una luce abbagliante, poté riconoscere Gesù di Nazareth intento a scrivere. Zenon si avvicinò, curioso di leggere quello che il giovane palestinese stava scrivendo sulla pergamena, e con suo grande stupore vide fondersi, in un incredibile gioco di luci, le parole Dio e Allah che insieme composero una terza parola: Amore.

- Antica leggenda persiana - 


da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 




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giovedì 17 ottobre 2019

Don Martino va all'Inferno - leggenda medievale

Questa è la storia di don Martino, reverendo parroco di Cucugnano. 
Fin da giovane Martino sognava di diventare un buon parroco e di portare pace e serenità nel cuore di quelli che sarebbero stati i suoi parrocchiani, facendo del suo paese una sorta di isola felice in un mondo pieno di odio e di rancore.
Martino studiò alacremente e fu ordinato sacerdote. Poi, finalmente, un giorno il vescovo lo convocò per comunicargli che gli era stata affidata la parrocchia di Cucugnano.
Don Martino arrivò alla sua parrocchia una mattina molto presto e si accorse che nessuno lo stava aspettando. Ne rimase un po' deluso, ma non si scoraggiò, e già da quello stesso giorno si mise all'opera per realizzare il suo sogno.
«Il nostro parroco è come il prezzemolo, ce lo ritroviamo dappertutto» mormoravano gli abitanti di Cucugnano. Però gli volevano un gran bene anche se di andare in chiesa, o di pregare, non ne avevano proprio voglia.
Don Martino non trascurava nessuno: il suo santo zelo lo portava in ogni casa e chiunque in paese poteva dire di aver ricevuto da lui qualche parola buona o utili consigli.
La domenica però pochi contraccambiavano i favori del loro parroco recandosi in chiesa e questo era per lui un grande cruccio.
Fu così che don Martino, salito sul pulpito una domenica mattina, guardando la desolata chiesa semivuota se ne uscì con queste parole: «Vorrei rivelare ai miei amati parrocchiani il modo per mettere le mani su un tesoro che potrà far diventare tutti ricchi e felici. Però, dal momento che oggi non c'è quasi nessuno, preferisco svelarne il segreto la prossima domenica, di modo che ciascuno abbia la propria parte».
Scese quindi dal pulpito senza aggiungere altro.
Potete immaginare quale pienone ci fu in chiesa la domenica seguente! Chi si sarebbe lasciato scappare l'occasione per sapere dov'era un tesoro?
Il parroco salì sul pulpito nel silenzio generale, tutti lo guardavano in trepidante attesa.
«State tranquilli, il tesoro c'è ed è per tutti. Dove si trova lo saprete ben presto. Ora ascoltate attentamente quanto mi è successo.
L'altra notte fui svegliato all'improvviso da un vento strano che entrava nella mia stanza. Mi alzai, guardai fuori dalla finestra e sapete cosa vidi? 
Un angelo tutto bianco che mi faceva cenno con la mano di seguirlo. 
Bastò il mio desiderio di andare con lui e in un lampo fui trasportato fin sulla porta del Paradiso. Era bellissima, grande e tutta lucente. Mi aprì san Pietro in persona che aveva in mano delle chiavi d'oro con le quali poteva aprire la porta per uscire dal tempo ed entrare nella dimensione eterna. 
Là san Pietro teneva un librone enorme sul quale comparivano tutte le anime del Paradiso, quelle che furono e quelle che saranno. Allora, giusto perché ero lì e che erano stati loro a invitarmi, azzardai a chiedere quanti abitanti di Cucugnano si trovassero sul suo libro.
San Pietro, che vi assicuro è un uomo molto cordiale, spulciò attentamente ogni pagina e, essendo fuori dal tempo, non impiegò che un attimo.
Potete immaginare come rimasi quando mi comunicò che nessun cucugnanese si trovava fra quei nomi. Io cominciai a disperarmi: "Come, proprio nessuno?".
San Pietro mi consolò rincuorandomi: "Non angustiatevi, don Martino, vedrete che i vostri parrocchiani avranno dovuto scontare qualche peccatuccio. Li troverete senz'altro in Purgatorio. Ora vi mando a mio nome dal Santo Portinaio e lì potrete verificare voi stesso".
Sempre accompagnato dall'angelo silenzioso, scesi di qualche piano e bussai alle porte del Purgatorio. La strada era stata disastrosa. Era piena di ciottoli pungenti e profondi precipizi, e in ogni dove si sentivano lunghi sospiri simili a folate di vento. Mi fu aperto dal Santo Portinaio che era stato già avvisato del mio arrivo.
Mentre controllavamo il grande libro dell'Espiazione udivo voci indistinte che mormoravano in continuazione: "Oh, se non avessi fatto...". "Ah, se non avessi detto...". "Ma come ho potuto non capire...". "Eppure sarebbe stato così semplice...".
Quelle povere anime mi facevano una gran pena: quanto avrei voluto avere la possibilità di aiutare ognuna di loro!
Finalmente giungemmo all'ultima pagina del libro e il Santo Portinaio mi disse, tirando un grosso sospiro: "State tranquillo, reverendo, di cucugnanesi qui in Purgatorio non c'è nemmeno l'ombra: saranno certamente tutti in Paradiso".
Mi sentii mancare! Come? Se non c'erano cucugnanesi né in Paradiso né in Purgatorio, voleva dire che... non osavo portare a termine il terribile pensiero.
Il buon angelo che mi accompagnava sembrava titubante. Sarei andato anche laggiù?
Sì, mi sarei sincerato personalmente che non si fosse trattato di un equivoco. Ero deciso a scendere anche all'Inferno!
Il Portinaio del Purgatorio mi guardò con comprensione, mi consegnò delle scarpe speciali con le quali non mi sarei ustionato i piedi lungo la strada degli inferi e mi diede grossi occhiali scuri attraverso i quali scrutare fra le fiamme.

Mi feci coraggio e, seguendo l'angelo, cominciai a scendere sempre più giù.
Il caldo si faceva insopportabile, non ce l'avrei fatta se ogni tanto l'angelo non mi avesse sfiorato con le grandi ali regalandomi un po' di frescura.
In fondo a quella strada buia e torrida vidi a un tratto le porte dell'Inferno, spalancate come le fauci di un mostro!»
A questo punto don Martino fece una pausa nel suo racconto tergendosi il sudore con un fazzolettone, come se bastasse quella rievocazione per fargli patire un gran caldo.
I parrocchiani, a naso in su, non fiatavano.
«Dunque, ero proprio all'Inferno» riprese il buon prete. «L'angelo non ne varcò la soglia e anch'io sinceramente ne avrei fatto volentieri a meno. Non si sentivano che urla e lamenti, l'aria era impregnata dei più sgradevoli odori e ogni tanto qualcuno prorompeva in tremendi schiamazzi.
"Allora, ti decidi o no?" mi domandò all'improvviso un diavolo gobbo con un grosso forcone in mano.
"Lasciami stare" implorai pieno di spavento. "Sono un servo di Dio!".
"Per tutti i satanassi! E allora cosa vieni a fare qui? A prendermi in giro? Guarda che non ti conviene! Servo di Dio o no, ti arrostisco per bene". Poi, visto al di là della soglia l'angelo in attesa, mi chiese nuovamente: "Dimmi quello che vuoi e andatevene, tu e il tuo sbiadito accompagnatore".
Mi feci un po' di coraggio e chiesi: "Io vorrei solo sapere se qui presso di voi avete qualcuno dei miei parrocchiani di Cucugnano...".
Il diavolo non mi lasciò finire la frase e proruppe in una risata che da noi avrebbe scosso tutto il paese: "Ma dico, sei forse scemo? Chi non sa che gli abitanti di Cucugnano stanno tutti qui?".
Io, preso da uno sgomento che non so spiegarvi, guardai in quell'aria densa e opaca e, tra pianti e grida, vi vidi proprio tutti...
Rimasi talmente inorridito che mi paralizzai proprio lì, davanti a quel diavolo puzzolente, tanto che l'angelo stese veloce un'ala oltre la soglia dell'Inferno e mi portò via con sé.
E ora eccomi qui a raccontarvi questa incredibile avventura. Ma si può andare avanti così e infilarsi come beoti proprio dentro le fauci dell'Inferno?»
Don Martino tacque all'improvviso, scrutando l'effetto delle sue parole.
Sbalorditi e impressionati dalla miracolosa avventura toccata al loro parroco, i cucugnanesi tacevano, ma erano tutti pallidi e tremanti.
Il prete riprese fiato e, approfittando di quell'attimo di sbigottimento generale, proseguì: «Dunque così non va e io ho deciso di fare tutto il possibile per sottrarvi all'abisso verso cui vi state avviando. Cominceremo da domani. Lunedì confesserò i vecchi, spero di non avere molto da fare. Martedì i bambini, e questa sarà una giornata di riposo. Mercoledì confesserò gli uomini e sarà una vera giornataccia. Giovedì le donne..., povere le mie orecchie. Venerdì so io chi confesserò... glielo farò sapere a quattr'occhi. Sabato mattina sarete tutti a posto e con le coscienze tranquille, pronti per la messa di domenica, in barba a quei furboni di diavoli che già gongolano pensando a voi».
«E il tesoro?» chiese timidamente qualcuno.
«Il vero tesoro non è altro che la pace nel cuore e la serenità di una vita spesa all'ombra del buon Dio. Non bisogna fare grandi cose, basta amarlo... il resto va da sé».
«E adesso fate una buona giornata e così sia!» tagliò corto don Martino.
Dopo la predica di quella domenica le cose cambiarono a Cucugnano. Non che tutti divennero santi, per carità! Ma don Martino sognava tutte le notti di guidare una grande processione in cui lui e i suoi parrocchiani percorrevano una strada stellata verso la città di Dio.

- leggenda medievale -
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 



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domenica 13 ottobre 2019

da: "Le ore" - Michael Cunningham

Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo – è così semplice e ordinario. 
Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. 
C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità o aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. 
E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.

da: Le Ore
di Michael Cunningham, editore Bompiani



La nostra vita è fatta da un susseguirsi di ore; ce ne saranno di piacevoli che quasi sicuramente saranno poi seguite da altre spiacevoli, consapevolezza dalla quale non si può fuggire, forse neppure quando siamo bambini.

Immagina di voltarti indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. 
Potresti continuare a vivere; potresti compiere questo atto finale di gentilezza.

Eppure questo amore indiscriminato è totalmente serio per lei, come se ogni cosa del mondo fosse parte di un intento vasto e imperscrutabile e ogni cosa del mondo avesse il suo nome segreto, un nome che non può essere incanalato in una lingua, ma è semplicemente il vedere e sentire le cose in sé.
Non amiamo forse i bambini in parte perché vivono al di fuori del regno del cinismo e dell'ironia? 
È così terribile per un uomo volere più giovinezza, più piacere?
Le sembra di aver iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione.
Non mangiare è un vizio, un tipo di droga – con lo stomaco vuoto si sente veloce e pulita, lucida di mente, pronta per una battaglia.
Ha capito che avrebbe avuto problemi a credere in se stessa, nelle stanze della casa, e quando ha gettato uno sguardo a questo nuovo libro sul comodino, impilato sull'altro che ha finito la scorsa notte, lo ha preso automaticamente, come se leggere fosse il solo e naturale compito con cui iniziare la giornata, la sola via praticabile per gestire il passaggio dal sonno al dovere.
Inspira profondamente. È così bello. È molto più di... Be', di quasi tutto, in realtà. In un altro mondo, avrebbe potuto trascorrere tutta la vita a leggere.
Una pagina, decide: solo una. 
Non è ancora pronta.

da: Le Ore
di Michael Cunningham, editore Bompiani



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sabato 12 ottobre 2019

Come Adamo, sfuggiamo alla responsabilità della propria vita - Martin Buber

Rabbi Shneur Zalman, il Rav della Russia, era stato calunniato presso le autorità da uno dei capi dei mitnagghedim, che condannavano la sua dottrina e la sua condotta, ed era stato incarcerato a Pietroburgo. 
Un giorno, mentre attendeva di comparire davanti al tribunale, il comandante delle guardie entrò nella sua cella. 
Di fronte al volto fiero e immobile del Rav che, assorto, non lo aveva notato subito, quest'uomo si fece pensieroso e intuì la qualità umana del prigioniero. Si mise a conversare con lui e non esitò ad affrontare le questioni più varie che si era sempre posto leggendo la Scrittura. 
Alla fine chiese: "Come bisogna interpretare che Dio Onnisciente dica ad Adamo: «Dove sei?». "Credete voi - rispose il Rav - che la Scrittura è eterna e che abbraccia tutti i tempi, tutte le generazioni e tutti gli individui?". "Sì, lo credo", disse. "Ebbene - riprese lo zaddik - in ogni tempo Dio interpella ogni uomo: ‘Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?’
Dio dice per esempio: ‘Ecco, sono già quarantasei anni che sei in vita. Dove ti trovi?’".
All'udire il numero esatto dei suoi anni, il comandante si controllò a stento, posò la mano sulla spalla del Rav ed esclamò: "Bravo!"; ma il cuore gli tremava.

Qual è il senso di questa storia?
A prima vista ci ricorda quei racconti talmudici in cui un romano o un altro pagano consulta un saggio ebreo a proposito di un passo della Bibbia per mettere in luce una pretesa contraddizione nell'insegnamento di Israele, e riceve una risposta che dimostra l'assenza di contraddizione o che confuta la critica in altro modo, con l'aggiunta a volte di un ammonimento a carattere personale.
Ma non tardiamo a notare una differenza significativa tra i racconti del Talmud e questo chassidico, anche se questa differenza appare all'inizio più importante di quanto sia in realtà. La risposta infatti viene data su un piano diverso da quello in cui è stata formulata la domanda.
Il comandante cerca di smascherare una pretesa contraddizione nelle credenze ebraiche: nel Dio in cui credono, gli ebrei vedono l'Essere onnisciente, ma la Bibbia gli attribuisce domande analoghe a quelle che farebbe chiunque ignori una cosa e voglia apprenderla. Dio cerca Adamo che si è nascosto, fa risuonare la sua voce nel giardino e chiede dov'è; ciò significa che non lo sa, che è possibile nascondersi da lui: dunque Dio non è l'onnisciente.

Ma, invece di spiegare il passo biblico e risolvere l'apparente contraddizione, il Rabbi se ne serve solo come punto di partenza, utilizzandone il contenuto per rivolgere al comandante un rimprovero per la vita da lui condotta fino a quel momento, per la sua mancanza di serietà, la sua superficialità e l'assenza di senso di responsabilità nella sua anima. 
La domanda oggettiva - che, in fondo, per quanto qui sia posta senza secondi fini, non è però una domanda autentica bensì una semplice forma di controversia - riceve una risposta personale; anzi, invece di una risposta, ne risulta un ammonimento a carattere personale. 
Di queste repliche talmudiche non è rimasto apparentemente altro che l'ammonimento che a volte le accompagnava.
Ciò nonostante, esaminiamo il racconto più da vicino. Il comandante chiede chiarimenti sul brano del racconto biblico che riguarda il peccato di Adamo. La risposta del Rabbi mira a questo, a dirgli: "Adamo sei tu. E a te che Dio si rivolge chiedendoti: ‘Dove sei?’". Apparentemente non gli ha fornito nessun chiarimento sul significato del brano biblico in quanto tale. 
Ma in realtà la risposta illumina sia la situazione di Adamo nel momento in cui Dio lo interpella, sia la situazione di ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo. Infatti, non appena si renderà conto che la domanda biblica è indirizzata a lui personalmente, il comandante prenderà necessariamente coscienza della portata dell'interrogativo posto da Dio: "Dove sei?", sia esso rivolto ad Adamo o a chiunque altro. 
Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell'uomo una reazione suscitabile per l'appunto solo attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l'uomo e che l'uomo da essa si lasci colpire al cuore.
Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. 
Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l'esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. 
Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento "davanti al volto di Dio", l'uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. 
Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento in nascondimento, diventa sempre più problematica. 
È una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l'uomo non può sfuggire all'occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso. Anche dentro di sé conserva certo qualcosa che lo cerca, ma a questo qualcosa rende sempre più, difficile il trovarlo. 
Ed è proprio in questa situazione che lo coglie la domanda di Dio: vuole turbare l'uomo, distruggere il suo congegno di nascondimento, fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata, far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori.
A questo punto tutto dipende dal fatto che l'uomo si ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all'orecchio, a chiunque "il cuore tremerà", proprio come al comandante del racconto. Ma il congegno gli permette ugualmente di restare padrone anche di questa emozione del cuore. La voce infatti non giunge durante una tempesta che mette in pericolo la vita dell'uomo; è "la voce di un silenzio simile a un soffio", ed è facile soffocarla. Finché questo avviene, la vita dell'uomo non può diventare cammino. 
Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino finché egli non affronta la voce. 
Adamo affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: "Mi sono nascosto". 
Qui inizia il cammino dell'uomo.
Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell'uomo l'inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano. Ma è decisivo, appunto, solo se conduce al cammino: esiste infatti anche un ritorno a se stessi sterile, che porta solo al tormento, alla disperazione e a ulteriori trappole. 
Quando il Rabbi di Gher arrivò, nell’interpretazione della Scrittura, alle parole rivolte da Giacobbe al suo servo – "Quando ti incontrerà Esaù, mio fratello, e ti domanderà: ‘Tu, di chi sei? Dove vai? Di chi è il gregge che ti precede?’" - disse ai suoi discepoli: "Osservate come le domande di Esaù assomiglino a questa massima dei nostri saggi: ‘Considera tre cose: sappi da dove vieni, dove vai e davanti a chi dovrai un giorno rendere conto’. 
Prestate molta attenzione, perché chi considera queste tre cose deve sottoporre se stesso a un serio esame: che in lui non sia Esaù a porre le domande. Anche Esaù infatti può porre domande su queste tre cose, sprofondando l'uomo nell'afflizione".
Esiste una domanda demoniaca, una falsa domanda che scimmiotta la domanda di Dio, la domanda della verità. 
La si riconosce dal fatto che non si ferma al "Dove sei?" ma prosegue: "Nessun cammino può farti uscire dal vicolo cieco in cui ti sei smarrito". 
Esiste un ritorno perverso a se stessi che, invece di provocare l'uomo al ravvedimento e metterlo sul cammino, gli prospetta insperabile il ritorno e così lo inchioda in una realtà in cui ravvedersi appare assolutamente impossibile e in cui l'uomo riesce a continuare a vivere solo in virtù dell'orgoglio demoniaco, dell'orgoglio della perversione.

- Martin Buber - 
da: Il cammino dell'uomo, Qiqajon, 1990, pagg.21-23


Mosaico bizantino V-VI sec., Nord Siria, Museo di Cleveland


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venerdì 11 ottobre 2019

Il fratello ricco e il fratello povero

C’era una volta due fratelli; uno molto ricco, l’altro molto povero. 
Un giorno il povero faceva la guardia ai covoni di grano ammucchiati nel campo del fratello ricco e mentre se ne stava lì seduto sul covone scorse una donna in bianco che raccoglieva le spighe rimaste nei campi mietuti e le aggiungeva ai covoni. 
Quando la donna giunse fino a lui, la prese per mano, se la tirò vicino e le chiese che cosa facesse lì. “Sono la Felicità di tuo fratello e raccolgo le spighe rimaste, perché il suo grano sia ancora più abbondante.” 
“Dimmi, allora, e la mia felicità, dov’è?” replicò il poveretto. “verso Oriente” rispose la donna, e scomparve.
Fu così che il povero si mise in testa di andare per il mondo in cerca della propria Felicità. 
E quando un giorno di buonora stava per mettersi in viaggio, dal suo camino saltò fuori la Miseria e piangeva e pregava che la prendesse con sé. “Mia cara, - disse il povero  sei troppo debole per affrontare un viaggio così lungo, non ce la faresti mai; ma qui c’è una boccetta vuota, fatti piccina, infilatici dentro e ti porterò con me”.  
La Miseria s’infilò nella boccetta e lui senza perdere tempo la tappò con un turacciolo e l’avvolse bene in modo che non si rompesse. 
Quando si trovò per via, appena arrivò a un pantano tirò fuori la boccetta e la gettò via, liberandosi così dalla Miseria.
Dopo qualche tempo giunse a una grande città e un certo signore lo prese al suo servizio con l’incarico di scavargli uno scantinato. “Non riceverai del denaro, - gli disse  ma tutto ciò che trovi scavando è tuo”.
Dopo un po’ che scavava trovò un lingotto d’oro, secondo gli accordi gli sarebbe spettato, ma lui ne diede una metà al signore e riprese il lavoro. Arrivò finalmente a una porta di ferro, l’aperse e vi trovò un sotterraneo pieno di ogni ricchezza. 
Ed ecco che da una cassa lì sotto s’udì una voce: “Mio signore, aprimi! Aprimi!”. Egli spostò il coperchio e da dentro saltò fuori una bella fanciulla tutta in bianco che s’inchinò davanti a lui e gli disse: “Sono la tua Felicità, quella che hai cercato così a lungo; d’ora innanzi sarò vicina a te e alla tua famiglia”. 
Dopo di che scomparve. Egli rimase poi a guardarsi intorno e a rimirare quella ricchezza  con il suo signore di una volta e da quel momento fu immensamente ricco e la sua fama cresceva di giorno in giorno. 
Eppure non dimenticò mai l’indigenza di un tempo e si prodigò in tutti i modi per aiutare i poveri del luogo.
Un giorno, mentre passeggiava per la città, incontrò il fratello che si trovava da quelle parti per affari. L’invitò a casa e gli raccontò con tutti i particolari le sue avventure e che aveva visto la Felicità spigolare nel campo di grano e come s’era liberato della propria Miseria e altro ancora. 
L’ospitò per qualche giorno e quando il fratello stava per partire gli diede molto denaro per il viaggio, fece molti doni alla moglie e ai figli e si separò da lui fraternamente.
Ma suo fratello era un uomo sleale e invidiava la Felicità dell’altro. Da quando aveva lasciato la sua casa non faceva che pensare come far tornare il fratello nella Miseria. Non appena giunse alla palude dove il fratello aveva ficcato la boccetta, si mise a cercarla e non si dette pace finché non la trovò. L’aperse subito. La Miseria  saltò fuori immediatamente, cominciò a crescere davanti ai suoi occhi, saltargli intorno, l’abbracciò, lo baciò e lo ringraziò di averla liberata da quella prigionia.  “Sarò sempre grata a te e alla tua famiglia e non vi abbandonerò fino alla morte”.
Inutilmente il fratello invidioso cercò di dissuaderla, invano la mandava dal suo padrone di una volta; non riuscì in nessun modo a togliersi la Miseria di dosso, né a venderla né a regalarla né a sotterrarla né ad annegarla, gli stette sempre alle calcagna. 
I briganti lo derubarono della merce che stava portando a casa; riuscì a ritornare chiedendo l’elemosina; al posto del suo palazzo trovò un mucchio di cenere e tutto il suo raccolto era stato portato via da una inondazione. 
Fu così che al fratello invidioso non rimase null’altro che… la Miseria.

da: "Fiabe di Praga magica" di Scilla Abbiati, Arcana Ed., 1993


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