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venerdì 28 luglio 2017

I Tre Anziani - Lev Tolstoj (1886)

"E quando pregate, non moltiplicate vane parole, come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro, poiché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che gliela chiediate" (Mt 6.7-8).

Una volta un vescovo navigava da Archangelsk verso la lavra Soloweski. Sulla stessa nave si trovavano anche dei viaggiatori che si recavano in pellegrinaggio dai pii monaci del monastero. Il vento era favorevole, il tempo sereno e l'acqua immobile. Alcuni pellegrini si erano messi da un po' a riposare, altri erano a colazione e altri ancora sedevano in gruppi chiacchierando tra loro. Anche il vescovo venne in coperta e si mise a passeggiare avanti e indietro sul ponte. Quando arrivò a prua, vide tutta una folla radunata insieme. Un giovane campagnolo faceva segno con la mano sopra il mare e stava raccontando qualcosa che attirava l'attenzione di tutti. Il vescovo si fermò e guardò anch'egli nella direzione indicata dall'uomo; ma non poté scorgere nulla e vide solo il mare che scintillava al sole. 
Allora si avvicinò e si mise ad ascoltare. Quando il campagnolo si accorse del vescovo, si tolse il berretto e tacque. 
Allora anche gli altri riconobbero il vescovo, si scoprirono il capo e lo salutarono con rispetto.
"Non dovete disturbarvi, fratelli" disse il vescovo "sono venuto anch'io a sentire ciò che tu, mio caro, stavi raccontando".
"Ci ha appena parlato degli anziani, il pescatore", spiegò un commerciante, meno timido degli altri .
"Di quali anziani?" domandò il vescovo, andando a sedersi su di una cassa presso il parapetto. "Raccontalo anche a me, ascolto. che cosa stavi indicando con la mano?".
"Là in lontananza si vede appena una piccola isola" disse il giovane campagnolo, e indicò verso destra. "Su quell'isola, tre anziani vivono soli soletti, per la salvezza della loro anima".
"E dov' è quest'isola?" chiese il vescovo. "Segua diritto la sua mano. Là c'è una nuvola, e più a sinistra in basso si vede una piccola striscia".
Il vescovo osservò attentamente. L'acqua brillava al sole, ma non riuscì a scorgere nulla, perché i suoi occhi non c'erano abituati.
"Non vedo nulla" ammise. "Ma che anziani sono questi che vivono sull'isola?"
"Uomini di Dio" suonò la risposta. "Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai avuto l'occasione di vederli. L'estate scorsa però li ho visti con i miei occhi".
E il pescatore cominciò a raccontare come una volta era uscito a pesca ed era stato sospinto fin nei pressi di quell'isola, senza sapere dove fosse arrivato. 
Al mattino aveva fatto una passeggiata sull'isola e si era imbattuto in una capanna d'argilla. Davanti alla capanna aveva incontrato un anziano; poi ne erano usciti ancora altri due. 
Gli avevano dato da mangiare, gli avevano asciugato gli abiti e lo avevano aiutato a riparare la sua barca. "Che aspetto avevano?" chiese il vescovo.
"Uno è piccolo, curvo e decrepito. Porta una tonaca logora. Deve avere ben più di cento anni. La sua barba grigia è diventata ormai tutta verde, ma lui sorride continuamente e sembra sfolgorante come un angelo del cielo. 
Il secondo è un po' più grande, anche lui molto anziano e va in giro in un caffettano ridotto a brandelli. Ha una lunga barba grigio-giallastra ed è un uomo forte. Rovesciò la mia barca come un secchio, prima ancora che potessi venirgli in aiuto. Anche lui sembra allegro. 
Il terzo invece è un uomo gigantesco con una barba bianca come il chiaro di luna, e che gli arriva alle ginocchia, ma sembra triste, e le sopracciglia gli pendono giù sopra gli occhi. Va in giro tutto nudo e porta solo un grembiulino di rafia intorno alle reni.
"Che cosa ti hanno detto?" chiese il vescovo. "Facevano quasi tutto in silenzio e anche tra loro parlavano poco. Bastava che uno gettasse uno sguardo all' altro, e si erano già capiti. Chiesi a quello grande se vivessero là da molto. Fece un viso scuro e mormorò qualcosa come se fosse arrabbiato, ma il piccolo lo prese subito per la mano, sorrise e così anche quello fece di nuovo silenzio. L'anziano disse solo: 'Perdonaci!' e sorrise".
Mentre il campagnolo stava così raccontando, la nave era arrivata più vicino all'isola.
"Ora si può riconoscerlo proprio chiaramente" fece notare il commerciante. "Prego, Eminenza, guardi" si rivolse al vescovo e indicò col dito.
Il vescovo scrutò davanti a sé. Effettivamente, ora vide una piccola striscia nera: l'isola. Guardò attentamente, poi da prua si diresse verso poppa e si rivolse al timoniere.
"Che isola è" chiese "quella che si vede là?"
"Quella là? Non ha nome. Ce ne sono tante così".
"È vero" chiese ancora il vescovo "che là vivono tre anziani soli, per la salvezza della loro anima?"
"Così si racconta, Eminenza. Ma non so se sia vero. I marinai assicurano di averli visti. Ma può anche darsi che spaccino frottole".
"Sbarcherei volentieri sull'isola, per vedere gli anziani" disse il vescovo. "Si può fare?"
"Con la nave è escluso" disse il timoniere. "Eventualmente con una barca a remi. Ma deve prima parlarne con il capitano".
Chiamarono il capitano, e il vescovo disse: 
"Vedrei tanto volentieri i tre vecchi. Qualcuno mi ci potrebbe trasportare?"
Il capitano voleva cavarglielo dalla testa.
"Certo si potrebbe, ma perderemmo molto tempo. E se posso permettermi un'osservazione, Eminenza, non vale la pena vederli. Ho sentito dire da certe persone che sono degli anziani sciocchi, che non capiscono nulla e non spiccicano parola, come i pesci del mare".
"Li vedrei lo stesso volentieri" obiettò il vescovo. "Le ripagherò bene il tempo e la fatica e le chiedo di traghettarmici".
Non ci fu niente da fare. I marinai fecero tutto secondo gli ordini. La vela fu girata, la nave mutò direzione e si puntò sull'isola. Si portò a prua un sedile per il vescovo; questi vi si installò e si concentrò su quel che si riusciva a vedere. E tutti i compagni di viaggio vennero a disporsi intorno a lui e a spiare l'isola. Chi aveva lo sguardo più acuto poteva già riconoscere le rocce e indicava la 'capanna di fango. Un altro era riuscito a distinguere i tre anziani. Il capitano si portò agli occhi il cannocchiale, gettò uno sguardo e lo passò al vescovo.
"Davvero" disse "là sulla riva, a destra della grande roccia, stanno tre uomini".
Il vescovo puntò il canocchiale sul luogo indicato e vi guardò attraverso: effettivamente, sulla riva stavano tre uomini. Uno era molto grande, un altro più piccolo e il terzo piccolissimo. Stavano sulla riva e si tenevano per mano.
Ora il capitano si avvicinò al vescovo. "Qui la nave deve fermarsi, Eminenza. Come è suo desiderio, la faccio trasportare da qui con la barca. Intanto noi restiamo all'ancora qui".
Immediatamente si calò la fune, si gettò l'ancora e si ammainò la vela. Ci fu uno strattone, la nave oscillò leggermente. 
La barca fu calata, i remi innestati, e il vescovo scese la scala. Arrivato giù, si adagiò sul sedile, i marinai misero mano ai remi e puntarono sull'isola. Quando furono giunti a un tiro di sasso, poterono vedere con tutta chiarezza come i tre anziani stavano sulla riva: uno grande e nudo, con solo un grembiulino intorno ai fianchi, il secondo, più piccolo, nel suo caffettano sbrindellato, e il terzo decrepito e curvo nella sua tonaca logora. 
Così stavano là tutti e tre dandosi la mano.
La barca urtò contro la terra. I remi furono ritirati. Il vescovo scese.
I tre anziani fecero un inchino, il vescovo li benedisse e quelli si piegarono ancor più profondamente davanti a lui. E il vescovo cominciò a parlar loro così:
"Ho sentito" disse "che voi, tre anziani di Dio, vivete qui per la salvezza delle vostre anime e pregate Cristo nostro Signore per l'umanità. lo, indegno servitore di Cristo, per grazia di Dio sono chiamato a pascere le sue pecore sulla terra. Così ho voluto far visita anche a voi, veri servi di Dio, e darvi per quanto possibile un po' d'istruzione".
I tre anziani non dissero parola, sorrisero e si guardarono tra loro.
"Ditemi dunque" continuò il vescovo "come vivete per la salvezza della vostra anima e servite Dio nostro Signore?".
L'anziano di mezzo sospirò e guardò il piccolo decrepito. Il grande fece un viso triste e volse anch'egli lo sguardo al piccolo. E questi sorrise e disse:
"Non ce ne intendiamo affatto di servire Dio, o servo del Signore. Noi ci serviamo l'un l'altro procurandoci il pane quotidiano".
"Allora come pregate Dio?" chiese il vescovo. L'anziano disse:
"Preghiamo così:
Tre sei Tu, tre siamo noi. Abbi misericordia di noi, stacci vicino!"
Appena il più vecchio ebbe detto così, anche gli altri due levarono gli occhi al cielo, e tutti e tre dissero insieme:
"Tre sei Tu, tre siamo noi, abbia misericordia di noi, stacci vicino".
Il vescovo dovette sorridere e disse:
"Allora avete pur sentito qualcosa della Trinità. Ma così non potete pregare. Comunque sia, mi sono affezionato a voi, o anziani di Dio, e vedo che volete veramente servire Dio. Ma non sapete come si fa. 
Così non potete pregare. Ascoltatemi, ve lo insegnerò. E non sono le mie parole che vi insegnerò, ma le parole della sacra Scrittura. E in questo modo che il buon Dio stesso ha ordinato a tutti gli uomini di pregarlo".
E il vescovo cominciò a esporre agli anziani come Dio si era rivelato agli uomini. Parlò loro di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito santo, e disse:
"E Dio Figlio scese sulla terra per salvare l'umanità e insegnò a noi tutti a pregare così: ascoltatemi e ripetete le mie parole".
E il vescovo cominciò a recitare il Padre Nostro. Uno degli anziani ripeté: Padre Nostro! E il secondo anziano ripeté: Padre Nostro! E anche il terzo ripeté: Padre Nostro!
"che sei nei cieli".
Gli anziani ripeterono: "che sei nei cieli". Ma quello di mezzo cambiò l'ordine delle parole e non riuscì a pronunziare bene la frase, e anche quello nudo non riusciva a ripeterla correttamente, perché la sua bocca era completamente coperta dalla barba così che non poteva parlare chiaramente. 
E anche quello vecchissimo, che non aveva più denti, mormorò qualcosa d'incomprensibile.
Il vescovo lo ripeté ancora e di nuovo gli anziani lo seguirono. Sedette su di una pietra, mentre gli anziani stavano in piedi davanti a lui e fissavano la sua bocca. Quando egli aveva pronunziato una parte di frase, essi la ripetevano. 
E così il vescovo trascorse con loro tutto il giorno, ripeté loro la stessa parola dieci, venti, anche cento volte, e gli anziani lo seguivano. Se facevano un errore, li correggeva e li faceva ricominciare da capo.
E il vescovo restò presso gli anziani finché ebbero imparato tutta la preghiera. Poterono dirla dietro a lui e infine anche recitarla a memoria. 
L'anziano di mezzo era riuscito a capirla per primo e la recitò tutta da solo. Il vescovo gliela fece dire un' altra volta, e poi ancora una, e così di nuovo finché anche gli altri impararono la preghiera completa.
L'oscurità cadeva e la luna saliva già sopra il mare, quando il vescovo si preparò a tornare alla nave. Prese congedo da loro ed essi s'inchinarono fino a terra davanti a lui. Li rialzò e li abbracciò uno per uno, ordinando loro di pregare nel modo che aveva loro insegnato, entrò nella barca e si fece ricondurre alla nave.
Mentre il vescovo tornava verso la nave, sentiva ancora sempre come i tre anziani pregavano a una voce il Padre Nostro. Quando ebbe raggiunto la nave, non sentì più le loro voci, ma li vedeva ancora in piedi sulla riva, al lume della luna. I tre anziani stavano ancora sempre nella stessa posizione: il piccolo in mezzo, il grande a destra e quello medio dalla parte sinistra. 
Il vescovo salì la scala e si portò in coperta. 
L'ancora fu levata, la vela spiegata, il vento vi soffiò e la nave si mise in movimento e proseguì il suo viaggio. Il vescovo andò a sedere presso il timone e tutti fissarono lo sguardo sull'isola. Dapprima si potevano ancora riconoscere i tre anziani, poi la loro immagine divenne indistinta e scomparvero dalla vista, e si vide ancora solo la striscia dell'isola, ma infine scomparve anche l'isola e restò solo il mare a scintillare alla luce della luna.
I pellegrini andarono a coricarsi e in coperta si fece completo silenzio. Solo il vescovo non trovava sonno. Sedeva là e guardava davanti a sé, sopra il mare, nella direzione in cui l'isola era scomparsa. Pensava ai buoni anziani, pensava a come si erano rallegrati una volta imparata la preghiera, e ringraziò Dio di averlo condotto là ad aiutare gli anziani e a insegnare loro la Parola di Dio.
Il vescovo dunque sedeva là, immerso nei suoi pensieri, guardando sopra il mare nella direzione in cui l'isola era scomparsa. Una luce vacillante si stendeva davanti ai suoi occhi. Ora qui, ora là il chiaro di luna faceva luccicare le onde. Improvvisamente, nel fascio di luce lunare vide brillare qualcosa di bianco. E un uccello, un gabbiano o una vela che biancheggia laggiù? Il vescovo appuntò lo sguardo con attenzione. "Dev'essere una barca a vela che ci segue. Ma ci viene dietro troppo veloce. Poco fa era ancora tanto, tanto lontana e ora è già così vicina. E non è una barca, perché una vela non ha quell'aspetto. E tuttavia ci si avvicina e ci raggiungerà subito".
Ma il vescovo non era in grado di riconoscere di che si trattasse. Una barca? Un uccello? Un pesce? Sembra un uomo, ma allora grande, grandissimo, e poi può forse un uomo correre sull' acqua? Il vescovo si alzò e si rivolse al timoniere.
"Guarda un po' là, caro amico" gli disse. "Che cos'è quello lì davanti?"
E mentre diceva così, lo vide a un tratto chiaramente: i tre anziani venivano correndo sull'acqua, e le loro barbe bianche scintillavano e luccicavano al chiaro di luna. E arrivavano così veloci come se la nave fosse stata ferma.
Il timoniere guardò dietro di sé, si spaventò e lasciò andare la barra, gridando a gran voce: "Signore Iddio! Gli anziani ci corrono dietro sul mare come sulla terraferma!"
Gli altri lo sentirono. Saltarono su e corsero in coperta. Ora tutti vedevano i tre anziani arrivare di corsa. Si tenevano per mano e i due laterali agitavano le braccia per far segno alla nave di fermarsi. Tutti e tre camminavano sull' acqua come sulla terraferma e avanzavano veloci senza muovere i piedi.
Ancora non si era potuto fermare la nave che già i tre anziani l'avevano raggiunta; salirono in coperta e dissero a una sola voce:
"Abbiamo dimenticato, dimenticato quel che tu, servo di Dio, ci avevi insegnato! Finché lo ripetevamo continuamente, lo sapevamo ancora; ma quando abbiamo smesso un momento, ci è uscita dalla memoria una parola, e una dietro l'altra ci sono sfuggite tutte. Ora non ne sappiamo più nulla. Insegnacelo di nuovo".
Il vescovo fece un segno di croce, s'inchinò profondamente davanti ai tre anziani e disse:
"Anche la vostra preghiera sale verso Dio, santi uomini di Dio. Io non ho nulla da insegnarvi. Pregate per noi poveri peccatori!"
E cadde in ginocchio davanti agli anziani. Gli anziani rimasero in silenzio. Poi si voltarono e tornarono indietro sul mare. E fin verso il mattino questo brillò e luccicò nella direzione in cui erano scomparsi.

- Lev Tolstoj -
(1886)


 Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 9 settembre 2015

Chi intralcia la strada a se stesso non è in grado di proseguire - Anselm Grün

Se per me la ricchezza è ciò che conta di più
calcolerò il tempo in termini di denaro
invece di donare
ciò che ho, ciò che sono.
Se per me il potere è ciò che conta di più
calcolerò il mio agire in termini di successo
invece di mettermi al servizio
di coloro che hanno bisogno di me.
Se per me la sicurezza è ciò che conta di più
calcolerò il desiderio in termini di comprensione
invece di lasciare spazio dentro di me
al buio e alla sofferenza.
Se per me la felicità è ciò che conta di più
calcolerò il desiderio in termini di rischio
invece di compiere il primo passo
laddove le strade sono bloccate.
Se per me il focolare domestico è ciò che conta di più
calcolerò l'invito a partire in termini di insicurezza
invece di affrontare l'ignoto
con atteggiamento vivace e curioso.
Se per me le relazioni sono ciò che conta di più
calcolerò l'addio in termini di tristezza
invece di andarmene
per lasciare spazio al nuovo.
Se per me le abitudini sono ciò che conta di più
calcolerò le richieste in termini di disagio
invece di provare con interesse il nuovo
e mettermi così alla prova.
Se per me sono io ciò che conta di più
allora mi sarò d'impiccio da solo
invece di partire pieno di vigore
per trovare me stesso.
Se per me è Dio ciò che conta di più
allora mi abbandono
mi dono
vivo.


- Anselm Grün -





Qualità dell’Uomo

Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera.
Ma gli uomini non sono così.
Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido.
E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato.
Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido.
Così anche gli uomini.
Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.

- Lev Nikolaevič Tolstoj - 


Quando nel Padre nostro preghiamo che Dio non ci induca in tentazione, il significato è un altro.
La parola greca è «peirasmós», che significa in primo luogo confusione. 
La vera tentazione del male è quindi la confusione. 

- Anselm Grün -

da: “Affrontare e trasformare il male”





Il Dio buono e misericordioso ti benedica


Il Dio buono e misericordioso ti benedica, 
ti avvolga della sua presenza d'Amore e di guarigione. 
Ti sia vicino quando esci e quando entri, 
ti sia vicino quando lavori. Faccia riuscire il tuo lavoro. 
Ti sia vicino in ogni incontro e ti apra gli occhi 
per il mistero che risplende in te in ogni volto umano. 
Ti custodisca in tutti i tuoi passi. 
Ti sorregga quando sei debole. 
Ti consoli quando ti senti solo. 
Ti rialzi quando sei caduto. 
Ti ricolmi del suo Amore, della sua bontà e dolcezza 
e ti doni libertà interiore. 
Te lo conceda il buon Dio, 
il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. 
Amen.


- Anselm Grün -



Buona giornata a tutti. :-)




mercoledì 18 febbraio 2015

Straniero - Charles Baudelaire

Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
- Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
- I tuoi amici?
- Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
- La patria?
- Non so sotto quale latitudine si trovi.
- La bellezza?
- L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
- L’oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
- Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!


- Charles Baudelaire -



L'amore mio mi chiede

L'amore mio mi chiede:
"Qual è la differenza tra me e il cielo?"
La differenza è che
 
se tu ridi, amore mio,
io mi dimentico il cielo.

- Nizar Qabbani -






I Liberi Pensatori sono coloro che sono disposti a usare le loro menti senza pregiudizio e senza timore di comprendere cose che si scontrano con le proprie usanze, privilegi, o credenze. Questo stato d'animo non è comune, ma è essenziale per il pensiero giusto. Dove è assente, la discussione tende a diventare peggio che inutile. 

- Lev Tolstoj - 



Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille e altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l’ammontare dei baci.


- Catullo - 






Buona giornata a tutti :-)






sabato 22 novembre 2014

Il leone e il cagnolino - Lev Tolstòj

Londra, c’era una mostra di bestie feroci e, per entrare a visitarle, si poteva pagare, oppure portare dei cani e dei gatti, da dare in pasto alle belve.
Un tale ebbe voglia di vedere le belve: acchiappò per la strada un cagnolino e lo portò al serraglio. L’uomo fu lasciato entrare e il cagnolino fu preso e gettato nella gabbia in pasto al leone. Il cagnolino si mise la coda fra le zampe e si ritirò in un angolo della gabbia. Il leone gli s’accostò e lo fiutò.
Il cagnolino si coricò sulla schiena, alzò le zampette e agitò la coda. 
Il leone gli diede un tocco con la zampa e lo rivoltò. Il cagnolino saltò su e restò seduto dinanzi al leone sulle zampette posteriori. Il leone lo guardava fisso, piegava la testa ora di qua, ora di là, e non lo toccava. 
Quando il padrone delle belve gettò al leone la carne, il leone ne strappò un boccone e lo lanciò al cagnolino. Quando la sera il leone si mise a dormire, il cagnolino gli si stese accanto e gli posò la testa sulla zampa. 
Da quel giorno, il cagnolino visse sempre dentro la gabbia del leone, e il leone non lo toccava, mangiava e dormiva con lui e, certe volte, perfino ci giocava insieme.
Una volta, un signore venne a visitare il serraglio e riconobbe il proprio cagnolino: disse che il cagnolino era suo, e chiese al padrone del serraglio che glielo restituisse. Il padrone acconsentì, ma come provarono a chiamare il cagnolino per estrarlo dalla gabbia, il leone s’incollerì e si mise a ruggire. 
Così seguitarono a vivere insieme, leone e cagnolino, un anno intero, nella stessa gabbia. Un brutto giorno, il cagnolino s’ammalò e morì.
Il leone smise di mangiare, stava sempre a fiutare il cagnolino, a leccarlo, a smuoverlo con la zampa. Quand’ebbe capito che era morto, d’improvviso diede un balzo, drizzò la criniera, cominciò a battersi la coda sui fianchi, poi si slanciò contro la parete della gabbia e si mise a mordere i chiavistelli e il piancito (pavimento ndt). Per tutta la giornata si dibatté, girò su e giù per la gabbia, e continuò a ruggire; alla fine s’accovacciò accanto al cagnolino morto e si quietò. Il padrone andò per portar via la bestiola morta, ma il leone non permetteva a nessuno di accostarsi. Allora, il padrone pensò che il leone avrebbe scordato il suo dolore se gli si fosse dato un altro cagnolino come quello e gli mise nella gabbia un cagnolino vivo; ma subito il leone lo sbranò in mille pezzi. Poi, abbracciò con le zampe il cagnolino morto, e così rimase disteso cinque giorni. Il sesto giorno il leone morì.

- Lev Tolstòj - 
da: Racconto dal vero



Il bene è in tutti: troppo spesso manca solo il coraggio di usarlo. 

- Lev Tolstoj -





"Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, 
ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. 
Il dolore fa due cose: ti insegna e ti dice che sei vivo. 
Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. 
In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore 
lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere 
nella tua vita lo comporterà in un modo o nell'altro."


- Jim Butcher -






Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo.

- Italo Calvino -







Buona giornata a tutti :-)



sabato 25 ottobre 2014

La felicità – Fabio Volo

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi…
la felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente,...
non è quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose...
...e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami..
E impari che c'è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

- Fabio Volo - 
da "Il Volo del Mattino"







“L'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e la vedo: lei mi guarda e mi ama. E nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo. 
L'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro...
L'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo? che possiamo fare? E lei ride. 
L'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri, dice: “Smettiamo, mi dai fastidio”; e dopo un minuto già mi sorride timidamente. 
L'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio.”

- Lev Tolstoj –
“I diari”





La felicità è un sentimento segreto, esclusivo, inquisitorio, dolcissimo e supremamente crudele. Vi si sta arroccati come in un palazzo di ferro e cemento, dalle grandi vetrate; nello stesso tempo è un riflesso sull’acqua che non solo la brezza, ma l’ombra di un passante può alterare….
La felicità non si narra. 
Si può appena, come la pioggia scorrendo a rivoli sui vetri traccia e scancella delle figurazioni, annotare i momenti salienti che ci consentono di intravederla. E un’altra cosa so della felicità: che essa è muta.

- Vasco Pratolini -
da “La costanza della ragione”




Buona giornata a tutti. :-)





domenica 31 agosto 2014

Il tesoro del giardiniere - Lev Nikolàevič Tolstòj

C’era una volta un uomo che faceva il giardiniere. Non era ricco, ma lavorando sodo era riuscito a comperare una bella vigna. Aveva anche allevato tre figli robusti e sani. Ma proprio qui stava il suo cruccio: i tre ragazzi non mostravano in alcun modo di condividere la passione del padre per il lavoro campestre.
Un giorno il giardiniere sentì che stava per giungere la sua ultima ora. Chiamò perciò i suoi ragazzi e disse loro: “Figli miei devo rivelarvi un segreto: nella vigna è nascosto tanto oro da bastare per vivere felici e tranquilli. Cercate questo tesoro, e dividetevelo fraternamente tra voi”. 
Detto questo, spirò.
Il giorno dopo i tre figli scesero nella vigna con zappe, vanghe e rastrelli, e cominciarono a rimuovere profondamente il terreno. Cercarono per giorni e giorni, poichè la vigna era grande e non si sapeva dove avesse nascosto l’oro di cui aveva parlato.
Alla fine si accorsero di aver zappato tutta la terra senza avere trovato alcun tesoro. Rimasero molto delusi.
Ma dopo qualche tempo compresero il significato delle parole del padre: infatti quell’anno la vigna diede una quantità enorme di splendida uva, perchè era stata ben curata e zappata.
Vendettero l’uva e ne ricavarono molti rubli d’oro, che poi divisero fraternamente secondo la raccomandazione del padre. E da quel giorno compresero che il più grande tesoro per l’uomo è il frutto del suo lavoro. 

                                                          Lev Nikolàevič Tolstòj



Vigila sui tuoi pensieri perchè diventeranno le tue parole.
Vigila sulle tue parole perchè diventeranno le tue azioni.
Vigila sulle tue azioni perchè diventeranno le tue abitudini.
Vigila sulle tue abitudini perchè diventeranno il tuo carattere.
Vigila sul tuo carattere perchè influenzerà il tuo destino!

- Swami Sivananda -




Se Dio è amore, e non potere, non può essere comunicato attraverso la Legge o la Dottrina, ma solo mediante gesti che trasmettono vita. 
L'amore incondizionato però scandalizza, perché la gratuità sovverte l'ordine del potere su cui si fonda ogni società, compresa la società che si chiama Chiesa.

- Alberto Maggi  - 





Buona giornata a tutti :-)





venerdì 22 agosto 2014

Il Natale di Martin - Lev Nikolàevič Tolstòj

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.
- Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.» 
Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.» 
Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.
All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: 
- Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.
L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso.
Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno.
- Entra - disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.
- Che Dio ti benedica!- rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè.
Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore.
- Ieri sera- rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò".
Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo.
Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. 
- Mangia, mia cara, e riscaldati - le disse.
Mangiando, la donna gli disse chi era: - Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle.
Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. - È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo.
La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.
- Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. 
Dopo un po', vide una donna che vendeva mele da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo.
La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin.
Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina.
- Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia.
- Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.
- Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.
La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.
Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio:
- Martin, non mi riconosci?
- Chi sei? - chiese Martin.
- Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola. 
- Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.
- Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.
Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: « Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.» 
Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.
Lev Nikolàevič Tolstòj


C'è vita solo dove c'è amore.
La vita senza amore è morte.
La legge dell'amore governa il mondo.
Se c'è nel cuore umano un amore puro, tutto il resto segue automaticamente e il campo del servizio è illimitato.
Se si aprono le porte del cuore tutto può entrarvi.

- Mahatma Gandhi -


Dire che non hai tempo di migliorare i tuoi pensieri e la tua vita è come dire che non hai tempo per fermarti a fare benzina perché sei troppo impegnato a guidare.
Alla fine sarai comunque costretto a fermarti.

- Robin Sharma - 
da Il Monaco che vendette la sua Ferrari




"Oggi è stata fatta un'inversione pericolosa: si parla dell'amore del prossimo, ma non si parla dell'amore di Dio. Tutto quello che riguarda Dio non riguarda più gli uomini. Dio è come sparito dall'orizzonte della vita umana. Se è presente, è presente soltanto per insegnare ad operare la giustizia, per servire meglio i fratelli. Se il cristianesimo consiste nel servire i fratelli, non di capisce perchè si debba andare in Paradiso, visto che in Paradiso non ci sono più fratelli da servire".

- Don Divo Barsotti - 




Buona giornata a tutti :-)






giovedì 19 luglio 2012

Ti voglio - Luis Cernuda -


Ti voglio.
Te l’ho detto con il vento
come un bruco gioca nella sabbia;
come un organo irato tempestoso;
te l’ho detto con il sole,
che dei giovani indora i corpi nudi
e nelle cose innocenti sorride;
l’ho detto con le nuvole
meste fronti che il cielo sostengono,
tristezze fuggitive;
l’ho detto con le piante
le diafane creature che si coprono
d’improvviso rossore;
te l’ho detto con l’acqua
vita lucente che nasconde l’ombra;
e te l’ho detto con la mia paura
e te l’ho detto con la mia allegria,
e con astio, e tremende parole.
Ma non mi basta:
oltre la vita voglio
dirtelo con la morte;
oltre l’amore voglio
dirtelo con l’oblio.

(Luis Cernuda)

Sirene
Max Klinger

Mi piacciono le donne che non si sono stancate di volere un amore che sazi la loro fame d'immenso. Quelle che hanno ancora voglia di risposte urgenti, risposte d'amore.
Quelle che hanno voglia di guardare un cielo sempre diverso, strane nuvole a cui disegnare forme di certezze e soprattutto piedi per sfidare la parola tardi.
Quelle che si sono rotte le braccia per far quadrare il bilancio di abbracci mancati, spaccate le labbra nell'attesa snervante di baci mai dati ma ora sanno che noi siamo qui per colmare quella fame d'immenso.
Noi a far rumore nei loro sogni per farle svegliare con il cuore felice.
Noi per vederle ogni giorno nuove, se pur le stesse e ogni giorno innamorarci di nuovo. Amo le donne belle davvero, di una bellezza inarrivabile nemmeno da chi usa la bellezza per mestiere, perché negli occhi avranno il sorriso di chi sfida la vita, con l'umiltà di vincerne unicamente il dolore. E lo faranno e sapranno farlo al di là di noi ma restando con noi daranno una luce diversa anche ai nostri occhi e saremo più belli, saremo migliori.
E tu, se mi troverai, sarai Miss Anima nel mio mondo.
(Massimo Bisotti)


 

“L'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e la vedo: lei mi guarda e mi ama. E nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo. L'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro...
L'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo? che possiamo fare? E lei ride.
L'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri, dice: “Smettiamo, mi dai fastidio”; e dopo un minuto già mi sorride timidamente.
L'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio.”

(Lev Tolstoj – “I diari”)





Buona giornata a tutti. :-)