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mercoledì 12 febbraio 2020

Il sarto nella città felice

In un piccolo paese viveva una volta un sarto che non aveva nè moglie, nè figli. Lavorava dal mattino alla sera, cuciva camicie, pantaloni, caffettani. Era anche il muezzin del paese.
All'alba, quando tutti dormivano, saliva in cima al minareto della moschea e svegliava la gente chiamandola alla preghiera e così faceva a mezzogiorno, nel pomeriggio e al tramonto. 

Tutti volevano bene e stimavano quest'uomo laborioso e pio. Ogni volta che saliva sul minareto il sarto rivolgeva il suo pensiero a Dio e gli manifestava il desiderio di avere un giorno una moglie e una casa dove vivere felice e sereno.

Si dice che un giorno, dopo aver fatto risuonare i sette melodiosi versi del richiamo alla preghiera, venne catturato da un grosso uccello rapace che, tenendolo ben stretto tra gli artigli, dopo aver attraversato il mare, lo depose nelle vicinanze di una città sconosciuta. Il sarto vi entrò e si meravigliò della pace e della tranquillità che vi regnavano. Non si sentiva litigare, né mercanteggiare, la gente sorrideva, i loro abiti erano bellissimi e puliti, i tessuti con cui erano confezionati erano preziosi. Ancor più aumentò la sua meraviglia quando avvicinandosi ad un negozio vide che la gente acquistava senza pagare, pronunciando soltanto questa parola: "Preghiere alla bellezza". Questa formula veniva ripetuta una o più volte secondo il valore della merce.

Finalmente arrivò davanti alla bottega di un sarto e dopo averlo osservato a lungo lavorare ed essersi reso conto che anche questi aveva il viso radioso, si fece coraggio, entrò, lo salutò e gli disse: "Anch'io sono un sarto come te e mi piacerebbe fermarmi a vivere in questa città". 


Il collega sorridendo rispose:" Certo che ti puoi fermare, ne saremo felici, lavoreremo insieme e ogni settimana riceverai cinquanta preghiere alla bellezza.

Il sarto iniziò subito a lavorare e in poco tempo venne a conoscere tutte le usanze di questo strano paese, dove a nessuno mancava mai nulla e dove ogni lavoro e ogni commercio venivano ricompensati con le parole: "Preghiere alla bellezza".

Vi era un altro uso curioso. Se un giovane voleva sposarsi, doveva andare il giovedì sulla spiaggia. Lì passeggiavano tutte le ragazze da marito portando sulla testa una brocca di acqua fresca. Se una ragazza piaceva, la si fermava, le si chiedeva un sorso d'acqua e la si ringraziava dicendo: "Preghiere alla bellezza!" e se anche a lei fosse piaciuto il giovane, si sarebbero sicuramente sposati. Naturalmente il sarto non vedeva l'ora di andare il giovedì sulla spiaggia e così fece. Vide una ragazza che gli piaceva molto, chiese un sorso d'acqua, la ringraziò con le parole: "Preghiere alla bellezza" e si sposarono.

Ogni giorno, dopo il lavoro, il sarto andava al mercato a far la spesa, comprava il necessario per vivere e il tempo scorreva nella tranquillità e nella serenità senza che i due sposi avessero bisogno di nulla. 
Un giorno, durante il suo abituale giro al mercato, il sarto vide un grosso pesce dalla carne bianca e appetitosa e decise di comprarlo in cambio di "Preghiere alla bellezza" pensando che la moglie sarebbe stata contenta. 

Quando tornò a casa e la moglie vide il grosso pesce, si spaventò e gli disse: "Che cosa hai fatto? siamo solo in due e tu hai comprato un pesce che potrebbe nutrire dieci persone, adesso non potrai più vivere in questa città".

Il sarto rattristato, uscì di casa ed ecco sopraggiungere l'uccello rapace che lo afferrò e lo riportò nella sua città natale lasciandolo in cima al minareto proprio dove lo aveva afferrato la prima volta.

Il sarto richiamò i credenti alla preghiera, lui stesso scese e si unì agli altri per pregare, ritornò nel suo negozio e riprese a lavorare. 
Ripensava sempre con molta tristezza alla città felice e si augurava di rivedere l'uccello rapace. Ma esso non tornò mai più.

- da una leggenda araba -




Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore.

- Italo Calvino - 




"È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa."

[Fight Club]








Quando non c'è più rimedio è inutile addolorarsi, perché si vede ormai il peggio che prima era attaccato alla speranza.
Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali. Quando la fortuna toglie ciò che non può essere conservato, bisogna avere pazienza: essa muta in burla la sua offesa.
Il derubato che sorride, ruba qualcosa al ladro, ma chi piange per un dolore vano, ruba qualcosa a se stesso.

- William Shakespeare -
da Il mercante di Venezia






























Buona giornata a tutti :-)

www.leggoerifletto.it







domenica 9 febbraio 2020

Convivendo con gli altri – Paulo Coelho

Continui a stare nel deserto. 

– Perchè vive nel deserto? -

– Perchè non riesco a essere quello che desidero. 
Quando comincio a essere me stesso, le persone mi trattano con una falsa riverenza.
Quando sono autentico rispetto alla mia fede, allora è il momento che cominciano a dubitare.
Tutti credono di essere più santi di me, ma si fingono peccatori per paura di offendere la mia solitudine.
Cercano di dimostrare continuamente che mi considerano un santo. E così si trasformano in emissari del demonio, tentandomi con l’Orgoglio.


– Il suo problema non è tentare di essere chi è veramente, ma accettare gli altri come sono. E agendo così, è meglio che lei continui a stare nel deserto – disse il cavaliere allontanandosi.

- Paulo Coelho -



Sei tu

Mi spingi oltre i miei limiti
e sento di vivere appieno la mia stessa vita,
in te ho incontrato me stesso
e ho guardato oltre,
oltre ogni inimmaginabile limite.


Ho guardato nel profondo dei tuoi occhi
cercando di comprenderti
ma, ho visto tutto quello che di me
mai avrei voluto vedere.

Ho visto la mia fragilità e la mia insicurezza
i miei sensi di colpa e i miei complessi
le mie paure e la mia insofferenza
ho visto le mie tenebre e i miei demoni
allora, ho guardato ancora oltre
e nel profondo del mio cuore, un mare in tempesta,
un oceano immenso dove tuffarsi e perdersi
e lì nel profondo della mia anima ho compreso!

Ho provato piacere e orgoglio
nel capire quello che oggi provo
nel sapere chi oggi sono veramente
adesso so che amo le cose belle
so che amo tutto quello che la vita mi offre
e una di quelle sei tu.



- Paulo Coelho -
   Fonte: “Undici minuti” di Paulo Coelho


The Siren, 1888
  Edward Armitage (1817 – 1896)
  © Bridgeman Art Library / Leeds Museums and Galleries (City Art Gallery) U.K.




Buona giornata a tutti. :-)



martedì 4 febbraio 2020

La lamentela è contagiosa

Lo psicologo dottor Travis Bradberry, autore di “Intelligenza emotiva 2.0”, sostiene che i neuroni possono favorire le lamentele e portarci a una lamentela automatica. Quando facciamo qualcosa, i neuroni si ramificano per migliorare il flusso di informazioni la prossima volta che si verificherà quel comportamento. Il lavoro dei neuroni opera quindi come se stessimo costruendo un ponte. Non ha senso costruirlo ogni volta che attraversiamo un fiume. È meglio farlo una volta per tutte e fatto bene.

Succede questo quando ci lamentiamo o ascoltiamo delle lamentele. Per noi è molto più facile farlo di nuovo, e la lamentela diventa quindi qualcosa di automatico. Diventa la prima opzione, quello che faremo preferibilmente piuttosto che pensare in positivo. Lamentarsi diventerà il nostro comportamento predeterminato, e distruggerà la nostra chimica cerebrale come un virus difficile da controllare.

La lamentela è contagiosa come un virus. Ne sono responsabili i cosiddetti “neuroni specchio”, che sono la base della nostra capacità di provare empatia. Per questo, più si è empatici, più si sarà influenzati dallo stato d’animo di un’altra persona. Ascoltare lamentele è come la salute del fumatore passivo: non serve fumare per risentire dei gravi effetti del contatto con il tabacco.

Lamentele positive e lamentele negative?

Non per questo bisogna chiudersi in una bolla di egoismo e isolarsi dalle persone che soffrono.

Una cosa è ascoltare la sofferenza di una persona che ha davvero un problema, o le correzioni che può farci una persona che crede che abbiamo bisogno di sostegno in un aspetto della nostra vita, un’altra è ascoltare come una persona descrive costantemente il mondo a tinte fosche, come esprime incessantemente il suo pessimismo vitale.


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Parlare di difficoltà alla ricerca di una soluzione ha senso. E state tranquilli, perché ascoltare i problemi di un amico non vi priverà di alcuna parte importante del vostro ippocampo. Ve lo garantiamo. Di fatto, è molto positivo per stabilire rapporti e legami più solidi con le persone con cui condividiamo la vita.

Ciò non toglie che sia importante far capire a chi si lamenta costantemente che questa visione pessimista è negativa per la sua salute mentale. È bene evitare di lamentarsi e anche non trovarsi con chi vuole avere a che fare con voi solo per raccontarvi problemi o criticare continuamente il vostro comportamento.

L’immunità al virus della lamentela

Come proteggersi da un circolo vizioso di lamentele? Il dottor Travis Bradberry consiglia di sviluppare un atteggiamento di gratitudine. Il segreto è trovare per ogni pensiero negativo un pensiero positivo, cercando l’equilibrio.

Ad esempio, “Fa caldo, è un incubo, ma sono felice perché posso comprare un ventilatore che a questo mondo non tutti si possono permettere”.




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Un altro esempio: “Devo fare ancora una volta la dichiarazione dei redditi. La odio e non so come farla, ma sarebbe peggio se non avessi un lavoro e dovessi scrivere uno 0 in ogni casella”.

È proibito nascondere i pensieri negativi sotto al tappeto. Se la paura è forte e si ripete, a volte vale la pena di lavorare con un terapeuta, perché ignorare in modo irresponsabile la sofferenza mentale può provocare una depressione profonda. I problemi seri, poi, vanno semplicemente risolti, ed è importante chiedere aiuto.

Se le vostre lamentele sono però un riflesso con cui analizzate ogni elemento anche banale della realtà, il metodo di praticare la gratitudine è quello che fa per voi. Potete usarlo per ottenere felicità senza cercarla e migliorare seriamente la vostra salute fisica e mentale.


Buona giornata a tutti. :-)


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lunedì 3 febbraio 2020

Cominciare da se stessi - Martin Buber

Alcune persone eminenti di Israele erano un giorno ospiti di Rabbi Isacco di Worki. 
La conversazione cadde sull’importanza di un servitore onesto per la gestione di una casa: “Tutto volge al bene - dicevano - se si ha un buon servitore, come dimostra il caso di Giuseppe, nelle cui mani tutto prosperava”. 

Ma Rabbi Isacco non condivideva l’opinione generale. “Ero anch’io dello stesso avviso - disse - finché il mio maestro non mi dimostrò che in realtà tutto dipende dal padrone di casa. 
Da giovane, infatti, mia moglie era per me fonte di tribolazione, e pur essendo disposto a sopportare per quel che riguardava me stesso, mi facevano pena i servitori. 
Andai allora a consultare il mio maestro, Rabbi David di Lelow, e gli chiesi se dovevo oppormi o meno a mia moglie. 
"Perché ti rivolgi a me? - rispose - Rivolgiti a te stesso!"
Dovetti riflettere a lungo su queste parole prima di capirle, e le capii solo ricordandomi anche delle parole del BaalShem: 

‘Ci sono il pensiero, la parola e l’azione. Il pensiero corrisponde alla moglie, la parola ai figli, l’azione ai servitori. Tutto si volgerà al bene per chi saprà mettere in ordine le tre cose nel proprio spirito’. Allora compresi cosa avesse voluto dire il mio maestro: che tutto dipendeva da me”. 


Questo racconto tocca uno dei problemi più profondi e più seri della nostra vita: il problema della vera origine del conflitto tra gli uomini. 
Abbiamo l’abitudine di spiegare le manifestazioni del conflitto innanzitutto con i motivi che gli antagonisti riconoscono coscientemente come origine della disputa, oppure con le situazioni e i processi oggettivi che stanno alla base di questi motivi e nei quali le due parti sono implicate; un’altra pista è invece quella di procedere in modo analitico, cercando di esplorare i complessi inconsci, considerati allora come i danni organici di una malattia di cui i motivi evidenti rappresentano i sintomi. 

L’insegnamento chassidico si avvicina a quest’ultima concezione in quanto rimanda anch’esso la problematica della vita esteriore a quella della vita interiore. Ma ne differisce in due punti essenziali, uno di principio e l’altro, ancora più importante, di ordine pratico. 

La differenza di principio risiede nel fatto che l’insegnamento chassidico non tende a esaminare le difficoltà isolate dell’anima, ma ha di mira l’uomo intero. 
Non si tratta tuttavia di una differenza quantitativa, ma piuttosto della constatazione che il fatto di separare dal tutto elementi e processi parziali ostacola sempre la comprensione della totalità, e che solo la comprensione della totalità in quanto tale può comportare una trasformazione reale, una reale guarigione, innanzitutto dell’individuo e poi del rapporto tra questi e i suoi simili (o, per usare un paradosso: la ricerca del punto nodale sposta quest’ultimo e fa cosi fallire l’intero tentativo di superare la problematica). Questo non significa assolutamente che non si debbano prendere in considerazione tutti i fenomeni dell’anima; ma nessuno di essi dev’essere posto al centro dell’esame, al punto che tutto il resto possa esserne dedotto. E invece indispensabile considerare tutti i punti, e non in modo separato ma proprio nella loro connessione vitale. 
Quanto alla differenza pratica, consiste nel fatto che l’uomo, invece di essere trattato come oggetto dell’analisi, è sollecitato a “rimettersi in sesto”. 

Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi cosi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate. Indubbiamente, per sua natura, l’uomo cerca di eludere questa svolta decisiva che ferisce in profondità il suo rapporto abituale con il mondo: allora ribatte all’autore di questa ingiunzione - o alla propria anima, se è lei a intimargliela - che ogni conflitto implica due attori e che perciò, se si chiede a lui di risalire al proprio conflitto interiore, si deve pretendere altrettanto dal suo avversario. Ma proprio in questo modo di vedere - in base al quale l’essere umano si considera solo come un individuo di fronte al quale stanno altri individui, e non come una persona autentica la cui trasformazione contribuisce alla trasformazione del mondo - proprio qui risiede l’errore fondamentale contro il quale si erge l’insegnamento chassidico. 



Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. 
In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. 
Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso. 
Se invece pongo due punti di appoggio uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente. 

Cosi insegnava Rabbi Bunam: “I nostri saggi dicono: ‘Cerca la pace nel tuo luogo’. 
Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. 
E detto nel salmo: ‘Non c’è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato”. Quando l’uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero”. 
Ma il racconto che ho preso come punto di partenza non si accontenta di indicare la vera origine dei, conflitti esterni e di attirare l’attenzione sul conflitto interiore in modo generico. L’affermazione del Baal-Shem che vi si trova citata ci precisa anche esattamente in cosa consiste il conflitto interiore determinante. 
Si tratta del conflitto fra tre principi nell’essere e nella vita dell’uomo: il principio del pensiero, il principio della parola e il principio dell’azione. 
Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico. 
In questo modo, infatti, la situazione tra me e gli altri si ingarbuglia e si avvelena sempre di nuovo e sempre di più; quanto a me, nel mio sfacelo interiore, ormai incapace di controllare la situazione, sono diventato, contrariamente a tutte le mie illusioni, il suo docile schiavo. Con la nostra contraddizione e la nostra menzogna alimentiamo e aggraviamo le situazioni conflittuali e accordiamo loro potere su di noi fino al punto che ci riducono in schiavitù. Per uscirne c’è una sola strada: capire la svolta - tutto dipende da me - e volere la svolta - voglio rimettermi in sesto. Ma per essere all’altezza di questo grande compito, l’uomo deve innanzitutto, al di là della farragine di cose senza valore che ingombra la sua vita, raggiungere il suo sé, deve trovare se stesso, non l’io ovvio dell’individuo egocentrico, ma il sé profondo della persona che vive con il mondo. E anche qui tutte le nostre abitudini ci sono di ostacolo. 

Vorrei concludere questa riflessione con un divertente aneddoto antico ripreso da uno zaddik. 
Rabbi Hanoch raccontava: “C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva cosi difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: ‘Il berretto: là’, e se lo mise in testa; ‘I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. 
‘Si, ma io, dove sono? - si chiese all’improvviso in preda all’ansia - Dove sono rimasto?’. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Cosi succede anche a noi”, concluse il Rabbi.


Buona giornata a tutti. :-)


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giovedì 23 gennaio 2020

La lamentela è contagiosa come un virus

Indubbio che la lamentela di qualcuno ci provochi stress. Basta osservare a che stadio può portarci una persona che si lamenta in nostra presenza. 
Non ci vuole molto perché iniziamo a preoccuparci, a deprimerci o ad avere paura, perché anche se quella persona parla del maltempo, della politica o dello stato economico del Paese abbiamo rapidamente la sensazione che tutto vada male e che si debba fare qualcosa per difendersi da quella situazione.

Gli scienziati dicono che il nostro cervello interpreta automaticamente la lamentela come una minaccia, scatenando come risposta una serie di processi fisiologici che sarebbero indispensabili in una situazione d’emergenza.

L’asse ipotalamico-ipofisiario-adrenale attivato in queste situazioni provoca un’esplosione immediata di cortisolo. In circostanze brillantemente predette dalla natura, la tensione provocata dal cortisolo ci aiuterebbe a lottare contro il nemico o a fuggire, il che a sua volta porterebbe a una corrispondente riduzione della tensione. 
Quando però il cervello riceve segnali sulla nostra situazione negativa e non facciamo nulla (dopo tutto, siamo ancora seduti ad ascoltare la storia di insoddisfazione di qualcuno), ci troviamo in una situazione terribile.



I nostri neuroni muoiono, il che porta a una serie di conseguenze dolorose. 
La corteccia prefrontale, responsabile del controllo delle emozioni e del decision making, e l’ippocampo, noto per il fatto di ricordare, imparare ed essere collegato all’intelligenza, corrono un grande pericolo. Per questo, agli studenti di Filologia si ripete che se stressano troppi gli alunni non insegneranno loro niente. 
Ascoltare lamentele può essere ugualmente pericoloso, perché riduce significativamente l’ippocampo, che è proprio l’area del cervello che soffre nelle persone malate di Alzheimer.



La lamentela è contagiosa

Lo psicologo dottor Travis Bradberry, autore di “Intelligenza emotiva 2.0”, sostiene che i neuroni possono favorire le lamentele e portarci a una lamentela automatica. Quando facciamo qualcosa, i neuroni si ramificano per migliorare il flusso di informazioni la prossima volta che si verificherà quel comportamento. Il lavoro dei neuroni opera quindi come se stessimo costruendo un ponte. Non ha senso costruirlo ogni volta che attraversiamo un fiume. È meglio farlo una volta per tutte e fatto bene.

Succede questo quando ci lamentiamo o ascoltiamo delle lamentele. Per noi è molto più facile farlo di nuovo, e la lamentela diventa quindi qualcosa di automatico. Diventa la prima opzione, quello che faremo preferibilmente piuttosto che pensare in positivo. 

Lamentarsi diventerà il nostro comportamento predeterminato, e distruggerà la nostra chimica cerebrale come un virus difficile da controllare.



La lamentela è contagiosa come un virus. 
Ne sono responsabili i cosiddetti “neuroni specchio”, che sono la base della nostra capacità di provare empatia. 
Per questo, più si è empatici, più si sarà influenzati dallo stato d’animo di un’altra persona. Ascoltare lamentele è come la salute del fumatore passivo: non serve fumare per risentire dei gravi effetti del contatto con il tabacco.

Lamentele positive e lamentele negative?

Non per questo bisogna chiudersi in una bolla di egoismo e isolarsi dalle persone che soffrono.

Una cosa è ascoltare la sofferenza di una persona che ha davvero un problema, o le correzioni che può farci una persona che crede che abbiamo bisogno di sostegno in un aspetto della nostra vita, un’altra è ascoltare come una persona descrive costantemente il mondo a tinte fosche, come esprime incessantemente il suo pessimismo vitale.

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Parlare di difficoltà alla ricerca di una soluzione ha senso. E state tranquilli, perché ascoltare i problemi di un amico non vi priverà di alcuna parte importante del vostro ippocampo. Ve lo garantiamo. Di fatto, è molto positivo per stabilire rapporti e legami più solidi con le persone con cui condividiamo la vita.

Ciò non toglie che sia importante far capire a chi si lamenta costantemente che questa visione pessimista è negativa per la sua salute mentale. 

È bene evitare di lamentarsi e anche non trovarsi con chi vuole avere a che fare con voi solo per raccontarvi problemi o criticare continuamente il vostro comportamento.

L’immunità al virus della lamentela

Come proteggersi da un circolo vizioso di lamentele? Il dottor Travis Bradberry consiglia di sviluppare un atteggiamento di gratitudine. Il segreto è trovare per ogni pensiero negativo un pensiero positivo, cercando l’equilibrio.

Ad esempio, “Fa caldo, è un incubo, ma sono felice perché posso comprare un ventilatore che a questo mondo non tutti si possono permettere”.



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Un altro esempio: “Devo fare ancora una volta la dichiarazione dei redditi. La odio e non so come farla, ma sarebbe peggio se non avessi un lavoro e dovessi scrivere uno zero in ogni casella”.

È proibito nascondere i pensieri negativi sotto al tappeto. Se la paura è forte e si ripete, a volte vale la pena di lavorare con un terapeuta, perché ignorare in modo irresponsabile la sofferenza mentale può provocare una depressione profonda. I problemi seri, poi, vanno semplicemente risolti, ed è importante chiedere aiuto.

Se le vostre lamentele sono però un riflesso con cui analizzate ogni elemento anche banale della realtà, il metodo di praticare la gratitudine è quello che fa per voi. 
Potete usarlo per ottenere felicità senza cercarla e migliorare seriamente la vostra salute fisica e mentale.


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martedì 21 gennaio 2020

Festa al castello - don Bruno Ferrero

Il villaggio ai piedi del castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del castellano che leggeva un proclama nella piazza. 
“Il nostro signore beneamato invita tutti i suoi buoni fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda però a tutti un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del castello che è vuota.”
L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietrofront e scortato dalle guardie ritornò al castello. 
Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi. “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio. Io porterò un bicchiere d’acqua, e sarà abbastanza!” – “Ma no! E’ sempre stato buono e generoso! Io ne porterò un barile!” – “Io un ditale!” – “Io una botte!”
Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. 
Alcuni spingevano con tutte le loro forze grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. 
Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. 
La processione entrò nel cortile del castello. 
Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava pieno di gioia verso la sala del banchetto. 
Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.
“E la sorpresa promessa?”, brontolarono alcuni con disappunto e delusione. 
Altri dimostravano una gioia soddisfatta: “Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”. 
Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. 
Esplosero allora delle grida che si intensificarono rapidamente. 
Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro!

“Ah! Se avessi portato più acqua”.

- don Bruno Ferrero - 


Il senso della vita è quello
di trovare il vostro dono.
Lo scopo della vita è quello di regalarlo.

- Pablo Picasso -


Buona giornata a tutti. :-)


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martedì 14 gennaio 2020

Amare, significa.... Osho

Amare significa lasciare all’altro la libertà di essere se stesso in ogni istante del proprio cammino insieme, ed esserne capaci implica aver raggiunto una maturità interiore tale da non temere neanche il venir meno dell’affetto o dell’interesse da parte dell’amato. 
Amare vuol dire desiderare la gioia del proprio amato senza porre alcuna condizione e senza aspettarsi nulla in cambio. 
L’amore è una qualità del proprio essere, se la si possiede, ne beneficia indistintamente chiunque ne venga a contatto, un amante, un amico, un figlio, uno sconosciuto. 
Si dovrebbe stare insieme soltanto perché si sta bene "con", e invece molto spesso si sta insieme perché si sta male "senza". 
Solo se hai sconfitto la paura della solitudine sarai capace di amare.
Solo se ami la solitudine ogni momento vissuto con l’altro diventa una scelta d’amore.


- Osho -




Il paradiso è qui, devi semplicemente comprendere come viverci. 
E anche l’inferno è qui… e tu sai benissimo come viverci! 
Si tratta solo di cambiare la propria prospettiva, il tuo approccio verso la vita. 
La Terra è meravigliosa: se inizi a viverne la bellezza, a goderne le sue gioie, sei in paradiso. 
Se condanni ogni cosa, quella stessa Terra si trasforma in un inferno… solo per te! 
Dove vivi, dipende da te: è la tua personale trasformazione, non si tratta di cambiare posto; è un cambiamento di spazio interiore. 
Vivi gioiosamente, libero da sensi di colpa; vivi totalmente, allora il paradiso non sarà più un concetto metafisico: è la tua intima esperienza!


- Osho -






Dimentica per un momento la felicità, non è possibile conquistarla in modo diretto. Pensa piuttosto a cosa ti piace, a che cosa ti diverte di più quando la fai: falla e lasciati assorbire; allora la felicità sorgerà in te spontaneamente. 

Se... ti piace nuotare, nuota e gioisci; se ti piace spaccare la legna, spaccala e gioisci. 

Fa' qualsiasi cosa ti piace fare e lasciati assorbire. 

Mentre sarai assorto in quel fare, improvvisamente sentirai accadere in te quell'atmosfera, la calda e soleggiata atmosfera della felicità. 

D'un tratto ti sentirai avvolgere dalla felicità.

- Osho -





Mi piacerebbe che anche tu fossi come le nuvole bianche che vanno alla deriva nel cielo.

Vanno alla deriva, non si dirigono verso un punto.
Dovunque ti trovi, quello è l'obiettivo: l'obiettivo è ogni momento: il percorso è la meta.
Trasformarsi in nuvole bianche, rimanere solo lì non opporre resistenza, celebrare il momento, il piacere l'estasi della vita.

- Osho - 



























Buona giornata a tutti. :-)


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