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giovedì 5 dicembre 2019

La storia degli Angeli dell'Avvento


Gli angeli dell'Avvento sono quattro, proprio come le quattro settimane che preparano al Natale. 
Vengono in visita sulla Terra, indossando abiti di un colore diverso, ciascuno dei quali rappresenta una particolare qualità.
L'angelo blu. Durante la prima settimana, un grande angelo discende dal cielo per invitare gli uomini a prepararsi per il Natale. 
E' vestito con un grande mantello blu, intessuto di silenzio e di pace. 
Il blu del suo mantello rappresenta appunto il silenzio e il raccoglimento.
L'angelo rosso. Durante la seconda settimana, un angelo con il mantello rosso scende dal cielo, portando con la mano sinistra un cesto vuoto. 
Il cesto è intessuto di raggi di sole e può contenere soltanto ciò che è leggero e delicato. L'angelo rosso passa su tutte le case e cerca, guarda nel cuore di tutti gli uomini, per vedere se trova un po' di amore… Se lo trova, lo prende e lo mette nel cesto e lo porta in alto, in cielo. E lassù, le anime di tutti quelli che sono sepolti in Terra e tutti gli angeli prendono questo amore e ne fanno luce per le stelle. 
Il rosso del suo mantello rappresenta l'amore.
L'angelo bianco. Nella terza settimana, un angelo bianco e luminoso discende sulla Terra. Tiene nella mano destra un raggio di sole. 
Va verso gli uomini che conservano in cuore l'amore e li tocca con il suo raggio di luce. Essi si sentono felici perché nell'Inverno freddo e buio, sono rischiarati ed illuminati. 
Il sole brilla nei loro occhi, avvolge le loro mani, i loro piedi e tutto il corpo. Anche i più poveri e gli umili sono così trasformati ed assomigliano agli angeli, perché hanno l'amore nel cuore. Soltanto coloro che hanno l'amore nel cuore possono vedere l'angelo bianco… 
Il bianco è il simbolo della luce e brilla nel cuore di chi crede.
L'angelo viola. Nella quarta e ultima settimana di Avvento, appare in cielo un angelo con il mantello viola. L'angelo viola passa su tutta la Terra tenendo con il braccio sinistro una cetra d'oro. 
Manca poco all'arrivo del Signore. 
Il colore viola è formato dall'unione del blu e del rosso, quindi il suo mantello rappresenta l'amore vero, quello profondo, che nasce quando si sta in silenzio e si ascolta la voce del Signore dentro di noi.


La luce di Cristo, che viene ad illuminare ogni essere umano, possa finalmente rifulgere, e sia consolazione per quanti si trovano nelle tenebre della miseria, dell’ingiustizia, della guerra; per coloro che vedono ancora negata la loro legittima aspirazione a una più sicura sussistenza, alla salute, all’istruzione, a un’occupazione stabile, a una partecipazione più piena alle responsabilità civili e politiche, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da condizioni che offendono la dignità umana.

- papa Benedetto XVI - 


Steso sulla paglia, simile a una spiga nuova;

posato nell’abbandono fuori dalla città,
sia Egli il pane di tutti quelli
che vagabondano esclusi dalla tavola comune.
La strada che ci separa da quel Bambino
non si misura con i passi
ma con le vibrazioni del cuore.



Buona giornata a tutti:-)


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mercoledì 2 ottobre 2019

Preghiera agli Angeli Custodi - 2 Ottobre

Santo Angelo del Signore, 
mio zelante guardiano, 
se a te mi ha affidato la pietà divina, 
mi disciplina sempre, 
mi custodisci, 
mi governa, 
mi illumina. 
Amen



Gli Angeli circondano la Chiesa, essi difendono la Chiesa, preparano la Chiesa al grande giorno delle sue nozze eterne; quel giorno, essi faranno da corteo alla Chiesa, immortale Sposa dell'Agnello.

La missione degli Angeli è di ordine naturale. Anteriormente al battesimo, il bambino che viene al mondo è provvisto di un angelo custode. "Grande è la dignità delle anime, dice San Girolamo, per aver ognuna, fin dalla sua nascita, un Angelo delegato alla sua custodia".

Ma, se l'ufficio degli Angeli di fronte alle anime umane, preso in se stesso, è di ordine naturale, essi esercitano un fine soprannaturale. 

E' per questo che San Paolo li chiama "degli spiriti incaricati da Dio d'un ministero a favore di quelli che hanno parte all'eredità della salvezza" (Eb.1,14). 
Questa frase paolina pone la missione degli Angeli nella sua vera luce. 
Essi sono incaricati di proteggere le creature umane, ignoranti, deboli, od almeno indigenti sotto qualche aspetto.

Ma, pur essendo tutte prese dalla cura dei loro protetti, anche sotto un rapporto puramente naturale, essi lavorano infaticabilmente ad orientare, a guidare il loro itinerario esistenziale terreno verso "l'eredità della salvezza". Così, preposto alla custodia di un acattolico, l'Angelo si sforzerà di aprirgli, di appianargli le vie che lo porteranno alla fede ed al battesimo cristiano.

In unione con gli uomini apostolici, gli Angeli lavorano all'edificazione della Chiesa. Dopo aver preparato gli incontri degli Apostoli con gli infedeli od i peccatori, essi assecondano le loro parole con delle segrete ispirazioni. 

Noi abbiamo visto all'opera, negli Atti degli Apostoli, questi agenti celesti, questi intermediari invisibili. Quello che hanno fatto allora, essi lo continuano incessantemente. Non vi sono, nell'opera della salvezza delle anime, mille coincidenze che resterebbero inesplicabili, se non vi si vedesse l'azione di questi spiriti tutelari, che si chiamano gli Angeli buoni? 
Così, primo ufficio degli spiriti angelici: essi concorrono a raggruppare queste pietre vive con cui la Chiesa si edifica. 
Un secondo ufficio è di far salire verso Dio le preghiere della Chiesa; un terzo è di vigilare su di Lei e di proteggerla dai suoi nemici.

L'Apocalisse, che è la storia profetica della Chiesa, ci traccia un quadro molto espressivo di questi diversi ministeri degli angeli buoni. "Io vidi, ci dice San Giovanni, sette Angeli che stavano davanti al trono di Dio, e ad ognuno di essi fu data una tromba.
Ed un altro Angelo sopraggiunse, e si tenne davanti all'altare, avendo in mano un incensiere d'oro; e gli fu dato dell'incenso in abbondanza, affinché egli facesse salire il profumo delle preghiere dei Santi sull'altare d'oro che è davanti al trono di Dio. Ed il fumo dell'incenso, formato dalle preghiere dei Santi, salì dalla mano dell'Angelo davanti a Dio. E l'Angelo prese l'incensiere, e lo riempie del fuoco dell'altare, e lo sparse sulla terra, e ci furono tuoni, clamori, folgori ed un grande terremoto. Ed i sette Angeli che avevano le trombe si disposero a suonarne, ecc." (Ap.18, 2 e 7).
Ad ogni suono delle trombe angeliche, si produce uno sconvolgimento sulla terra. Più avanti, appaiono diversi Angeli: quello che evangelizza i popoli con una voce che rassomiglia al ruggito del leone, quello che ha una falce appuntita, quello che ha potenza sul fuoco. Infine intervengono sette spiriti celesti che vuotano di volta in volta sulla terra e le acque le sette coppe della collera di Dio (Ap.16 ).

L'ufficio dei Santi Angeli, per assistere e difendere la Chiesa durante il suo pellegrinaggio terreno, è ben chiaramente ed energicamente descritto in queste pagine, di cui non vorremmo attenuare a sproposito l'aspetto formidabile, ma da cui possiamo anche rilevare il lato consolante.
L'assegnazione delle sette trombe ai sette Angeli indica ch'essi sono incaricati di segnare, di aprire e di sviluppare, per così dire, i grandi periodi dell'umanità.
Ma ecco un angelo che è chiamato ad esercitare un ministero sacerdotale, analogo a quello che compie il levita sotto l'antica Legge: gli prende dell'incenso, che rappresenta la preghiera dei Santi; lo fa bruciare e lo fa salire in fumo di piacevole odore davanti al trono di Dio.

Questo passo ci rivela una verità importantissima: i Santi Angeli hanno la missione di presentare a Dio le nostre preghiere. "Il Figlio dell'uomo salva, dice Sant'Ilario, gli Angeli vedono Dio, e gli Angeli dei bambini presiedono alle preghiere dei fedeli. Che vi sia presenza degli Angeli, è un dogma fuori discussione. Gli Angeli, ogni giorno, offrono a Dio, per Cristo, le preghiere dei fedeli. Vi è dunque un grande pericolo nel disprezzare uno di questi piccoli, i cui desideri e le suppliche sono presentate al Dio eterno ed invisibile dal ministero veloce e magnifico degli Angeli".
Gli Angeli non smettono di esercitare utilmente il loro ufficio, introducendo le nostre preghiere alla presenza del Dio invisibile ed eterno.

Come sarebbero più ferventi le nostre preghiere, se noi le facessimo in presenza degli Angeli (Salmo 137,1), per non far che un assieme con le preghiere degli angeli, per essere poste, dalla mano degli Angeli, nell'incensiere d'oro e salire così come un fumo d'incenso davanti al trono di Dio!
Ma ecco un’altra visione dell’Apocalisse. L'Angelo prende l'incensiere, lo riempie del fuoco dell'altare, lo versa sulla terra; e ne consegue un grande movimento, rumori di voci, tuoni e terremoti.
Qui, l'Angelo esercita un ministero di giustizia, ma sempre in favore degli eletti di Dio. Le loro preghiere hanno provocato un intervento divino.

Nel giorno delle rogazioni, la Chiesa chiedeva a Dio, attraverso la voce dei suoi figli, ch'egli "si degni di umiliare i suoi nemici". Queste suppliche ripetute divengono dei carboni di fuoco, che l'Angelo, ad un dato momento, prende nel suo incensiere; ed egli li versa sulla terra e ne risultano delle commozioni salutari, un felice sconvolgimento dell'impero del male.


- Don Marcello Stanzione -

  
Preghiera agli Angeli

Possa il vostro Amore accompagnarci ogni istante,
possa il vostro Amore condurci sul sentiero della verità,
possa il vostro Amore insegnarci la pazienza,
possa il vostro Amore insegnarci la speranza,
possa il vostro Amore insegnarci ad amare.

Voi siete fatti d’Amore,
voi siete fatti di speranza,
voi siete fatti di verità,
voi siete fatti di Cielo.

Siete tra di noi per aiutarci,
siete tra di noi per guidarci alla verità,
siete tra di noi per guidarci all' Amore,
e siete tra di noi per guidarci al Padre.

Che l’Amore che custodite nel vostro grande cuore sia su di me,
per guidarmi,
per aiutarmi,
per aiutarmi a essere Amore,
per avvicinarmi al Padre per scoprire che siamo tutti suoi figli,

noi e voi creature del suo Amore.

Voi Angeli, guidatemi.
Amen.





















Buona giornata a tutti. :)




domenica 29 settembre 2019

San Michele Arcangelo, San Gabriele e San Michele, storia e preghiere d'intercessione


Il nome dell’arcangelo Michele, che significa “chi è come Dio ?”, è citato cinque volte nella Sacra Scrittura; tre volte nel libro di Daniele, una volta nel libro di Giuda e nell'Apocalisse di San Giovanni Evangelista e in tutte le cinque volte egli è considerato “capo supremo dell’esercito celeste”, cioè degli angeli in guerra contro il male, che nell’Apocalisse è rappresentato da un dragone con i suoi angeli; esso sconfitto nella lotta, fu scacciato dai cieli e precipitato sulla terra. 
In altre scritture, il dragone è un angelo che aveva voluto farsi grande quanto Dio e che Dio fece scacciare, facendolo precipitare dall’alto verso il basso, insieme ai suoi angeli che lo seguivano. 
Michele è stato sempre rappresentato e venerato come l’angelo-guerriero di Dio, rivestito di armatura dorata in perenne lotta contro il Demonio, che continua nel mondo a spargere il male e la ribellione contro Dio. 
Egli è considerato allo stesso modo nella Chiesa di Cristo, che gli ha sempre riservato fin dai tempi antichissimi, un culto e devozione particolare, considerandolo sempre presente nella lotta che si combatte e si combatterà fino alla fine del mondo, contro le forze del male che operano nel genere umano. 
Dante nella sua ‘Divina Commedia’ pone il demonio (l’angelo Lucifero) in fondo all’inferno, conficcato a testa in giù al centro della terra, che si era ritirata al suo cadere, provocando il grande cratere dell’inferno dantesco. Dopo l’affermazione del cristianesimo, il culto per san Michele, che già nel mondo pagano equivaleva ad una divinità, ebbe in Oriente una diffusione enorme, ne sono testimonianza le innumerevoli chiese, santuari, monasteri a lui dedicati; nel secolo IX solo a Costantinopoli, capitale del mondo bizantino, si contavano ben 15 fra santuari e monasteri; più altri 15 nei sobborghi. 
Tutto l’Oriente era costellato da famosi santuari, a cui si recavano migliaia di pellegrini da ogni regione del vasto impero bizantino e come vi erano tanti luoghi di culto, così anche la sua celebrazione avveniva in tanti giorni diversi del calendario. 
Perfino il grande fiume Nilo fu posto sotto la sua protezione, si pensi che la chiesa funeraria del Cremlino a Mosca in Russia, è dedicata a S. Michele.


Per dirla in breve non c’è Stato orientale e nord africano, che non possegga oggetti, stele, documenti, edifici sacri, che testimoniano la grande venerazione per il santo condottiero degli angeli, che specie nei primi secoli della Chiesa, gli venne tributata. 
In Occidente si hanno testimonianze di un culto, con le numerosissime chiese intitolate a volte a S. Angelo, a volte a S. Michele, come pure località e monti vennero chiamati Monte Sant’Angelo o Monte San Michele, come il celebre santuario e monastero in Normandia in Francia, il cui culto fu portato forse dai Celti sulla costa della Normandia; certo è che esso si diffuse rapidamente nel mondo Longobardo, nello Stato Carolingio e nell’Impero Romano. 
In Italia sano tanti i posti dove sorgevano cappelle, oratori, grotte, chiese, colline e monti tutti intitolati all’arcangelo Michele, non si può accennarli tutti, ci fermiamo solo a due: Tancia e il Gargano. 
Sul Monte Tancia, nella Sabina, vi era una grotta già usata per un culto pagano, che verso il VII secolo, fu dedicata dai Longobardi a S. Michele; in breve fu costruito un santuario che raggiunse gran fama, parallela a quella del Monte Gargano, che comunque era più antico. 
La celebrazione religiosa era all’8 maggio, data praticata poi nella Sabina, nel Reatino, nel Ducato Romano e ovunque fosse estesa l’influenza della badia benedettina di Farfa, a cui i Longobardi di Spoleto, avevano donato quel santuario. 







Ma il più celebre santuario italiano dedicato a S. Michele, è quello in Puglia sul Monte Gargano; esso ha una storia che inizia nel 490, quando era papa Gelasio I; la leggenda racconta che casualmente un certo Elvio Emanuele, signore del Monte Gargano (Foggia) aveva smarrito il più bel toro della sua mandria, ritrovandolo dentro una caverna inaccessibile. 
Visto l’impossibilità di recuperarlo, decise di ucciderlo con una freccia del suo arco; ma la freccia inspiegabilmente invece di colpire il toro, girò su sé stessa colpendo il tiratore ad un occhio. Meravigliato e ferito, il signorotto si recò dal suo vescovo s. Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (odierna Manfredonia) e raccontò il fatto prodigioso.
Il presule indisse tre giorni di preghiere e di penitenza; dopodiché s. Michele apparve all’ingresso della grotta e rivelò al vescovo: “Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta, io stesso ne sono vigile custode. Là dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i peccati degli uomini…Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà esaudito. Quindi dedica la grotta al culto cristiano”. 
Ma il santo vescovo non diede seguito alla richiesta dell’arcangelo, perché sul monte persisteva il culto pagano; due anni dopo, nel 492 Siponto era assediata dalle orde del re barbaro Odoacre (434-493); ormai allo stremo, il vescovo e il popolo si riunirono in preghiera, durante una tregua, e qui riapparve l’arcangelo al vescovo s. Lorenzo, promettendo loro la vittoria, infatti durante la battaglia si alzò una tempesta di sabbia e grandine che si rovesciò sui barbari invasori, che spaventati fuggirono. 
Tutta la città con il vescovo, salì sul monte in processione di ringraziamento; ma ancora una volta il vescovo non volle entrare nella grotta. Per questa sua esitazione che non si spiegava, s. Lorenzo Maiorano si recò a Roma dal papa Gelasio I (490-496), il quale gli ordinò di entrare nella grotta insieme ai vescovi della Puglia, dopo un digiuno di penitenza. 
Recatosi i tre vescovi alla grotta per la dedicazione, riapparve loro per la terza volta l’arcangelo, annunziando che la cerimonia non era più necessaria, perché la consacrazione era già avvenuta con la sua presenza. La leggenda racconta che quando i vescovi entrarono nella grotta, trovarono un altare coperto da un panno rosso con sopra una croce di cristallo e impressa su un masso l’impronta di un piede infantile, che la tradizione popolare attribuisce a s. Michele. 
Il vescovo san Lorenzo fece costruire all’ingresso della grotta, una chiesa dedicata a s. Michele e inaugurata il 29 settembre 493; la Sacra Grotta è invece rimasta sempre come un luogo di culto mai consacrato da vescovi e nei secoli divenne celebre con il titolo di “Celeste Basilica”. 
Attorno alla chiesa e alla grotta è cresciuta nel tempo la cittadina di Monte Sant’Angelo nel Gargano. I Longobardi che avevano fondato nel secolo VI il Ducato di Benevento, vinsero i feroci nemici delle coste italiane, i saraceni, proprio nei pressi di Siponto, l’8 maggio 663, avendo attribuito la vittoria alla protezione celeste di s. Michele, essi presero a diffondere come prima accennato, il culto per l’arcangelo in tutta Italia, erigendogli chiese, effigiandolo su stendardi e monete e instaurando la festa dell’8 maggio dappertutto. 
Intanto la Sacra Grotta diventò per tutti i secoli successivi, una delle mete più frequentate dai pellegrini cristiani, diventando insieme a Gerusalemme, Roma, Loreto e S. Giacomo di Compostella, i poli sacri dall’Alto Medioevo in poi. 
Sul Gargano giunsero in pellegrinaggio papi, sovrani, futuri santi. Sul portale dell’atrio superiore della basilica, che non è possibile descrivere qui, vi è un’iscrizione latina che ammonisce: “che questo è un luogo impressionante. Qui è la casa di Dio e la porta del Cielo”. 
Il santuario e la Sacra Grotta sono pieni di opere d’arte, di devozione e di voto, che testimoniano lo scorrere millenario dei pellegrini e su tutto campeggia nell’oscurità la statua in marmo bianco di S. Michele, opera del Sansovino, datata 1507. 
L’arcangelo è comparso lungo i secoli altre volte, sia pure non come sul Gargano, che rimane il centro del suo culto, ed il popolo cristiano lo celebra ovunque con sagre, fiere, processioni, pellegrinaggi e non c’è Paese europeo che non abbia un’abbazia, chiesa, cattedrale, ecc. che lo ricordi alla venerazione dei fedeli. 
Apparendo ad una devota portoghese Antonia de Astonac, l’arcangelo promise la sua continua assistenza, sia in vita che in purgatorio e inoltre l’accompagnamento alla S. Comunione da parte di un angelo di ciascuno dei nove cori celesti, se avessero recitato prima della Messa la corona angelica che gli rivelò. 


I cori sono: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù, Principati, Arcangeli ed Angeli. La sua festa liturgica principale in Occidente è iscritta nel Martirologio Romano al 29 settembre e nella riforma del calendario liturgico del 1970, è accomunato agli altri due arcangeli più conosciuti, Gabriele e Raffaele nello stesso giorno, mentre l’altro arcangelo a volte nominato nei testi apocrifi, Uriele, non gode di un culto proprio. 
Per la sua caratteristica di “guerriero celeste” s. Michele è patrono degli spadaccini, dei maestri d’armi; poi dei doratori, dei commercianti, di tutti i mestieri che usano la bilancia, i farmacisti, pasticcieri, droghieri, merciai; fabbricanti di tinozze, inoltre è patrono dei radiologi e della Polizia. 
È patrono principale delle città italiane di Cuneo, Caltanissetta, Monte Sant’Angelo, Sant’Angelo dei Lombardi, compatrono di Caserta. 
Difensore della Chiesa, la sua statua compare sulla sommità di Castel S. Angelo a Roma, che come è noto era diventata una fortezza in difesa del Pontefice; protettore del popolo cristiano, così come un tempo lo era dei pellegrini medievali, che lo invocavano nei santuari ed oratori a lui dedicati, disseminati lungo le strade che conducevano alle mete dei pellegrinaggi, per avere protezione contro le malattie, lo scoraggiamento e le imboscate dei banditi. 
Per quanto riguarda la sua raffigurazione nell’arte in generale, è delle più vaste; ogni scuola pittorica in Oriente e in Occidente, lo ha quasi sempre raffigurato armato in atto di combattere il demonio. 
Sul Monte Athos nel convento di Dionisio del 1547, i tre principale arcangeli sono così raffigurati, Raffaele in abito ecclesiastico, Michele da guerriero e Gabriele in pacifica posa e rappresentano i poteri religioso, militare e civile.


San Pio da Pietrelcina era amareggiato, negli ultimi anni della sua vita, perché spesso si lamentava che la preghiera di Papa Leone XIII era stata tolta alla fine della Messa nel 1966; è importante invocare san Michele con tale preghiera perché essa rende consapevoli della Vittoria di Cristo sul male e sulla morte. La Chiesa è in continua guerra contro i nemici visibili e invisibili e senza l’aiuto degli Angeli si rischia di perdere posizioni e di retrocedere.

“Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti".( Lettera agli Efesini 6, 11-20)



Sancte Michaël Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute in infernum detrude. Amen.

San Michele Arcangelo, difendici nella lotta;
sii nostro aiuto contro la cattiveria e le insidie del demonio.
Gli comandi Iddio,
supplichevoli ti preghiamo:
tu, che sei il Principe della milizia celeste,
con la forza divina rinchiudi nell'inferno Satana
e gli altri spiriti maligni
che girano il mondo
per portare le anime alla dannazione.
Amen.

Può anche presentarsi in forma ridotta:
Sancte Michaël Archangele, defende nos in proelio; ut non pereamus in tremendo iudicio.
San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; affinché non periamo nel tremendo giudizio.


S. Gabriele San Gabriele è uno dei tre Angeli di cui conosciamo il nome, come S. Michele e S. Raffaele. Il suo nome s'interpreta «Fortezza di Dio».

Ebbe tre grandi missioni.

La prima verso Daniele, per indicargli con precisione le 70 setti­mane d'anni prima della venuta del Redentore.

La seconda verso Zaccaria per predirgli la nascita di S. Giovanni Battista e punirlo per incredulità.

La terza fu l'Annunciazione a Maria della nascita del Verbo. Per questo è considerato anche come l'Angelo dell'Incarnazione.

Raccomandiamoci a S. Gabriele, affinché sia il nostro avvocato in Cielo e ci faccia conseguire i benefici dell'Incarnazione che egli ha annunziato.


Preghiera

«O glorioso Arcangelo S. Gabriele,
io condivido la gioia che pro­vasti nel recarti
quale celeste Messaggero a Maria,
ammiro il ri­spetto con cui ti presentasti a lei,
la devozione con cui la saluta­sti, l'amore con cui, primo fra gli Angeli, adorasti il Verbo Incarna­to nel suo seno e ti prego di ottenermi di ripetere con gli stessi tuoi sentimenti il saluto che allora rivolgesti a Maria e di offrire con lo stesso amore gli ossequi che allora presentasti al Verbo fatto Uomo, con la recita del Santo Rosario e dell'Angelus Domini». Amen.





Auguri a tutti quanti :-)

altre preghiere le trovate sul mio blog: 




domenica 24 marzo 2019

Camminare insieme con il malato grave diventa segno della presenza di Dio - Luigi Guglielmoni - Fausto Negri


La tradizione ortodossa riconduce ad alcune fasi il processo verso la morte. 
Le persone di fronte al morente sono chiamate sempre più ad “accompagnarle." 
Verso un nuovo ministero? 
Per gli osservatori del nostro tempo la secolarizzazione, dopo aver tolto la speranza in una vita oltre la morte, sta affondando sia la tensione verso gli esseri che verranno dopo di noi sia il rispetto della vita e della morte. 
Per lo psichiatra Vittorino Andreoli la morte è ridotta ormai a malattia di cui individuare una causa patologica, con la perdita della sua dimensione di evento misterioso e ineluttabile, traguardo che sancisce un limite invalicabile all’uomo e alla sua volontà di onnipotenza. 
Si muore spesso «senza dignità, lontano da luoghi all’altezza della sacralità del trapasso. La morte come patologia ha eliminato il campo della meditatio mortis, del limite della vita».
In un interessante volume, "L’ultimo istante: morire nella tenerezza", C. Jomain si domanda in modo provocatorio: “Che fare dei morenti?”. 
A suo avviso, le possibili soluzioni sono tre: la prima è “sopprimere la morte” dalla nostra visuale. Se questo si rivela impossibile, la seconda ipotesi è quella di “sopprimere i morenti”: è la scelta dell’eutanasia. Ma vi è anche una terza strada: quella di “accompagnare” i morenti in modo che possano vivere la morte come un momento di crescita umana e spirituale.
L’accompagnatore alla morte: un nuovo “ministero”? 
Nell’attuale società tecnologicamente così avanzata, si muore sempre più soli. La solitudine inevitabile degli ultimi istanti viene aggravata spesso dalle insufficienze organizzative degli ospedali. Per questo trasformare l’ospedale in un ambiente il più umano possibile è un compito urgente. Serve il decentramento in strutture più snelle, quali, ad esempio, gli hospices che accolgono i malati terminali, per i quali viene garantita un’assistenza continua.
Investire nell’accompagnamento dei malati senza speranza di guarigione significa, infatti, mettersi dalla parte del morente, non lasciandolo solo nel percorso che lo conduce alla morte. Se, attuato in maniera appropriata, il camminare insieme con il malato grave diventa segno della presenza di Dio che, come buon pastore, precede, guida, conduce ad acque tranquille e assicura la sua presenza anche quando il sentiero scende in una valle oscura. 
Se, a livello tecnico, è senz’altro indispensabile preparare adeguatamente il personale medico e paramedico, così che possa esprimere meglio le proprie competenze invece di esserne frustrato, a livello relazionale l’accompagnamento del morente è davvero un compito difficile. A chi lo compie è chiesto non solo un sapere. Infatti, la paura che afferra il malato nelle profondità del suo attaccamento alla vita contagia facilmente quanti l’assistono. Spesso, quindi, è difficile instaurare un dialogo ma, rifiutandolo, il malato viene come abbandonato a sé. E, d’altra parte, se la morte è occultata e il singolo se ne rende ben conto, fingerà di non sapere per non essere abbandonato. 
Ci sono autori che parlano di maschere e di rituali adottati dagli operatori e dai familiari che intendono tenere a distanza il malato, a scopo protettivo. Ad esempio, il medico e gli infermieri si rifugiano nella tecnica, il prete nel rito, il familiare nelle chiacchiere che di fatto rimuovono il problema… 
Il malato si trova così ancora più solo, non spera più nei medici, ma non dimentica la malattia, ha paura dell’ignoto e di perdere la propria dignità.
La dottoressa Kübler-Ross ha dato un grande contributo a tutti coloro che si occupano dell’assistenza ai malati terminali, insegnando quanto sia grande il loro bisogno di parlare della propria condizione con qualcuno disposto ad ascoltarli. 
Vogliamo riprendere le cinque fasi del morire che la studiosa indica. Tale percorso metodologico consente di individuare i sentimenti che un malato terminale può esprimere durante la fase che sta vivendo.

Le fasi del morire
La prima fase di chi sa di dover morire è il rifiuto, l’incredulità di fronte alla diagnosi.
Segue la rivolta, cioè la proiezione di sentimenti di collera nei confronti di altri, siano essi parenti, medici o Dio stesso. 
Si giunge poi al patteggiamento, cioè ad una sorta di compromesso durante il quale il malato si impegna a dare qualcosa in cambio di un prolungamento di vita; ad esempio, ci si dedica a nobili cause in cambio di un po’ di tempo in più da vivere, oppure per lo stesso motivo si offre il proprio corpo alla scienza medica per terapie, farmaci nuovi…
La quarta tappa è quella della depressione: il malato è costretto ad accettare la prospettiva della morte, ma non è capace di risolvere i suoi problemi esistenziali.
Esiste una depressione reattiva, come reazione alla morte prossima e al cambiamento del fisico; e una depressione preparatoria, nella quale il malato terminale si prepara a vivere la morte.
Si arriva così all’accettazione; il malato abbandona la lotta, si affida ed è pronto per il distacco.
In questa prospettiva è più facile chiedersi se il malato sia in grado di accettare la morte piuttosto che domandarsi se noi siamo in grado di avere una relazione con qualcuno che sa di dover morire.
È ormai accertato che il malato terminale sente profondamente l’esigenza di non morire da solo e di essere invece seguito da qualcuno che sappia capire i suoi gesti, i suoi silenzi; in altre parole, qualcuno disponibile nei suoi confronti che, con poche parole e pochi atti, riesca a dargli la sensazione di non morire abbandonato.
Jean-Yves Leloup, prete ortodosso, propone un percorso molto interessante di riconciliazione con quell’istante cruciale che è l’addio alla vita. Collaborando con la psicanalista Marie de Hennezel e attingendo alle antiche filosofie e alle grandi religioni d’Occidente e d’Oriente, egli suggerisce di reinventare dei rituali per il lutto, come pure dei riti per entrare da vivi nella propria morte. Leloup si rifà in particolare alla tradizione ortodossa, in cui la morte viene chiamata “dormizione”.
Il termine requiem indica esattamente l’accompagnare qualcuno nei suoi ultimi istanti per entrare nel suo “riposo”, addormentandosi nel “senso”: cioè in un atteggiamento che gli permetta di lasciare la “tenda” del suo corpo mortale senza rimorsi, senza rimpianti - e, possibilmente, senza sofferenza -, per fare “un passo in più”.

- Luigi Guglielmoni e Fausto Negri -

da: Settimana, 42/2010, 11   



Le fasi dell’accompagnare alla morte. 
Si ripercorrono qui di seguito le sette tappe proposte, esplicitandone brevemente le caratteristiche principali:
1. La prima tappa è la compassione. Chi accompagna deve, prima di tutto, prepararsi interiormente, per avere un’apertura del cuore che lo renderà capace di ascoltare le angosce dell’altro. La sua dev’essere una sorta di connivenza con l’ignoto, acquisendo quell’interiorità che lo renda più colmo d’amore.
2. Poiché questa “qualità” si trova al di là delle proprie competenze, il secondo passo è quello dell’invocazione di un Nome, cioè di quella presenza che è familiare nella propria tradizione religiosa, quale che sia. Questa invocazione ha grande importanza perché si diventa ciò che si ama, come si diventa ciò che si invoca. Si può così compiere una “trasfusione di serenità e di pace”.
3. Dopo la compassione e l’invocazione, viene il gesto importantissimo dell’unzione. La persona viene toccata con olio consacrato, simbolo della luce e della tenerezza. Anticamente con l’olio profumato si consacravano re, sacerdoti e profeti. Questa unzione, che deve essere accompagnata da una parola, passa dalla fronte, dal collo, dal cuore, dal ventre, dalle ginocchia, dai piedi… Essa intende “riaprire” quei luoghi forse chiusi o bloccati dalla paura e dall’ansia. Lo scopo è quello di invocare la presenza del “soffio di Dio” su tutte le parti che costituiscono i centri vitali, così che il corpo sia realmente considerato non un oggetto ma un tempio dello Spirito.
4. L’ulteriore tappa è quella dell’ascolto. Ora il morente può parlare - evidente quando non è in coma -, rivelando l’intimo di sé, nel bene e nel male. È importante, a questo punto, l’atteggiamento di chi ascolta: è indispensabile che l’accompagnatore non si ponga in un atteggiamento di giudizio.
5. È opportuno che l’ascolto sia seguito da un silenzio interiormente condiviso, così come è altrettanto importante che sia data una “risposta” vera, perché in molti casi il silenzio non basta. Chi accompagna può cercare di trasmettere qualche frase di consolazione, di conferma affettiva, di perdono, di benedizione (da benedicere, dire bene, dire una parola buona… come la seguente affermazione biblica: «Se il tuo cuore ti condanna, Dio è più grande del tuo cuore.»)
6. La parola di benedizione e di perdono autorizza a partire: «Va’ in pace». Per compiere quest’ultima parte del cammino, occorre un nutrimento per la traversata. È la tappa della comunione o eucaristia. Questo sacramento utilizza le materie nutritive della vita quotidiana allo scopo di simboleggiare l’azione e la contemplazione di Cristo e della sua vita, alla quale è dato di partecipare. Si tratta di gesti semplici e di umili cose (come il pane e il vino), perché quanto c’è di più sacro è spesso quanto esiste di più semplice.
7. Si arriva così all’ultima tappa del rituale, quella della contemplazione. Colui che sta per morire e l’accompagnatore si trovano ora di fronte al mistero. Davanti a ciò che sta per accadere, i due sono muti. Scrive padre Leloup: «La porta che dà sul giardino è aperta, ma resta ancora da dire: “Va’… Va’… Io rimango ma vedo il chiarore attraverso la finestra… Siamo tutti e due immersi nella stessa luce». In questa fase finale, può essere opportuno un canto o una musica: meglio se sacra, perché questa si sintonizza più facilmente sulla frequenza più interiore.
4 Questo percorso fa parte specificatamente della tradizione ortodossa: le tappe sono altrettanti doni dello Spirito Santo. 
Rileggendole, si vede quanto il rito cattolico non sia di per sé lontano da queste indicazioni, ma emerge altresì quanto sia distante la nostra prassi da queste semplici proposte. Si comprende, d’altra parte, come il tempo del morire possa diventare il momento più alto della vita. 
È anche evidente come l’accompagnamento di un familiare, di un diacono o di un prete, possa diventare un vero e proprio ministero all’interno della comunità cristiana. 
L’auspicio è che in futuro nessuno sia privato dell’occasione di vivere intensamente il passaggio verso la luce.

- Luigi Guglielmoni e Fausto Negri -
da: Settimana, 42/2010, 11   



“Nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. 
La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. 
Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio”.

- Papa Benedetto XVI -
Udienza generale, 2 novembre 2011


Buona giornata a tutti. :-)