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giovedì 27 dicembre 2018

I sette messaggeri - Dino Buzzati

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. 
Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino.
Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.
Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.
Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. 
Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. 
Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. 
Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione.
Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.
Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. 
Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe.
La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. 
Il primo non era ancora tornato.
Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.
Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.
Allontanandoci sempre più dalla capitale, I’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. 
Dopo cinquanta giorni di cammino, I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.
Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.
Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.
Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. 
Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. 
La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. 
Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.
Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino il messo ripartiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.
Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.

Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.
Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.
Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta, il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria.
Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. 
Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.
Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno non nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.
Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.
Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.
Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.
Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. 
Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.   

- Dino Buzzati -
da: "La boutique del mistero", prima edizione Oscar Mondadori, Milano, 1968

illustrazione di Samuele Gaudio ispirata 
a I sette messaggeri di Dino Buzzati




Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 12 dicembre 2018

Nel cuore dell'uomo - Padre Anthony De Mello

Un giorno Dio si stancò degli uomini. Lo seccavano in continuazione, chiedendogli qualsiasi cosa. Allora decise di nascondersi per un po' di tempo.
Radunò tutti i suoi consiglieri e chiese loro: “Dove mi devo nascondere? Qual è il luogo migliore?”.
Alcuni risposero: “Sulla cima della montagna più alta della terra”.
Altri: “No, nasconditi nel fondo del mare, nessuno ti troverà”.
Altri: “Nasconditi sul lato oscuro della luna; questo è il posto migliore. Come riusciranno a trovarti là?”
Allora Dio si rivolse al suo angelo più intelligente e lo interrogò: “Tu dove mi consigli di nascondermi?”.
L'angelo intelligente, sorridendo, rispose: “Nasconditi nel cuore dell'uomo! È l'unico posto dove essi non vanno!”.
Bella storia indù! Il suo contenuto è di grande attualità. Ricordate quel semplice esercizio di attenzione, che vi avevo proposto? Esso vi conduce al vostro cuore. 
Vi porta alla vostra casa. Questo è ciò che significa “tornare nel proprio cuore”. 
Tornate al vostro focolare, in voi stessi, e in un modo molto semplice. Tutto ciò che dovete fare è entrare in contatto con il vostro corpo.
Ma dovete farlo per voi stessi. Se sarete costanti, con l'andare del tempo scoprirete cose misteriose e questo vi darà pace. Il vostro cuore sarà colmo di pace e le paure spariranno. Ma per questo c'è bisogno di tempo. Per avere pace non esiste una formula magica. Va ricercata con calma.

- Padre Anthony De Mello -
da: "Istruzioni di volo per aquile e polli", p. 19



Pensate alla vostra solitudine. 
La compagnia umana potrebbe mai eliminarla? 
Servirebbe solo da distrazione. 
Dentro c’è un vuoto, non è vero? 
E quando il vuoto viene alla superficie, cosa si fa? Si fugge, si accende la televisione, si accende la radio, si legge un libro, si cerca la compagnia umana, il divertimento, la distrazione. 
Lo fanno tutti. E’ un gran business, oggi, un’industria organizzata per distrarci e intrattenerci. 

- Padre Anthony De Mello - 



 Anche tu

Anche tu sei una voce, un riflesso;
anche tu sei il "precursore"
di Colui che viene.
Egli vuole raggiungere ogni uomo
anche attraverso la tua vita,
vuole seguire le tracce
e vuole cogliere le occasioni
che tu sei disposto ad offrirgli.
Lasciati sedurre da Lui,
restagli accanto,
esci allo scoperto e permetti
alla luce di avvolgerti
e di entrare fin nelle fibre
più nascoste del tuo cuore.
Allora tutto parlerà in te
e Gesù ne sarà felice.
Te ne accorgerai
perché sarai felice anche tu!



Buona giornata a tutti. :-)




martedì 20 novembre 2018

Dipendere da un altro essere umano per raggiungere la felicità - Padre Anthony De Mello

L' amore perfetto 

Tutti noi dipendiamo gli uni dagli altri per ogni genere di cose, non è vero? Dipendiamo dal macellaio, dal fornaio, dal fabbricante di candele. Interdipendenza. Benissimo! 
Abbiamo organizzato la società in questo modo e assegniamo funzioni diverse a persone diverse per il benessere di ciascuno, così da funzionare meglio e vivere in modo più efficiente - o almeno speriamo che sia così. 
Ma dipendere da un altro psicologicamente - dipendere da un altro emotivamente - cosa comporta? Significa dipendere da un altro essere umano per raggiungere la felicità.
Pensateci sopra. 
Perché se dipendete da altre persone, il passo successivo, ne siate coscienti o meno, sarà esigere che altre persone contribuiscano alla vostra felicità. 
Poi ci sarà un ulteriore gradino, paura, paura della perdita, paura dell'alienazione, paura di essere respinti, controllo reciproco.
L'amore perfetto esclude la paura. Dove c'è amore non ci sono pretese, aspettative, dipendenza. 
Io non esigo che voi mi facciate felice; la mia felicità non alberga in voi. 
Se mi doveste lasciare, non mi sentirei dispiaciuto per me stesso; godo immensamente della vostra compagnia, ma non mi abbarbico a voi.
Godo della vostra compagnia sulla base del non-abbarbicamento. Non siete voi, ciò di cui godo; è qualcosa di più grande di voi e di me.
E’ qualcosa che ho scoperto, una sorta di sinfonia, una sorta di orchestra che suona alla vostra presenza, ma quando voi ve ne andate, l'orchestra non smette. 
Quando incontro qualcun altro, suona un'altra melodia, altrettanto deliziosa. E quando sono solo, continua. Ha un grande repertorio, e non cessa mai di suonare.
Il risveglio è tutto qui.

- Padre Anthony De Mello -
da: "Messaggio per un’aquila che si crede un pollo", p. 60-61, Ed.Piemme





Pensate alla vostra solitudine. 
La compagnia umana potrebbe mai eliminarla? 
Servirebbe solo da distrazione. 
Dentro c’è un vuoto, non è vero? E quando il vuoto viene alla superficie, cosa si fa? 
Si fugge, si accende la televisione, si accende la radio, si legge un libro, si cerca la compagnia umana, il divertimento, la distrazione. 
Lo fanno tutti. È un gran business, oggi, un’industria organizzata per distrarci e intrattenerci.

- Padre Anthony De Mello -

Il testo è di F. L. Sully - Prudhomme , 1839-1907, premio Nobel per la Letteratura nel 1901



Buona giornata a tutti. :-)




lunedì 12 novembre 2018

Ecco, chiudi gli occhi, io sono qui con te, penso a te, pre­go per te, ti voglio bene" - Henri J.M. Nouwen

Non è facile stare con un amico che sta soffrendo profonda­mente.

Ci mette a disagio. Non sappiamo cosa fare o cosa dire e siamo in ansia su come rispondere a quello che sentiamo. La nostra tentazione è quella di dire cose che provengono più dal­la nostra stessa paura che dalla sollecitudine per la persona che soffre.

Talvolta diciamo cose come: "Bene, stai molto meglio di ieri", oppure: "Sarai presto di nuovo quello di prima", anco­ra: "Sono sicuro che supererai tutto questo".
Ma spesso sap­piamo che quello che diciamo non è vero, e anche i nostri ami­ci lo sanno.

Non dobbiamo prendere gli altri in giro.

Possiamo semplice­mente dire: "Sono il tuo amico, e sono felice di stare con te".

Possiamo dirlo con le parole o con il tocco della mano, o con un silenzio pieno d'amore.

Talvolta è bene dire: "Non devi par­lare. Ecco, chiudi gli occhi, io sono qui con te, penso a te, pre­go per te, ti voglio bene".


- Henri J.M. Nouwen -
Fonte: “Pane per il Viaggio,pensieri di saggezza”di Henri J.M.Nouwen, ed. Queriniana



Essere se stessi

Spesso vorremmo essere altrove, e non dove siamo, o anche diventare un altro, diversi da quello che siamo.

Tendiamo a paragonarci continuamente agli altri e ci chiediamo perché non siamo ricchi, intelligenti, semplici, generosi o santi come loro. 
Questo paragone ci fa sentire colpevoli, pieni di vergogna, gelosi. 
È molto importante comprendere che la nostra vocazione è nascosta là dove siamo e in chi siamo. 
Siamo esseri umani unici, e ciascuno ha nella vita una sua chiamata da realizzare che nessun altro può adempiere, nel contesto concreto del nostro qui e ora.
Non troveremo mai la nostra vocazione cercando di figurarci se siamo meglio o peggio degli altri. 
Siamo abbastanza buoni per fare quello che siamo chiamati a fare. 
Sii te stesso.

- Henri J.M. Nouwen -
Fonte: “Pane per il Viaggio,pensieri di saggezza”di Henri J.M.Nouwen, ed. Queriniana





La vita vola via come un sogno e non si fa in tempo a far nulla in quell'attimo che è la vita, perciò bisogna apprendere l'arte del vivere, la più difficile e la più importante di tutte le arti: quella di riempire ogni ora di un contenuto sostanziale, pensando che quell'ora non tornerà più.

- Pavel Florenskij -





Buona giornata a tutti. :-)




sabato 10 novembre 2018

Come salvare la solitudine in noi. Da: "Le parole che ci salvano" - Eugenio Borgna


Come salvare la solitudine in noi

In un mondo collegato costantemente con tutto e con tutti, in un mondo in cui tutto si crea e nulla si distrugge, come è possibile recuperare la solitudine che è premessa a ogni riflessione critica e a ogni esperienza creatrice? 
La solitudine è una esperienza interiore che non si chiude in se stessa, nelle barriere del proprio io, e che è aperta alla vita esteriore, alle sollecitazioni e alle influenze, che sgorgano dal mondo-ambiente con le loro luci e le loro ombre. Ma la solitudine è oggi sempre più difficile da salvare, e da vivere, perché siamo ogni giorno trascinati in un vortice di sensazioni che non ci dànno il tempo di pensare a noi stessi, di scendere lungo il cammino che porta verso l’interno, e di ascoltare le ragioni del cuore e le ragioni della immaginazione.
Cose, queste, possibili solo quando la solitudine rinasca in noi, e ci consenta di ritrovare le sorgenti dei pensieri e delle emozioni che rendono una vita degna di essere vissuta, e aperta alla comunicazione verbale e non-verbale con gli altri.


Si ha timore della solitudine.

Non è facile salvare la solitudine in noi, perché essa ci confronta con il segreto della nostra coscienza, con il manzoniano guazzabuglio delle passioni che sono in noi, con le cose che non vorremmo ricordare e che la memoria trattiene, con gli orizzonti di senso della nostra vita, con l’autenticità, o la inautenticità, delle relazioni che abbiamo con gli altri, con il mistero del vivere e del morire, e in fondo con il mistero della morte.
Questi sono alcuni dei motivi che fanno nascere l’angoscia dinanzi alla solitudine; e allora si desidera fuggire anche dalla solitudine creatrice, e trovare rifugio in esperienze rassicuranti che ci distraggano dal pensare e dall’immaginare, dal riflettere e dal curarsi degli altri. 
Sì: ci curiamo degli altri, riusciamo a essere in comunicazione con gli altri, diveniamo capaci di solidarietà, solo se abbiamo il coraggio di vivere in una solitudine che ci apra alle ragioni di una vita orientata a relazioni significative. 
Vivere fino in fondo l’esperienza della solitudine significa insomma recuperare i valori della riflessione e della solidarietà, dell’impegno etico in politica e del rispetto delle persone, e delle loro differenze, del rinnovamento culturale e della leopardiana passione della speranza.



La grande solitudine interiore

La solitudine, cosí, non è solo esperienza interiore, ma diviene matrice di cambiamento relazionale e culturale, politico e sociale, come ci dice Rainer Maria Rilke in una delle bellissime Lettere a un giovane poeta

«Voi non dovete rimanere senza un mio saluto mentre viene il Natale e voi, in mezzo alla festa, portate la vostra solitudine con maggior fatica che mai. 
Ma se poi v’accorgete che è grande, rallegratevene; che sarebbe infatti (domandatevi) una solitudine senza grandezza; c’è solo una solitudine, e quella è grande e non è facile a portare e a quasi tutti giungono le ore in cui la permuterebbero volentieri con qualche comunione per quanto triviale e a buon mercato, con l’apparenza di un minimo accordo col primo capitato, col piú indegno… 
Ma sono forse quelle le ore in cui la solitudine cresce; ché la sua crescita è dolorosa come la crescita dei fanciulli e triste come l’inizio delle primavere. Ma questo non vi deve sviare. 
Questo solo è che abbisogna: solitudine, grande intima solitudine. 
Penetrare in se stessi e per ore non incontrare nessuno – questo si deve poter raggiungere. 
Essere soli come s’era soli da bambini, quando gli adulti andavano attorno impigliati in cose che sembravano importanti e grandi, perché i grandi apparivano cosí affaccendati e nulla si comprendeva del loro agire». 

La psichiatria, quando si confronta con le grandi emozioni della vita, ha bisogno della poesia (lo vorrei ancora ripetere) se vuole cogliere la palpitante dimensione umana delle esperienze con cui senza fine si confronta.

- Eugenio Borgna -
da: "Le parole che ci salvano - La fragilità che è in noi. Parlarsi. Responsabilità e speranza", © 2017 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino



Buona giornata a tutti. :-)




lunedì 7 agosto 2017

Un pane che mi ha fatto pensare a te, Signore - don Andrea Ferraroni

Un pezzo di pane mangiato in fretta: chissà perché, ma mi ha fatto pensare a te, Signore.
Tu che del pane hai fatto il segno e lo strumento della tua presenza vera in mezzo a noi!
Forse perché come prete ti incontro spesso nel Pane di vita, ma forse perché insieme al sale quel pane era l'unico compagno di strada.
Un pane silenzioso e anche un po'... ingombrante! 
In tasca non ci stava, dovevo per forza tenerlo in mano, infarinandomi le dita.
Un pane per camminare, un pane per resistere, un pane per sostenere il silenzio e per farmi pregare.
Un pane che non si può buttare, questo lo sanno tutti! 
Va condiviso e mangiato!
Il pane mi ha portato a te, Signore, a te che sei compagno silenzioso del cammino.
A te che a volte sei ingombrante, sembri avere delle pretese da me e mi fai protestare.
A te che accetti di essere mangiato in quel tuo offrirti ogni giorno.
Perdona la mia fretta, Signore, la mia avidità, come la mia superficialità.
Insegnami il tuo stile. 
Del pane donami la bontà, l'umiltà, la disponibilità a lasciarmi spezzare in infinita pazienza. con speranza certa che la carità rimane per sempre e dona al mondo nuova bellezza. 
Amen.

- don Andrea Ferraroni - 
Servire, rivista Scout per educatori, 3/2014, p. 51



Spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine...

- Papa Benedetto XVI - 
dalla "Udienza Generale" del 07 marzo 2012 –



H.Fussli - Il silenzio (1799-1800)
Zurigo-Kunsthaus



Il silenzio impara a riconoscere il vero volto delle cose, mette calma nei pensieri e impone un ordine interiore che è una delle condizioni più indispensabili per saper affrontare positivamente le situazioni che la vita ci presenta di continuo. 

- Alessandro De Sortis - 


Buona giornata a tutti. :-)





mercoledì 26 aprile 2017

La formichina innamorata

Il Re Salomone, un giorno, gironzolava per il deserto, quando fu attratto da un formicaio!
Tutte le formiche si precipitarono, a ossequiare le sante impronte, del Re...
Una sola, non si curò, minimamente, della sua presenza!
Continuò, imperturbabile, a lavorare, con invariata alacrità, senza fermarsi un attimo...
Stava ai piedi di una duna di sabbia, e il Re si chinò, su di lei, e chiese:
«Che cosa fai, formichina?».
Senza distrarsi un attimo, dal lavoro, la formica gli rispose:
«Vedi, Re dei Re: un granello, dopo l'altro, io porto, altrove, questa duna!».
«Formichina generosa!», le disse Salomone.
«Non è un lavoro sproporzionato, per le tue forze?
Questa duna è così alta, che neanche riesci a vederne la cima...
Neanche con la longevità di Matusalemme, e la pazienza di Giobbe, potresti sperare, di spostare questa duna!».
«Gran Re!», riprese la formica. «Faccio questo, per l'amore della mia amata!
Questa duna, mi separa, da lei... Niente, e nessuno, mi potrà impedire, di abbatterla!
E, se quest'opera consumerà tutte le mie forze, almeno, morirò, nella misteriosa, e felice, follia, della speranza!».
Così, parlò, la formica innamorata...
In questo modo, il Re Salomone scoprì, sul sentiero del deserto, quanto può essere forte, e coraggioso, l'amore!


«Mettimi, come sigillo, sul tuo cuore: come sigillo, sul tuo braccio;
perché forte, come la morte, è l'amore,

tenace, come gli inferi, è la passione:
le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l'amore, né i fiumi travolgerlo!»
("Cantico dei Cantici").



Non siamo nati per stare soli.
Abbiamo bisogno di comunione, e di condivisione, di regalare il nostro tempo e il nostro ascolto, il nostro sorriso e le nostre braccia. 
Non possiamo rimanere chiusi nel nostro guscio e guardare con occhi assenti tutta la solitudine del mondo.


                                     Annie Louisa Swynnerton (1844-1933) Montagna Mia


Il vento della vita
Come vela che il tempo ha logorato,
anima mia,
ancora tendi a cercare il vento,
che improvviso gonfia di vita
i cuori annoiati, disperati,
poi torna a far sorridere i bimbi,
ad inumidire gli occhi dei vecchi.
Vento leggero che intrecci misteriose melodie,
tra i fragili canneti
e le ombrose foglie degli alberi.
Vento leggero,
annuncio discreto di un passaggio
dalla morte alla vita,
dal buio alla luce,
nel silenzioso cuore della notte.

- Fernando Filanti -




Buona giornata a tutti. :-)