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martedì 30 aprile 2019

Lotta contro l'eresia, contro l'Islam, san Pio V - dom Prosper Guéranger

Lotta contro l'eresia
Tutta la vita di Pio V è stata una lotta. 
Nei tempi agitati in cui ebbe a reggere la Chiesa, l'errore aveva invaso una grande porzione della cristianità e ne minacciava il resto. 
Astuto e accomodante nei luoghi ove non poteva sviluppare la sua audacia, esso agognava all'Italia; la sua ambizione sacrilega era di rovesciare la cattedra apostolica, e di trascinare senza scampo tutto il mondo cristiano nelle tenebre dell'eresia. 
Pio difese tutta la penisola minacciata con una dedizione inviolabile. Anche prima di essere innalzato agli onori del supremo Pontificato, espose spesso la sua vita per strappare le città alla seduzione. 
Imitatore fedele di Pietro Martire, non lo si vide mai indietreggiare di fronte al pericolo; e gli emissari dell'eresia ovunque fuggirono al suo avvicinarsi.
Elevato alla cattedra di san Pietro, seppe infondere nei novatori un terrore salutare, risollevò il coraggio dei sovrani dell'Italia e, con moderato rigore, riuscì a rigettare al di là delle Alpi il flagello che avrebbe trascinato l'Europa alla distruzione del cristianesimo, se gli Stati del Mezzogiorno non vi avessero opposto una barriera invincibile. 
L'eresia si arrestò. 
Da allora il protestantesimo, ridotto a logorar se stesso, dette spettacolo di quella anarchia di dottrine che avrebbe portato alla desolazione il mondo intero, senza la vigilanza del Pastore che, sostenendo con indomabile zelo i difensori della verità in tutti gli stati ove essa regnava ancora, si oppose, come una parete di bronzo, al dilagarsi dell'errore nelle contrade ove comandava da padrone.



... contro l'Islam
Un altro nemico, approfittando delle divisioni religiose dell'Occidente, minaccia l'Europa in quei medesimi giorni; e l'Italia era destinata ad essere la prima preda. Uscita dal Bosforo, la flotta ottomana, si dirige contro la cristianità; sarebbe la fine, se l'energico Pontefice non vegliasse sulla salvezza di tutti. 
Getta l'allarme, chiama alle armi i prìncipi cristiani. 
L'Impero e la Francia, lacerate dalle fazioni che l'eresia vi ha generato, odono l'appello, ma restano immobili; la Spagna sola, con Venezia e la piccola flotta papale, rispondono alle istanze del Pontefice, e, ben presto la Croce e la mezzaluna si trovano di fronte nel golfo di Lepanto. 
La preghiera di Pio decide la vittoria in favore dei cristiani, le cui forze sono di molto inferiori a quelle dei Turchi. 
Noi ritroviamo questa felice memoria in ottobre, per la festa della Madonna del Rosario. 
Ma oggi bisogna ricordare la rivelazione fatta dal Santo Pontefice, la sera della grande giornata del 7 ottobre 1571. 
Dalle sei del mattino, fino all'approssimarsi della notte, la battaglia si svolse tra la flotta cristiana e quella musulmana. 
Improvvisamente, il Pontefice, spinto da un divino impulso, guarda fisso il cielo, resta in silenzio qualche istante, poi, volgendosi verso le persone presenti, dice loro: "Ringraziamo Iddio: la vittoria è dei cristiani". 
Ben presto la notizia giunse a Roma, ed in tutta la cristianità non si tardò a conoscere che ancora una volta il Papa aveva salvato l'Europa. 
La disfatta di Lepanto portò alla potenza ottomana un terribile colpo, dal quale non si risollevò mai più: l'era della sua decadenza data da quel giorno famoso.


Il riformatore
L'opera di san Pio V per la rigenerazione del costume cristiano, per fissare la disciplina del concilio di Trento, per la pubblicazione del Breviario e del Messale sottoposti a riforma, ha fatto del suo pontificato, durato sei anni, una delle epoche maggiormente feconde della storia della Chiesa. 
Più d'una volta i protestanti si sono inchinati con ammirazione di fronte a questo avversario della loro pretesa riforma. "Mi meraviglio, diceva Bacone, che la Chiesa Romana non abbia ancora canonizzato quest'uomo illustre". 
Ed effettivamente Pio V non fu annoverato nel numero dei Santi che circa centotrent'anni dopo la sua morte, ciò che dimostra quanto sia grande l'imparzialità della Chiesa Romana nel rendere gli onori dell'apoteosi anche quando si tratta dei suoi capi maggiormente venerati.



I miracoli
La gloria dei miracoli incoronò fin da questo mondo il santo Pontefice; ricorderemo qui due dei suoi prodigi più popolari. Un giorno, traversando insieme all'ambasciatore di Polonia la piazza del Vaticano, che si estende su quell'area dove una volta fu il circo di Nerone, si sente preso di entusiasmo per la gloria ed il coraggio dei martiri che ebbero a soffrire in quello stesso luogo, durante la prima persecuzione. 
Egli allora si china e raccoglie un pugno di polvere da quel campo di tormenti, calpestato da tante generazioni di fedeli, dopo la pace di Costantino. 
Versa quella polvere in una bianca tela che gli presenta l'ambasciatore; ma quando questo, rientrato a casa sua, fa per aprirlo, lo trova impregnato di un sangue vermiglio, che si sarebbe detto essere stato versato in quello stesso istante: la polvere era sparita. 
La fede del Pontefice aveva evocato il sangue dei martiri, e questo riappariva al suo richiamo per attestare, di fronte all'eresia, che la Chiesa Romana, nel XVI secolo, era sempre la stessa, per la quale quegli eroi, al tempo di Nerone, avevano dato la loro vita.
La perfidia degli eretici tentò più di una volta di metter fine ad una vita che lasciava senza speranza di successo i loro progetti per la conquista dell'Italia. Con uno stratagemma, tanto vile quanto sacrilego, assecondati da un odioso tradimento, essi impregnarono di un sottile veleno i piedi del Crocifisso che il santo Pontefice aveva nel suo oratorio, e sul quale spesso poggiava le sue labbra. 
Pio V, nel fervore della preghiera, si apprestava a dare questo segno di amore, per mezzo della sua sacra immagine, al Salvatore degli uomini; ma d'un tratto, o prodigio! i piedi del Crocifisso si staccarono dalla croce e sembravano sfuggire ai rispettosi baci del vegliardo. 
Pio V comprese, allora, che la malvagità dei nemici aveva voluto trasformare per lui in strumento di morte anche quel legno che ci aveva reso la vita.
Un ultimo avvenimento incoraggiò i fedeli, secondo l'esempio del grande Pontefice, a coltivare la santa Liturgia durante il tempo dell'anno in cui siamo. 
Sul letto di morte, gettando un estremo sguardo verso la Chiesa della terra, che abbandonava per quella del cielo, e volendo implorare ancora, per l'ultima volta, la bontà divina in favore di quel gregge che lasciava esposto a tanti pericoli, recitò con voce quasi spenta, questa strofa degli inni del tempo pasquale: "Creatore degli uomini, degnatevi in questi giorni colmi delle gioie della Pasqua, preservare il vostro popolo dagli assalti della morte". Terminate queste parole, si addormentò placidamente.



Michele Ghislieri nacque nel 1504, nella diocesi di Tortona. Entrato a 14 anni nell'Ordine dei Predicatori, fu mandato all'Università di Bologna per studiarvi la Teologia, che dopo insegnò per sedici anni. Poi fu nominato Inquisitore e Commissario generale del Santo Uffizio, nel 1551: mansione che gli valse molte persecuzioni, ma gli permise anche di ricondurre numerosi eretici alla verità cattolica. Le sue virtù lo designarono pure presso Paolo IV, che lo scelse per la sede episcopale di Nepi e di Sutri, poi per il Cardinalato. Tali onori non modificarono in nulla l'austerità della sua vita, ed il 7 gennaio 1566 divenne Papa, prendendo il nome di Pio V. 
Egli doveva illustrare la cattedra di san Pietro per il suo zelo nella propagazione della fede, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica e la bellezza del culto divino, come per la sua devozione alla Madonna e la carità verso i poveri. Contro i Turchi allestì la flotta, che riportò la vittoria di Lepanto; stava preparando una nuova spedizione, quando morì nel 1572. Il suo corpo fu sepolto a S. Maria Maggiore.




Lode
Pontefice del Dio vivo, tu sei stato sulla terra "il muro di bronzo, la colonna di ferro" (Ger 1,18) di cui parla il Profeta; e la tua indomabile costanza ha preservato dalla violenza e dalle insidie dei suoi numerosi nemici il gregge che ti era stato affidato. 
Ben lungi dal disperare, alla vista dei pericoli il tuo coraggio s'innalzava come una diga che si costruisce sempre più alta a misura che le acque dell'inondazione arrivano più minacciose. 
Per mezzo tuo gl'invadenti flutti dell'eresia si sono arrestati, l'invasione musulmana è stata respinta, e abbassato l'orgoglio della Mezzaluna. 
Il Signore ti fece l'onore di sceglierti per rivendicare la sua gloria ed essere il liberatore del popolo cristiano; ricevi, insieme al nostro atto di riconoscenza, l'omaggio delle nostre umili felicitazioni. 
Pure per tuo mezzo la Chiesa, che usciva da una terribile crisi, ritrovò la sua bellezza. 
La vera riforma, quella che si compie attraverso l'autorità, fu applicata senza debolezze dalle tue mani, altrettanto ferme che pure. 
Il culto divino, rinnovato dalla pubblicazione di libri Liturgici, ti deve il suo progresso, e la sua restaurazione; e nei sei anni del tuo breve ma laborioso pontificato, molte opere assai feconde furono compiute.



Preghiera
Adesso, Pontefice santo, ascolta i voti della Chiesa militante, i cui destini furono, per qualche tempo, affidati alle tue mani. 
Anche morendo, implorasti per lei, in nome del Salvatore risuscitato, la protezione contro i pericoli, ai quali era ancora esposta. 
Vedi come ai nostri giorni in quale stato ha ridotto quasi l'intera cristianità il dilagare dell'errore. 
Per far fronte a tutti i nemici che l'assediano, la Chiesa non ha più che le promesse del suo divin fondatore; gli appoggi visibili le mancano tutti assieme; non le restano più che i meriti della sofferenza e le risorse della preghiera. 
Unisci le tue suppliche alle sue, dimostrandoci, così, che sèguiti sempre ad amare il gregge del Maestro. 
Proteggi a Roma la cattedra del tuo successore, esposta agli attacchi più violenti ed astuti. 
Prìncipi e popoli cospirano contro il Signore e contro il suo Cristo. 
Allontana i flagelli che minacciano l'Europa, così ingrata verso la Madre sua, così indifferente agli attentati commessi contro colei a cui tutto deve. Illumina i ciechi, confondi i perversi; ottieni che la fede illumini finalmente tante intelligenze smarrite, che scambiano l'errore per la verità, le tenebre per la luce.
In mezzo a questa notte così buia e così minacciosa, i nostri sguardi, o santo Pontefice, discernono le pecorelle fedeli: benedicile, sostienile e ne accresci il loro numero. 
Uniscile al tronco dell'albero che non può perire, affinché esse non siano disperse dalla tempesta. 
Rendile sempre più fedeli verso la fede e le tradizioni della santa Chiesa che è la loro unica forza, in mezzo a questo dilagare dell'errore che minaccia di tutto asportare. 
Conserva alla Chiesa il sacro Ordine nel quale tu fosti elevato a così alti destini; moltiplica nel suo seno quelle generazioni di uomini potenti in opere e parole, pieni di zelo per la fede e per la santificazione delle anime, quali noi ammiriamo nei suoi Annali, quali noi veneriamo sugli altari. 
Finalmente ricordati, o Pio, che sei stato il Padre del popolo cristiano, e seguita ad esercitare ancora questa prerogativa sulla terra, per mezzo della tua potente intercessione, fino a che sia completo il numero degli eletti.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 612-616


Buona giornata a tutti. :-)





martedì 5 marzo 2019

A che cosa serve la poesia - Joyce Lussu

Da scapolo qual era, Emilio non aveva mai sentito una particolare urgenza di produrre un figlio, ma il mio entusiasmo lo contagiò, e lui si preparò a diventare un padre molto affettuoso e pienamente responsabile.
Il 6 giugno 1944 eravamo a Roma, e i nazisti erano stati cacciati il giorno prima. C’era molta confusione, tutti scendevano in strada e gridavano. 
Io avevo una pancia immensa, con dentro un figlio, il quale, in base a certi calcoli sicuramente sbagliati, sarebbe dovuto nascere tre settimane prima, legittimo rampollo del professor Raimondi e signora, poiché tali risultavamo dai documenti falsi che avevamo usato durante l’occupazione tedesca.
Dato che il nascituro aveva così saggiamente atteso la liberazione della capitale per fare la sua entrata nel mondo, e che noi avevamo riacquistato la nostra identità, Emilio mi fece presente che, secondo le leggi italiane, nostro figlio non poteva essere dichiarato all’anagrafe come il figlio suo e mio , ma solo di uno di noi due, con padre o madre ignoti. 
Emilio ci teneva a riconoscere il figlio, e l’idea di passare negli archivi dello Stato come madre innominata, cancellata dalla legalità, mi faceva una rabbia grandissima. Decidemmo dunque di sposarci, ma rifiutai di andare in Campidoglio. Fu il Campidoglio che venne da me, nell’appartamento di Piazza Randaccio, nella persona di un assessore, come si fa nel caso di malattie molto gravi.
L’assessore arrivò con la portinaia, che doveva fare da testimone, e guardò con aperta disapprovazione la mia faccia abbronzata di partigiana e la mia pancia immensa: forse ero una vagabonda che aveva approfittato del trambusto bellico per farsi mettere incinta da un distinto signore, esigendo in extremis il matrimonio di riparazione. 
Tirò fuori dalla sua borsa la fascia tricolore, l’agganciò attorno alla vita, impugnò il Codice civile e cominciò a leggere, in tono poco convinto, una serie di aforismi in base ai quali avrei dovuto seguire mio marito ovunque andasse, e lui, in cambio di questa persecuzione, avrebbe dovuto mantenersi a sue spese vita natural durante. Dopo di che, fui la signora Lussu e futura madre di un erede legittimo. La portinaia mi rivolse uno sguardo materno, per congratularsi della mia riabilitazione.
Due giorni dopo, alle quattro del mattino, ebbi le prime doglie. Erano leggere e intermittenti, e tirai avanti tutta la mattina, dicendo a Emilio che non si preoccupasse, che me la cavavo benissimo da sola, che andasse pure; naturalmente in quei giorni c’era molto da fare. 
Alle quattro del pomeriggio andai a piedi alla vicina clinica di via Oslavia. Ormai i dolori erano forti e frequenti. Delle megere vestite da monache mi misero a sedere su una panca di legno e mi dissero di aspettare. 
Io gridavo e mi lamentavo, e tornarono a dirmi di stare zitta, che era una vergogna far tanto chiasso, perché tutti si sarebbero accorti che stavo per partorire, e mi sentivano fino al reparto uomini. Finalmente, mi trovarono un letto. Mi misi a urlare a pieni polmoni, finché venne un medico che mi lanciò improperi e oscenità: «Queste donne che vogliono sempre essere scopate! Mettete dentro, mettete dentro! Poi strillano, quando esce fuori un figlio!».
Mio figlio nacque alle otto. Ma non lo vidi subito, perché ero tutta stracciata e intontita, e mi misero non so quanti punti. 
Quando me lo portarono, mi parve che tutte le primavere del mondo rifiorissero insieme. Com’era bello! Aveva la pelle bianca e distesa e morbidi capelli neri; era tutto rifinito, con ciglia e sopracciglia e le unghie rosa sui piedini; mi guardava con i suoi occhi intensi – immaginavo che mi guardasse – con espressione grave e amichevole. 
«Non me ne vuole», pensai, «per averlo portato in mezzo a queste macerie e a questa crudeltà». Fece un «uè uè» tranquillo, senza rancore; poi, con sapienza superiore alla sua giovanissima età, si portò il pollice alla bocca. Persino le megere sorrisero. Lo volevo vicino, ma lo misero in una culla accanto al letto, coricato su un fianco. 
La notte, ebbi degl’incubi terribili. Con grandi sforzi, riuscivo ad allungare il braccio e a toccare mio figlio con la punta delle dita. Era immobile e silenzioso come un sasso. Freneticamente, cercavo con la mano il suo cuoricino, per sentire se batteva ancora. Non sentivo nulla. Ero tropoo debole per alzarmi e non riuscivo ad accendere la luce. «È morto», pensavo disperatamente. «Non ha voluto la vita». Fu una lunga notte. Poi arrivò la prima luce dell’alba, e poi il sole; poi arrivò Emilio, e tutto tornò a essere meraviglioso.
Il crollo venne quando tornai a casa, troppo presto e ancora debolissima, col mio fagottino in braccio. Ero svuotata e non riuscivo quasi ad alzarmi dal letto, perdevo molto sangue e mi scioglievo in lacrime come una fontana, ma soprattutto avevo un senso angoscioso d’incapacità e d’inadeguatezza nei confronti di quell’esserino così fragile e impotente ma animato da una così selvaggia di campare, che mi succhiava col latte quel po’ di vita che mi restava. 
Scoprii che non ne sapevo nulla, che tutto l’appassionato amore che suscitava in me non mi aiutava a capire chi era, che cosa sentiva, qual era la dimensione delle sue esigenze e dei suoi desideri, dei suoi dolori e delle sue gioie. 
Come aveva vissuto il passaggio dal caldo e scuro alveo materno al grande mondo dell’aria e della luce, dei pericoli e dell’insicurezza? 
Di che cosa aveva bisogno, oltre al cibo, al calore, alla pulizia della pelle tenera e delicata? 
In che modo era umano, lui che non aveva nessuna esperienza, mentre io non sapevo misurare l’umanità che dalle esperienze? 
Che cosa dovevo fare per proteggerlo dall’infelicità? 
Che cosa dovevo fare per proteggerlo dalle sofferenze, per aiutarlo a vivere? Come avrei potuto evitare di fare degli errori terribili e irrimediabili, di nuocergli per ignoranza, perché non avevo capito chi era? Non avevo mai riflettuto su queste cose: avevo creduto che fare un figlio fosse una cosa semplice, ‘naturale’, che camminava da sé. E mi trovavo di fronte a una realtà imprevista e sconvolgente, che buttava all’aria tutte le mi sicurezze faticosamente costruite. (…) 
Facevo delle considerazioni cosmiche sulla società e sulla storia, arrivando alla conclusione che il problema più grosso dell’umanità è il rapporto tra adulti e bambini. Se si risolvesse questo, probabilmente tutti gli altri sarebbero avviati a soluzione. 
Il rapporto uomo-donna è una bazzecola, in confronto al rapporto genitori-figli. E quest’ultimo è il rapporto del quale siamo più ignoranti, affidandoci ancora all’istinto e all’empiria, o razionalizzando a senso unico, per adattare a noi degli esseri diversi. Affinchè ci disturbino il meno possibile.
Col recupero della vitalità fisica e psichica, la gioia che dava la meravigliosa presenza di un figlio prevalse sulle angosce emerse dalla profondità della mia coscienza. Sapevo che erano anch’esse verità e realtà, ma non riuscivo a risolverle. 
Così le adattai alla mia sopravvivenza, e inclusi i miei errori di madre nel bilancio previsto dalla vita. 
Il mio compagno era un padre attento, consapevole e affettuosissimo. Ma credo che nessuno, ancora oggi, abbia delle idee molto chiare sul ruolo dei genitori. Forse le chiariremo quando impareremo a costruire la civiltà insieme coi bambini, e non al di fuori, o addirittura contro di loro, o considerandoli una nostra proiezione.

- Joyce Lussu -
da: Portrait (cose viste e vissute), edizioni L'asino d'oro, Roma 2012, (prefazione a cura di Gulia Ingrao) – cit. pp. 98-102



A che cosa serve la poesia? Può servire

Vi faccio un esempio.
Prendete una coppia che va abbastanza bene:
due o tre lustri di convivenza
casa figli interessi comuni.
I coniugi però, non essendo nè sordi nè orbi
nè privi di altri sensi
naturalmente non immuni
dal notare che il mondo è pieno di persone attraenti
dell'altro sesso
di cui alcune, per circostanze favorevoli,
sarebbero passibili di un  incontro a letto.

Sorge allora un problema che propone tre soluzioni.

La prima è la tradizionale repressione
non concupire eccetera non appropriarti dell'altrui proprietà
per cui il coniuge viene equiparato a un comò
Luigi XVI o a un televisore a colori
o a un qualsiasi oggetto di un certo valore
che non sarebbe corretto rubare.

La seconda soluzione è l'adulterio
altrettanto tradizionale
che crea una quantità di complicazioni
la lealtà (glielo dico o non glielo dico?)
lo squallore di motel occasionali
la necessità di costruire marchingegni di copertura
che non eliminano la paura
di fastidiose spiegazioni.

La terza soluzione è senza dubbio la più pratica.
Si prendono i turbamenti e i sentimenti
le emozioni e le tentazioni
si mescolano bene si amalgama l'immagine
con un brodo di fantasia
e ci si fa su una poesia
che si mastica e si sublima
fino a corretta stesura sulla macchina da scrivere
e infine si manda giù
si digerisce con un pò di amaro
d'erbe naturali
e poi non ci si pensa più.

- Joyce Lussu -


Buona giornata a tutti :-)

domenica 11 novembre 2018

L'11 novembre, l'estate di San Martino


È patrono delle Guardie Svizzere pontificie e di mendicanti, albergatori, cavalieri. 
È venerato dalla Chiesa Cattolica e anche da quelle ortodossa e copta. 
È uno dei fondatori del monachesimo in Occidente e uno dei primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa. Ma ciò che ha reso famoso San Martino di Tours, in Francia, è l'episodio del mantello. Deriva da questo l’espressione “estate di San Martino” perché secondo la tradizione, appunto, il Santo nel vedere un mendicante seminudo patire il freddo durante un acquazzone, gli donò metà del suo mantello; poco dopo incontrò un altro mendicante e gli regalò l'altra metà del mantello: subito dopo, il cielo si schiarì e la temperatura si fece più mite. 
L’Estate di san Martino indica un eventuale periodo autunnale in cui, dopo le prime gelate, si verificano condizioni climatiche di bel tempo e relativo tepore. Nell'emisfero australe il fenomeno si osserva in tardo aprile - inizio maggio, mentre nell'emisfero boreale a inizio novembre.



El Greco, San Martino e il mendicanteSan Martino nacque a Sabaria Sicca,nella Pannonia, circa l’anno 316. Ancora bambino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre, già tribuno militare dell’esercito romano, aveva ricevuto un podere in quanto ormai veterano. 
A Pavia, decenne, fuggì di casa e andò in chiesa a farsi iscrivere fra i catecumeni. Nel 331, come figlio di veterano, fu arruolato nell’esercito di Costanzo e fu inviato in Gallia, ad Amiens. 
Qui, avendogli un poverello chiestogli l’elemosina nel nome di Cristo, non avendo altro da dargli, tagliatala con la spada, gli fece dono di metà della sua clamide. 
La notte seguente, gli apparve Cristo coperto con quella metà di mantello e che diceva agli Angeli che lo accompagnavano: “Ecco qui Martino catecumeno, che m'ha rivestito con questa veste”. Così nella Pasqua del 334 ricevette il Battesimo. 



A quarant’anni decide di abbandonare la milizia cesarea per arruolarsi in quella ecclesiastica: nel 356 riceve l’esorcistato per le mani di sant’Ilario, Vescovo di Poitiers, il quale pure lo ordinerà sacerdote nel 360. Anche Martino come Ilario si impegnò nella lotta contro l’eresia ariana, subendo la persecuzione: non andò in esilio come il santo Vescovo, ma fu frustato dagli eretici in Pannonia, cacciato da Milano per ordine dell’empio Aussenzio, perseguitato nell’Illirico. Dopo l’ordinazione sacerdotale decise di fondare un monastero a Ligugé. 
Nel 371 fu eletto Vescovo di Tours, ma non abbandonò affatto l’austerità della vita monastica, che anzi propagò con la fondazione di nuovi cenobi. Nell’episcopato si dimostrò di somma carità e bontà con tutti, ma anche e soprattutto di ardente zelo per la Religione: avviò un'energica lotta contro l'eresia ariana e il paganesimo rurale, predicò ovunque, battezzò villaggi, abbatté templi, alberi sacri e idoli pagani. 
Spirò a Candes l’8 novembre 397. 
Le ultime parole le rivolse al demonio: “Che fai qui, bestia crudele? Tu in me non troverai nulla per te!”. I suoi funerali furono celebrati l’11 novembre e videro un gran concorso di clero e di popolo.


Contro la sua volontà gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, lo eleggono Vescovo nel 371. Martino assolve le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali. Va a vivere in un eremo solitario, a tre chilometri dalla città. In questo ritiro, dove è ben presto raggiunto da numerosi seguaci, crea un monastero, Marmoutier, di cui è Abate e in cui impone a se stesso e ai fratelli una regola di povertà, di mortificazione e di preghiera. Qui fiorisce la sua eccezionale vita spirituale, nell’umile capanna in mezzo al bosco, che funge da cella e dove, respingendo le apparizioni diaboliche, conversa familiarmente con i santi e con gli angeli. Se da un lato rifiuta il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra Martino non trascura le funzioni episcopali. 
A Tours, dove si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, respinge le visite di carattere mondano. 
Intanto si occupa dei prigionieri, dei condannati a morte; dei malati e dei morti, che guarisce e resuscita. Al suo intervento anche i fenomeni naturali gli obbediscono. Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non è un’ideologia, ma una realtà da vivere nel soccorso e nel voto. Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, quasi tutti provenienti dall’aristocrazia senatoria, che si erano piegati all’umiltà e alla mortificazione. San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale. Ai suoi funerali, che si celebrarono l’11 novembre, assistettero migliaia di monaci e monache. I nobili san Paolino (355-431) e Sulpicio Severo, suoi discepoli, vendettero i loro beni per i poveri: il primo si ritirò a Nola, dove divenne Vescovo, il secondo si consacrò alla preghiera.

Simone Martini, San Martino in meditazione

Martino è uno fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza, modello per i cristiani amanti della perfezione. Il suo culto si estese in tutta Europa e l’11 novembre (sua festa liturgica) ricorda il giorno della sua sepoltura. L’«apostolo delle Gallie», patrono dei sovrani di Francia, fu enormemente venerato dal popolo: in lui si associavano la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l’attività missionaria. 
Quasi 500 paesi (Saint-Martin, Martigny…) e quasi 4000 parrocchie in territorio francese portano il suo nome. I re merovingi e poi carolingi custodivano nel loro oratorio privato il mantello di san Martino, chiamato cappella. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace, sulla «cappa» di san Martino, si prestavano i giuramenti più solenni. Il termine cappella, usato dapprima per designare l’oratorio reale, sarà poi applicato a tutti gli oratori del mondo.



O Dio, tu vedi come non possiamo sussistere per nostra forza; concedici propizio, per l'intercessione del beato Martino, confessore e vescovo, di essere difesi contro ogni avversità. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.



Buona giornata a tutti. :-)





lunedì 22 ottobre 2018

«Lasciatemi andare alla casa del Padre» - San Giovanni Paolo II, 22 ottobre 2018 memoria liturgica

«Lasciatemi andare alla casa del Padre». 
Cosa daremmo per averle potute sentire di persona queste parole sussurrate da Giovanni Paolo II con quel poco di respiro che gli restava, le ultime uscite dalla sua bocca stando al documento apparso ieri sugli Acta Apostolicae Sedis, la gazzetta ufficiale vaticana. 
Erano quasi le 15.30 di sabato 2 aprile, sei ore prima della morte. 
La voce era «debolissima», la parola «biascicata», come dicono ora le pagine che ripercorrono le settimane precedenti la morte di Papa Wojtyla con la precisione del documento destinato a far testo e insieme con una toccante devozione che sborda dalle righe della ricostruzione storica. Il Papa era ormai «morente», ma «in lingua polacca» chiedeva appunto di non trattenerlo più. Una richiesta che collideva con l'affetto di chi l'accudiva, ma così ferma da non ammettere obiezione. 
Quella era la sua ora, alla quale si andava preparando da lungo tempo: una volta giunta, la stava vivendo sino in fondo, senza ombra di paura e anzi con la dedizione consapevole che si mette quando si è nel pieno delle proprie forze. La coscienza gli si faceva sempre più flebile (poco prima delle 19 di quel tristissimo sabato viene annotato «il progressivo esaurimento delle funzioni vitali»), ma Karol Wojtyla con quell'ultima frase sembra voler pronunciare anche lui il suo «consummatum est», tutto è compiuto, conformandosi sino all'ultimo istante al Cristo che l'aveva chiamato a portare la sua stessa croce, a mostrare al mondo le sue piaghe. 
È la cronistoria ufficiale a ricorrere all'immagine della Via Crucis mentre mette in fila gli eventi dal 31 gennaio alla morte: e la sofferta benedizione dalla finestra dello studio privato mercoledì 30 marzo diventa «l'ultima statio pubblica» di una via «penosa», il commiato dal mondo. 
Il resto filtrerà dalla sala stampa vaticana nei tre giorni dell'agonia, in un succedersi di bollettini via via sempre più drammatici, angosciosi. Noi qui a scrutare quella finestra, sperando in una nuova prodigiosa ripresa dell'uomo che aveva condotto la storia a seguire un corso inaspettato, capace di sprigionare un'energia interiore che ce lo fa quasi credere immortale. Lui che, intanto, presente il Padre ad aspettarlo nella sua casa per un abbraccio che ora scorge davvero vicino, forse mai come in quelle ore desiderato, atteso con l'ansia di chi l'ha interiormente preparato in ogni dettaglio. 
Lasciatemi andare, dice infatti, come a voler fermare dolcemente l'affaccendarsi dei medici che ne monitorano i parametri vitali e li vedono spegnersi, almeno secondo gli standard clinici, proprio mentre un'altra vita non rilevabile ai monitor prende possesso della sua anima. Gli Acta intrecciano precisione medica e delicatezza umana, l'impronta della scienza e quella della santità, regalandoci un testo contrappuntato dalla commovente fedeltà del Papa a una vita spesa nella preghiera, sino all'estremo. 
La «visibile partecipazione» con la quale segue gli atti liturgici, le letture, il ripetersi di consuetudini spirituali alle quali mai è venuto meno è documentata fino al sopraggiungere del coma finale. Avremmo voluto esserci in quell'ultima ora, e in realtà tutti eravamo lì, in quella stanza, con la preghiera. 
Queste poche pagine semplicemente ora completano quel che già si sapeva e ci consentono di vedere la scena, nitidamente: «Secondo una tradizione polacca, un piccolo cero acceso illuminava la penombra della camera, ove il Papa andava spegnendosi». 
Lasciamolo andare, allora: è lui a chiedercelo, e al Papa non si può dir di no. 
Quella luce nella nostra penombra - lo sappiamo - è destinata a non consumarsi più.

L'ultimo passo, senza paura
Diario ufficiale dell'addio di Giovanni Paolo II
Francesco Ognibene -"Avvenire" 19 settembre 2005



Nell'esprimere affettuosa solidarietà a coloro che soffrono, li invito a contemplare con fede il mistero di Cristo, crocifisso e risorto, per arrivare a scoprire nelle proprie vicende dolorose l'amorevole disegno di Dio.  

- san Giovanni Paolo II, papa -




Beata Vergine Maria, 
la tua nascita ci riempie tutti di grande gioia.
In te rifulge l’aurora della redenzione;
perché tu hai partorito per noi Cristo, sole di giustizia.
Come Madre del Salvatore del mondo e come Madre della Chiesa
tu ci aiuti ad incontrare nella nostra vita il Cristo.
Tu, Vergine sempre pura e senza macchia,
ci guidi sulla via sicura
e ci fai uscire dalle tenebre del peccato e della morte
verso la divina luce del tuo Figlio,
che nello Spirito Santo ci ha riconciliati con il Padre celeste
e, attraverso il servizio della Chiesa,
continua a riconciliarci con lui.
Santa Madre di Dio, questo santuario a Dux
porta il tuo nome: “Maria della consolazione”.
Qui sei venerata come “Nostra Signora del Liechtenstein”.
Dinanzi alla tua amata immagine
pregano i fedeli di tante generazioni.
Qui si è inginocchiato, in tempi difficili e perigliosi, il principe del Paese,
e ha affidato a te, consolatrice degli afflitti e Regina della pace,
a sua famiglia e tutto il popolo del Liechtenstein.
Oggi sono io, capo supremo della Chiesa di Cristo,
che mi inginocchio in questo santo luogo
e consacro al tuo cuore immacolato
la casa reale, il Paese e il popolo del Liechtenstein.
Pieno di fiducia affido a te le sue famiglie e comunità,
i responsabili della Chiesa, dello Stato e della società,
i bambini e i giovani, i malati e gli anziani,
i morti, che nelle tombe attendono la risurrezione.
Affido alla tua potente intercessione tutto il popolo di Dio
e professo che tu sei la “Mater fortior” per noi tutti.
Sì, la Madre più potente!
Tu, Madre di Dio, sei più forte di tutte le potenze nemiche di Dio,
che minacciano il nostro mondo e il nostro stesso Paese.
Tu sei più forte delle tentazioni e degli assalti,
che vogliono strappare l’uomo da Dio e dai suoi Comandamenti.
Tu sei più forte di ogni ambizione egoistica e personalistica,
che oscura all’uomo la visione di Dio e del suo prossimo.
Tu sei più forte, perché tu hai creduto,
hai sperato e hai pienamente amato.
Tu sei più forte, perché hai adempiuto totalmente la volontà di Dio
e hai seguito il cammino di tuo Figlio obbediente e fedele fino alla croce.
Tu sei più forte, perché partecipi con il corpo e con l’anima
alla vittoria pasquale del Signore.
In verità, tu sei più forte,
 perché l’Onnipotente ha fatto grandi cose in te.
Il Paese e il principe e il popolo sono consacrati a te.
Stendi il tuo manto, o Madre, sopra tutti noi.
Ferventemente ti prego, insieme a tutti i fedeli:
“Vergine, Madre del mio Dio,
fa’ che io sia tutto tuo!
Tuo nella vita, tuo nella morte,
tuo nella sofferenza, nella paura e nella miseria;
tuo sulla croce e nel doloroso sconforto;
tuo nel tempo e nell’eternità.
Vergine, Madre del mio Dio,
fa’ che io sia tutto tuo!”. Amen.

- Preghiera del Santo Padre Giovanni Paolo II -
nella chiesa di Santa Maria Consolatrice
Vaduz (Liechtenstein)
Domenica, 8 settembre 1985
 


Buona giornata a tutti. :)



venerdì 17 marzo 2017

17 marzo San Patrizio e il sogno angelico

La vita di questo apostolo dell’Irlanda, nato nella Britannia romana (l’attuale Inghilterra) nel 385  è stata avventurosa.
Pochi santi hanno la popolarità e la fama quasi universale di san Patrizio. Con la sua forza di carattere e la sua grande spiritualità (e naturalmente con miracoli), non solo convertì il popolo dell’Irlanda, ma contribuì a diffondere la fede in molte altre terre. 
Era il quinto secolo quando questo ragazzo di sedici anni, a suo dire sventato e senza religione, venne rapito in Britania da una ricca famiglia. 
Fu portato in Irlanda e venduto come schiavo a un capo corsaro, che servì come pastore per sei anni a Mayo. Durante questo periodo apprese la lingua celtica locale, fu colpito dalla grazia e si convertì.
A proposito di questo tempo di vita dura, Patrizio diceva: “Ero solito pregare di continuo, lungo tutto il giorno.
La mia fede crebbe e il mio spirito ne venne vivificato. Dicevo più di cento preghiere di giorno e altrettante di notte”. 
Durante un sogno  una voce angelica diede a Patrizio indicazioni chiare e precise su come fuggire e raggiungere l’Irlanda meridionale. 
Fuggito in Gallia (sospinto da una voce arcana), dove fu discepolo di san Germano di Auxerre, visitò pure in Italia le comunità monastiche nelle isole del Tirreno (Palmaria, Gorgonia, Capraia, Gallinara); e i suoi maestri consigliarono di ritornare in Irlanda (inviato dalla voce di un misterioso personaggio irlandese), dove egli si recò (432), dopo essere stato consacrato vescovo da san Gennaro. 
Poiché aveva ricevuto in Gallia una  formazione biblica, questa divenne una caratteristica irlandese., l’apostolo convertì alcuni re indigeni e seppe armonizzare le nuove comunità con le condizioni sociali del luogo e del tempo.
L’Irlanda fu l’unico paese dell’Europa occidentale in cui l’evangelizzazione si attuò senza martiri. 
Pochi anni prima della morte, rimise nelle mani di altri vescovi il governo della Chiesa di Irlanda, ritirandosi in silenzio in Ulidiaper prepararsi alla morte, che lo colse il 17 marzo 461. 
Fu sepolto a Down –Patrick: è stato sempre venerato in tutta l’Irlanda dal secolo VIII, e dal secolo X anche in Inghilterra; mentre è entrato nel calendario Romano solo nel 1632.

Immagine: Mosaico di San Patrizio, dalla Cattedrale di s. Anna a Leeds. 
Foto di don Lawrence Lew, O.P.

Benedizione del Viaggiatore Irlandese

May the road rise to meet you,
may the wind be always at your back,
may the sun shine warm upon your face,
and the rains fall soft upon your fields and,
until we meet again,
may God hold you in the palm of His hand.

“Sia la strada al tuo fianco,
il vento sempre alle tue spalle,
che il sole splenda caldo sul tuo viso,
e la pioggia cada dolce nei campi attorno e,
finché non ci incontreremo di nuovo,
possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano.”




Preghiera di San Patrizio contro incantesimi e malefici
  
Mi alzo, in questo giorno che sorge,
Per una grande forza, per l’invocazione della Trinità,
Per la fede nella Trinità,
Per l’affermazione dell’unità
Del Creatore del Creato.
Mi alzo in questo giorno che sorge
Per la forza della nascita di Cristo nel Suo Battesimo,
Per la forza della crocifissione e della sepoltura,
Per la forza della resurrezione e dell’ascensione,
Per la forza della discesa al Giudizio Finale.
Mi alzo, in questo giorno che sorge,
Per la forza dell’amore dei Cherubini,
In obbedienza agli Angeli,
Al servizio degli Arcangeli,
Per la speranza della resurrezione e della ricompensa,
Per la preghiera dei Patriarchi,
Per le previsioni dei Profeti,
Per la predicazione degli Apostoli,
Per la fede dei Confessori,
Per l’innocenza delle Vergini sante,
Per le azioni dei Beati.
Mi alzo in questo giorno che sorge,
Per la forza del cielo:
Luce del sole,
Chiarore della luna,
Splendore del fuoco,
Velocità del lampo,
Impetuosità del vento,
Profondità dei mari,
Solidità della terra,
Solidità della roccia.
Mi alzo in questo giorno che sorge,
Per la forza di Dio che mi spinge,
Per la forza di Dio che mi protegge,
Per la saggezza di Dio che mi guida,
Per lo sguardo di Dio che vigila sul mio cammino,
Per l’orecchio di Dio che mi ascolta,
Per la parola di Dio che mi parla,
Per la mano di Dio che mi custodisce,
Per il cammino di Dio davanti a me,
per lo scudo di Dio che mi protegge,
Per l’ostia di Dio che mi salva,
Dalle trappole del demonio,
Dalle tentazioni del vizio,
Da tutti coloro che vogliono il mio male,
Lontano e vicino a me,
Agendo da soli o in gruppo.
Invoco oggi queste forze a proteggermi dal male,
Contro qualsiasi forza crudele che minacci il mio corpo e la mia anima,
Contro l’incanto dei falsi profeti,
Contro le legge oscure del paganesimo,
Contro le false leggi degli eretici,
Contro l’arte dell’idolatria,
Contro gli incantesimi di streghe e maghi,
Contro saperi che corrompono il corpo e l’anima.
Cristo mi custodisca oggi,
Contro il veleno, contro il fuoco,
Contro l’affogamento, contro le ferite,
perché io possa ricevere e godere la ricompensa.
Cristo con me, Cristo davanti a me, Cristo dietro di me,
Cristo in me, Cristo sotto di me, Cristo sopra di me,
Cristo alla mia destra, Cristo alla mia sinistra,
Cristo quando mi stendo,
Cristo quando mi siedo,
Cristo quando mi alzo,
Cristo nel cuore di tutti coloro che pensano a me,
Cristo sulla bocca di tutti coloro che parlano di me,
Cristo in tutti gli occhi che mi guardano,
Cristo in tutti gli orecchi che mi ascoltano.
Mi alzo, in questo giorno che sorge,
Per una grande forza, per l’invocazione della Trinità,
Per la fede nella Trinità,
Per l’affermazione dell’unità
Del Creatore del Creato.



Buona giornata a tutti. :-)