lunedì 5 febbraio 2018

Quanto ci separa dalla morte - don Bruno Ferrero

Un saggio sufi si imbarcò su una nave per recarsi dall'altra parte del mare. A metà della traversata si scatenò una tempesta di tale violenza che le onde altissime scagliavano la nave in su e in giù come se fosse un fuscello. Tutti avevano una paura tremenda, e chi pregava, chi si rotolava gridando, chi gettava tutti i suoi beni in mare. Solo il saggio rimaneva imperturbabile.
Quando la tempesta si calmò, e a poco a poco il colore tornò sulle gote dei naviganti, alcuni di loro si rivolsero al saggio e gli chiesero:
"Ma come mai tu non hai avuto paura? Non ti sei accorto che tra noi e la morte c'era soltanto una tavola di legno?".
"Certo, ma nel corso della vita mi sono accorto che spesso c'è ancor meno".


Quanto ci separa dalla morte? E davvero così sottile il confine tra la vita e la morte. 
Negli ultimi mesi di vita, Don Bosco camminava a fatica. Chi lo vedeva attraversare i cortili spesso gli chiedeva: "Dove va, Don Bosco?".
La risposta era sempre la stessa: "In Paradiso".
Lo potremmo dire tutti, ad ogni passo della nostra vita: "Sto arrivando, Signore".

- don Bruno Ferrero -
Fonte: da "A volte basta un raggio di sole" di Bruno Ferrero, Elledicì Editore



Se i vostri sforzi sono a volte accolti con indifferenza, non scoraggiatevi: ogni mattina all'alba il sole organizza uno spettacolo superbo, eppure la maggior parte del pubblico continua a dormire.



La Vita è una lezione dietro l'altra. Cambia solo il docente: il Tempo insegna a crescere, l’ intelligenza a capire, l’Amore insegna tutto.



Buona giornata a tutti. :-)










domenica 4 febbraio 2018

La pace è fondata sulla libertà, sulla verità, sulla giustizia e sull'amore - san Giovanni XXIII, papa

Gli esseri umani, essendo persone, sono sociali per natura. 
Sono nati quindi per convivere e operare gli uni a bene degli altri. 
Ciò richiede che la convivenza umana sia ordinata, e quindi che i vicendevoli diritti e doveri siano riconosciuti ed attuati; ma richiede pure che ognuno porti generosamente il suo contributo alla creazione di ambienti umani, in cui diritti e doveri siano sostanziati da contenuti sempre più ricchi.
Non basta, ad esempio, riconoscere e rispettare in ogni essere umano il diritto ai mezzi di sussistenza: occorre pure che ci si adoperi, secondo le proprie forze, perché ogni essere umano disponga di mezzi di sussistenza in misura sufficiente.
La convivenza fra gli esseri umani, oltre che ordinata, è necessario che sia per essi feconda di bene. Ciò postula che essi riconoscano e rispettino i loro vicendevoli diritti ed adempiano i rispettivi doveri, ma postula pure che collaborino tra loro nelle mille forme e gradi che l'incivilimento acconsente, suggerisce, reclama.
La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che esso operi consapevolmente e liberamente. 
Per cui nei rapporti della convivenza, i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall'esterno.
Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse.
La convivenza fra gli esseri umani è quindi ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità, conformemente al richiamo dell'apostolo Paolo: "Via dunque da voi la menzogna e parli ciascuno col suo prossimo secondo verità, poiché siamo membri gli uni degli altri" (Ef 4,25). 
Ciò domanda che siano sinceramente riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia o nell'effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall'amore, atteggiamento d'animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di esseri portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere la responsabilità del proprio operare.

- san Giovanni XXIII, papa -
da: Lettera enciclica Pacem in terris, n. 16-18



Orazione per la pace

Signore, noi abbiamo ancora le mani insanguinate, dalle ultime guerre mondiali, così che non ancora tutti i popoli hanno potuto stringerle fraternamente fra loro;

Signore, noi siamo tanto armati che non lo siamo mai stati nei secoli prima d'ora, e siamo così carichi di strumenti micidiali da potere, in un istante, incendiare la terra e distruggere forse anche l'umanità;

Signore, noi abbiamo fondato lo sviluppo e la prosperità di molte nostre industrie colossali sulla demoniaca capacità di produrre armi di tutti i calibri, e tutte rivolte ad uccidere e a sterminare gli uomini nostri fratelli; così abbiamo stabilito l'equilibrio crudele dell'economia di tante Nazioni potenti sul mercato delle armi alle Nazioni povere, prive di aratri, di scuole e di ospedali;

Signore, noi abbiamo lasciato che rinascessero in noi le ideologie, che rendono nemici gli uomini fra loro: il fanatismo rivoluzionario, l'odio di classe, l'orgoglio nazionalista, l'esclusivismo razziale le emulazioni tribali, gli egoismi commerciali, gli individualismi gaudenti e indifferenti verso i bisogni altrui;

Signore, noi ogni giorno ascoltiamo e impotenti le notizie di guerre ancora accese nel mondo;

Signore, è vero! Noi non camminiamo rettamente;

Signore, guarda tuttavia ai nostri sforzi, inadeguati, ma sinceri, per la pace del mondo! Vi sono istituzioni magnifiche e internazionali; vi sono propositi per il disarmo e la trattativa;

Signore, vi sono soprattutto tombe che stringono il cuore, famiglie spezzate dalle guerre, dai conflitti, dalle repressioni capitali; donne che piangono, bambini che muoiono; profughi e prigionieri accasciati sotto il peso della solitudine e della sofferenza: e vi sono tanti giovani che insorgono perché la giustizia sia promossa e la concordia sia legge delle nuove generazioni;

Signore, tu lo sai, vi sono anime buone che operano il bene in silenzio, coraggiosamente, disinteressatamente e che pregano con cuore pentito e con cuore innocente; vi sono cristiani, e quanti, o Signore, nel mondo che vogliono seguire il Tuo Vangelo e professano il sacrificio e l'amore;

Signore, Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace.

- Beato Paolo VI, papa - 


Buona giornata a tutti. :-)








sabato 3 febbraio 2018

L’Albero brontolone....

Aveva un tronco rugoso, dei rami un po’ rachitici che producevano delle mele piccole e aspre che nessuno voleva. Ma la cosa peggiore era il carattere. Albero non faceva che lamentarsi: il campo si sarebbe riempito di fango, le mucche e i conigli gli avrebbero rovinato la corteccia, l’erba alta gli avrebbe fatto il solletico e così via..

Siepe, che era cresciuta proprio accanto ad Albero, decise perciò di far qualcosa per impedire il continuo lamento di quel brontolone d’Albero.

Spiegò il problema al vecchio Corvo che disse: «Albero non è abbastanza impegnato, non ha una vera ragione di vita, ecco perché si lamenta sempre».

«Ma dove si trova questa ragione?».
«Di solito, proprio sotto il naso».
In estate, Siepe si riempì di verde e, come sempre, Caprifoglio le si attorcigliò alle foglie, adornandola con i suoi fiori profumati.
«Albero», chiese Siepe un bel giorno, «qual è la cosa più brutta della tua vita?».
Albero ci pensò un po’ e poi sussurrò con voce triste: «La cosa peggiore è che non piaccio a nessuno. La mia fioritura dura solo pochi giorni, le mie foglie non sono belle e le mie mele selvatiche hanno un sapore orribile».
«Ma a questo si può rimediare facilmente!», esclamò Siepe. «Potrei chiedere a Caprifoglio di crescere lungo il tuo tronco e sui tuoi rami, e così saresti ricoperto di fiori profumati e di foglie verdi per la maggior parte dell’anno. L’unica difficoltà è che… Caprifoglio non vuole: dice che ti lamenti troppo».
Albero rimase in silenzio. Poi disse: «Se io prometto di lamentarmi di meno, potresti convincerlo a crescere sopra di me?». «Certo», rispose Siepe.
Così, per un anno intero, Albero non si lamentò neppure una volta.
E un bel giorno della primavera seguente, Caprifoglio mise fuori un timido germoglio. Si attorcigliò al tronco di Albero e si intrecciò ai suoi rami, dischiuse i suoi fiori profumati gialli e rosa, e Albero divenne il più bello tra tutti gli alberi del campo. 
Da quel giorno non si lamentò più. Nemmeno una volta. Mai più. 
Un pomeriggio d’inverno, Corvo andò da Siepe. «Non ho più sentito Albero lamentarsi. Deve aver trovato una ragione di vita. Qual è?».  «Chiedilo a lui», rispose Siepe. 
Corvo volò da Albero e gli chiese che ragione di vita avesse trovato. «Non posso parlare ora, Corvo, devo proteggere Caprifoglio dal vento».
«Ma è tutto marrone e avvizzito, ora che è inverno».
«Ora è così» rispose Albero. «Ma si appoggia a me perché io lo protegga fino a primavera. E allora sboccerà di nuovo più folto e più bello dell’anno passato».
Il vecchio Corvo e Siepe furono molto contenti nel sentirlo parlare così. Albero aveva trovato la sua ragione di vita e non si sarebbe lamentato mai più..


Spesso siamo bravi solo a lamentarci di chi ci sta accanto e delle cose che non vanno.. Dimenticando il vero obiettivo.. Talvolta il cuore è presbite.. Tutti abbiamo una ragione di vita… proprio sotto il naso..



«L'inizio dell'amore per il prossimo sta nell'imparare ad ascoltare le sue ragioni». 

- Dietrich Bonhoeffer -



Ci sono momenti decisivi in cui si gioca tutta la nostra esistenza: è allora che bisogna essere pronti a perdere ogni cosa pur di assicurarsi ciò che conta veramente, la nostra partecipazione alla tua pienezza, al tuo Regno.
Nessun rimpianto, in quel frangente, per quello che si lascia, per quello che si deve necessariamente abbandonare, ma piuttosto la gioia di entrare in una condizione nuova, al di là di ogni nostro sogno e desiderio.
Ecco perché, Gesù, quello che appare come un gesto sconsiderato è, invece, segno di grande saggezza.
Che importa se occorre vendere tutti i propri averi pur di garantirsi il possesso di quel campo?
In esso c’è un tesoro inestimabile!
Che importa se si è obbligati a disfarsi di ogni proprietà pur di arrivare ad avere quella perla di valore smisurato?
La sua bellezza e il suo valore ci ricompensano di tutto quello che si è sacrificato!
Pur di entrare nel tuo Regno, Gesù, pur di condividere la tua gioia, io sono pronto a disfarmi di ogni cosa.

- Dietrich Bonhoeffer -


Buona giornata a tutti. :-)





giovedì 1 febbraio 2018

Gli abeti - don Bruno Ferrero

Una pigna gonfia e matura si staccò da un ramo di abete e rotolò giù per il costone della montagna, rimbalzò su una roccia sporgente e finì con un tonfo in un avvallamento umido e ben esposto. Una manciata di semi venne sbalzata fuori dal suo comodo alloggio e si sparse sul terreno. 
"Urrà!" gridarono i semi all'unisono. "Il momento è venuto!" 
Cominciarono con entusiasmo ad annidarsi nel terreno, ma scoprirono ben presto che l'essere in tanti provocava qualche difficoltà. 
"Fatti un po' più in là, per favore!". 
"Attento! Mi hai messo il germoglio in un occhio!". 
E così via. Comunque, urtandosi e sgomitando, tutti i semi si trovarono un posticino per germogliare. 
Tutti meno uno. 
Un seme bello e robusto dichiarò chiaramente le sue intenzioni: "Mi sembrate un branco di inetti! Pigiati come siete, vi rubate il terreno l'un con l'altro e crescerete rachitici e stentati. Non voglio avere niente a che fare con voi. Da solo potrò diventare un albero grande, nobile e imponente. Da solo!". 
Con l'aiuto della pioggia e del vento, il seme riuscì ad allontanarsi dai suoi fratelli e piantò le radici, solitario, sul crinale della montagna. 
Dopo qualche stagione, grazie alla neve, alla pioggia e al sole divenne un magnifico giovane abete che dominava la valletta in cui i suoi fratelli erano invece diventati un bel bosco che offriva ombra e fresco riposo ai viandanti e agli animali della montagna. 
Anche se i problemi non mancavano. 
"Stai fermo con quei rami! Mi fai cadere gli aghi". 
"Mi rubi il sole! Fatti più in là…". 
"La smetti di scompigliarmi la chioma?". 
L'abete solitario li guardava ironico e superbo. Lui aveva tutto il sole e lo spazio che desiderava. 
Ma una notte di fine agosto, le stelle e la luna sparirono sotto una cavalcata di nuvoloni minacciosi. 

Sibillando e turbinando il vento scaricò una serie di raffiche sempre più violente, finché devastante sulla montagna si abbattè la bufera. 
Gli abeti nel bosco si strinsero l'un l'altro, tremando, ma proteggendosi e sostenendosi a vicenda. 
Quando la tempesta si placò, gli abeti erano estenuati per la lunga lotta, ma erano salvi. 
Del superbo abete solitario non restava che un mozzicone scheggiato e malinconico sul crinale della montagna. 

Dio non ha creato "io". Ha creato "noi". 


- don Bruno Ferrero -
Dal libro "C'è ancora qualcuno che danza" di Bruno Ferrero, ed. Elledicì, Milano



Gli occhiali

Non vedo molto bene da vicino, Signore.

Almeno le cose che mi riguardano:
i miei errori, i miei difetti.

Mentre inquadro benissimo quelli degli altri:
per me non ne azzeccano una giusta,
sbagliano sempre.

Per caso, secondo te, ho problemi di vista?
Sarà per questo che non distinguo i contorni,
non capisco chi ha bisogno di me.
Confondo le illusioni con le cose importanti.
Trovo che è più importante
apparire una brava persona
piuttosto che esserlo veramente.
Devo avere anche un po' di strabismo.
Vorrei andare di qua e, invece, vado di là,
seguire il bene e cado nella trappola del male.
Se continuerò così, Signore, perderò del tutto la vista.
È ora che mi regali un paio di occhiali nuovi
che mi facciano inquadrare chi sono io veramente.
Mi aiutino ad accorgermi
di chi mi passa accanto perché lo senta come fratello o sorella.
Mi facciano vedere che chi chiede una mano
non è un peso ma una possibilità
per restituire quanto ho ricevuto da te,
che chi non mi è simpatico
rappresenta un'occasione per dimostrare
che esiste un altro modo di stare con gli altri.
Fai in modo, Signore, che con i tuoi occhiali
io ti veda in ogni azione della mia giornata,
da passare in tua compagnia.

ACR, Cammino 2006-2007, Appendice 12-14




Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 31 gennaio 2018

Il sacramento della confessione e don Bosco, memoria liturgica 31 gennaio 2018

Tre lacci per condurre alla perdizione

La sera del 4 aprile 1869 Don Bosco raccontò ai suoi giovani un sogno che li impressionò vivamente.
«Sognai — disse — di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.
— Perché tenete quella corda al collo? — domandai —Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino —togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.
Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.
Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa. Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.
— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.
— E come? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!
Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
— Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
— Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue. Finalmente disse:
— Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. 
Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».

C’è un proverbio che dice: « Un buon consiglio lo si riceve anche dal diavolo ». E qui il diavolo ne ha dato a Don Bosco uno che può fare anche per noi: « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni: se vuoi conoscere se li tengo allacciati, guarda se si emendano».



«Non abbiate paura di manifestare al confessore i vostri difetti, le vostre mancanze. 
L’essere buono non consiste nel non commettere mancanza alcuna: oh no! Purtroppo tutti siamo soggetti a commetterne. L’essere buono consiste in questo: nell’aver volontà di cambiare. Perciò quando il penitente manifesta qualche mancanza al confessore, per quanto sia grave questa mancanza, il confessore guarda alla buona volontà e non si meraviglia della mancanza: anzi prova la maggiore delle consolazioni che possa provare a questo mondo, vedendo che quel giovane è sincero, che desidera vincere il demonio e mettersi in grazia di Dio, che vuole crescere nella virtù. 
Nulla, o miei cari figlioli, vi tolga questa confidenza. 
Non ve la tolga la vergogna: le miserie umane si sa, sono miserie umane. 
Non andate mica a confessarvi per raccontare miracoli!
Coraggio dunque, o figlioli miei, non diamo soddisfazioni al demonio. Confessatevi bene, dicendo tutto. 
Qualcuno domanderà: E chi in passato avesse taciuto qualche peccato in confessione come deve fare a rimediarvi? 
Guardate: al mattino se mettendomi la veste e abbottonandola salto un bottone, che cosa faccio? 
Sbottono tutta la veste finché arrivo dove c’è il bottone rimasto fuori posto. Così chi ha da rimediare ad un peccato taciuto, rifaccia tutte le confessioni fino a quella, nella quale tacque il suo peccato e così tutti i bottoni saranno a posto e la veste non farà nessuna piega. 
Lo dice il Catechismo: dall’ultima confessione ben fatta fino a quella che si vuol fare. Da bravi, figlioli! 
Con una parola: si tratta di schivare l’Inferno e guadagnarvi il Paradiso; il confessore vi aiuterà e voi sapete che siamo amici e desidero una cosa sola: la salvezza dell’anima vostra» (don Bosco)

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù.

- San Giovanni Bosco - 
 fonte: Memorie Biografiche, VI, 322-323




Ricordatevi, che ogni cristiano è tenuto di mostrarsi edificante verso il prossimo, e che nessuna predica è più edificante del buon esempio.

- Don Bosco - 



«Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi». 

- San Giovanni Bosco -


Buona giornata a tutti. :-)





martedì 30 gennaio 2018

da: "Confessioni" - Sant'Agostino

Ciò che sento in modo certo, Signore, è che ti amo.
Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai,
e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essa contenute,
ecco, da ogni parte mi dicono di amarti.
Ma che amo, quando amo te?
Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d'ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne.
Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio.
Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ove è colto un sapore non attenuato dalla voracità, dove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà.
Questo quando, amo il mio Dio.

- Sant’Agostino -
Confessioni X, 6,8


La scena del "Tolle lege" nel giardino di Milano
Beato Angelico 1440 - 1445
Cherbourg, Francia, Museo des Beaux Arts

Bellissima questa scena della scuola dell'Angelico che descrive il momento cruciale in cui Agostino ode la voce nel giardino che lo richiama ad una vera e autentica conversione. E' la scena del Tolle lege che si svolge nella casa di Milano. Il racconto pittorico tuttavia unisce più episodi che in realtà si svolsero in tempi diversi. Sulla destra in alto si intravede un eremita che si affaccia da una spelonca: è Simpliciano, che parlando con Agostino, lo ha educato alla lettura dei neoplatonici. Sulla sinistra c'è invece Alipio che osserva pensoso la scena che vede coinvolto il giovane Agostino che se ne sta seduto con la faccia fra le mani ai piedi di un fico. La struttura della scena è potente e crea un pathos palpabile che coinvolge assieme ai protagonisti dell'episodio narrato.



Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque;
è in rovina: restaurala;
alcune cose contiene, che possono offendere la tua vista, lo ammetto e ne sono consapevole: ma chi potrà purificarla, a chi griderò, se non a te: 
"Purificami, Signore, dalle mie brutture ignote a me stesso, risparmia al tuo servo le brutture degli altri?"
Credo, perciò anche parlo Signore, tu sai : non ti ho parlato contro di me dei miei delitti, Dio mio, e tu non hai assolto la malvagità del mio cuore ?
Non disputo con te , che sei la verità, e io non voglio ingannare me stesso,
nel timore che la mia iniquità s'inganni .
Quindi non disputo con te, perché, se ti porrai a considerare le colpe, Signore, Signore, chi reggerà?

- Sant’Agostino - 
Confessioni I, 5, 6

Agostino scrive la Città di Dio
Anonimo di Martina Franca 1700-1750
Martina Franca, chiesa di sant'Agostino

La tela di autore ignoto del Settecento si trova a Martina Franca nella chiesa di S. Agostino. Questa chiesa era annessa al convento delle suore agostiniane che un tempo vi risiedevano. Attualmente l'edificio è occupato dalle suore salesiane. Il dipinto ci presenta un Agostino dall'aspetto giovanile, dalla lunga e folta barba nera, il viso che scruta estatico le profondità del cielo quasi a prendere ispirazione per scrivere il De Civitate Dei. Sullo sfondo cinque angioletti osservano la scena dando un tocco di vivacità e di serenità all'ambiente austero. Agostino tiene in mano una penna d'oca con cui verga dei fogli di un libro su cui campeggia il titolo De CivitateDei.



Buona giornata a tutti. :-)








lunedì 29 gennaio 2018

Il potere immenso delle mani - don Ferrero Bruno

Un'insegnante chiese agli scolari della sua prima elementare di disegnare qualcosa per cui sentissero di ringraziare il Signore.
Pensò quanto poco di cui essere grati in realtà avessero questi bambini provenienti da quartieri poveri.
Ma sapeva che quasi tutti avrebbero disegnato panettoni o tavole imbandite.
L'insegnante fu colta di sorpresa dal disegno consegnato da Tino:

una semplice mano disegnata in maniera infantile.
Ma la mano di chi?
La classe rimase affascinata dall'immagine astratta.

"Secondo me è la mano di Dio che ci porta da mangiare" disse un bambino. "Un contadino" disse un altro, "perché alleva i polli e le patatine fritte".
Mentre gli altri erano al lavoro, l'insegnante si chinò sul banco di Tino e domandò di chi fosse la mano.

"È la tua mano, maestra" mormorò il bambino.
Si rammentò che tutte le sere prendeva per mano Tino, che era il più piccolo e lo accompagnava all'uscita.
Lo faceva anche con altri bambini, ma per Tino voleva dire molto.

Hai mai pensato al potere immenso delle tue mani?
- don Bruno Ferrero -
fonte: “A volte basta un raggio di sole. Piccole storie per l’anima” di Bruno Ferrero



L'amicizia percorre danzando la terra,
recando a noi tutti l'appello di aprire gli occhi sulla felicità.

- Epicuro -
Sentenze Vaticane, 52



Dietro un'immaginetta della Madonna, dimenticata in un santuarietto di montagna, ho trovato la "Preghiera dell'accoglienza".
Eccola:

Signore, aiutami ad essere per tutti un amico,
che attende senza stancarsi,
che accoglie con bontà,
che dà con amore,
che ascolta senza fatica,
che ti ringrazia con gioia,
Un amico che si è sempre certi di trovare
quando se ne ha bisogno.
Aiutami ad essere una presenza sicura,
a cui ci si può rivolgere
quando lo si desidera,
ad offrire un'amicizia riposante,
ad irradiare una pace gioiosa,
la tua pace, o Signore.
Fa' che sia disponibile e accogliente
soprattutto verso i più deboli e indifesi.
Così senza compiere opere straordinarie,
io potrò aiutare gli altri a sentirti più vicino,
Signore della tenerezza.


Buona giornata a tutti. :-)