sabato 12 luglio 2014

Così svanì Pandagian -

Pandagian era la più bella fanciulla di un lontano villaggio dell'Indonesia e sapeva danzare come nessuno al mondo. 
Non appena il cielo s'oscurava e le stelle cominciavano a brillare sulla volta blu cupo, Pandagian si recava nella radura davanti all'immenso mare dove intrecciava leggiadre danze, accompagnandosi col melodioso suono della voce e dimenticando ogni altra cosa. Solo quando il primo raggio di sole colpiva la superficie marina, la fanciulla si scuoteva dall'incanto e cessava di danzare. Tornava lentamente alla capanna dove abitava con la famiglia, saliva leggera la scala, entrava nella veranda e si stendeva sulla sua stuoia.
Un giorno il padre, stanco dei suoi continui ritardi, le disse con durezza: 
"Pandagian, da oggi le tue danze sono finite. Ti punirò severamente se avrai il coraggio di disubbidire". 
La fanciulla non rispose, ma quando al tramonto la famiglia si riunì per il pasto, Pandagian non si presentò nella capanna. La cercarono ovunque e poi seppero che, come ogni sera, la giovinetta era andata nella radura a danzare senza tenere in nessun conto l'avvertimento paterno. A questa notizia il padre si adirò: "Non accetto d'essere disubbidito dai miei figli!", disse con fare minaccioso. E dopo aver riflettuto un poco, l'uomo ordinò al figlio maggiore di ritirare la scala dalla veranda. Poi aggiunse: "Ascoltate bene tutti: chi farà scendere la scala per Pandagian, andrà immediatamente via da questa casa!".
Ignara di ciò che avveniva, Pandagian continuava a danzare felice e immemore nella radura; osservava il cielo lucente e le sembrava di scorgere Riamasan, il bellissimo principe delle Stelle, mentre volava sul suo carro d'argento.
Allo spuntar del giorno la fanciulla smise di danzare.
Veloce e leggera giunse sotto casa e si meravigliò molto di non trovare la scala. Guardò verso la veranda, dove certamente i suoi già dormivano e chiamò con voce sommessa, per non disturbarli: "Padre mio, dammi la scala!".
Con voce ferma il padre le disse: "Rivolgiti a tua madre".
Pandagian, stupita da una tale risposta, Si rivolse alla madre: "Madre mia, calami la scala!".
Con voce che tentava invano di far apparire severa la madre rispose: "Chiedilo a tuo nonno".
La fanciulla non capiva più cosa stesse succedendo nella sua famiglia.
"Oh, nonno - gridò. - Ti prego, fai scendere la scala!".
"Vallo a chiedere a tua nonna", fu la risposta.
"Nonna, ti scongiuro, mandami giù la scala!".
"Parla con tuo fratello maggiore", suggerì la vecchia con voce lamentosa.
"Fratello mio, vuoi almeno tu calare la scala perché io possa salire?", implorò sempre più scoraggiata Pandagian.
Con voce triste il giovane rispose: "Pandagian, devi chiederlo a tuo padre".
La fanciulla ormai singhiozzava senza freno: aveva capito che il padre voleva punirla. Tentò di rivolgersi nuovamente a lui:
"Padre! - supplicò tendendo le braccia verso l'alto - Calami la scala e permettimi di tornare a casa nella mia famiglia!".
"No! - rispose il padre con asprezza. - Hai disubbidito ai miei ordini fuggendo via senza curarti neanche della nostra ansia. Ora dormirai sulla terra!".
Poi nella veranda cadde il silenzio. Solo di tanto in tanto s'udiva qualche lieve rumore. Forse un sospiro o un singhiozzo trattenuti: la madre? la nonna? Alla fine però nessun suono venne più dall'alto.
Pandagian passeggiò a lungo nello spiazzo davanti casa.
Poi, trovata una pietra levigata, vi si stese e asciugò le lacrime con i lunghi capelli neri.
A poco a poco si calmò, consapevole di aver meritato quel castigo. L'indomani avrebbe chiesto perdono al padre e tutto si sarebbe risolto. Sapeva però che per molto tempo non avrebbe più potuto danzare e a questo pensiero provava un profondo dolore.
Supina sulla grande pietra la fanciulla continuava a guardare il cielo e le sembrò di vedere ancora una volta la maestosa figura del principe Riamasan che guidava il suo splendido carro negli spazi celesti.
«Potessi danzare tra le stelle... » pensò tra sé Pandagian. «Se Riamasan mi portasse con lui sul suo carro d'argento!» 
In quel preciso momento sentì vicino a sé il tintinnio di una catena; si volse e vide scendere dall'alto una seggiola d'oro sostenuta da una catena d'argento.
La fanciulla non si meravigliò di tutto questo; si alzò dalla pietra e si sedette sulla sedia, che subito cominciò a salire verso il cielo.
Giunta all'altezza della veranda di casa, Pandagian pregò:
"Oh, Riamasan, ferma un momento! Lascia che io saluti i miei familiari".
La sedia si bloccò all'istante ed ella gridò:
"Madre! nonna! fratello! addio per sempre. Io salgo tra le stelle".
I familiari accorsero fuori e guardarono stupefatti la fanciulla che lentamente s'allontanava verso l'alto.
La madre supplicò: "Dove vai Pandagian! Non mi lasciare!".
La figlia le fece un cenno con la mano e poi pregò ancora Riamasan di riportarla verso la sua casa: voleva salutare il padre.
La sedia si abbassò fino alla veranda e rimase immobile. "Addio per sempre, padre mio: io me ne vado tra le stelle!", gli disse affettuosamente la fanciulla.
A questo punto il padre non poté frenare la sua commozione e, con le braccia tese, implorò: "Figlia diletta! mia dolce Pandagian, torna da noi!
Non ti lascerò più fuori casa!".
"No, padre mio, non posso più tornare. Addio!". La sedia d'oro riprese a salire e, senza altra sosta, sparì dietro le nuvole. Ad attendere la fanciulla c'era il principe Riamasan, bellissimo e sorridente, che l'aiutò a scendere.
"Benvenuta nel mio regno - le disse. - Ti ho ammirata per tante notti mentre intrecciavi le tue danze. Non ho mai visto una fanciulla più bella di te! Così, appena mi hai invocato, sono stato felice di accontentarti".
"Allora non sognavo quando credevo di vederti tra le stelle!", esclamò Pandagian.
"Finalmente ora siamo vicini - continuò dolcemente il principe. - E, se vorrai sposarmi, sarai la principessa delle stelle e potrai danzare nel cielo finché. vorrai".
La fanciulla arrossì e commossa accettò la richiesta di Riamasan. Le nozze furono celebrate molto presto. Ogni sera, mentre il suo sposo passava tra le stelle sul carro d'argento, Pandagian danzava tra le costellazioni al suono di una musica dolcissima che si diffondeva sotto la volta del cielo. Era una vita meravigliosa.
E forse proprio perché troppo bella, non poteva durare a lungo.
Un giorno Pandagian ebbe il desiderio di nuotare e, senza avvertire il suo sposo, si recò al fiume. Cominciò a danzare tra gli scogli d'oro intorno ai quali l'acqua s'infrangeva; danzò sotto la cascata argentina e si tuffò tra le onde spumeggianti. Erano sensazioni stupende, le più belle che avesse mai provato.
Dopo molto tempo la fanciulla risalì ansante sulla riva e si distese sull'erba, guardò ancora una volta la corrente del fiume e poi, felice, si addormentò.
Ma ecco in agguato il principe del Sole che attendeva da lungo tempo un momento come quello. Egli era il fratello maggiore del principe delle Stelle e gli invidiava molte cose. Gli invidiava la luce dolcissima e misteriosa dei suoi astri notturni, il bel carro d'argento su cui poteva portare in volo gli esseri umani e ora, più di ogni cosa, gli invidiava la felicità di avere come moglie una fanciulla della terra. Queste cose invece erano impossibili per lui, a causa dell'abbagliante splendore e del calore insopportabile che emanavano dalla sua persona e dal suo carro dorato.
Il principe del Sole nutriva un odio incontenibile nei confronti del fratello minore e aveva giurato di fargli scontare in qualche modo la tristezza della sua solitudine.
E finalmente l'occasione gli si era presentata. Pandagian, la splendida danzatrice che il Sole aveva tante volte ammirato dal cielo, era venuta sola soletta al fiume che segnava il confine tra il regno del Sole e quello delle Stelle. Come mai Riamasan non aveva avvertito la sposa del pericolo che poteva correre? Il principe del Sole non riusciva a spiegarselo ma, sorridendo sinistramente, affilò uno strale d'oro. Un raggio infuocato scese dall'alto e trafisse al cuore l'ignara danzatrice.
Così Pandagian morì e così la trovarono le stelle che, piangenti, ne annunciarono la fine al principe Riamasan. Lo sposo impazzì di dolore; rimase per tre notti di seguito accanto al corpo della sposa adorata. Infine prese la sua decisione e fece un gesto verso il cielo notturno: in quello stesso istante il corpo di Pandagian svanì e al suo posto apparvero infinite stelle lucenti.
Il principe le prese e cominciò a lanciarle per il cielo a piccoli gruppi, formando tante costellazioni, ad ognuna delle quali dava un nome. Alla fine gli rimase stretta in pugno un'ultima stella, la più lucente. Riamasan la guardò a lungo e gli parve di rivedere il volto della donna amata. Allora riudì la voce accorata del padre di Pandagian che supplicava la figlia di non andare via, di ritornare a casa.
Il principe frantumò la stella in minuscoli pezzi splendenti e li lanciò verso la terra dicendo: "Andate dai genitori di Pandagian e portate loro il suo ricordo per sempre".
I frammenti luccicanti, cadendo verso la terra, si trasformarono in migliaia di animaletti alati che volarono festosamente verso la radura e sui cespugli profumati, all'orlo della boscaglia.
I genitori di Pandagian erano seduti fuori la veranda della loro casa. Il padre, guardando quell'insolito spettacolo, esclamò: "Moglie mia, guarda quegli strani animaletti lucenti. Sembrano stelle alate che danzano nell'aria!". 
"Danzano! - ripeté con voce di pianto la madre - Forse vengono giù dal cielo dove hanno tenuto compagnia alla mia dolce Pandagian!". 
"E perché no? - aggiunse il padre con gli occhi pieni di lacrime - Perché no? Forse è proprio la nostra figlia diletta che ha mandato dal cielo una manciata di stelle come segno del suo perdono".
Da quella notte, quando le stelline alate, che furono poi chiamate lucciole, venivano a danzare nella radura e sui cespugli profumati, i familiari di Pandagian le guardavano commossi, sicuri che quello era il mezzo scelto dalla figlia per inviare il suo saluto e consolarli della sua lontananza.

Leggenda indonesiana


Non arrabbiarti mai per le critiche che ti rivolgono. Se non sono vere rispondi con un sorriso. Se sono fatte in malafede devi semplicemente ignorarle. Se invece sono vere non hai che da ringraziare chi te le ha rivolte, chiedere scusa e correggerti.

(Agostino Degas)




Ci sono persone troppo fragili, ed è proprio questa la loro debolezza, ma anche la loro bellezza: un’immensa fragilità, quasi fossero fatti di cristallo, così trasparenti e luminosi, ma difficili da maneggiare, anche per gli altri. Non resistono agli urti della vita, agli ostacoli, agli ammaccamenti, alle cadute.

(Ferzan Ozpetek)


[nella foto: Complementarietà - Scultura di J. Thorak]


L'uomo e la donna sono come l'acqua e la sete entrambi si completano. Insieme si è tutto. Da soli non si è nulla...



Buona giornata a tutti :-)




venerdì 11 luglio 2014

Cristo, oggi sono in cerca di pane - don Primo Mazzolari -

Cristo, oggi sono in cerca di pane,
il mio pane quotidiano,
quello che serve per la fame di oggi,
per passare di là oggi,
per avere forza di remare sotto la tempesta di oggi.
Il pane che non ha profumo se non di sudore,
il pane che non ha gusto, se non di vita,
il pane che fa stare in piedi,
che serve a camminare,
a remare, a vangare,
a combattere con la fede,
a morire in pace.
Oggi non so come leggo il Vangelo,
se in ginocchio o in piedi,
se adorando o imprecando,
se con disperazione o con fede…
Il Vangelo sta contro di me, contro tutti.
Poiché “in principio era la Parola”
e la parola è il pane quotidiano
per ogni uomo che viene al mondo.     

(Don Primo Mazzolari - Impegno con Cristo)




Levatevi, non temere. Una fedeltà intelligente, delicata e senza compromessi all’integrità del messaggio evangelico, una perfetta purezza di cuore e un assoluto distacco dalle grandezze carnali: ecco il nostro viatico. Con questo animo il cristiano può consentire a perdersi e a tutto perdere, sicuro di guadagnare tutto.

Don Primo Mazzolari- da Il Samaritano


Il più grosso pericolo per una religione di vita non è il camminare pericolosamente, ma il fermarsi troppo saggiamente.

Primo Mazzolari- da Rivoluzione cristiana



Preghiera per la notte

In quest’ora, o Signore, in cui il giorno ha termine e la notte incomincia, a te eleviamo un inno di grazie implorando il tuo aiuto. 
Salga esso profondo dal cuore, ove l’amor nostro purificato ti cerchi e la nostra mente disciplinata ti adori.
Il giorno è tuo, la notte è tua, Signore!
Come male abbiamo usato di questo tuo dono anche oggi! Con le ombre che tornano, tornano i ricordi amari, e le nostre colpe ci stanno dinanzi.
Non raccolti in te, abbiamo lavorato senza sentire la nobiltà cristiana del nostro lavoro, abbiamo lasciato andare il nostro spirito nella dissipazione, nell’insincerità, nella mormorazione.
Così la giornata ci è passata in poco amore verso di te 
e in poca carità verso il prossimo.
Perdona, o Signore, ancora una volta, perdona, 
e raccoglici tutti nella tua misericordia!
La tua benedizione, che discende con le ombre della sera, trovi i nostri cuori ben disposti, confermi le nostre disposizioni, 
ci renda più fedeli alle promesse del battesimo, 
e ci restituisca domani più buoni alla famiglia, 
al lavoro, alla vita nostra di ogni giorno e di ogni ora.
Vergine Santa, madre nostra Maria, 
alla tua intercessione noi ci raccomandiamo. 
Valga essa, congiunta a quella dei nostri Santi protettori e dei Santi tutti di cui tu sei regina, 
valga a meritarci le benedizioni di Dio e il riposo all’ombra delle sue ali.
Scenda abbondante la celeste benedizione su noi, 
sulle nostre case, sulla nostra parrocchia, su tutti gli uomini.
Scenda dolce e serena agli infermi, luce agli erranti, 
pace per coloro che soffrono, giustizia per i poveri e per gli oppressi.
Scenda in modo speciale ai nostri morti. 
Siano essi nella tua pace, o Dio. 
Le loro preghiere ci aiutino a santificare nell’amore e nel lavoro i nostri giorni, e il loro ricordo, coltivato con pietà, ci richiami sempre al pensiero che la terra è un luogo d’esilio, che la nostra vera patria è nel cielo dove ci aspetti e dove regni con Cristo e con lo Spirito Santo per tutti i secoli. Amen. 

don Primo Mazzolari


Buona giornata a tutti :-)




giovedì 10 luglio 2014

L’attesa - Sergio Corazzini

Come due dolci bocche ansiose, prese
a un tratto da la febbre di baciarsi,
attendono l'union soave, accese
dal desiderio; come umani arsi
di sete, con le braccia al ciel protese
attendono con rabbia stanca, sparsi
per il deserto, con le membra offese
da un sole ardente, di che dissetarsi;
come ogni foglia attende il suo fiore
come ogni fiore attende il suo frutto
come ogni notte attende il suo sole;
così, così col cuore che mi duole
nell'attesa, dimentico di tutto,
così, così, t'attendo, dolce amore!

Sergio Corazzini 
(1886-1907)

Nikiforos Lytras (1832-1904) - L'attesa


Abbi pazienza, mia donna affaticata,
Abbi pazienza per le cose del mondo,
Per i tuoi compagni di viaggio, me compreso,
Dal momento che ti sono toccato in sorte.
Accetta, dopo tanti anni, pochi versi scorbutici
Per questo tuo compleanno rotondo.
Abbi pazienza, mia donna impaziente,
Tu macinata, macerata, scorticata,
Che tu stessa ti scortichi un poco ogni giorno
Perchè la carne nuda ti faccia più male.
Non è più tempo di vivere soli.
Accetta, per favore, questi 14 versi,
Sono il mio modo ispido di dirti cara,
E che non starei al mondo senza te.

- Primo Levi - 




"La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita".


Dipinto: (Jack Vettriano)

Basta poco per rendere felice una donna: un complimento, un fiore…
Lei rientra a casa e tu, invece di salutarla senza alzare la testa, la guardi e le dici: 'Che bella che sei' o 'Ti sta bene questo vestito nuovo'.

Vi accontentate di poco, siamo noi maschi troppo pigri, di una pigrizia senza fine. 
 
(Christian De Sica)






Buona giornata a tutti :-)


mercoledì 9 luglio 2014

La Leggenda del pianista sull'oceano, monologo finale -

"Tutta quella città, non si riusciva a vederne la fine… la fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? Era tutto molto bello su quella scaletta, e io ero grande, con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema.
Non è quello che vidi che mi fermò, Max… è quello che non vidi. 

Puoi capirlo. Quello che non vidi… in tutta quella sterminata città c’era tutto, tranne la fine. C’era tutto! Ma non c’era una fine. 
Quello che non vidi è dove finiva tutto quello, la fine del mondo.
Tu pensa ad un pianoforte: i tasti iniziano, i tasti finiscono. 

Ma tu lo sai che sono ottantotto, e su questo nessuno può fregarti. Ma non sono infiniti loro: tu sei infinito; e dentro a quegli ottantotto tasti la musica che puoi fare è infinita. E questo a me piace, in questo posso vivere. 
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai – e questa è la verità: che non finiscono mai – quella tastiera è infinita. 
Ma se quella tastiera è infinita non c’è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade?! Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voi altri laggiù a sceglierne una? 

A scegliere una donna? Una casa? Una terra che sia la vostra? Un paesaggio da guardare? Un modo di morire?
Tutto quel mondo addosso, che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è, ma non avete paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla quella enormità? Solo a pensarla, a viverla! Io ci sono nato su questa nave. E vedi anche qui il mondo passava, ma a non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato a vivere in questo modo.
La terra è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte, è una musica che non so suonare.
Non scenderò dalla nave. Al massimo posso scendere dalla mia vita. In fin dei conti è come se non fossi mai nato. Sei tu l’eccezione, Max. Solo tu sai che sono qui. E sei una minoranza, non ti resta che adeguarti. Perdonami, amico mio, ma io non scenderò".


Tratto dal film "La leggenda del pianista sull'oceano"

film italiano del 1998 con Tim Roth, regia di Giuseppe Tornatore




The park of Schloss Kammer . Klimt


Spesso diciamo: "Ho pianto fino a non avere più lacrime". 
In realtà può succedere che per una ferita profonda (chissà di quanti anni) le lacrime non finiscano. 
Possono smettere per un un poco, poi riprendono copiose. 
Bisogna lasciarle scorrere "perché le ferite diventino feritoie".





".........I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci son riuscito. Allora li ho incantati […]

E a uno ad uno li ho lasciati dietro di me...
Ho disarmato l'infelicità. 
Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. 
Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l'altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te...."



- Alessandro Baricco - 
Novecento - 




Perchè sei sempre triste? gli ho chiesto.
Non sono triste.

Si che lo sei.

Non è quello, mi ha detto. Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare.

Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei nè triste nè felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Io sto aspettando, mi ha detto.
Cosa?
Sto aspettando di fare ciò per cui sono nato.

- Alessandro Baricco -
(Questa storia)




Buona giornata a tutti. :-)


martedì 8 luglio 2014

Padre Pio e la preghiera - ( parla Padre G. Amorth) -


Don Gabriele Amorth ci manda qualche ricordo dei 26 anni passati visitando Padre Pio.

«Su Padre Pio è rimasta famosa l'auto definizione che diede ad un giornalista: "Sono un povero frate che prega". 

Lo stavo a contemplare con la corona in mano; la chiamava la sua arma e scrisse al direttore spirituale che ne recitava almeno 5 intere ogni giorno; questo significa in termini di tempo, 5 ore al giorno dedicate al Rosario. Dormiva pochissimo e aveva una capacità di fare più cose contemporaneamente. 
Meditava i misteri; così soffriva visibilmente i dolori della Passione di Cristo, ma sentiva pure nella sua anima i dolori di Maria, che riteneva la più grande martire, vera Regina dei Martiri. 
Più avanzava in età e più il Padre sentiva la necessità di aumentare lo spazio da dare alla preghiera. Già alla fine degli anni '40 m'ero accorto che il tempo che dedicava alle confessioni era assai ridotto. 
Era lontana l'epoca in cui confessava anche 16 ore al giorno. 
Padre Michelangelo gli osservò un giorno: "Caro Padre non potresti confessare un po' più a lungo? Qui ci sono persone che vengono anche da molto lontano, dall'estero, e per potersi confessare da te debbono aspettare lunghi giorni". 
Ecco la risposta: "Caro Padre Michelangelo, credi che la gente venga qui per Padre Pio? La gente viene per sentirsi dire una parola del Signore. E se io non prego, che cosa do alla gente?".
Il bisogno della preghiera gli veniva anche suggerito dalla consapevolezza di essere indegno; si sentiva un grande peccatore, col rischio continuo, col terrore, di poter commettere un peccato e di poter perdere la fede. Perciò è sempre stato un grande mendicante di preghiere. Mi ero accorto che, se volevo vederlo illuminarsi di gioia, bastava che gli dicessi: "Padre, prego per lei". Ringraziava con effusione; pareva che volesse dire: "Finalmente uno che mi capisce!".
Sentiva moltissimo lo stimolo alla preghiera anche perché sentiva la necessità di santificarsi per santificare. Era una preoccupazione che cercava di infondere soprattutto nei sacerdoti. 

Ricordo bene quando mi confessai da lui, poco dopo la mia ordinazione sacerdotale. Quando gli confidai di essere un prete novello mi disse con forza: "Ricordati che un sacerdote deve essere un propiziatore. Guai se è lui ad aver bisogno di essere propiziato! Ricordatene bene"»



Il cuore buono è sempre forte; egli soffre, ma cela le sue lacrime e si consola sacrificandosi per il prossimo e per Dio (CE, 23).

Tratto da " Buona Giornata " - Edizioni Padre Pio da Pietrelcina



"Carissimi, di fronte all' ampiezza di orizzonti propria del ministero presbiterale non potete, non possiamo non sentirci tremare i polsi. 
Siamo, infatti, strutturalmente impari al dono ricevuto, alla missione che ci viene affidata, E' una sproporzione radicale e insuperabile, non semplicemente una nostra debolezza che, con un'ascesi paziente, possa essere rimossa.
Noi non siamo la luce, nè siamo in grado di produrla: possiamo solo rifletterla per offrirla a tutti. 'Noi infatti - ha poi aggiunto - siamo stati presi a servizio: come il sale, che non è per sé, ma per dar sapore ai cibi. E come la lampada, che non è per sé, ma per illuminare ciò che le sta intorno".

Card. Angelo Scola all'omelia della Messa di Ordinazione



“’Ma, padre, io ho letto su un giornale che un vescovo ha fatto tal cosa o che un prete ha fatto tal cosa!’. ‘Eh sì, anche io l’ho letto, ma, dimmi, sui giornali vengono le notizie di quello che fanno tanti sacerdoti, tanti preti in tante parrocchie di città e di campagna, tanta carità che fanno, tanto lavoro che fanno per portare avanti il loro popolo?’. 
Ah, no! Questa non è notizia. 
Eh, quello di sempre: fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce. Oggi pensando a questa unzione di Davide, ci farà bene pensare ai nostri vescovi e ai nostri preti coraggiosi, santi, buoni, fedeli e pregare per loro. Grazie a loro oggi noi siamo qui!”. 

Omelia Papa Francesco a santa Marta - 27.1.2014




Buona giornata a tutti :-)


lunedì 7 luglio 2014

Riflessione sull’egocentrismo - Arthur Schopenhauer -

Gli uomini sono per la maggior parte così soggettivi che in fondo non provano interesse che per se ...stessi. 
Ne consegue che, in tutto quello che viene detto, pensano subito a se stessi, e ogni casuale riferimento anche lontanamente attinente a qualcosa di personale attira e occupa tutta la loro attenzione, sicché essi non sono minimamente in grado di afferrare il contenuto oggettivo del discorso; ne deriva anche che nessun argomento conta quando entri in campo il loro interesse o la loro vanità. 
Perciò è tanto facile distrarli, ferirli offenderli mortificarli che quando si parla con loro, anche nel modo più obiettivo, di qualunque cosa, non si sta mai abbastanza in guardia per evitare possibili riferimenti che potrebbero risultare urtanti al loro prezioso e delicato “io”: questo solo importa loro, e nient’altro. 
E mentre essi non comprendono e non gustano nel discorso altrui quanto c’è di vero, di giusto, di bello, di raffinato e di spiritoso, hanno la più delicata sensibilità per tutto ciò che anche alla lontana e indirettamente potrebbe ferire la loro meschina vanità o che potrebbe riflettersi in qualche modo negativamente sulla loro preziosissima persona......
Persone simili però è altrettanto facile lusingarle e conquistarle. 
Pertanto il loro giudizio è perlopiù opportunistico, ed equivale a una dichiarazione in favore del loro partito o della loro classe, non a un’affermazione obiettiva e giusta. 
La ragione di tutto ciò è che in essi la volontà prevale di gran lunga sulla conoscenza, e il loro mediocre intelletto è completamente al servizio della stessa volontà, di cui non riesce a liberarsi neppure per un attimo.
Una prova grandiosa della miserevole soggettività di questi uomini, per cui essi riferiscono ogni cosa a se stessi e riconducono ogni pensiero al loro io, è data dall’astrologia, che collega il corso dei grandi astri all’insignificante individuo, e mette in relazione le comete celesti con le faccende e le miserie terrene.
Arthur Schopenhauer
“Consigli sulla felicità”


La malattia di questo secolo? La bassa autostima.
Dietro a grandi macchine potenti, dietro ai lustrini e ai tacchi vertiginosi, scorgo spesso un ego mozzafiato e una autostima piccola piccola, come la cruna di un ago.
Gli animali mi ricordano, che chi abbaia più forte, è il più piccolo, è chi ha più paura.
Ed oggi giri nelle strade del centro, trovi ricchezza tra gli abiti sgualciti e povertà dietro a grandi macchine griffate ed i lustrini.
Se sei grande dentro, non ti serve urlarlo fuori. Puoi nasconderti quasi non visto tra le cose e le persone, compiere gesti eroici, grandi imprese. Sì, non visto, in silenzio, dietro falso nome. Come gli angeli e i benefattori.

- Stephen Littleword -



"Con i «vorrei» non si è mai fatto niente. 
Con i «proverò» si son fatte grandi cose.
 

«Voglio» ha fatto miracoli".

-Ravignan -

"Se vediamo un gigante, esaminiamo prima la posizione del sole e assicuriamoci che non si tratti dell'ombra d'un pigmeo". 

- Novalis -



 Buona giornata a tutti :-)


domenica 6 luglio 2014

Non dovresti conoscere la disperazione - Emily Brontë -

Non dovresti conoscere la disperazione
se le stelle scintillano ogni notte;
se la rugiada scende silenziosa a sera
e il sole indora il mattino.
Non dovresti conoscere la disperazione - seppure
le lacrime scorrano a fiumi:
non sono gli anni più amati
per sempre presso il tuo cuore?
Piangono, tu piangi, così deve essere;
il vento sospira dei tuoi sospiri,
e dall'inverno cadono lacrime di neve
là dove giacciono le foglie d'autunno;
pure, presto rinascono, e il tuo destino
dal loro non può separarsi:
continua il tuo viaggio, se non con gioia,
pure, mai con disperazione! 

- Emily Brontë -



Quando si sta bene insieme non si ha nessun bisogno di mentirsi, di rassicurarsi. Direi, anzi, che la gioia la si riconosce dal silenzio. 
Quando la comunione è vera e intera, senza infingimenti, solo il silenzio può esprimerla.

- Romain Gary - 





"Esiste un segreto per vivere felici, ma questo rimane, appunto, un segreto."

(Giovanni Soriano)



Non è mai notte quando vedo il tuo volto; perciò ora a me non sembra che sia notte, nè che il bosco sia spopolato e solitario, perchè per me tu sei il mondo intero; chi potrà dunque dire che io sono sola se il mondo è qui a guardarmi?

“Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare




Buona giornata a tutti :-)










sabato 5 luglio 2014

Il problema degli altri - Paolo Coelho -

C'era una volta un saggio molto conosciuto, che viveva su una montagna dell'Himalaya. Stanco della convivenza con gli uomini, aveva scelto una vita semplice, e passava la maggior parte del tempo meditando.
La sua fama, però, era così grande che la gente era pronta pronta ad affrontare strade anguste, ad arrampicarsi su colline ripide, a oltrepassare fiumi copiosi solo per conoscere quel sant'uomo, che tutti credevano fosse capace di risolvere qualsiasi angoscia del cuore umano.
Il saggio, essendo un uomo molto compassionevole, elargiva un consiglio qui, un altro lì, ma cercava di liberarsi subito dei visitatori indesiderati. 

Essi, comunque, si presentavano a gruppi sempre più numerosi, e un giorno una folla bussò alla sua porta, dicendo che sul giornale locale erano state pubblicate delle storie bellissime su di lui, e tutti erano sicuri che lui sapesse come superare le difficoltà della vita.
Il saggio non fece commenti e chiese loro di sedersi e aspettare. Trascorsero tre giorni, e arrivò altra gente. Quando non ci fu più posto per nessun altro, egli si rivolse alla popolazione che si trovava davanti alla sua porta.
- Oggi vi darò la risposta che tutti desiderate. Ma voi dovete promettere che, non appena i vostri problemi saranno risolti, direte ai nuovi pellegrini che mi sono trasferito altrove - così che io possa continuare a vivere nella solitudine cui tanto anelo. 

Gli uomini e le donne fecero un giuramento solenne: se il saggio avesse compiuto quanto promesso, essi non avrebbero permesso a nessun altro pellegrino di salire sulla montagna.
- Raccontatemi i vostri problemi - disse il saggio.
Qualcuno cominciò a parlare, ma fu subito interrotto da altre persone - poiché tutti sapevano che quella era l'ultima udienza pubblica che il sant'uomo avrebbe concesso, temevano che non avrebbe avuto il tempo di ascoltarli. Qualche minuto dopo, si era creata una grande confusione, con tante voci che urlavano nello stesso tempo, gente che piangeva, uomini e donne che si strappavano i capelli per la disperazione, perché era impossibile farsi sentire.
Il saggio lasciò che la situazione si prolungasse per un po', finché urlò:
- Silenzio!
La folla si azzittì immediatamente.
- Scrivete i vostri problemi e posate i fogli di carta davanti a me.
Quando tutti ebbero terminato, il saggio mescolò tutti i fogli in una cesta, chiedendo poi:
- Fate passare tra voi questa cesta, e che ciascuno prenda il foglio che si trova sopra e legga ciò che vi è scritto. Potrete scegliere se cominciare ad avere il problema che vi troverete scritto oppure potrete richiedere indietro il vostro problema a chi gli è capitato nel sorteggio.
Ciascuno dei presenti prese uno dei fogli, lesse e rimase terrificato. 

Ne conclusero che ciò che avevano scritto, per peggiore che fosse, non era tanto serio come il problema che affliggeva il vicino. 
Due ore dopo, si scambiarono i fogli e ciascuno si rimise in tasca il proprio problema personale, sollevato nel sapere che il proprio problema non era poi tanto grave quanto immaginava.
Tutti furono grati per la lezione, scesero giù dalla montagna con la certezza di essere più felici degli altri e, rispettando il giuramento fatto, non permisero più a nessuno di turbare la pace del sant'uomo.



- Paulo Coelho -


- Dipinto di Vincent Van Gogh –


Tre persone erano al lavoro in un cantiere. Avevano lo stesso lavoro, ma quando fu loro chiesto quale fosse, le risposte furono diverse. “Spacco pietre”, rispose il primo. “Mi guadagno da vivere”, rispose il secondo. “Partecipo alla costruzione di una cattedrale”, disse il terzo.





Dipinto: (Slava Groshev)


 “ Un cuore che cerca, sente bene che qualcosa gli manca;
ma un cuore che ha perduto, sa di che cosa è stato privato”.

(Johann Wolfgang Goethe)



Illustrazione: ( Da Pinterest)

Ogni giorno è una nuova pagina da scrivere, di questo meraviglioso libro che è la nostra vita. Ogni pagina è preziosa. Non lasciamone neppure una bianca. E non lasciamo mai che siano gli altri a scriverla per noi. 

(Agostino Degas)
                                                               R.I.P.

Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare.
Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti.
Qualsiasi soluzione tu scelga, ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male.

(Giorgio Faletti - Asti, 25 novembre 1950 – Torino, 4 luglio 2014)






Buona giornata a tutti :-)