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sabato 24 novembre 2018

Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie?

Oggi i giornali, le tv, i media esibiscono quotidianamente uomini e donne giovani, belli, sani: questi per loro sono l'uomo o la donna! 
La cultura di massa nasconde costante­mente la sofferenza e il disagio, mostrando i valori esteriori all'uomo, la produttività, l'efficienza, l'apparenza ecc. 
Nonostante i proclami ufficiali e le leggi, spesso i malati e gli anziani sono trattati come «oggetti»: si cura la malattia, non la persona malata. 

A volte la disperazione porta ad attribuire a Dio, il Padre, la nostra sofferenza: «Che cosa ho fatto di male perché Dio mi debba castigare così?». Sia nelle prediche sia nelle preghiere è ancora presente la concezione che «fare la volontà di Dio» sia rassegnazione passiva all'ingiu­stizia, ai mali dell'esistenza, alla fatalità. 
Anche appellarsi al destino come a un fattore predeterminante, al di fuori di ogni razionalità, pesa sull'esistenza di molti cristiani che, come i pagani, prestano fede ai luoghi comuni: «È stato il destino!».



Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? 
Perché le malattie?
Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino, nella religione anziché nella condizione esistenziale dell’uomo. E la risposta della religione fu che esistevano due divinità, una buona, ed era il Dio Creatore, quello della Vita, del Benessere, della Salute, e una divinità malvagia, ed era il Dio della Morte, della Malattia, della Povertà. 
Questa spiegazione era molto semplice, ma risolveva efficacemente il problema del perché della malattia, e della morte……
…. Questa relazione tra la malattia e la colpa dell’uomo è penetrata mettendo le radici nell’intimo delle persone, e nonostante Gesù abbia smentito categoricamente alcuna relazione tra la malattia e il peccato, questo fa che le persone quando vengono a conoscenza di essere affette da una malattia hanno dapprima una reazione di incredulità (Non è possibile!), poi di rifiuto/rabbia (Perché proprio a me?) e infine il devastante senso di colpa: Che cosa ho fatto di male per meritare questo?
Enorme è la responsabilità della Chiesa che ignorando il messaggio evangelico ha favorito la categoria veterotestamentaria della malattia come conseguenza del peccato. E così il concetto del castigo divino è stato inculcato generazione dopo generazione fin dalla più tenera età, cominciando dai bambini, che venivano al mondo già gravati da una colpa, il peccato originale, e ai quali veniva fin dalla più tenera età insegnato l’Atto di Dolore: Mi pento con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi… 
Questa orazione, strettamente legata al sacramento della Confessione, è stata trasmessa inalterata di generazione in generazione con l’unica leggera variante del passaggio dal voi al tu (da vostri a tuoi castighi).

- Padre Alberto Maggi -
da: "Sacralità della vita o dell'uomo"
12 novembre 2016, Congresso AIPO, Civitanova Marche (Italy)


Il cristiano guarda agli infermi con realismo, partecipando con tutto il cuore alle loro sofferenze: tuttavia, non può diventare un consolatore stucchevole. Va loro incontro con amore: esprime, con la sua sollecitudine, la fiducia nella Provvidenza che tutto dispone nell'esistenza per il nostro bene. 
Non sappiamo spiegare il «perché» della sofferenza: non è una punizione né una fatalità. 
Appartiene a un disegno misterioso, nascosto per ora alla nostra comprensione. 
Solo la fede ci aiuta a infondere nei malati la speranza nella Provvidenza e nella presenza del Signore Gesù che dà la forza di affrontare ogni situazione, affidandosi a Lui.
Il Signore non sempre ci libera dalla sofferenza, ma ci pre­serva nella tribolazione.




Nella Bibbia alcuni passi del libro di Giobbe ci illuminano, presentandoci la sua fidu­cia che Dio non lo abbandonerà anche nelle prove della vita, nonostante le discussioni e le provocazioni degli amici: 42,1-6. 
Anche il libro di Tobia ci racconta la storia edificante di un uomo colpito dalla sofferenza e dalle disgrazie, ma sempre accompagnato da Dio in ogni mo­mento. 
Alcuni Salmi ci offrono parole di conforto per rivolgerci a Dio: 41, «Beato l'uomo che ha cura del debole»; 71, «In te, Signore, mi sono rifugiato»; 121, «Alzo gli occhi verso i monti».
Gesù non ha prodotto nessuna teoria sul «perché» della sofferenza. 
Egli ha agito gua­rendo i malati, integrando gli emarginati, vincendo la morte. Come Figlio di Dio si è fatto solidale con la nostra sofferenza, assumendola. Ci ha rivelato la «bella notizia» che anche i malati possono essere felici, se confidano in Dio. 
Nel testo di Giacomo 5,14-15 si parla espressamente della cura della comunità verso i malati, attraverso laici e sacerdoti; si esprime la convinzione che i credenti non accolgono la sofferenza né con la rassegnazione passiva né come punizione di Dio, ma con la cura, la sollecitudine e la solidarietà sia nella preghiera sia nel comportamento pratico. 
La misericordia di Dio si manifesta nella solida­rietà del Figlio di Dio e nell'accoglienza della Chiesa verso i malati.


Buona giornata a tutti. :-)







lunedì 12 novembre 2018

Ecco, chiudi gli occhi, io sono qui con te, penso a te, pre­go per te, ti voglio bene" - Henri J.M. Nouwen

Non è facile stare con un amico che sta soffrendo profonda­mente.

Ci mette a disagio. Non sappiamo cosa fare o cosa dire e siamo in ansia su come rispondere a quello che sentiamo. La nostra tentazione è quella di dire cose che provengono più dal­la nostra stessa paura che dalla sollecitudine per la persona che soffre.

Talvolta diciamo cose come: "Bene, stai molto meglio di ieri", oppure: "Sarai presto di nuovo quello di prima", anco­ra: "Sono sicuro che supererai tutto questo".
Ma spesso sap­piamo che quello che diciamo non è vero, e anche i nostri ami­ci lo sanno.

Non dobbiamo prendere gli altri in giro.

Possiamo semplice­mente dire: "Sono il tuo amico, e sono felice di stare con te".

Possiamo dirlo con le parole o con il tocco della mano, o con un silenzio pieno d'amore.

Talvolta è bene dire: "Non devi par­lare. Ecco, chiudi gli occhi, io sono qui con te, penso a te, pre­go per te, ti voglio bene".


- Henri J.M. Nouwen -
Fonte: “Pane per il Viaggio,pensieri di saggezza”di Henri J.M.Nouwen, ed. Queriniana



Essere se stessi

Spesso vorremmo essere altrove, e non dove siamo, o anche diventare un altro, diversi da quello che siamo.

Tendiamo a paragonarci continuamente agli altri e ci chiediamo perché non siamo ricchi, intelligenti, semplici, generosi o santi come loro. 
Questo paragone ci fa sentire colpevoli, pieni di vergogna, gelosi. 
È molto importante comprendere che la nostra vocazione è nascosta là dove siamo e in chi siamo. 
Siamo esseri umani unici, e ciascuno ha nella vita una sua chiamata da realizzare che nessun altro può adempiere, nel contesto concreto del nostro qui e ora.
Non troveremo mai la nostra vocazione cercando di figurarci se siamo meglio o peggio degli altri. 
Siamo abbastanza buoni per fare quello che siamo chiamati a fare. 
Sii te stesso.

- Henri J.M. Nouwen -
Fonte: “Pane per il Viaggio,pensieri di saggezza”di Henri J.M.Nouwen, ed. Queriniana





La vita vola via come un sogno e non si fa in tempo a far nulla in quell'attimo che è la vita, perciò bisogna apprendere l'arte del vivere, la più difficile e la più importante di tutte le arti: quella di riempire ogni ora di un contenuto sostanziale, pensando che quell'ora non tornerà più.

- Pavel Florenskij -





Buona giornata a tutti. :-)




giovedì 11 ottobre 2018

Non si guarisce qualcuno, si aiuta qualcuno a guarirsi - Alejandro Jodorowsky

Che caratteristiche deve avere una persona per guarire qualcuno? 
- Javier Esteban - intervistatore


Non si guarisce qualcuno, si aiuta qualcuno a guarirsi. 
Chi vuole guarire un altro è un vanitoso. Neppure l'altro guarisce se stesso. 
E' Dio che lo guarisce. 
Credo che il motore di tutto ciò sia la bontà. 
Quando una persona sviluppa in sé il sentimento della bontà, percepisce i sentimenti dell'altro e fa quello che può per toglierlo dal male. 
Bisogna mettersi nei panni dell'altro e fare il possibile perchè l'altro scopra come curarsi. Per questo è necessario che l'altro aumenti il proprio livello di coscienza e cambi la propria visione delle cose. 
Tutti noi percepiamo la vita da un certo punto di vista, più o meno variabile.
Quando cambiamo punto di vista, anche la nostra vita cambia.


Il terapista, per guarire, deve lasciar da parte la morale? 
- Javier Esteban - intervistatore


Deve essere amorale, ma non immorale. L'immoralità rivela una malattia. 
Essere amorale per il terapista significa non giudicare. 
Come un medico: se un assassino è ferito, il chirurgo lo aiuta e gli sutura la ferita. 
Il terapista deve agire nello stesso modo. Deve lasciare da parte i pregiudizi, e a maggior ragione deve farlo un terapista che si basa sulla psicologia.

- Alejandro Jodorowsky -

da “Lezioni per Mutanti” Interviste con Javier Esteban



Quando, a New York, stavo montando il mio film “La Montagna Sacra”,
ho avuto problemi di tutti i tipi e ogni notte inzuppavo di sudore sei o sette magliette.
Sono andato a trovare un saggio cinese che mi avevano consigliato.
Era poeta, gran maestro di tai-chi e medico.
Non appena mi ha visto, mi ha domandato:
“Qual'è il suo scopo nella vita?”.Sono rimasto frastornato, privo di risposta.
Lui ha continuato: “Se lei non mi dice qual'è il suo scopo nella vita, non posso curarla”.
Allora ho capito che se un' imbarcazione attraversa la vita senza un fine non arriva in nessun porto.
Ciò che fa sì che la vita non ci divori è avere uno scopo.
Quanto più elevato sarà, tanto più lontano ci porterà.
Come mistico ho un unico scopo: conoscere Dio.
Non il Dio di cui si parla dappertutto, ma quella cosa incredibile che muove l'universo.
Non solo: il mio scopo è dissolvermi tranquillamente in lui.
Questo è il mio fine...


- Alejandro Jodorowsky -

da “Lezioni per Mutanti” Interviste con Javier Esteban




In realtà la maggior parte dei problemi che ci tormentano sono quelli che vogliamo avere. 
Siamo vincolati alle nostre difficoltà in quanto sono loro che formano la nostra identità, sono loro che ci permettono di definirci in quanto persone ...con un determinato carattere. 
La gente vuole smettere di soffrire ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, e desidera continuare a vivere in funzione dei suoi adorati problemi. 

- Alejandro Jodorowsky -


Buona giornata a tutti. :)



venerdì 5 ottobre 2018

Le persone hanno diritto ad avere un mucchio di tenebre dentro di sé, il diritto ad essere diversi - Jean Vanier

Una delle più grandi difficoltà della vita comunitaria è che si obbligano a volte le persone a essere diverse da quello che sono; si appiccica su di loro un ideale al quale devono conformarsi.  
Se non arrivano a identificarsi all’immagine che si fa di loro,  temono di non essere amati o almeno di dare una delusione.
Se ci arrivano, credono di essere perfetti. 
Ora, in una comunità, non si tratta di avere delle persone perfette.
Una comunità è fatta di persone legate le une alle altre, ognuna fatta di quel miscuglio di bene e di male, di tenebre e di luce, di amore e di odio. 
E la comunità non è che la terra in cui ognuno può crescere senza paura verso la liberazione delle forme d’amore che sono nascoste in lui. 
Ma non ci può essere crescita che si riconosce che c’è possibilità di progresso, e dunque che c’è ancora in noi una quantità di cose da purificare, tenebre da trasformare in luce, paure da trasformare in fiducia.

Spesso, nella vita comunitaria, ci si aspetta troppo  dalle persone, e s’impedisce loro di riconoscersi e di accettarsi così come sono.
Le si giudica molto presto, o le si classifica in categorie. 
Esse sono allora obbligare a nascondersi dietro una certa maschera. Ma loro hanno il diritto di essere brutte, e di avere un mucchio di tenebre dentro di sé, e angoli ancora induriti nel loro cuore in cui si nasconde la gelosia e perfino l’odio!
Queste gelosie, queste insicurezze sono naturali; non sono “malattie vergognose”. Esse appartengono alla nostra natura ferita. 
E’ la nostra realtà. 
Bisogna impararle ad accettarle, a vivere con esse senza drammi, e a poco a poco, sapendosi  perdonati, a camminare  verso la liberazione.

Io vedo nelle comunità certe persone vivere una specie di colpevolezza inconscia; hanno l’impressione di non essere quello che dovrebbero essere. Hanno bisogno di essere confermate e incoraggiate alla fiducia. 
Hanno bisogno di sentire che possono condividere anche la loro debolezza senza essere respinte.

- Jean Vanier -
Fonte: La comunità luogo del perdono e della festa



"Sotto un punto di vista generale, per un cattolico tutto è e deve essere cristiano: la vita individuale, la famiglia, l'attività economica, la concezione filosofica, la creazione artistica, l'arte politica, sì da non esservi nessun angolo del proprio essere che non sia impregnato di cristianesimo.
Pertanto, la specifica denominazione di cristiano messa a democratico o afferma una concezione di vita del cristiano o non ha significato. 
Peggio, quel democristiano può degenerare in demicristiano, in quanto una politica sporca infetta la fede e la pratica cristiana del soggetto infedele al suo ideale di vita" 

- Don Luigi Sturzo -



Perdonatevi scambievolmente in modo tale da dimenticare il torto ricevuto.
Il ricordo, infatti, della malizia dell’offesa è complemento di furore, è riserva di peccato, odio della giustizia, freccia arrugginita, veleno dell’anima, dispersione delle virtù, verme della mente, distrazione della preghiera, lacerazione delle suppliche rivolte a Dio, alienazione della carità, chiodo fisso nell’anima, iniquità sempre desta, rimorso continuo, morte quotidiana. Siffatto vizio è su tutti gli altri tenebroso e detestabile.
Allontanate, dunque, l’ira spegnete il ricordo del torto ricevuto poiché se il padre vive genera il figlio; chi invece ha carità rigetta ogni vendetta: in una parola, chi fomenta inimicizie aumenta a se stesso un inutile affanno.

- San Francesco di Paola -



Buona giornata a tutti. :)






martedì 12 giugno 2018

da: "La danza della realtà" - Alejandro Jodorowsky,

Dietro ogni malattia c’è il divieto di fare qualcosa
che desideriamo oppure l’ordine di fare qualcosa
che non desideriamo.
Ogni cura esige la disobbedienza a questo divieto
o a quest’ordine.
E per disobbedire è necessario abbandonare la
paura infantile di non essere amati; vale a dire di
essere abbandonati.
Questa paura provoca una mancanza di coscienza:
non ci si rende conto di quello che si è davvero,
cercando di essere quello che gli altri si aspettano che noi siamo.
Se si persiste in questa attitudine, si trasforma la
propria bellezza interiore in malattia.
La salute si trova solo nell’autentico, non c’è bellezza senza
autenticità, ma per arrivare a quello che siamo
davvero dobbiamo eliminare quello che non siamo.
Essere quello che si è:
questa è la felicità più grande.

- Alejandro Jodorowsky - 




Sintomo è la manifestazione fisica di qualcosa al quale ci opponiamo al nostro interno.
Se rifiutiamo di assumere consapevolmente un principio, questo principio si introduce nel nostro corpo e si manifesta sotto forma di sintomo. 

Quasi sempre ci si richiede di modificare un comportamento per correggere uno squilibrio e questo è buono per la nostra evoluzione perché ci obbliga ad agire. Noi siamo come i pazienti che chiedono al dottore di curare i sintomi, per non essere costretti a confrontarsi con la causa del male. Sarebbe molto meglio che lavorassimo su noi stessi.

- Alejandro Jodorosky - 


Dobbiamo pensare che non siamo una generazione, ma varie generazioni, non siamo individui, siamo umanità... 

Dobbiamo capire che l'altro esiste e che quello che dai lo dai e basta.

- Alejandro Jodorosky - 




Compresi allora i soprusi che la mia famiglia mi aveva fatto subire. 

Vidi con esattezza la struttura dell'inganno. 
Mi attribuivano la colpa di ogni ferita che mi avevano inferto. 
Il boia non smette mai di proclamarsi vittima. 
Grazie a un abile sistema di negazioni, privandomi di ogni genere di informazione – e non sto parlando di informazione orale ma di esperienze per la maggior parte extraverbali – ero stato spogliato di ogni diritto, trattato come un mendicante senza terra al quale veniva offerto con bontà sdegnosa un frammento di vita. 
I miei genitori sapevano che cosa stavano commettendo? Assolutamente no. Senza volerlo, facevano a me quello che era stato fatto a loro. 
E così, reiterando di generazione in generazione i misfatti emozionali, l'albero di famiglia continuava ad accumulare una sofferenza che durava da parecchi secoli.

- Alejandro Jodorosky - 
da: La danza della realtà




martedì 15 maggio 2018

da: "I Promessi Sposi" - La peste - Alessandro Manzoni

Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. 
La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. 
Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne' cuori. 
Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. 
Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de' volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, "no!" disse: "non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete." 
Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: "promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così."
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l'ultime parole: "addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri." Poi voltatasi di nuovo al monatto, "voi," disse, "passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola."
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra bambina piú piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.

- Alessandro Manzoni -
da: “I promessi sposi”

Questo passo di struggente bellezza descrive la peste del 1600. 
Manzoni stesso ha composto nelle bare i suoi figli morti bambini. 
Qualcuno dica ai realisti che il vaiolo non esiste più, non esiste più la peste, abbiamo fermato la poliomielite, messo la museruola all’Aids. 
La mortalità infantile è stata abbattuta, le derrate alimentari moltiplicate. Vale la pena di credere negli uomini.


[Gli unici rimedi alla peste erano] dei salassi e delle evacuazioni, degli elettuari e sciroppi cordiali; e gli ascessi esterni venivano portati a maturazione con fichi e cipolle cotte, tritate e mescolate con lievito e burro; poi venivano incisi e trattati con la cura delle ulcere. 
I carbonchi erano trattati con ventose, scarificati e cauterizzati. 

- Guy de Chauliac -

Arnold Böcklin - Die Pest

Gli antichi hanno battezzato «peste» un cataclisma fisico, politico e mentale che affligge l'insieme di una società. 
Questa malattia mortale inaugura l'Iliade di Omero, riappare nella Tebe di Eschilo, nell'Atene di Tucidide e nell'Italia di Lucrezio. 
Il Rinascimento, con Boccaccio, Margherita di Navarra e infine Shakespeare, la evoca di nuovo come elemento fondatore in cui la letteratura esplora nuovi modi di esistere e di resistere, mentre il vecchio universo crolla senza speranza di ritorno. 

André Glucksmann -



terremoti, le inondazioni, le carestie, le pestilenze sono applicazioni di cieche leggi della natura: cieche, perché la natura materiale non ha intelligenza né libertà. 

- san Papa Giovanni XXIII, papa -


Buona giornata a tutti. :-)

martedì 24 aprile 2018

Io non prego perché Dio intervenga - Padre David Maria Turoldo

Io non prego perché Dio intervenga. 
Chiedo la forza di capire, di accettare, di sperare. 
Io prego perché Dio mi dia la forza di sopportare il dolore e di far fronte anche alla morte con la stessa forza di Cristo. 
Io non prego perché cambi Dio, io prego per caricarmi di Dio e possibilmente cambiare io stesso, cioè noi, tutti insieme, le cose. 
Infatti se, diversamente, Dio dovesse intervenire, perché dovrebbe intervenire solo per me, guarire solo me, e non guarire il bambino handicappato, il fratello che magari è in uno stato di sofferenza e di disperazione peggiore del mio? Perché Dio dovrebbe fare queste preferenze? 
Perché dire: Dio mi ha voluto bene, il cancro non ha colpito me ma il mio vicino! E allora: era un Dio che non voleva bene al mio vicino? 
E se Dio intervenisse per tutti e sempre, non sarebbe un por fine al libero gioco delle forze e dell'ordine della creazione? 
Per questo per me Dio non è mai colpevole. Egli non può e non deve intervenire. 
Diversamente, se potendo non intervenisse, sarebbe un Dio che si diverte davanti a troppe sofferenze incredibili e inammissibili. 
Ecco perché, come dicevo prima, il dramma della malattia, della sofferenza e della morte è anche il dramma di Dio.

- Padre David Maria Turoldo -
Intervista a Roberto Vinco, Il Gazzettino, 1° novembre 1991



La vita ci è data per cercare Dio, la morte per trovarlo, l'eternità per possederlo.

- Jacques Nouet -
Vita, morte ed eternità 


Io non ho mani

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l'ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

- Padre David Maria Turoldo -
1916 - 1992


Buona giornata a tutti. :-)