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sabato 6 aprile 2019

L'esistenza alla deriva - cardinale Joseph Ratzinger (papa Benedetto XVI)

L'Esistenza alla deriva 

E proprio questa è la caratteristica saliente della grande deriva attuale in materia di rispetto della vita; non si tratta più di una problematica di morale semplicemente individuale, ma di una problematica di morale sociale, a partire dal momento in cui gli Stati e perfino delle organizzazioni internazionali, si fanno garanti dell'aborto o dell'eutanasia, votano delle leggi che le autorizzano e pongono i mezzi a loro disposizione al servizio di coloro che li eseguono.

Il diritto del più forte 

IV. Ma perché questa vittoria di una legislazione o di una prassi antiumana proprio nel momento in cui l'idea dei diritti umani sembrava arrivata a un riconoscimento universale ed incondizionato? Perché anche persone di alta formazione morale pensano che la normativa sulla vita umana potrebbe e dovrebbe entrare nei compromessi necessari della vita politica?
1. Ad un primo livello della nostra riflessione, mi sembra di poter segnalare due motivi, dietro i quali se ne nascondono probabilmente altri. Uno si riflette nella posizione che afferma come necessaria la separazione tra convinzioni etiche personali e ambito politico, nel quale sono formulate le leggi: qui l'unico valore da rispettare sarebbe la totale libertà di scelta di ciascun individuo, in dipendenza dalle proprie opinioni private.
La vita sociale, nell'impossibilità di fondarsi su qualsiasi riferimento oggettivo comune, dovrebbe concepirsi come esito di un compromesso di interessi al fine di garantire il massimo di libertà possibile a ciascuno. Ma in realtà, laddove il criterio decisivo del riconoscimento dei diritti diventa quello della maggioranza, laddove il diritto all'espressione della propria libertà può prevalere sul diritto di una minoranza che non ha voce, lì è la forza che è divenuta il criterio del diritto.
Ciò risulta tanto più evidente e drammaticamente grave quando in nome della libertà di chi ha potere e voce, si nega il fondamentale diritto alla vita di chi non ha possibilità di farsi ascoltare. 
In realtà ogni comunità politica, per sussistere, deve riconoscere almeno un minimo di diritti oggettivamente fondati, non accordati tramite convenzioni sociali, ma precedenti ogni regolamentazione politica del diritto. 
Si capisce allora come uno Stato, che si arroghi la prerogativa di definire quali esseri umani siano o non siano soggetti di diritti, che di conseguenza riconosca ad alcuni il potere di violare il fondamentale diritto alla vita di altri, contraddice l'ideale democratico, al quale pure continua a richiamarsi e mina le stesse basi su cui si regge. 
Si vede così che l'idea di una tolleranza assoluta della libertà di scelta di alcuni distrugge il fondamento stesso di una convivenza giusta tra uomini.
Ci si può chiedere però quando inizia ad esistere la persona, soggetto di diritti fondamentali che vanno assolutamente rispettati. Se non si tratta di una concessione sociale, ma piuttosto di un riconoscimento, anche i criteri per questa determinazione devono essere oggettivi. 
Come ha ricordato la Donum Vitae (1, 1), le recenti acquisizioni della biologia umana riconoscono che "nello zigote derivante dalla fecondazione si è già costituita l'identità biologica di un nuovo individuo umano". 
Anche se nessun dato sperimentale può essere per sé sufficiente a far riconoscere un'anima spirituale, tuttavia le conclusioni della scienza sull'embrione umano forniscono un'indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita umana. In ogni caso, fin dal primo momento della sua esistenza, al frutto della generazione umana va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità corporale e spirituale.

La coscienza e la morale 

2. Un secondo motivo che spiega il diffondersi di una mentalità di opposizione alla vita mi sembra connesso con la concezione stessa della moralità oggi largamente diffusa. È una visione individualistica della libertà, intesa come diritto assoluto di autodeterminarsi sulla base delle proprie convinzioni, si associa spesso un'idea meramente formale di coscienza. 
Essa non si radica più nella concezione classica della coscienza morale (cf. Gaudium et spes). In tale concezione, propria di tutta la tradizione cristiana, la coscienza è la capacità di aprirsi all'appello della verità obiettiva, universale e uguale per tutti, che tutti possono e devono cercare.
Invece, nella concezione innovativa, di chiara ascendenza kantiana, la coscienza è sganciata dal suo rapporto costitutivo con un contenuto di verità morale e ridotta una mera condizione formale della moralità essa si rapporterebbe solo alla bontà dell'intenzione soggettiva. In tal modo la coscienza viene ad essere nient'altro che la soggettività elevata a criterio ultimo dell'agire. La fondamentale idea cristiana che non c'è nessuna istanza che possa opporsi alla coscienza non ha più il significato originario e irrinunciabile per cui la verità non può che imporsi in virtù di se stessa, cioè nell'interiorità personale, ma diventa una deificazione della soggettività, di cui la coscienza è oracolo infallibile, che non può essere messa in questione da niente e da nessuno.
V. Ma occorre andare più a fondo ancora nell'identificare le radici di quest'opposizione alla vita. Così, ad un secondo livello, riflettendo nei termini di un approccio più personalistico, troviamo una dimensione antropologica sulla quale è necessario soffermarci se pur brevemente.
Va qui segnalato un nuovo dualismo che si afferma sempre più nella cultura occidentale e verso cui convergono alcuni dei tratti caratterizzanti la sua mentalità l'individualismo, il materialismo, l'utilitarismo e l'ideologia edonista della realizzazione di se stessi da parte di se stessi. Infatti, il corpo non è più percepito spontaneamente dal soggetto come la forma concreta di tutte le sue relazioni nei confronti di Dio, degli altri e del mondo, come quel dato che lo inserisce all'interno di un universo in costruzione, in una conversazione in corso, in una storia ricca di senso a cui non può partecipare in modo positivo se non accettandone le regole e il linguaggio. Il corpo appare piuttosto come uno strumento al servizio di un progetto di benessere, elaborato e perseguito dalla ragione tecnica, la quale calcola come potrà trarne il profitto migliore. 
La sessualità stessa viene in tal modo de-personalizzata e strumentalizzata. Essa appare come una semplice occasione di piacere e non più come la realizzazione del dono di sé, né come l'espressione di un amore che, nella misura in cui è vero, accoglie integralmente l'altro e si apre alla ricchezza di vita di cui è portatore, al suo bambino che sarà anche il proprio bambino. I due significati, unitivo e procreativo, dell'atto sessuale vengono separati. L'unione è impoverita, mentre la fecondità è rinviata alla sfera del calcolo razionale: "il bambino, certo. Ma quando lo voglio e come lo voglio".
Diventa così chiaro che tale dualismo tra una ragione tecnica e un corpo oggetto permette all'uomo di sfuggire al mistero dell'essere. In realtà, la nascita e la morte, il sorgere di un'altra persona e la sua scomparsa, la venuta e la dissoluzione dell'"io" rimandano direttamente il soggetto alla questione del suo proprio senso e della sua propria esistenza. 
È forse per sfuggire a questa domanda angosciante che egli cerca di assicurarsi un dominio quanto più completo possibile su questi due momenti chiave della vita, che cerca di trasferirli nella zona del fare. In tal modo l'uomo si illude di possedere se stesso, godendo di una libertà assoluta: egli potrebbe essere fabbricato secondo un calcolo che non lascia nulla all'incerto, nulla al caso, nulla al mistero.
2. Un mondo che assume opzioni di efficienza tanto assolute, un mondo che ratifica a tal punto la logica utilitarista, un mondo che per di più concepisce la libertà come un diritto assoluto dell'individuo e la coscienza come un'istanza soggettivistica del tutto isolata, tende necessariamente a impoverire tutte le relazioni umane fino a considerarle ultimamente come relazioni di forza e a non riconoscere all'essere umano più debole il posto che gli è dovuto.

L'ideologia utilitarista 

Da questo punto di vista l'ideologia utilitarista va nel medesimo senso della mentalità "maschilista" ed il "femminismo" appare come una reazione legittima alla strumentalizzazione della donna. Tuttavia, molto spesso, il cosiddetto "femminismo" si basa sugli stessi presupposti utilitaristici del "maschilismo" e, lungi dal liberare la donna, coopera piuttosto al suo asservimento.
Quando, nella linea del dualismo già precedentemente evocato, la donna rinnega il proprio corpo, considerandolo come un puro oggetto al servizio di una strategia di conquista della felicità, mediante la realizzazione di sé, essa rinnega anche la sua femminilità, il suo modo propriamente femminile del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro, di cui la maternità è il segno più tipico e la realizzazione più concreta.
Quando la donna si schiera per l'amore libero e giunge al punto di rivendicare il diritto di abortire, essa contribuisce a rinforzare una concezione delle relazioni umane, secondo cui la dignità di ognuno dipende, agli occhi dell'altro, da quanto egli può dare. 
In tutto questo la donna prende posizione contro la propria femminilità e contro i valori di cui quest'ultima è portatrice: l'accoglienza alla vita, la disponibilità al più debole, la dedizione senza condizioni a chi ne ha bisogno. Un autentico femminismo, lavorando per la promozione della donna nella sua verità integrale e per la liberazione di tutte le donne, lavorerebbe anche alla promozione dell'uomo intero e alla liberazione di tutti gli esseri umani. Lotterebbe infatti affinché la persona sia riconosciuta nella dignità che gli viene solo dal fatto di esistere, di essere stata voluta e creata da Dio, e non dalla sua utilità, dalla sua forza, dalla sua bellezza, dalla sua intelligenza, dalla sua ricchezza e dalla sua salute. Si sforzerebbe di promuovere un'antropologia che valorizzi l'essenza della persona come fatta per il dono di sé e per l'accoglienza dell'altro, di cui il corpo, maschile o femminile, è il segno e lo strumento. È proprio sviluppando un'antropologia che presenta l'uomo nella sua integralità personale e relazionale che si può rispondere all'argomentazione diffusa, secondo cui il mezzo migliore per lottare contro l'aborto sarebbe quello di promuovere la contraccezione. Una simile tesi che di primo acchito sembra del tutto plausibile, è però contraddetta dall'esperienza: si constata generalmente una crescita parallela dei tassi di ricorso alla contraccezione e dei tassi di aborto. Il paradosso non è apparente. 
Infatti bisogna rendersi conto che la contraccezione e l'aborto affondano entrambi le loro radici in quella visione de-personalizzata e utilitaristica della sessualità e della procreazione, che abbiamo appena descritta e che si basa a sua volta su una concezione mutilata dell'uomo e della sua libertà.
Non si tratta, infatti, di assumere una gestione responsabile e degna della propria fecondità in funzione di un progetto generoso, sempre aperto all'accoglienza eventuale di una nuova vita imprevista.
Si tratta piuttosto di assicurarsi un dominio completo della procreazione, che respinge persino l'idea di un figlio non programmato. Compresa in questi termini, la contraccezione conduce necessariamente all'aborto come "soluzione di riserva". In realtà solo se si sviluppa l'idea che l'uomo non ritrova pienamente se stesso che nel dono generoso di sé e nell'accoglienza incondizionata dell'altro, semplicemente perché questi esiste, l'aborto apparirà come un crimine assurdo.
Un'antropologia di tipo individualistico conduce, come abbiamo visto, a considerare la verità oggettiva come inaccessibile, la libertà come arbitraria, la coscienza come una istanza chiusa in se stessa. Essa orienta la donna non solamente all'odio verso gli uomini, ma anche all'odio verso di sé e verso la propria femminilità, soprattutto verso la propria maternità.
Una simile antropologia orienta più generalmente l'essere umano all'odio verso di sé. L'uomo disprezza se stesso; non è più d'accordo con Dio che aveva trovato "cosa molto buona" la creatura umana (Gen. 1,31). 
Al contrario, l'uomo di oggi vede in se stesso il grande distruttore del mondo, un prodotto infelice dell'evoluzione. E in realtà, l'uomo che non ha più accesso all'infinito, a Dio, è un essere contraddittorio, un prodotto fallito. 
Qui appare la logica del peccato: l'uomo volendo essere come Dio, cerca l'indipendenza assoluta. Per essere autosufficiente deve diventare indipendente, deve emanciparsi anche dall'amore, che è sempre grazia libera, non producibile e fattibile. Però facendosi indipendente dall'amore l'uomo si è separato dalla vera ricchezza e del suo essere, è divenuto vuoto e l'opposizione contro il proprio essere diventa inevitabile. "Non è bene essere un uomo", la logica della morte appartiene alla logica del peccato. 
La strada verso l'aborto, verso l'eutanasia e lo sfruttamento dei più deboli è aperta.
In sintesi possiamo quindi dire: la radice ultima dell'odio contro la vita umana, di tutti gli attacchi contro la vita umana è la perdita di Dio. Dove Dio compare, compare anche la dignità assoluta della vita umana.

Le possibili risposte

VI. Che fare in questa situazione, per rispondere alla sfida appena descritta? Da parte mia vorrei limitarmi alle possibilità connesse con la funzione del Magistero. Non mancano gli interventi magisteriali su questo problema in questi ultimi anni. 
Il Santo Padre insiste instancabilmente sulla difesa della vita come dovere fondamentale di ogni cristiano; molti vescovi ne parlano con grande competenza e forza. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato in questi anni alcuni importanti documenti sulle tematiche morali connesse al rispetto dovuto alla vita umana.
Nonostante tali prese di posizione, nonostante numerosissimi interventi pontifici su alcuni di questi problemi o su loro aspetti particolari, il campo rimane largamente aperto a una ripresa globale a livello dottrinale che vada alle radici più profonde e denunci le conseguenze più aberranti della "mentalità di morte".
Si potrebbe quindi pensare a un eventuale documento sulla vita umana, che dovrebbe a mio avviso presentare due caratteristiche originali rispetto ai documenti precedenti. Anzitutto non dovrebbe sviluppare solo considerazioni di morale individuale, ma anche considerazioni di morale sociale e politica. Più in dettaglio le diverse minacce contro la vita umana potrebbero essere affrontate da cinque punti di vista: 
il punto di vista dottrinale (con una forte riaffermazione del principio secondo cui "l'uccisione diretta di un essere umano innocente è sempre materia di colpa grave"), quello culturale, quello legislativo, quello politico, e infine, quello pratico.
Arriviamo così alla seconda caratteristica originale in un eventuale nuovo documento: benché la denuncia vi debba avere uno spazio, questo non sarà lo spazio principale. Si tratterebbe innanzi tutto di una ripresa gioiosa dell'annuncio del valore immenso dell'uomo e di ogni uomo, per quanto povero debole, sofferente egli sia" così come questo valore può apparire agli occhi dei filosofi, ma soprattutto così come, ci dice la Rivelazione, esso appare agli occhi di Dio.
Si tratterebbe di ricordare con ammirazione le meraviglie del Creatore verso la creatura, quella del Redentore per colui che è venuto a incontrare e salvare. 
Si tratterebbe di mostrare come l'accoglienza dello Spirito comporti in se stessa la disponibilità generosa all'altra persona e dunque l'accoglienza di ogni vita umana a partire dal momento in cui essa si annuncia fino al momento in cui si spegne.

In breve, contro tutte le ideologie e le politiche di morte, è la Buona Novella cristiana che si tratta di richiamare in quanto essa ha di essenziale: Cristo ha aperto al di là di ogni sofferenza, la via all'azione della grazia, per la vita sia nel suo aspetto umano che nel suo aspetto divino

- cardinale Joseph Ratzinger -
Concistoro straordinario del 1991, svolto ufficialmente in veste di Prefetto della Congregazione




La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. 
Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente » 

- Catechismo Chiesa Cattolica 2258 - 


Sì ... si ....  lo so... oggi un po pesante da leggere. 
Così .... giusto perchè abbiamo avuto la fortuna di nascere....
Prendiamoci un poco di tempo per riflettere sul valore della vita. 

Buona giornata a tutti. :-)




giovedì 17 maggio 2018

Da “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson

Una settimana dopo, svegliatasi verso l'alba, Mabel non ricordava più dove fosse; chiamò ad alta voce Oliviero, girò gli occhi stupiti intorno alla camera insolita... poi ritornò in se e tacque.
Negli otto giorni trascorsi in quel rifugio fu sottoposta alla prova; oggi restava libera di mettere in esecuzione ciò per cui era venuta.
Il sabato della settimana precedente subì l'esame davanti ad un magistrato speciale confidandogli, sotto le abituali condizioni di segreto, nome, età, domicilio ed i motivi per i quali domandava 1'applicazione della eutanasia.
Non occorre dire che fu promossa a meraviglia.
Scelse poi Manchester, come città abbastanza lontana ed abbastanza grande da sottrarla alle ricerche di Oliviero: infatti, della sua fuga nessuno poté scoprire le tracce.
Non ebbe sentore alcuno dei sospetti di suo marito, giacché in simili casi la polizia si incaricava di proteggere i fuggitivi: l'individualismo era ammesso unicamente in quanto permetteva di abbandonare la vita a coloro che ne sentivano tedio.
E Mabel ricorse senza dubbio a questo espediente legale, non potendo appigliarsi ad altri: lo stiletto esigeva coraggio e risoluzione; l'arma da fuoco le faceva ribrezzo; e il veleno, sotto il nuovo regime di polizia rigorosa, difficile oltremodo a procurarsi.
Ma poi ella voleva sottoporre ad una seria prova il suo divisamento e rendersi ben certa che non le rimaneva altra via di uscita.
Ora si sentiva più sicura che mai.
L'idea di morire, concepita per la prima volta tra le sofferenze atroci che le fecero provare i moti violenti dell'ultimo giorno dell'anno, era stata presto respinta dallo specioso argomento che l'uomo immaturo era ancora soggetto a ricadute; ma in seguito quel pensiero le riapparve qual demone tentatore, proprio nella luce meridiana fattasi a lei dintorno per le dichiarazioni di Felsemburgh.
E il demone le stava sempre davanti, per quanto cercasse di resistergli, illudendosi che quella dichiarazione che l'aveva riempita di orrore, non diverrebbe mai un fatto compiuto.
Finalmente, quando la teoria politica passò in legge deliberata, Mabel cedé con tutta l'anima alla tentazione.
Da quel momento erano passati otto giorni senza che ella sentisse mai vacillare il proposito.
Però aveva cessato di condannare, persuasa oramai che ogni recriminazione era inutile: sapeva di non poter reggere davanti al fatto di non riuscire a comprendere la nuova fede, e che per lei, comunque fosse per gli altri, non vi era più speranza... Oltre a ciò non lasciava figli...
Quegli otto giorni, stabiliti per legge, furono abbastanza tranquilli.
Mabel aveva portato seco denaro sufficiente per entrare in una di quelle private Case di Rifugio fornite di tutti gli agi convenienti alla vita signorile.
Le infermiere si erano mostrate gentili e riguardose, in modo che ella non ebbe a lagnarsi di loro.
Naturalmente dovette soffrire dapprima per le reazioni inevitabili: passò la prima notte in uno stato da far pietà, coricata nel buio soffocante di quella stanza, mentre tutta la sua natura sensibile protestava e lottava contro il destino che voleva così. Reclamava le cose familiari, la promessa di nutrimento, di aria, di consorzio umano; e ritraeva la faccia inorridita davanti all'abisso tenebroso verso il quale si avviava irrevocabilmente.
Nella lotta affannosa ebbe momenti di calma, solo quando una voce più profonda le mormorava l'avviso che non fosse la morte fine di ogni cosa.
Sul fare del mattino ella rinvenne; e la volontà riacquistato il suo potere, cancellò definitivamente ogni segreta speranza di vivere.
Dovette inoltre soffrire per una più positiva paura, ricordando le scandalose rivelazioni, che dieci anni prima misero sottosopra tutta l'Inghilterra, e portarono gli stabilimenti di eutanasia sotto la sorveglianza del governo.
Era un fatto accertato che, per anni ed anni, nei grandi laboratori di vivisezione servirono per le esperienze soggetti umani; a molti, che, per togliersi dal mondo come lei, entrarono nelle case private di eutanasia, fu somministrato un gas, che sospendeva le funzioni vitali invece di annientarle...
Ma, tutto passò con il nuovo giorno: tali cose non si potevano ripetere sotto il nuovo regime, almeno in Inghilterra.
Appunto per queste ragioni ella non era corsa a cercar la morte sul Continente Europeo; laggiù, dove la logica superava il sentimento, il materialismo andava sino in fondo: se gli uomini non erano che puri e semplici animali... la conclusione veniva da sé......
Intorno alla moralità dell'atto che stava per compiere, alla relazione cioè che passava tra questo e la vita comune degli uomini, non aveva il minimo dubbio: credeva, insieme con tutti gli Umanitaristi, che, come i dolori del corpo giustificavano all'occorrenza il suicidio, così pure i dolori dello spirito.
Quando il disagio fosse giunto ad un grado tale da rendere l'individuo inutile a se stesso ed agli altri, il suicidio diveniva l'atto più caritatevole che potesse esser compiuto.
Certo, non aveva mai pensato, ai suoi giorni, di doversi trovare in simile condizione; si era sentita, anzi, anche troppo attaccata alla vita....
Eppure vi si trovava adesso: la necessità di finirla era dunque fuori di questione.
Riandò più volte in quel tempo all'abboccamento avuto con Mr. Francis.
Recatasi da lui quasi per un impulso istintivo, Mabel voleva udire anche l'altra parte; sapere cioè se il Cristianesimo fosse così ridicolo come aveva creduto sempre.
Ridicolo non era di certo; le parve, anzi, estremamente patetico... un dramma seducente, un brano squisito di poesia!
E sarebbe stata ben felice di credervi; ma sentiva di non potere.
No!
Un Dio trascendente era assurdo, sebbene non fosse meno assurda una Umanità Infinita.
Ma poi... l'incarnazione...
Basta! non se la sentiva!...
Dunque nessuna via di uscita: la religione umanitaria era l'unica vera, l'uomo era Dio o per lo meno la sua più alta manifestazione; ma con questo Dio ella non voleva più aver che fare!......

- Robert Hugh Benson - 
Da “Il padrone del mondo”, Città Armoniosa, 1979



Io penso che sia necessaria una nuova definizione del termine «eutanasia». Non c'è una vera differenza tra «lasciar morire» (interrompendo l'accanimento terapeutico), «aiutare a morire» (sedando il male e il dolore con dosi sempre più elevate di oppiacei) e «provocare il morire» (somministrando un farmaco o un'iniezione letali). 
Tutti e tre questi percorsi sfociano, infatti, nella morte. Chiesta o cercata; solo perché la sofferenza ha toccato limiti insopportabili, che sviliscono ogni dignità umana. 
È diritto dell'uomo chiedere la morte, se è stato colpito da una malattia inguaribile e irreversibile? 
La risposta non può essere che affermativa, perché la vita è un diritto, e non un dovere. 
Scegliere la morte per evitare sofferenze intollerabili fa parte dei diritti inalienabili della persona, e non si può affermare che la vita è un bene «non disponibile» da parte dell'individuo senza negare il concetto stesso di libertà, sottoponendolo a categorie morali che non possono che essere collettive, e che quindi, di fatto, cancellano l'individuo e negano la sua libera autodeterminazione.

- Umberto Veronesi -
da: "Il diritto di non soffrire", Ed. Mondadori



Le leggi sul suicidio assistito sono contro la legge di Dio La pratica del suicidio va contro il 5 ° comandamento: “Non uccidere”
Questo comandamento proibisce l’omicidio di se stessi o l’uccisione altrui. 
Lo Stato non ha il diritto di approvare leggi contrarie alla legge morale e divina. E tutte le persone di buona volontà devono respingere con fermezza il suicidio assistito e difendere la moralità e la retta ragione.
Sapete qual è la differenza tra civiltà e barbarie? La differenza è il rispetto della legge naturale. Anche i pagani sapevano quanto la legge naturale fosse radicata nella nostra natura umana razionale. Tendiamo a fare il bene ed evitare il male.
Così, per uccidere se stessi o per “aiutare” un’altra persona a uccidersi, frantumiamo tale principio fondamentale del diritto naturale e apriamo la strada a una nuova “età della pietra” del “cane mangia cane” ferocemente barbarica.
E – come dimostra la storia – il divario tra “suicidio assistito” e suicidio obbligatorio può essere molto stretto.
Chi può garantire che legalizzare oggi il “suicidio assistito” non prepari la strada a una nuova versione dei forni crematori di Auschwitz domani?

da: www.amicidilazzaro.it/index.php/10-ragioni-contro-il-suicidio-assistito/


Buona giornata a tutti. :-)






mercoledì 23 agosto 2017

Inno alla vita – Papa Giovanni Paolo II

La vita è dono meraviglioso di Dio e nessuno ne è padrone,
l'aborto e l'eutanasia sono tremendi crimini contro la dignità dell'uomo,
la droga è rinuncia irresponsabile alla bellezza della vita,
la pornografia è impoverimento e inaridimento del cuore.
La malattia e la sofferenza non sono castighi ma occasioni per entrare nel cuore del mistero dell'uomo; nel malato, nell'handicappato, nel bambino e nell'anziano, nell'adolescente e nel giovane, nell'adulto e in ogni persona, brilla l'immagine di Dio.
La vita è un dono delicato, degno di rispetto assoluto: Dio non guarda all'apparenza ma al cuore; la vita segnata dalla Croce e dalla sofferenza merita ancora più attenzione, cura e tenerezza.
Ecco la vera giovinezza: è fuoco che separa le scorie del male dalla bellezza e dalla dignità delle cose e delle persone; è fuoco che riscalda di entusiasmo l'aridità del mondo; è fuoco d'amore che infonde fiducia ed invita alla gioia.

(Beato Giovanni Paolo II)





La Chiesa non cessa mai di proclamare la verità che la pace nel mondo affonda le sue radici nel cuore degli uomini, nella coscienza di ogni uomo e di ogni donna. 
La pace può essere soltanto il frutto di un cambiamento spirituale, che inizia nel cuore di ogni essere umano e che si diffonde attraverso le comunità. 
La prima di queste comunità è la famiglia. 
È la famiglia la prima comunità ad essere chiamata alla pace, e la prima comunità a ricercare la pace – pace e amicizia fra gli individui e i popoli. 

san Giovanni Paolo II, papa




"(...) vorrei scongiurare quel rischio, che non credo sia del tutto ipotetico, che questo sistema di staccare quando un gruppo ritiene si debba staccare, passi dal bambino, malato speciale come Charlie, agli adulti, e che qualcuno un giorno possa venire a dire anche a me, quando è ora, che è tempo di staccare.
Io lascio detto già adesso che non voglio che nessuno stacchi nulla, si staccherà l’anima quando riterrà che il corpo sia diventato insufficiente per contenerla".

- card. Elio Sgreccia - 


giovedì 3 marzo 2016

L'eutanasia e Oriana Fallaci

Undici anni fa, il 31 marzo 2005, veniva assassinata " per legge" Terri Shindler...

Oriana Fallaci la ricordava così ...
"Quella era una donna che capiva. Che pensava, che ragionava. 
Io sono certa che la sua lunga agonia, la sua interminabile esecuzione effettuata attraverso la fame e la sete, Terri l'abbia vissuta consapevolmente".
Io non sono capace di guardare certe cose con distacco, indifferenza, freddezza… - dice Oriana - Ma poche volte ho sofferto quanto per questa donna innocente, uccisa dall'ottusità della Legge e dalla crudeltà di un Barbablù. Nonostante la mancanza di sangue, di manifesta brutalità, v'è qualcosa di particolarmente mostruoso nella morte di Terri Schindler".
Intende dire Terri Schiavo?
"Io non dico mai Terri Schiavo. Mi sembra una beffa, una crudeltà supplementare, chiamarla col cognome di suo marito. Era nata come Theresa Marie Schindler, povera Terri. E se la sapessero tutta, penso che anche gli italiani direbbero Terri Schindler e non Terri Schiavo... 

Ho l'impressione che in Italia anzi in Europa la gente non sia stata ben informata. Che sia i giornali, sia le televisioni abbiano sottolineato la sensazionalità della faccenda, non i suoi retroscena. 
Io invece l'ho seguita giorno per giorno ed ora per ora, qui in America, e l'effetto è stato così disastroso che non credo più alla Legge. 
Cristo per tutta la vita ho invocato la Legge. Anche per combattere l'incompreso flagello che stiamo subendo con l'invasione islamica dell'Occidente, ho sempre invocato la Legge... 
Ma la morte di Terri è riuscita laddove essi non erano riusciti, ed oggi penso che ottenere giustizia attraverso la Legge sia un terno al lotto. Se mi sbaglio, se la Legge significa davvero Giustizia, Equità, Imparzialità, me lo si dimostri incriminando i magistrati che per ben dodici volte si sono accaniti su quella creatura colpevole soltanto d'essere una malata inguaribile...
In testa a loro, quel George Greer che per primo accolse l'istanza di barbablù e ordinò di staccare la spina cioè di togliere a Terri il feeding-support: il tubo nutritivo..."
Quindi secondo lei, i primi responsabili sono i magistrati?
"...Oggi in America il rischio della dittatura non viene dal potere esecutivo: viene dal potere giudiziario.. E nel resto dell'Occidente, lo stesso. Pensi all'Italia dove, come ha ben capito la sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti e impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la Legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni come i Padreterni della Corte Suprema statunitense... Chi osa biasimare o censurare o denunciare un magistrato, in Italia? Chi osa dire che per diventar magistrato bisognerebbe essere un santo o almeno un campione di onestà e di intelligenza, non un uomo di parte e di conseguenza indegno d'indossare la toga? Nessuno. Hanno tutti paura di loro".
E al secondo posto delle responsabilità chi ci mette?
"...A pari merito ci metto i medici anzi i becchini travestiti da medici che ai magistrati hanno fornito gli elementi necessari ad emettere quella sentenza di morte. Che hanno definito Terri un cervello spento, un corpo senz'anima, un essere in stato vegetativo irreversibile... Oggigiorno Ippocrate non va più di moda e nella maggior parte dei casi la medicina è un business, un cinico strumento per arraffare soldi o tentare di ottenere lo screditato premio Nobel. Però so che lo stato vegetativo non è la morte cerebrale e che il termine stato-vegetativo-irreversibile è molto controverso...
Sta dicendo che lo stato-vegetativo di Terri non era irreversibile?
Lo stato-vegetativo si distingue dal coma in modo molto preciso. 

Il coma è un sonno continuo. Lo stato-vegetativo è un alternarsi di sonno e di veglia durante il quale il malato vede, capisce, reagisce agli stimoli. 
La prova è fornita da un video trasmesso da tutte le televisioni del mondo. Quello nel quale sua madre si china a baciarla e Terri si illumina veramente come un albero di Natale... 
A portare testimonianza in questo senso sono state anche le infermiere che la curavano. Due di loro raccontano addirittura che, a veder Barbablù, Terri si comportava in modo completamente diverso da quello in cui si comportava coi genitori. Chiudeva gli occhi oppure distoglieva lo sguardo, assumeva un'espressione ostile, taceva ostinatamente, e altro che stato-irreversibile! Quella era una donna che capiva. Che pensava, che ragionava. 
Io sono certa che la sua lunga agonia, la sua interminabile esecuzione effettuata attraverso la fame e la sete, Terri l'abbia vissuta consapevolmente".
Eppure il 67% degli americani ha approvato la decisione dei giudici...
Ne deduco che nella nostra società parlare di Diritti-Umani è davvero un'impostura, una farisaica commedia... Ne deduco che nella nostra società, per non essere gettati dalla rupe Tarpea, bisogna essere sani, belli e in grado di partecipare alle Olimpiadi o almeno giocare la fottuta partita di calcio. Beh, allora eliminiamoli tutti quei cittadini inutili... Anche se sono sordi come Beethoven che da sordo scrisse l'Eroica. Anche se sono ciechi come Omero che da cieco scrisse ll'Iliade e l'Odissea. 

O come Milton che da cieco scrisse il Paradiso perduto poi il Paradiso ritrovato. Anche se sono rachitici e gobbi come Leopardi che da rachitico e gobbo scrisse A Silvia e L'Infinito. 
O anche se sono tetraplegici come Stephen Hawking, da circa cinquant'anni immobilizzato da una sclerosi amiotrofica e da almeno dieci incapace di parlare..."
E per incominciare eliminiamo subito anche me, senza attendere che mi ammazzino i musulmani dai quali sono stata condannata a morte non con l'avallo della società ma con quello di Allah. Anch'io sono un malato inguaribile. Lungi dal curarmi con lo sciroppo per la tosse o dal definire il mio Alieno (la Fallaci soffre di un tumore ndr) 'un tipico reumatismo'. Anch'io sono colpevole. Anch'io merito d'essere scaraventata dalla Rupe della Fame e della Sete".
E l'eutanasia?
"...La parola eutanasia è per me una parolaccia. Una bestemmia nonché una bestialità, un masochismo. Io non ci credo alla buona-Morte, alla dolce-Morte, alla Morte-che-Libera-dalle-Sofferenze. La morte è morte e basta. 

Ma predicarlo non serve a nulla. Forse grazie ai kamikaze, alle loro stragi alle loro decapitazioni, l'islamico Culto della Morte sta avanzando in Occidente a un ritmo inesorabile. Sta conquistando l'America dove in Florida, in California, nel Vermonti, in Alabama, nell'Oregon, nel Michigan passano leggi sul suicidio assistito. E sperare che ciò non avvenga anche in Europa, in Eurabia, quindi in Italia, è ormai vano. 'L'onda si rovescerà sull'Europa, sull'Italia dove si copiano sempre sempre gli altri', ha ben scritto Gianluigi Gigli sull'Osservatore Romano.
[…]
Il famoso Living-Will o testamento Biologico con cui una persona chiarisce se in caso di grave infermità vuole vivere o morire...
"...E' una buffonata. Perché nessuno può predire come si comporterà dinanzi alla morte. Inutile fare gli eroi antelitteram, annunciare che dinanzi al plotone di esecuzione sputerai addosso ai tuoi carnefici come Fabrizio Quattrocchi. Inutile dichiarare che in un caso simile a quello di Terri vorrai staccare-la-spina, morire stoicamente come Socrate che beve la cicuta. L'istinto di sopravvivenza è incontenibile, incontrollabile...E se nel testamento biologico scrivi che in caso di grave infermità vuoi morire ma al momento di guardare la Morte in faccia cambi idea? Se a quel punto t'accorgi che la vita è bella anche quando è brutta, e piuttosto che rinunciarvi preferisci vivere col tubo infilato nell'ombelico ma non sei più in grado di dirlo?"
[…]
E poi?
Poi il calvario, la lenta caduta dalla Rupe della Fame e della Sete finì. 

Alle otto di mattina, il 31 marzo, Bob e Mary e Bobby e Susanna furono ammessi col sacerdote nella camera di Terri che stava finalmente morendo ma era ancora cosciente. E alle otto e quarantacinque, quando stava per esalare l'ultimo respiro, il poliziotto che con tanto zelo aveva impedito di inumidirle le labbra ringhiò che non potevan restare perché-le-infermiere-dovevan-pulire-la-camera-aggiustare-i-lenzuoli. Bobby si ribellò. Rispose che il pretesto era offensivo e ridicolo e si rifiutò di uscire. Allora il poliziotto lo cacciò brutalmente. Altrettanto brutalmente spinse don Pavone e Bob e Mary e Susanna fuori della stanza. Al loro posto si installò Barbablù con l'avvocato e, beffa delle beffe, crudeltà delle crudeltà, Terri morì con lui accanto. Sotto i suoi occhi.

(da un'intervista di Oriana Fallaci al "Foglio")



La vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene. 
Perciò, il saggio vivrà quanto deve, non quanto può. 
Osserverà dove gli toccherà vivere, con chi, in che modo e che cosa dovrà fare. Egli bada sempre alla qualità della vita, non alla lunghezza.

- Lucio Anneo Seneca -

L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. 
In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. 
Non si vuole così provocare la morte: si accetta di non poterla impedire. 
Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o altrimenti da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. 

- Catechismo della Chiesa cattolica - 





Buona giornata a tutti. :-)





domenica 11 settembre 2011

Inno alla vita – Papa Giovanni Paolo II -

La vita è dono meraviglioso di Dio e nessuno ne è padrone,
l'aborto e l'eutanasia sono tremendi crimini contro la dignità dell'uomo,
la droga è rinuncia irresponsabile alla bellezza della vita,
la pornografia è impoverimento e inaridimento del cuore.
La malattia e la sofferenza non sono castighi ma occasioni per entrare nel cuore del mistero dell'uomo; nel malato, nell'handicappato, nel bambino e nell'anziano, nell'adolescente e nel giovane, nell'adulto e in ogni persona, brilla l'immagine di Dio.
La vita è un dono delicato, degno di rispetto assoluto: Dio non guarda all'apparenza ma al cuore; la vita segnata dalla Croce e dalla sofferenza merita ancora più attenzione, cura e tenerezza.
Ecco la vera giovinezza: è fuoco che separa le scorie del male dalla bellezza e dalla dignità delle cose e delle persone; è fuoco che riscalda di entusiasmo l'aridità del mondo; è fuoco d'amore che infonde fiducia ed invita alla gioia.

(Beato Giovanni Paolo II)



La Chiesa non cessa mai di proclamare la verità che la pace nel mondo affonda le sue radici nel cuore degli uomini, nella coscienza di ogni uomo e di ogni donna. 
La pace può essere soltanto il frutto di un cambiamento spirituale, che inizia nel cuore di ogni essere umano e che si diffonde attraverso le comunità. 
La prima di queste comunità è la famiglia. 
È la famiglia la prima comunità ad essere chiamata alla pace, e la prima comunità a ricercare la pace – pace e amicizia fra gli individui e i popoli. 

(Beato Giovanni Paolo II)



Buona giornata a tutti. :-)