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sabato 4 aprile 2026

Il Sabato Santo

 Il Sabato Santo è il terzo e ultimo giorno del Triduo Pasquale.
Il culto cristiano celebra il mistero della discesa agli inferi del Signore Gesù dopo la Sua morte, avvenuta il giorno precedente alle tre del pomeriggio.
Gesù discese dopo la sua morte agli inferi con la sua divinità e con la sua anima umana, ma non con il suo corpo, che incorrotto per azione dello Spirito Santo, riposava nella tomba.
Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti.
Ma Lui vi è disceso come Dio e ha liberato gli spiriti buoni che vi si trovavano prigionieri aprendo loro il Paradiso.
Infatti tutti quelli che vi si trovavano erano privati della visione di Dio in quanto, nell'attesa del Redentore, questa era la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti.
Ottiene con tale discesa la sua vittoria sulla morte e sul diavolo. 
Si legge nel Catechismo cattolico che Gesù, «l'Autore della vita», ha ridotto «all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», liberando «così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».
Compiuta tale missione, la divinità e l'anima di Gesù si ricongiungono al Corpo nel sepolcro: e ciò costituisce il mistero della resurrezione, centro della fede di tutti i Cristiani.



Nei giorni del venerdì e del sabato santo, la Chiesa non celebra alcuna messa e l'Eucarestia non è conservata nel Tabernacolo, che è spalancato, per simboleggiare che Gesù oggi non è nel mondo.
Sono i giorni del digiuno nei quali lo Sposo le è tolto (Mt 9,15). Il sabato santo, la Chiesa si ferma presso il sepolcro del Signore, meditandone la passione e morte, segno efficace di un Amore che non conobbe limiti (“li amò – dice san Giovanni – sino alla fine”: Gv 13,1), 
Sempre in segno di lutto le luci e le candele sono spente, gli altari sono spogli, senza fiori e paramenti, le campane mute. In molte chiese rimane esposta la Croce, simbolo di Salvezza dalla morte eterna, per tutti coloro che credono.
 Ci si prepara però a celebrare, nella notte, la grande Veglia pasquale, “madre di tutte le veglie” (sant’Agostino). 
Questa, per una tradizione antichissima, è “la notte di veglia in onore del Signore” (Es 12,42). I fedeli porteranno in mano la fiaccola – secondo l’ammonizione del Maestro (Lc 12,35ss) – per somigliare a coloro che, fedeli al vangelo, attendono vigili il ritorno del Signore.

- Felice Accrocca -
Arcivescovo di Benevento




La celebrazione del lucernario iniziale è particolarmente suggestiva: la chiesa è vuota, completamente al buio; le tenebre, discese sulla terra durante le ultime ore di vita del Salvatore, sembrano prevalere. Fuori della chiesa è acceso un fuoco divampante, dal quale il sacerdote accenderà il nuovo cero pasquale. Dopo il saluto, il sacerdote rivolge un’esortazione ai presenti, quindi benedice il fuoco con queste parole: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo. Fa’ che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno. Per Cristo nostro Signore”.




C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. 
Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? 

Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? 
La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? 
I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? 
Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. 
Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. 
Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. 
Amen. 

- papa Benedetto XVI - 
da: Meditazioni sul Sabato Santo


... silenzio ...


giovedì 2 aprile 2026

Gesù e l’agnello - Jose' Saramago

 Gesù strinse il capo dello spago con cui l’agnello era legato alla corda, la bestia guardò il suo nuovo padrone e belò, fece beeee con quel tono timido e tremulo degli agnelli che moriranno giovani perché tanto amati dagli dei. Questo suono, udito migliaia di volte durante la sua nuova attività di pastore, toccò il cuore di Gesù al punto che sentì le membra dissolversi dalla pena, lui era lì, come non gli era mai accaduto prima in maniera così assoluta, signore della vita e della morte di un altro essere, quest’agnello bianco, immacolato, privo di volontà e di desideri, che protendeva verso di lui un musetto interrogativo e fiducioso, gli si vedeva la lingua rosea mentre belava e, sotto la lanugine, era roseo l’interno delle orecchie, e rosee erano le unghie, che non si sarebbero mai indurite, modificando in zoccoli un termine che aveva per il momento in comune con gli uomini. 
Gesù accarezzò la testa dell’agnello, che gli rispose sollevandola e sfiorandogli la palma della mano con il naso umido, facendolo rabbrividire. [...] Allora Gesù, quasi gli fosse nata dentro una luce, decise, contro il rispetto e l’obbedienza, contro la Legge della sinagoga e la parola di Dio, che questo agnello non sarebbe morto, che quanto gli era stato dato per morire avrebbe continuato a vivere e che lui, venuto a Gerusalemme per sacrificare, dalla città se ne sarebbe andato più peccatore di quanto vi era entrato, non gli bastavano le vecchie mancanze, adesso è caduto anche in questa, e arriverà il giorno, giacchè Dio non dimentica, in cui dovrà pagarle tutte. 
Per un attimo, il timore del castigo lo fece esitare ma, con un’immagine rapidissima, la mente gli presentò la visione terrorizzante di un agnello e di altri animali sacrificati fin dalla creazione dell’uomo, perché l’umanità è stata posta su questo mondo proprio per adorare e sacrificare. A tal punto lo turbarono queste fantasie che gli parve di vedere la scalinata del Tempio allagata di rosso, gocciolante di gradino in gradino, e lui lì in mezzo, con i piedi nel sangue, che sollevava al cielo il suo agnello sgozzato morto.[...] Con l’agnello avvolto nella bisaccia, come per difenderlo da una minaccia ora imminente, Gesù si precipitò fuori della piazza, si perse fra le strade più strette, senza badare alla direzione in cui andava.

- Jose' Saramago -
Da: “Il Vangelo secondo Gesu' Cristo”




Non è un merito, è pura grazia.

“Ci prepara ad essere dei cirenei per aiutarlo a portare la Croce. E la nostra vita cristiana senza questo non è cristiana. E’ una vita spirituale, buona… ‘Gesù è il grande profeta, anche ci ha salvato. Ma Lui e io no…’. Tu con Lui! Facendo la stessa strada. Anche la nostra identità di cristiani deve essere custodita e non credere che essere cristiani è un merito, è un cammino spirituale di perfezione. Non è un merito, è pura grazia.”

Papa Francesco, omelia in S. Marta, 26 settembre 2014




Gesù prega e suda sangue nell'orto del Getsemani. 

<< Cari amici, anche noi nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l'impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un pò di luce nel cammino della vita. >>
 
- papa Benedetto XVI  -
Udienza Generale 1° Febbraio 2012


Credo in Dio e credo nell'uomo, quale immagine di Dio.
Credo negli uomini, nel loro pensiero, nel valore della loro sterminata fatica.
Credo nella vita come dono e come durata, come possibilità illimitata di elevazione, non prestito effimero dominato dalla morte.
Credo nella gioia: la gioia di ogni stagione, di ogni tappa, di ogni aurora, di ogni tramonto, di ogni volto, di ogni raggio di luce che parta dal cervello, dai sensi, dal cuore.
Credo nella famiglia del sangue e nella famiglia prescelta per il mio lavoro.
Credo nel dovere di servire il bene comune perché giustizia, libertà e pace siano a fondamento della vita sociale.
Credo nella possibilità di una grande famiglia umana e nell'unità dei cristiani quale Cristo la volle.
Credo nella gioia dell'amicizia, nella fedeltà e nella parola degli uomini.
Credo in me stesso, nella capacità che Dio mi ha conferito, perché possa sperimentare la più grande fra le gioie, che è quella del donare e del donarsi.
In questa fede voglio vivere, per questa fede voglio lottare e con questa fede voglio addormentarmi in attesa del grande, gioioso risveglio.

(Padre Giulio Bevilacqua)
(1881-1965)































Buona giornata a tutti. :-)




domenica 22 febbraio 2026

da "Il Dio vicino" L'eucarestia cuore della vita cristiana - Card. Joseph Ratzinger

 Nella preghiera fondamentale della Chiesa, nell'Eucarestia, il cuore della sua vita non solo si esprime, ma si compie giorno per giorno.
L'Eucarestia ha nel più profondo di sè a che fare solo con Cristo.
Egli prega per noi, pone la sua preghiera sulle nostre labbra, poichè solo lui sa dire: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Ci attira dentro la sua vita, nell'atto dell'amore eterno, in cui egli si affida al Padre, così che noi, insieme con lui, consegniamo a nostra volta noi stessi al Padre e, in questo modo, riceviamo in dono proprio Gesù Cristo. L'Eucarestia è quindi sacrificio: affidarsi a Dio in Gesù Cristo e ricevere così in dono il suo amore.
Cristo è lui che dà ed è, allo stesso tempo, il dono: per mezzo di lui, con lui e in lui noi celebriamo l'Eucarestia.
In essa è continuamente presente e vero ciò che dice l'epistola di oggi: Cristo è il capo della Chiesa, che egli acquista mediante il suo sangue.
Allo stesso tempo, in ogni celebrazione eucaristica, seguendo un'antichissima tradizione, diciamo: noi celebriamo insieme al nostro Papa...
Cristo si dà nell'Eucarestia ed è presente tutto intero, in ogni luogo e, per questo, è dovunque presente, là dove viene celebrata l'Eucarestia, il mistero tutto intero della Chiesa.
Ma Cristo è anche in ogni luogo un'unica persona e, per questo, non lo si può ricevere contro gli altri, senza gli altri.
Proprio perchè nell'Eucarestia c'è il Cristo tutto intero, inseparato ed inseparabile, proprio per questo si rende ragione dell'Eucarestia solo se essa è celebrata con tutta la Chiesa.
Noi abbiamo Cristo solo se lo abbiamo insieme con gli altri.
Poichè l'Eucarestia ha a che fare solo con Cristo, essa è il Sacramento della Chiesa.
E per questa stessa ragione essa può essere accostata solo nell'unità con tutta la Chiesa e con la sua Autorità.

Per questo la preghiera per il Papa fa parte del canone eucaristico, della celebrazione eucaristica.
La comunione con lui è la comunione con il tutto, senza la quale non vi è comunione con Cristo.

La preghiera cristiana e l'atto di fede implicano l'ingresso nella totalità, il superamento del proprio limite. 
La liturgia non è l'iniziativa organizzativa di un club o di un gruppo di amici; la riceviamo nella totalità e dobbiamo celebrarla a partire da questa totalità e in riferimento ad essa.

Solo allora la nostra fede e la nostra preghiera si pongono in maniera adeguata, quando vivono continuamente in questo atto di superamento di sè, di autoespropriazione, che arriva alla Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi: è questa l'essenza della dimensione cattolica.
Si tratta proprio di questo, quando andiamo al di là della nostra piccola realtà, stabilendo un legame con il Papa ed entrando così nella Chiesa di tutti i popoli.

Da Joseph Ratzinger
, "Il Dio vicino. L'eucaristia cuore della vita cristiana", San Paolo Edizioni 2008 (Pag. 127-128)




..."Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue". Questo "è" intende davvero la piena e completa energia di una presenza corporea? O non si riferisce solo a un'immagine simbolica, così che quelle parole debbano essere interpretate come se fossero: "Questo significa il mio corpo e il mio sangue"? 
Nel frattempo i dotti, stanchi di polemizzare intorno a questa parola, sono arrivati finalmente a comprendere che la disputa intorno ad un unico termine, estrapolato dal suo contesto originario, può portare solo a un vicolo cieco. 
In effetti, come in una melodia la singola nota riceve il suo significato solo dalla totalità e unicamente a partire da essa può essere compresa, così anche noi possiamo comprendere i singoli termini di una frase solo dal contesto generale in cui essi trovano posto. 
Se si procede in questo modo, la risposta della Bibbia è molto chiara, Abbiamo, infatti, sentito le parole drammatiche di Gesù nel Vangelo di Giovanni di una chiarezza insuperabile: "Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi...La mia carne infatti è vero cibo" (6,53.55). 
Quando cominciò a levarsi il mormorio dei giudei, si sarebbe potuto facilmente zittire quella contraddizione con parole rassicuranti come: "Amici, non prendetevela! Ho parlato per simboli: cibo significa sì carne, ma non lo è davvero!". 
Ma nel Vangelo non c'è nulla di tutto questo. Quando parla, Gesù rinuncia a simili addolcimenti, si limita ad affermare con forza sempre nuova che questo pane deve essere fisicamente, corporeamente, mangiato. 
Afferma che la fede nel Dio fatto uomo include la fede in un Dio corporeo e che questa fede diventa realmente la vera, piena fede solo se è essa stessa corporea, se è avvenimento sacramentale, in cui il Signore corporeo afferra la nostra esistenza corporea...
"Questo è il mio corpo" significa dunque: questa è tutta la mia persona presente nel mio corpo. Di che natura sia, poi, questa persona, lo scopriamo dalle parole che seguono. "che è dato per voi". 
E questo significa: questa persona è "essere-per-gli-altri". Nella sua intima essenza essa è condivisione di se stessa. Per questo, però, perché si tratta della persona e perché essa è intimamente apertura, offerta di sé, essa può essere condivisa....

- card.  Joseph Ratzinger  - 
da: "Il Dio vicino" L'eucarestia cuore della vita cristiana -



...basterebbe una conoscenza, anche molto modesta, del piccolo catechismo per riconoscere che l'idea del sacrificio non ha mai avuto il suo luogo nel "l'offertorio", ma nella preghiera eucaristica, nel "canone". 
A Dio, infatti, noi non sacrifichiamo questo o quello; la novità dell'eucarestia è la presenza del sacrificio di Cristo. 
Per questo il sacrificio avviene lì dove risuona la sua parola, parola della Parola in cui egli ha trasformato la sua morte in un farsi evento della parola e dell'amore, così che noi, potendolo accogliere, veniamo introdotti nel suo amore, nell'amore trinitario, in cui egli si consegna eternamente al Padre. 
Là, dove la parola risuona dalla parola e i nostri doni diventano così il suo dono, in cui egli dona se stesso, là è il sacrificio, che da sempre costituisce l'eucarestia...

- card.  Joseph Ratzinger  - 
da: "Il Dio vicino" L'eucarestia cuore della vita cristiana -




Buona giornata a tutti. :-)



sabato 21 febbraio 2026

Il falenino e la stella - don Bruno Ferrero

 Una piccola falena d'animo delicato s'invaghì una volta di una stella. 
Ne parlò alla madre e questa gli consigliò d'invaghirsi invece di un abat-jour. «Le stelle non son fatte per svolazzarci dietro», gli spiegò. 
«Le lampade, a quelle sì puoi svolazzare dietro».
«Almeno lì approdi a qualcosa», disse il padre. «Andando dietro alle stelle non approdi a niente».
Ma il falenino non diede ascolto né all'uno né all'altra. 
Ogni sera, al tramonto, quando la stella spuntava s'avviava in volo verso di essa e ogni mattina, all'alba, se ne tornava a casa stremato dall'immane e vana fatica.
Un giorno il padre lo chiamò e gli disse: «Non ti bruci un'ala da mesi, ragazzo mio, e ho paura che non te la brucerai mai. Tutti i tuoi fratelli si sono bruciacchiati ben bene volteggiando intorno ai lampioni di strada, e tutte le tue sorelle si sono scottate a dovere intorno alle lampade di casa. Su avanti, datti da fare, vai a prenderti una bella scottatura! Un falenotto forte e robusto come te senza neppure un segno addosso!».
Il falenino lasciò la casa paterna ma non andò a volteggiare intorno ai lampioni di strada ne intorno alle lampade di casa: continuò ostinatamente i suoi tentativi di raggiungere la stella, che era lontana migliaia di anni luce. Lui credeva invece che fosse impigliata tra i rami più alti di un olmo.
Provare e riprovare, puntando alla stella, notte dopo notte, gli dava un certo piacere, tanto che visse fino a tardissima età. 
I genitori, i fratelli e le sorelle erano invece morti tutti bruciati ancora giovanissimi.

La stella della speranza è un segno distintivo. Ogni giorno dovresti chiedere la fede per osare l'impossibile. 
Chi desidera operare con Cristo e, di conseguenza, trasformare il mondo, rifiuterà di adeguarsi a leggi ed ordinamenti precostituiti. 
Sarà disobbediente, quando altri obbediranno, eseguirà quando altri troveranno insensato l'ordine impartito. 
Il mondo gli apparirà una prigione, quando altri parleranno di libertà, ed esso sarà trasparente agli occhi della sua fede, quando altri saranno disperati, sentendosi prigionieri. 
Fare cose impossibili è il realismo di coloro che conoscono la voce del loro Signore.

Se c'è una stella nel cielo della tua vita, non perdere tempo a scottarti a qualche lampadina.

- don Bruno Ferrero - 
da: "40 storie nel deserto" - Ed. Elledici



 Porte strettissime

Questa sera portiamo a te, Gesù, e deponiamo nelle tue mani, uno per uno, coloro per i quali la vita è una porta strettissima.
Chi è povero. Chi soffre. Chi non sta bene. Chi semplicemente sente il bisogno di respirare un po'.
Scusami, sai, ma per certe porte ti devi un po' sforzare tu, Signore. 
Ad allargarle, a renderle meno strette. A renderle più umane.
Tu come uomo sai cosa vuol dire. Tu come Dio sai cogliere il punto in cui dobbiamo sforzarci e il punto in cui non riusciamo e ci vuoi tu.
Tu, buon Dio, aiuti chi ha bisogno di te. Lo hai promesso. In tanti vogliono vederti all'opera e sentirti accanto. Siamo certissimi che tu, almeno tu, le promesse le mantieni.
Noi a te ci affidiamo, di te ci fidiamo.

Valentino Porcile -





" ...Cattolici che su divorzio, fecondazione artificiale, matrimoni gay, testamento biologico, eutanasia, educazione, concezione dello stato, esprimono pacatamente un pensiero non cattolico.

Un 8 settembre dottrinale e culturale che produce, inevitabilmente, cumuli di macerie nell'azione politica di tutti i giorni.
Ma il politico similcattolico non demorde.
Egli sa che nell'accampamento dei credenti ancora tanta brava gente si aggira ignara, pronta a farsi sbranare il suo voto in serena letizia."

- Alessandro Gnocchi & Mario Palmaro -
in " Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della verità"


Buona giornata a tutti. :-)

martedì 20 gennaio 2026

La morte di Dio - F. Nietzsche (La gaia scienza, aforisma 125)

 


L’uomo folle

– Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?...” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. 
Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? 
Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.
A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. 
Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense.
“Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. 
Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. 
Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. 
Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. 
Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.

Friedrich Nietzsche
(Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, vol. XXV, pagg. 213-214)


Definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande e più intima depravazione, l’unico grande istinto della vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, furtivo, sotterraneo, meschino − lo definisco l’unica immortale macchia d’infamia dell’umanità.

- Friedrich Nietzsche -


La moralità è la migliore di tutti i dispositivi per menare l'umanità per il naso.

- Friedrich Nietzsche -



Buona giornata a tutti :-)






martedì 6 gennaio 2026

Una predica nella festa dell'Epifania in India - Piero Gheddo

 Nel 1965, in India, alla festa dell'Epifania, sono stato invitato a parlare nella chiesa di una cittadina dello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano i missionari del Pime. Essendo l'unico prete disponibile, ho dovuto celebrare la Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica dell'Epifania. Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale (una delle più importanti delle 18 lingue ufficiali dell'India, parlata da più di 80 milioni di indiani, con una letteratura molto ricca e antica), il vescovo di Warangal monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che sapeva bene l'inglese. «Tu parla inglese andando adagio», mi aveva detto, «e lui tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola».
Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth (che oggi è Diocesi), piena di gente, col mio bel discorso scritto in inglese. Dopo la lettura del Vangelo, la gente si è seduta e io ho cominciato a parlare, facendo riflessioni sulla festa liturgica, sul significato teologico dell'Epifania. A ogni frase mi fermavo e lasciavo al catechista il tempo di tradurre. Ma, man mano che andavo avanti nella predica, mi accorgevo che mentre le mie frasi erano brevi, il catechista parlava a lungo; e poi, io non citavo nessun nome proprio, ma lui continuava a citare Baldassarre, Melchiorre e Gaspare.
Dopo la Messa gli chiedo come aveva tradotto la mia predica e mi sento rispondere: «Padre, tu dicevi cose troppo difficili che io capivo poco e i nostri fedeli, gente semplice, non avrebbero capito nulla e non sapevo come tradurre. Allora ho raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano, da dove venivano e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver visto Gesù. Forse tu non sai, ma in India c'è la tradizione che i Magi erano indiani. Io li ho ambientati nei nostri villaggi telegu, in modo che tutti li sentissero come loro antenati. Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e adesso le vicende della vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad altri».
Quell'episodio mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a convertirci. Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che avrebbero potuto anche essere veri, per dare un'indicazione morale. Non fa come in certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, perché disincarnate dalla vita quotidiana. Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo. Quello che convince o scuote e fa riflettere i non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche (ci vogliono anche queste, ma a luogo e tempo debito)., sebbene i buoni esempi delle vite di Gesù, di Maria e dei santi. E anche dei Re Magi che venivano dall'Oriente!
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà. Nessuno riesce mai a essere un vero cristiano, perché il modello di Gesù è infinitamente al di là delle nostre piccole persone: ma quel che importa è la sincera volontà di camminare per la via che Cristo ci ha indicato. Non preoccupiamoci troppo delle nostre cadute, quando sono sinceramente combattute e detestate, quando ripetiamo ogni giorno al Signore il nostro pentimento e la volontà di togliere il peccato dalla nostra vita. «La santità», diceva Santa Teresina del Bambino Gesù, «non è una salita verso la perfezione, ma una discesa verso la vera umiltà» .

- Piero Gheddo -
gheddo.missionline.org



Il significato della Festa dell'Epifania 

"Tre Re sapienti vengono da molto lontano, con doni importanti, per adorare un Bambino in una grotta di un paesino sperduto della Palestina.
In questa scena, che oggi il mondo cattolico commemora con devozione e commozione, si nascondono e si rivelano al contempo le quattro più importanti e meravigliose virtù cristiane di una vita spesa bene:
- La Fede, che li fa smuovere dai loro sontuosi palazzi e li fa mettere in cammino verso non si sa dove: quella stessa fede che nel Medioevo ha fatto smuovere milioni di pellegrini in tutta Europa;
- La Speranza, che li sorregge nel lungo cammino al seguito di una stella diversa dalle altre, che infonde loro non solo la luce della strada da seguire, ma la certezza interiore che è Dio a guidarli.
- La Carità, che è il vero propulsore della loro intrapresa, e concede loro la gioia di poter avere il privilegio di poter donare qualcosa di valore al Creatore loro, di quelle cose di valore e di tutto il mondo, che giace in una mangiatoia come il più indifeso e povero degli uomini.
- L’Umiltà, che fa piegare la schiena fino a terra a uomini che sono Re e sapienti, vale a dire le due categorie per propria natura meno portate all’umiltà (specie la seconda), e che per premio concede loro di ricevere la visione del Logos incarnato, Re dei Re e Sapienza fattasi uomo.
In questa scena, ove tutto il creato Si inchina al Creatore (gli astri, gli uomini, gli animali, le cose) si nasconde e rivela al contempo tutto il senso della vita e, in qualche modo, della creazione stessa, che si manifesta tramite il suo Fattore. Tutto il senso della nostra Fede.
Re, sapienti e pastori si sono inchinati al Re dei Re venuto al mondo, salvatore dell’umanità. Noi, che non siamo né re, né pastori e nemmeno sapienti, possiamo solo “metterci in fila” – in questo giorno come in ogni giorno della vita – per adorare Colui che è la nostra vera meta, la sola ragione della nostra ricerca, l’unico senso della nostra vita, perché Lui stesso è Via, Verità e Vita" 


Cari fratelli e sorelle!
La luce che a Natale è brillata nella notte illuminando la grotta di Betlemme, dove restano in silenziosa adorazione Maria, Giuseppe ed i pastori, oggi risplende e si manifesta a tutti. L'Epifania è mistero di luce, simbolicamente indicata dalla stella che guidò il viaggio dei Magi. La vera sorgente luminosa, il "sole che sorge dall'alto" (Lc 1, 78), è però Cristo. Nel mistero del Natale, la luce di Cristo si irradia sulla terra, diffondendosi come a cerchi concentrici. Anzitutto sulla santa Famiglia di Nazaret: la Vergine Maria e Giuseppe sono illuminati dalla divina presenza del Bambino Gesù. 
La luce del Redentore si manifesta poi ai pastori di Betlemme, i quali, avvertiti dall'angelo, accorrono subito alla grotta e vi trovano il "segno" loro preannunciato: un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia (cfr Lc 2, 12). I pastori, insieme con Maria e Giuseppe, rappresentano quel "resto d'Israele", i poveri, gli anawim, ai quali è annunciata la Buona Novella. Il fulgore di Cristo raggiunge infine i Magi, che costituiscono le primizie dei popoli pagani. Restano in ombra i palazzi del potere di Gerusalemme, dove la notizia della nascita del Messia viene recata paradossalmente proprio dai Magi, e suscita non gioia, ma timore e reazioni ostili. Misterioso disegno divino: "la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie" (Gv 3, 19).

- papa Benedetto XVI -
6 gennaio 2006


«Tribus miraculis ornatum, diem sanctum colimus: Hodie stella magos duxit ad praesepium: Hodie vinum ex aqua factum est ad nuptias: Hodie in Jordane a Joanne Christus baptizari voluit, ut salvaret nos, alleluia.»

...Tre manifestazioni della gloria di Cristo vennero ad adunarsi in una stessa Epifania: il mistero dei Magi venuti dall'Oriente sotto la guida della Stella per onorare la divina Regalità del Bambino di Betlemme; il mistero del Battesimo di Cristo proclamato Figlio di Dio nelle acque del Giordano dalla voce stessa del Padre celeste; e infine il mistero della potenza divina di quello stesso Cristo che trasforma l'acqua in vino al simbolico banchetto delle Nozze di Cana...

(Tratto da " L'anno liturgico di dom Prosper Guéranger)




Buona giornata a tutti. :-)


venerdì 2 gennaio 2026

I re Magi - Gabriele D’Annunzio

                                                                Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia miglia e miglia.
Oh nova meraviglia!
Oh fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra si ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre,
Gaspare e Melchiorre
con mirra, incenso e oro.

- Gabriele D’Annunzio -



I Magi non videro nulla di straordinario, ma videro ciò che era immensamente straordinario da ferire l’anima d’amore: videro Maria col suo Bambino divino e furono talmente colpiti dalla santità della Madre e dalla maestà del Figlio che si prostrarono e lo adorarono, non a mo’ di saluto, perché non avrebbero potuto salutare un infante, ma lo adorarono come Re e come Dio, e gli offrirono doni, come soleva farsi ai re, e doni particolari che si addicevano al Redentore: l’oro, l’incenso e la mirra. 
Con l’oro lo riconobbero Re, con l’incenso lo confessarono Dio, con la mirra riconobbero la sua condizione di Vittima.
Innanzi a Gesù Cristo e a Maria Santissima si sentirono infiammati d’amore, provarono una felicità mai sentita nella loro vita e, avvertiti in sogno di non ritornare da Erode, temendo di essere vigilati dal tiranno, se ne ritornarono per un’altra strada, segretamente, al loro paese.

- Don Dolindo Ruotolo -


"Non ho come i Magi
che sono ritratti nelle immagini
dell'oro da donarti."

"Dammi la tua povertà."

"Non ho nemmeno, Signore,
la mirra dal buon profumo
e neppure l'incenso in tuo onore."

"Figlio mio: dammi il tuo cuore."

- Francis Jammes -
(poeta francese - 1868-1938)





Il Signore vuole che anche noi diventiamo stelle.....

...La parola di Dio è la vera stella, la parola di Dio è la grande nova in cui all'improvviso, dall'incertezza del discorso degli uomini, erompe l'infinita luminosità della verità divina che ci guida. 
Seguiamo quella nova, la stella della parola di Dio. 
Se viviamo con essa nella Chiesa di Dio, in cui la parola ha piantato la sua tenda, siamo sulla retta via. 
Troviamo allora quella chiarezza che tutti gli altri segni non possono dare...
Il Signore vuole che anche noi diventiamo stelle, che anche in noi si verifichi quella sconvolgente esplosione della fede grazie alla quale si libera la luce che Lui ha fatto scendere su di noi, affinché troviamo la strada segnavia per gli altri...

- card. Joseph Ratzinger -
dalla "Omelia per l'Epifania del 1994" 



Epifania:
La vera ricchezza deriva dall'amore!

- Charles Dickens - 



Buona giornata a tutti :-)

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