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martedì 8 settembre 2026

da: "I Cattolici" di Julien Green e da. "Annunciatori della Parola" card. Joseph Ratzinger

 La tua grandezza non la capirai che nell'inferno o nel purgatorio o nel paradiso. 
Oggi il mondo ti accieca. 
Bisogna che tu abbandoni questo mondo per sapere chi sei. 
L'inferno ti torturerà con l'eterno desiderio di una felicità divenuta impossibile. E la tua vita, tutta quanta, ti apparirà nella luce della rivelazione.
Ti accorgerai, allora, d'essere caduto tra le mani di coloro che erano più deboli di te, e che attinsero la loro forza alla tua stoltezza. Il cielo stesso non può nulla contro la stoltezza umana. 
La redenzione non agisce in un'anima dalla quale l'intelligenza è assente; questa stoltezza non è la semplicità di spirito, la quale è benedetta e signora; la stoltezza è volontaria, cosciente e maliziosa; essa limita la propria fede alla ragione terrestre, fa finire l'uomo in questo mondo, disconosce il suo eterno destino.
Ti accorgerai d'esserti dannato per delle piccolezze, capirai che non c'era alcuna proporzione tra esse e te. 
Nulla esiste sulla terra che sia degno di te. Questo mondo non ha alcun piacere che sia degno del tuo attaccamento, alcun dolore che sia degno d'affliggerti. Tutto è altrove.
Se ti danni, dannati per qualche cosa che ne valga la pena. 
Voglio dire: guarda se c'è qualche cosa per cui valga la pena di rinunziare alla eterna contemplazione della verità.
Tu conferisci a un piacere, necessariamente limitato, il valore d'una cosa eterna, perciò pagherai quel piacere con una eternità di rimpianto, di noia e di disperazione. 
Esso ti darà tutto ciò che potrà, ma non ti lascerà nel cuore che amarezza e disgusto, e ti angustierà fino alla morte.

- Julien Green -
da: "I cattolici" , ed.  Longanesi



Consoliamoci tutti 

Un clero mediocre è molto più edificante di un clero santo, atteso che il clero perpetua la Chiesa. 
Se fosse santo, io direi: «È la sua santità che ne è causa», ma non è santo, è peccatore. E allora? È forse il suo peccato che perpetua la Chiesa? 
Ma il peccato è la morte, e la morte non genera la vita. 
Bisogna dunque che ci sia in lui qualche cosa di potente, che resista al suo peccato e continui la vita spirituale.
Non dei santi bisogna parlare se vogliamo aver la prova della santità della Chiesa, ma dei cattivi preti e dei cattivi papi.
Vi sono dei religiosi dissoluti, dei preti senza dottrina, dei papi ridicoli. 
Ciò vi sembra ignobile, ma per me, viceversa, tutto ciò è meraviglioso e adorabile. 
Alessandro VI mi edifica più che san Gregorio Magno, perché il fatto d'una Chiesa governata da dei santi, che si perpetua, è normale e umano, ma una Chiesa che può essere governata da scellerati o da asini e che, tuttavia, si perpetua, ciò non è normale né umano.

- Julien Green -
da: "I cattolici" , ed.  Longanesi



Julien Green (1900 – 1998), scrittore e drammaturgo statunitense omosessuale, si convertì dal protestantesimo al cattolicesimo nel 1916.



Casualmente in questi giorni ho letto il racconto che il grande scrittore francese Julien Green fa della sua conversione. 
Scrive che nel periodo tra le due guerre egli viveva proprio come vive un uomo di oggi: si permetteva tutto quello che voleva, era incatenato ai piaceri contrari a Dio così che, da un lato, ne aveva bisogno per rendersi la vita sopportabile, ma, dall’altro, trovava insopportabile proprio quella stessa vita. 
Cerca vie d’uscita, allaccia rapporti. Va dal grande teologo Henri Bremond, ma la conversazione resta sul piano accademico, sottigliezze teoriche che non lo aiutano.
Instaura un rapporto con i due grandi filosofi, i coniugi Jacques e Raîssa Maritain. 
Raîssa Maritain gli indica un domenicano polacco. 
Lui lo incontra e gli descrive ancora questa sua vita lacerata. 
Il sacerdote gli dice: «E Lei, è d’accordo a vivere così?». «No, naturalmente no!», risponde. «Dunque vuole vivere in modo diverso; è pentito?». «Sì!» fa Green. 
E poi accade qualcosa di inaspettato. 
Il sacerdote gli dice: «Si inginocchi! Ego te absolvo a peccatis tuis — ti assolvo». 
Scrive Julien Green: «Allora mi accorsi che in fondo avevo sempre atteso questo momento, avevo sempre atteso qualcuno che mi dicesse: inginocchiati, ti assolvo. Andai a casa: non ero un altro, no, ero finalmente ridiventato me stesso».
Se siamo onesti, se riflettiamo su questa vicenda in profondità, vediamo che in ultima analisi questa attesa è in ognuno di noi, che il nostro intimo grida che vi sia qualcuno che dica: «Inginocchiati! Ego te absolvo!».
Un famoso teologo protestante qualche tempo fa ha detto: oggi bisognerebbe raccontare la parabola del figliol prodigo in modo nuovo, come parabola del padre perduto. 
E in effetti, lo smarrimento di questo figlio consiste proprio nel fatto che ha smarrito il padre, che non lo vuole più vedere. Ma questo figliol prodigo siamo noi. 
La sua difficoltà è la difficoltà del nostro tempo che si vanta di essere una società senza padre. Seguendo Freud, abbiamo creduto che il padre fosse l’incubo del “Super Io”, colui che limita la nostra libertà, e che ce ne dobbiamo liberare. E ora che questo è accaduto riconosciamo che, facendo così, ci siamo emancipati dall’amore e abbiamo amputato da noi stessi quello che ci fa vivere.

Ma allo stesso tempo emerge così di nuovo quello che vi è di più profondo nel ministero episcopale e sacerdotale: poter rappresentare il Padre, il vero Padre di noi tutti, del quale abbiamo bisogno per poter vivere come uomini. 
Il sacerdote può renderlo presente dando la sua pace, la sua grazia, la parola trasformatrice dell’assoluzione.

- Card. Joseph Ratzinger - 
Il testo “E Julien Green ridiventò se stesso” è tratto dal XII volume dell’opera omnia del papa emerito, “ Annunciatori della Parola e Servitori della vostra gioia. teologia e spiritualità del Sacramento dell’Ordine” (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2013)



Nel giorno della Natività della Vergine Maria, tanti auguri di Buon Compleanno a Gabriele e buona giornata a tutti. :-)


www.leggoerifletto.it

sabato 5 settembre 2026

Siete lì - Madre Teresa di Calcutta

 Oggi fra i giovani del mondo, Gesù vive la propria passione nei giovani sofferenti, affamati, handicappati... in quel bambino che mangia un pezzo di pane, briciola dopo briciola, perché sa che, quando quel tozzo di pane sarà finito, non ce ne sarà più e avrà di nuovo fame.
Ecco una stazione della Via Crucis. Siete lì con quel bambino?
E quelle migliaia che muoiono, non solo per un tozzo di pane, ma per un po' d'amore, di considerazione...
Ecco una stazione della Via Crucis. Siete lì?
E quando i giovani cadono, come Gesù è caduto più e più volte per noi, noi siamo lì come Simone il Cireneo, a risollevarli, a prendere su di noi la croce? I barboni, gli alcolizzati, i senzatetto vi guardano. Non siate come quelli che guardano senza vedere. Guardate e vedete.
Possiamo iniziare a percorrere la Via Crucis, passo dopo passo, con gioia.
Gesù si è fatto pane della vita per noi. Abbiamo Gesù, sotto forma di pane della vita a darci forza.

- Madre Teresa di Calcutta -
da: Discorso ai giovani durante un Congresso Eucaristico

un po' di biografia:



Non abbiate timore di amare sino alla sofferenza, poiché è il modo in cui Gesù ci ha amato.

- Madre Teresa di Calcutta - 




L'amore comincia in casa. Ogni cosa dipende da come vicendevolmente ci amiamo. Fate in modo che le vostre comunità vivano in questo amore e diffondano la fragranza dell'amore di Gesù ovunque vadano.


- Madre Teresa di Calcutta -




"Non si può accogliere Cristo nella comunione e non accogliere i poveri".

- Papa Benedetto XVI - 
dall'esortazione apostolica Africae Munus






Buona giornata a tutti :-)









sabato 4 aprile 2026

Il Sabato Santo

 Il Sabato Santo è il terzo e ultimo giorno del Triduo Pasquale.
Il culto cristiano celebra il mistero della discesa agli inferi del Signore Gesù dopo la Sua morte, avvenuta il giorno precedente alle tre del pomeriggio.
Gesù discese dopo la sua morte agli inferi con la sua divinità e con la sua anima umana, ma non con il suo corpo, che incorrotto per azione dello Spirito Santo, riposava nella tomba.
Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti.
Ma Lui vi è disceso come Dio e ha liberato gli spiriti buoni che vi si trovavano prigionieri aprendo loro il Paradiso.
Infatti tutti quelli che vi si trovavano erano privati della visione di Dio in quanto, nell'attesa del Redentore, questa era la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti.
Ottiene con tale discesa la sua vittoria sulla morte e sul diavolo. 
Si legge nel Catechismo cattolico che Gesù, «l'Autore della vita», ha ridotto «all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», liberando «così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».
Compiuta tale missione, la divinità e l'anima di Gesù si ricongiungono al Corpo nel sepolcro: e ciò costituisce il mistero della resurrezione, centro della fede di tutti i Cristiani.



Nei giorni del venerdì e del sabato santo, la Chiesa non celebra alcuna messa e l'Eucarestia non è conservata nel Tabernacolo, che è spalancato, per simboleggiare che Gesù oggi non è nel mondo.
Sono i giorni del digiuno nei quali lo Sposo le è tolto (Mt 9,15). Il sabato santo, la Chiesa si ferma presso il sepolcro del Signore, meditandone la passione e morte, segno efficace di un Amore che non conobbe limiti (“li amò – dice san Giovanni – sino alla fine”: Gv 13,1), 
Sempre in segno di lutto le luci e le candele sono spente, gli altari sono spogli, senza fiori e paramenti, le campane mute. In molte chiese rimane esposta la Croce, simbolo di Salvezza dalla morte eterna, per tutti coloro che credono.
 Ci si prepara però a celebrare, nella notte, la grande Veglia pasquale, “madre di tutte le veglie” (sant’Agostino). 
Questa, per una tradizione antichissima, è “la notte di veglia in onore del Signore” (Es 12,42). I fedeli porteranno in mano la fiaccola – secondo l’ammonizione del Maestro (Lc 12,35ss) – per somigliare a coloro che, fedeli al vangelo, attendono vigili il ritorno del Signore.

- Felice Accrocca -
Arcivescovo di Benevento




La celebrazione del lucernario iniziale è particolarmente suggestiva: la chiesa è vuota, completamente al buio; le tenebre, discese sulla terra durante le ultime ore di vita del Salvatore, sembrano prevalere. Fuori della chiesa è acceso un fuoco divampante, dal quale il sacerdote accenderà il nuovo cero pasquale. Dopo il saluto, il sacerdote rivolge un’esortazione ai presenti, quindi benedice il fuoco con queste parole: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo. Fa’ che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno. Per Cristo nostro Signore”.




C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. 
Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? 

Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? 
La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? 
I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? 
Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. 
Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. 
Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. 
Amen. 

- papa Benedetto XVI - 
da: Meditazioni sul Sabato Santo


... silenzio ...


giovedì 2 aprile 2026

Gesù e l’agnello - Jose' Saramago

 Gesù strinse il capo dello spago con cui l’agnello era legato alla corda, la bestia guardò il suo nuovo padrone e belò, fece beeee con quel tono timido e tremulo degli agnelli che moriranno giovani perché tanto amati dagli dei. Questo suono, udito migliaia di volte durante la sua nuova attività di pastore, toccò il cuore di Gesù al punto che sentì le membra dissolversi dalla pena, lui era lì, come non gli era mai accaduto prima in maniera così assoluta, signore della vita e della morte di un altro essere, quest’agnello bianco, immacolato, privo di volontà e di desideri, che protendeva verso di lui un musetto interrogativo e fiducioso, gli si vedeva la lingua rosea mentre belava e, sotto la lanugine, era roseo l’interno delle orecchie, e rosee erano le unghie, che non si sarebbero mai indurite, modificando in zoccoli un termine che aveva per il momento in comune con gli uomini. 
Gesù accarezzò la testa dell’agnello, che gli rispose sollevandola e sfiorandogli la palma della mano con il naso umido, facendolo rabbrividire. [...] Allora Gesù, quasi gli fosse nata dentro una luce, decise, contro il rispetto e l’obbedienza, contro la Legge della sinagoga e la parola di Dio, che questo agnello non sarebbe morto, che quanto gli era stato dato per morire avrebbe continuato a vivere e che lui, venuto a Gerusalemme per sacrificare, dalla città se ne sarebbe andato più peccatore di quanto vi era entrato, non gli bastavano le vecchie mancanze, adesso è caduto anche in questa, e arriverà il giorno, giacchè Dio non dimentica, in cui dovrà pagarle tutte. 
Per un attimo, il timore del castigo lo fece esitare ma, con un’immagine rapidissima, la mente gli presentò la visione terrorizzante di un agnello e di altri animali sacrificati fin dalla creazione dell’uomo, perché l’umanità è stata posta su questo mondo proprio per adorare e sacrificare. A tal punto lo turbarono queste fantasie che gli parve di vedere la scalinata del Tempio allagata di rosso, gocciolante di gradino in gradino, e lui lì in mezzo, con i piedi nel sangue, che sollevava al cielo il suo agnello sgozzato morto.[...] Con l’agnello avvolto nella bisaccia, come per difenderlo da una minaccia ora imminente, Gesù si precipitò fuori della piazza, si perse fra le strade più strette, senza badare alla direzione in cui andava.

- Jose' Saramago -
Da: “Il Vangelo secondo Gesu' Cristo”




Non è un merito, è pura grazia.

“Ci prepara ad essere dei cirenei per aiutarlo a portare la Croce. E la nostra vita cristiana senza questo non è cristiana. E’ una vita spirituale, buona… ‘Gesù è il grande profeta, anche ci ha salvato. Ma Lui e io no…’. Tu con Lui! Facendo la stessa strada. Anche la nostra identità di cristiani deve essere custodita e non credere che essere cristiani è un merito, è un cammino spirituale di perfezione. Non è un merito, è pura grazia.”

Papa Francesco, omelia in S. Marta, 26 settembre 2014




Gesù prega e suda sangue nell'orto del Getsemani. 

<< Cari amici, anche noi nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l'impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un pò di luce nel cammino della vita. >>
 
- papa Benedetto XVI  -
Udienza Generale 1° Febbraio 2012


Credo in Dio e credo nell'uomo, quale immagine di Dio.
Credo negli uomini, nel loro pensiero, nel valore della loro sterminata fatica.
Credo nella vita come dono e come durata, come possibilità illimitata di elevazione, non prestito effimero dominato dalla morte.
Credo nella gioia: la gioia di ogni stagione, di ogni tappa, di ogni aurora, di ogni tramonto, di ogni volto, di ogni raggio di luce che parta dal cervello, dai sensi, dal cuore.
Credo nella famiglia del sangue e nella famiglia prescelta per il mio lavoro.
Credo nel dovere di servire il bene comune perché giustizia, libertà e pace siano a fondamento della vita sociale.
Credo nella possibilità di una grande famiglia umana e nell'unità dei cristiani quale Cristo la volle.
Credo nella gioia dell'amicizia, nella fedeltà e nella parola degli uomini.
Credo in me stesso, nella capacità che Dio mi ha conferito, perché possa sperimentare la più grande fra le gioie, che è quella del donare e del donarsi.
In questa fede voglio vivere, per questa fede voglio lottare e con questa fede voglio addormentarmi in attesa del grande, gioioso risveglio.

(Padre Giulio Bevilacqua)
(1881-1965)































Buona giornata a tutti. :-)




domenica 22 febbraio 2026

da "Il Dio vicino" L'eucarestia cuore della vita cristiana - Card. Joseph Ratzinger

 Nella preghiera fondamentale della Chiesa, nell'Eucarestia, il cuore della sua vita non solo si esprime, ma si compie giorno per giorno.
L'Eucarestia ha nel più profondo di sè a che fare solo con Cristo.
Egli prega per noi, pone la sua preghiera sulle nostre labbra, poichè solo lui sa dire: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Ci attira dentro la sua vita, nell'atto dell'amore eterno, in cui egli si affida al Padre, così che noi, insieme con lui, consegniamo a nostra volta noi stessi al Padre e, in questo modo, riceviamo in dono proprio Gesù Cristo. L'Eucarestia è quindi sacrificio: affidarsi a Dio in Gesù Cristo e ricevere così in dono il suo amore.
Cristo è lui che dà ed è, allo stesso tempo, il dono: per mezzo di lui, con lui e in lui noi celebriamo l'Eucarestia.
In essa è continuamente presente e vero ciò che dice l'epistola di oggi: Cristo è il capo della Chiesa, che egli acquista mediante il suo sangue.
Allo stesso tempo, in ogni celebrazione eucaristica, seguendo un'antichissima tradizione, diciamo: noi celebriamo insieme al nostro Papa...
Cristo si dà nell'Eucarestia ed è presente tutto intero, in ogni luogo e, per questo, è dovunque presente, là dove viene celebrata l'Eucarestia, il mistero tutto intero della Chiesa.
Ma Cristo è anche in ogni luogo un'unica persona e, per questo, non lo si può ricevere contro gli altri, senza gli altri.
Proprio perchè nell'Eucarestia c'è il Cristo tutto intero, inseparato ed inseparabile, proprio per questo si rende ragione dell'Eucarestia solo se essa è celebrata con tutta la Chiesa.
Noi abbiamo Cristo solo se lo abbiamo insieme con gli altri.
Poichè l'Eucarestia ha a che fare solo con Cristo, essa è il Sacramento della Chiesa.
E per questa stessa ragione essa può essere accostata solo nell'unità con tutta la Chiesa e con la sua Autorità.

Per questo la preghiera per il Papa fa parte del canone eucaristico, della celebrazione eucaristica.
La comunione con lui è la comunione con il tutto, senza la quale non vi è comunione con Cristo.

La preghiera cristiana e l'atto di fede implicano l'ingresso nella totalità, il superamento del proprio limite. 
La liturgia non è l'iniziativa organizzativa di un club o di un gruppo di amici; la riceviamo nella totalità e dobbiamo celebrarla a partire da questa totalità e in riferimento ad essa.

Solo allora la nostra fede e la nostra preghiera si pongono in maniera adeguata, quando vivono continuamente in questo atto di superamento di sè, di autoespropriazione, che arriva alla Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi: è questa l'essenza della dimensione cattolica.
Si tratta proprio di questo, quando andiamo al di là della nostra piccola realtà, stabilendo un legame con il Papa ed entrando così nella Chiesa di tutti i popoli.

Da Joseph Ratzinger
, "Il Dio vicino. L'eucaristia cuore della vita cristiana", San Paolo Edizioni 2008 (Pag. 127-128)




..."Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue". Questo "è" intende davvero la piena e completa energia di una presenza corporea? O non si riferisce solo a un'immagine simbolica, così che quelle parole debbano essere interpretate come se fossero: "Questo significa il mio corpo e il mio sangue"? 
Nel frattempo i dotti, stanchi di polemizzare intorno a questa parola, sono arrivati finalmente a comprendere che la disputa intorno ad un unico termine, estrapolato dal suo contesto originario, può portare solo a un vicolo cieco. 
In effetti, come in una melodia la singola nota riceve il suo significato solo dalla totalità e unicamente a partire da essa può essere compresa, così anche noi possiamo comprendere i singoli termini di una frase solo dal contesto generale in cui essi trovano posto. 
Se si procede in questo modo, la risposta della Bibbia è molto chiara, Abbiamo, infatti, sentito le parole drammatiche di Gesù nel Vangelo di Giovanni di una chiarezza insuperabile: "Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi...La mia carne infatti è vero cibo" (6,53.55). 
Quando cominciò a levarsi il mormorio dei giudei, si sarebbe potuto facilmente zittire quella contraddizione con parole rassicuranti come: "Amici, non prendetevela! Ho parlato per simboli: cibo significa sì carne, ma non lo è davvero!". 
Ma nel Vangelo non c'è nulla di tutto questo. Quando parla, Gesù rinuncia a simili addolcimenti, si limita ad affermare con forza sempre nuova che questo pane deve essere fisicamente, corporeamente, mangiato. 
Afferma che la fede nel Dio fatto uomo include la fede in un Dio corporeo e che questa fede diventa realmente la vera, piena fede solo se è essa stessa corporea, se è avvenimento sacramentale, in cui il Signore corporeo afferra la nostra esistenza corporea...
"Questo è il mio corpo" significa dunque: questa è tutta la mia persona presente nel mio corpo. Di che natura sia, poi, questa persona, lo scopriamo dalle parole che seguono. "che è dato per voi". 
E questo significa: questa persona è "essere-per-gli-altri". Nella sua intima essenza essa è condivisione di se stessa. Per questo, però, perché si tratta della persona e perché essa è intimamente apertura, offerta di sé, essa può essere condivisa....

- card.  Joseph Ratzinger  - 
da: "Il Dio vicino" L'eucarestia cuore della vita cristiana -



...basterebbe una conoscenza, anche molto modesta, del piccolo catechismo per riconoscere che l'idea del sacrificio non ha mai avuto il suo luogo nel "l'offertorio", ma nella preghiera eucaristica, nel "canone". 
A Dio, infatti, noi non sacrifichiamo questo o quello; la novità dell'eucarestia è la presenza del sacrificio di Cristo. 
Per questo il sacrificio avviene lì dove risuona la sua parola, parola della Parola in cui egli ha trasformato la sua morte in un farsi evento della parola e dell'amore, così che noi, potendolo accogliere, veniamo introdotti nel suo amore, nell'amore trinitario, in cui egli si consegna eternamente al Padre. 
Là, dove la parola risuona dalla parola e i nostri doni diventano così il suo dono, in cui egli dona se stesso, là è il sacrificio, che da sempre costituisce l'eucarestia...

- card.  Joseph Ratzinger  - 
da: "Il Dio vicino" L'eucarestia cuore della vita cristiana -




Buona giornata a tutti. :-)



sabato 21 febbraio 2026

Il falenino e la stella - don Bruno Ferrero

 Una piccola falena d'animo delicato s'invaghì una volta di una stella. 
Ne parlò alla madre e questa gli consigliò d'invaghirsi invece di un abat-jour. «Le stelle non son fatte per svolazzarci dietro», gli spiegò. 
«Le lampade, a quelle sì puoi svolazzare dietro».
«Almeno lì approdi a qualcosa», disse il padre. «Andando dietro alle stelle non approdi a niente».
Ma il falenino non diede ascolto né all'uno né all'altra. 
Ogni sera, al tramonto, quando la stella spuntava s'avviava in volo verso di essa e ogni mattina, all'alba, se ne tornava a casa stremato dall'immane e vana fatica.
Un giorno il padre lo chiamò e gli disse: «Non ti bruci un'ala da mesi, ragazzo mio, e ho paura che non te la brucerai mai. Tutti i tuoi fratelli si sono bruciacchiati ben bene volteggiando intorno ai lampioni di strada, e tutte le tue sorelle si sono scottate a dovere intorno alle lampade di casa. Su avanti, datti da fare, vai a prenderti una bella scottatura! Un falenotto forte e robusto come te senza neppure un segno addosso!».
Il falenino lasciò la casa paterna ma non andò a volteggiare intorno ai lampioni di strada ne intorno alle lampade di casa: continuò ostinatamente i suoi tentativi di raggiungere la stella, che era lontana migliaia di anni luce. Lui credeva invece che fosse impigliata tra i rami più alti di un olmo.
Provare e riprovare, puntando alla stella, notte dopo notte, gli dava un certo piacere, tanto che visse fino a tardissima età. 
I genitori, i fratelli e le sorelle erano invece morti tutti bruciati ancora giovanissimi.

La stella della speranza è un segno distintivo. Ogni giorno dovresti chiedere la fede per osare l'impossibile. 
Chi desidera operare con Cristo e, di conseguenza, trasformare il mondo, rifiuterà di adeguarsi a leggi ed ordinamenti precostituiti. 
Sarà disobbediente, quando altri obbediranno, eseguirà quando altri troveranno insensato l'ordine impartito. 
Il mondo gli apparirà una prigione, quando altri parleranno di libertà, ed esso sarà trasparente agli occhi della sua fede, quando altri saranno disperati, sentendosi prigionieri. 
Fare cose impossibili è il realismo di coloro che conoscono la voce del loro Signore.

Se c'è una stella nel cielo della tua vita, non perdere tempo a scottarti a qualche lampadina.

- don Bruno Ferrero - 
da: "40 storie nel deserto" - Ed. Elledici



 Porte strettissime

Questa sera portiamo a te, Gesù, e deponiamo nelle tue mani, uno per uno, coloro per i quali la vita è una porta strettissima.
Chi è povero. Chi soffre. Chi non sta bene. Chi semplicemente sente il bisogno di respirare un po'.
Scusami, sai, ma per certe porte ti devi un po' sforzare tu, Signore. 
Ad allargarle, a renderle meno strette. A renderle più umane.
Tu come uomo sai cosa vuol dire. Tu come Dio sai cogliere il punto in cui dobbiamo sforzarci e il punto in cui non riusciamo e ci vuoi tu.
Tu, buon Dio, aiuti chi ha bisogno di te. Lo hai promesso. In tanti vogliono vederti all'opera e sentirti accanto. Siamo certissimi che tu, almeno tu, le promesse le mantieni.
Noi a te ci affidiamo, di te ci fidiamo.

Valentino Porcile -





" ...Cattolici che su divorzio, fecondazione artificiale, matrimoni gay, testamento biologico, eutanasia, educazione, concezione dello stato, esprimono pacatamente un pensiero non cattolico.

Un 8 settembre dottrinale e culturale che produce, inevitabilmente, cumuli di macerie nell'azione politica di tutti i giorni.
Ma il politico similcattolico non demorde.
Egli sa che nell'accampamento dei credenti ancora tanta brava gente si aggira ignara, pronta a farsi sbranare il suo voto in serena letizia."

- Alessandro Gnocchi & Mario Palmaro -
in " Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della verità"


Buona giornata a tutti. :-)