mercoledì 31 ottobre 2018

Halloween è nato cristiano, anzi cattolico - Silvana de Mari


Halloween è un’ antica festa cattolica, come dice con semplicità la sua etimologia: 
hallows=santi (ricordate il Padre nostro in inglese Hallowed be thy name), een=vigilia (da evening=seravigilia), cioè Halloween=sera/vigilia dei Santi.
Non c’è dunque nessun bisogno di inventare il neologismo Holyween, perché Halloween significa esattamente questo. 
Ma chi lo spiega ai bambini e, prima di loro, ai maestri e ai genitori? Halloween è la festa cristiana della vigilia dei Santi, cioè l’inizio della festa dei Santi perché le grandi feste (vedi Natale e Pasqua) iniziano nella notte.
I cristiani – grandi maestri della gioia e del festeggiare – inventarono la festa dei santi (e la commemorazione dei morti) per celebrare il fatto che la morte era vinta e che il duro male era ormai sconfitto. 
Di questo dobbiamo parlare ai bambini, spiegando il nome Halloween. 
Gli irlandesi cattolici iniziarono a celebrare l’illuminazione della notte, le zucche che mettevano in fuga il male, il cielo che visitava la terra, i dolcetti che i morti portavano ai loro discendenti come segno del loro amore sempre presente e della loro intercessione per i loro cari presso Dio, la sconfitta del male.
La tradizione, peraltro, non è solo nord-europea, ma anche mediterraneo-cattolica, tanto è vero che in tanti paesi della Sicilia e della Sardegna ci sono i “dolci dei morti”. Se fosse vero che gli irlandesi cattolici cristianizzarono una precedente festa celtica, si può spiegare ai bambini che questo è il genio del cristianesimo: mentre i pagani, che erano pur sempre credenti, pensavano che i morti potessero venire a visitarli solo un giorno all’anno nella festa di Sanhedrin i cristiani annunciarono loro che essi ci visitavano tutti i giorni grazie alla comunione che esiste in Gesù tra i vivi ed i morti.
Solo 30 anni fa, in un periodo molto recente quindi, si impadronirono di questo rito meraviglioso – che ci permette di celebrare la comunione fra il cielo e la terra – gli ambienti irrazionalisti che credono nella magia, il mondo capitalistico che governa la finanza e vuole vendere oggetti e, in qualche rarissimo caso, anche gli ambienti satanisti che, comunque, con la loro fede distorta, ci ricordano che il diavolo esiste e che, a maggior ragione, esiste Dio!
Orbene è del significato della festa di Halloween che dobbiamo parlare e non delle cavolate sovrapposte da questi gruppi minoritari. 
Dobbiamo parlare del fatto che Halloween ci ricorda che la vita eterna esiste, che i morti (compresi nonni e bisnonni defunti) e, soprattutto, i santi ci accompagnano con la loro dolcezza. 
Dobbiamo parlare pure del fatto che la morte e il diavolo esistono, ma che Cristo li ha sconfitti. 
Una volta che i bambini hanno parlato dei morti, hanno capito che i morti ci amano e pregano per noi presso Dio, che i santi ci proteggono, che il male esiste, ma che è la prova che la scienza non basta e che, per fortuna, Dio è ben più forte di lui, facciano un po’ quello che vogliono, tanto ormai sono vaccinati…
Ormai è tardi per scrivere questo post quest’anno, ma ricordatevelo per il prossimo anno (noi lavoriamo per il futuro)… nelle scuole e nella catechesi, l’anno prossimo, una settimana prima di Halloween, lezione su Halloween, sui morti, sui santi, sugli irlandesi, e sulle indebite appropriazioni degli ambienti neo-magici e capitalistici… e poi ognuno faccia ciò che vuole!
Concludo, a chi non fosse bastato quanto già detto, un magnifico passaggio ricordato da Giovanna Jacob tratto da Kristin figlia di Lavrans di Sigrid Undset.

Contemplando un dipinto che raffigura una santa alle prese con un drago, Kristin dice: «Mi pare che il drago sia molto piccolo (…) non sembra in grado di potere ingoiare la Vergine». 
E il frate che l’ha dipinto risponde: «E infatti non c’è riuscito. Eppure non era più grande di così. I draghi e tutti gli strumenti del diavolo ci sembrano grandi finché la paura ci possiede, ma se una creatura aspira a Dio con tutta l’anima sua fino a potersi avvicinare alla sua potenza, la forza del diavolo di colpo viene abbattuta, tanto che i suoi strumenti diventano piccoli e impotenti
I draghi e gli spiriti malvagi sprofondano e non sono più grandi di rane, di gatti e di cornacchie».

- don Andrea Lonardo - 
fonte: gliscritti.it

Agostino Comerio, la Donna e il Drago, affresco del 1824 
nel Santuario della Madonna della Bocciola, Ameno (Novara) - Italy


Vestiamo i figli come i Santi e come i Morti, non nel senso di travestirli da cadavere: prima o poi tutti moriremo non c’è bisogno di anticipare. 
Tra i Santi consiglio San Michele Arcangelo, armato di spada, San Giorgio, armato di lancia, e San Giuseppe che ha un’ascia (mite, ma non disarmato: I due Misteri più preziosi sono stati affidati non a un fornaio o a un sarto, ma a un uomo che aveva un'ascia). Ovviamente ha un’ascia. 
Usiamo come travestimento gli abiti degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto, che hanno creato questa civiltà straordinaria, che stiamo buttando via, annegata negli spinelli, nei preservativi e nelle maschere da morto di Halloween, consegnata gratuitamente come qualcosa di senza valore a chiunque voglia calpestarla. 
Vestiamoli come i contadini medioevali, che hanno dissodato un continente di selve e di rovi per lasciarci in eredità frutteti e campi di grano, vestiamoli come i capomastri semianalfabeti che hanno eretto cattedrali di una bellezza sublime che sfidano i secoli, come le donne nerovestite che disastro dopo disastro hanno pregato nelle cattedrali durante le guerre e le carestie, per la peste del 1300, le città bombardate. 
Vestiamoli con il camice bianco degli uomini e le donne che hanno sconfitto il vaiolo e la peste, con le tute da astronauti degli uomini e delle donne che hanno sfidato il cielo, con la divisa dei pompieri che tirano fuori i bambini vivi da sotto le macerie. 
Vestiamoli da guerrieri, perché i popoli che non sanno combattere, che credono che la libertà sia gratis, si candidano a essere popoli di morti o popoli di schiavi: vestiamoli da guerrieri, e sugli scudi niente insulse porcate come metalupi e draghi a tre teste. Mettiamoci roba seria: lo stemma della Serenissima, per esempio. 
Vestiamoli da guerrieri delle guerre che abbiamo combattuto, vestiamoli come gli uomini che hanno vinto a Lepanto, che sia il leone il loro angelo alato, il cuore a San Marco, il vento alle vele il fuoco alle micce dei cannoni. 
A Lepanto i nostri morti hanno combattuto ed è per questo che siamo liberi e possiamo festeggiare Ognissanti. 
Oppure ricordiamo la Battaglia di Vienna, 11 settembre 1683, quando il re di Polonia ha spaccato l’assedio. 
Possono travestirsi come il Beato Marco D’Aviano (tonaca da francescano, non è difficile, e poi una tazza di cappuccino in mano) che per primo entrò in Vienna: gli offrirono il caffè che avevano imparato a fare dai turchi. Lui lo trovò orrendo e aggiunse latte fino a che ebbe lo stesso colore della propria tonaca da cappuccino. Il cappuccino è nato quel giorno. 
Possiamo vestirli come il fornaio di Vienna che durante l’assedio si accorse in tempo, sentendoli lavorare di notte, che i turchi stavano scavando una galleria per mettere la polvere da sparo, farla esplodere e fare una breccia nelle mura. Quel fornaio ebbe l’esclusiva della pasta sfoglia, che lui fece un dolcino a forma di croissant, in francese crescente, luna crescente, la bandiera turca: non mi hai sconfitto, non mi hai invaso, la tua bandiera me la mangio a colazione. Anche lui non è difficile: grembiule bianco da fornaio e un croissant in mano.

Gli diciamo che il giorno dopo si va alla Messa il giorno di Ognissanti: è una Messa bellissima, dove si legge anche un brano dell’Apocalisse che vale la pena di conoscere. 
I nostri figli portiamoli a Messa anche se siamo laici o molto atei, perché non si tira su una generazione senza dare un’identità. 
La nostra identità è la nostra storia. 
Siete atei? Restate nipoti di bisnonne che aspettavano i mariti dispersi in guerra o la guarigione del figlio con la polmonite dicendo il Rosario. 
Nessun popolo può vivere staccato dalla propria storia.

Halloween è nato cristiano, anzi cattolico.
Fonte: Blog di Silvana De Mari, 02 -11 -2017






martedì 30 ottobre 2018

Come posso amare una persona che mi è antipatica, che suscita in me sentimenti negativi? - Anselm Grün (3)



Amare il Fratello e la Sorella

Il comandamento dell’amore del prossimo sembra oltrepassare le nostre forze. Come posso amare una persona che mi è antipatica, che suscita in me sentimenti negativi? Non posso dominare i miei sentimenti, non posso essere falso con me stesso e con l’altro. 
Se si parte dalla concezione dell’amore come trasformazione della realtà diversamente interpretata o buon trattamento di ciò che è già stato visto come buono, l’amore non ci costringe a rimuovere i nostri sentimenti negativi e ad adottare un atteggiamento artificiosamente benevolo verso tutte le persone.
Dobbiamo unicamente costringerci a vedere diversamente l’altro. 
Dobbiamo mettere in discussione i nostri pregiudizi e cercare di vedere l’altro con gli occhiali della fede e di credere all’esistenza in lui di un nucleo buono. Non possiamo costringerci ad amare. 
L’amore deriva dalla fede. 
Il nostro dovere è quello di accordare il nostro comportamento con il nostro modo di vedere. Altrimenti siamo divisi in noi stessi. Ma non abbiamo bisogno di costringerci a provare sentimenti di amore. 
La scoperta di un ardente desiderio del bene nell’altro genera anche in noi sentimenti più positivi. Amare significa allora prendere sul serio l’ardente desiderio di bene che esiste nell’altro, scoprire sempre più il bene che c’è in lui, fare in modo che il bene che c’è in lui abbia il sopravvento su ciò che c’è di malato e malsano, di malvagio e oscuro, in modo che tutto in lui diventi buono. 
Amare significa rendere buono l’altro, trasformarlo sempre più in una persona buona.
Se la fede è il riconoscimento di una soluzione di secondo ordine, l’amore realizza questa soluzione. 
Come la fede, anche l’amore oltrepassa il livello al quale ci si abbandona a giochi senza fine. 
Un gioco senza fine è il gioco della vittoria e della sconfitta. 
Molte persone possono relazionarsi fra loro solo a livello di vittoria e sconfitta. O sono più forte o sono più debole dell’altro, o vinco io o vince lui. Uno deve sempre perdere. Ma questo è un gioco senza fine. 
Infatti, dopo aver perso lotto per vincere la volta successiva. E se non posso vincere contro lo stesso avversario, cerco qualcun altro che posso vincere. Questo perché non riesco a sopportare di essere un eterno perdente.
L’amore, abbandona questo livello di vittoria e sconfitta, lo oltrepassa e si relaziona con l’altro a un livello superiore. Lo vede non come concorrente, ma come qualcuno che nasconde in sé molto bene. Ed è interessato a rafforzare il bene che c’è in lui, a risvegliare le sue possibilità e a lasciarlo vivere. 
L’amore non ha bisogno della sconfitta dell’altro per poter credere nel proprio valore e nella propria forza. 
Chi ha trovato in se stesso, o meglio in Dio, il proprio fondamento e il proprio valore può lasciare che anche l’altro affermi il suo valore. Questo è meno faticoso della continua pressione di dover trionfare sull’altro.
Oltrepassando il livello di vittoria e sconfitta evito la continua lotta per affermare me stesso. E d’un tratto scopro molte possibilità più positive di relazionarmi con l’altro. Posso gioire del suo valore.
Lungi dallo sminuire il mio valore, questo mi permette di partecipare alla sua ricchezza. Occorre solo molta fantasia per oltrepassare il livello di vittoria e sconfitta e pervenire così a una soluzione di secondo ordine. 
In realtà, l’amore consiste essenzialmente nel lasciarsi guidare dalle intuizioni, nell’escogitare soluzioni fantasiose, nello scoprire nuove strade e possibilità. 
L’amore rende inventivi. A volte è persino un po’ pazzo. Ma le sue soluzioni pazze sono più umane del gioco infinito che si svolge a livello di vittoria e sconfitta.
Spesso ci rendiamo più difficile l’amore per gli uomini, fissandoci ideali troppo alti. 
Ciò vale per la nostra relazione con il prossimo. 

Ci proponiamo continuamente di amare l’altro. E siamo mortalmente delusi dal fatto che l’altro adotta un atteggiamento diametralmente opposto, ci resiste e addirittura ci combatte. 
Spesso confondiamo l’amore con l’intesa, con l’armonia. 
Sarebbe così bello se tutti potessero vivere armoniosamente insieme. Ma questa è un’utopia. Desideriamo profondamente l’armonia e pensiamo normalmente che siano gli altri a disturbarla o addirittura a distruggerla. Così d’un tratto troviamo difficile continuare ad amare coloro che rovinano il gioco.
Il vero amore non pone condizioni agli altri. Li prende così come sono. 
Vede con lucidità ciò che c’è in loro: scontentezza, aggressività, sete di potere, brama di riconoscimento, intrighi, ma anche un ardente desiderio di bene. L’amore non si illude, trasforma il dato di fatto. 
Risveglia il bene nelle persone malate e distrutte. L’amore non teme i conflitti, perché oltrepassa il livello del conflitto. Anche nel conflitto si chiede che cosa faccia veramente bene all’al­tro. Poiché l’amore supera il livello, nel conflitto non si aggrappa con i denti alle emozioni, ma continua coerentemente a cercare la vera soluzione.
L’ardente desiderio di armonia evita la dura realtà e si rifugia in un mondo apparente. L’amore affronta la realtà, la accetta e la trasforma. 
Si può cambiare solo ciò che si è accettato. 
L’amore segue questa legge fondamentale della vita, accettando ciò che trova come dato di fatto.
Le concezioni utopiche spesso rendono più difficile l’amore fra i coniugi o fra gli amici. Si stravede per l’amore reciproco e poi si cade dalle nuvole quando il partner non ha lavato i piatti. 
Il sublime volo dell’amore finisce nelle banalità della vita quotidiana. 
Per Benedetto da Norcia l’amore fraterno si manifesta molto concretamente nella disponibilità ad accettare i compiti quotidiani e a svolgerli con coscienza e cura. 
L’amore deve incarnarsi e assumere la realtà della vita. 
La realtà è spesso dura e formata da mille cose di poco conto. Incontro l’altro non solo nei suoi sublimi pensieri e sentimenti, ma anche nelle sue abitudini che mi innervosiscono.
Del resto, per Benedetto l’amore si manifesta anche nel (sop)portare le reciproche debolezze e i reciproci difetti (Regola di Benedetto 72). 
Invece di abbandonarsi a concezioni utopiche, l’amore accetta la realtà dell’altro e la concreta convivenza, non chiude gli occhi davanti alla realtà, ma oltrepassa il livello al quale ci si urta reciprocamente. 
Esso vede oltre il visibile ciò che è invisibile nell’altro, la sua buona intenzione, il suo nucleo buono, le sue possibilità positive. E lo tratta a partire da questo livello. 
Così si relativizzano molti screzi e piccoli conflitti che non diventano più così tremendamente importanti, non vengono negati e rimossi, ma accettati e trasformati. 
L’utopia finisce in rassegnazione, mentre l’amore affronta attivamente i problemi della vita quotidiana, con molta fantasia, con pazienza, con un respiro lungo e con umorismo, che costituisce una tipica soluzione di secondo ordine. 
Queste peculiarità dell’amore sono state magistralmente descritte da Paolo nella Lettera ai Corinti: «La carità è longanime (makrothymos, magnanimitas, cuore grande, lungo respiro), la carità è benigna (chresteuetai, rende buoni) [...] tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4.7).
L’amore affronta la realtà, le tiene testa, la sopporta e la cambia, perché crede al bene che Dio vi ha immesso. E perché confida che Dio può cambiare tutto con il suo amore.

- Anselm Grün -

(1945) è un monaco benedettino tedesco, che dirige il centro di spiritualità (Recollectio Haus) annesso all’abbazia di Münsterschwarzach nei pressi di Würzburg. Scrittore, conferenziere e terapeuta, è oggi uno dei più apprezzati maestri di spiritualità, le cui opere sono tradotte nelle principali lingue.


Buona giornata a tutti. :)






lunedì 29 ottobre 2018

Schiavi del successo, del danaro, dei beni materiali, del riconoscimento - Anselm Grün (2)

Amare Dio

Che cosa vuole dire Gesù quando afferma che dobbiamo amare Dio con tutto il cuore e con tutta l’a­nima, con tutti i nostri pensieri e con tutte le nostre forze? (Mc 12,30). 
Tutti conosciamo questi comandamenti. Ma che cosa accade se amo Dio con tutto il cuore? 
Nel suo discorso di addio Gesù dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). 
Gesù definisce l’amore in termini di comportamento, di azione. Osservare i comandamenti significa trattare se stessi, la propria vita, il proprio tempo, la creazione e gli altri in modo corrispondente a Dio. 
L’amore di Dio si manifesta nel giusto trattamento delle realtà che lo riflettono, della sua creazione, soprattutto della sua creazione più alta, l’uomo.
Noi rischiamo continuamente di scambiare le realtà in cui Dio si riflette per Dio stesso, di perderci in esse al punto da conferire loro un significato e valore assoluto. 
Così diventano per noi degli idoli. 
Ciò sconvolge e sovverte ogni cosa. 
Diventiamo schiavi, schiavi del successo, del danaro, dei beni materiali, del riconoscimento, schiavi degli uomini che adoriamo, che diventano tutto per noi. 
Amare Dio con tutto il cuore significa mettere Dio al primo posto, trattare tutto in modo rispondente alla realtà, come ciò che ci è stato donato da Dio e non come Dio stesso. 
Perciò, amare Dio significa, in ultima analisi, relazionarci in modo rispondente alla realtà con le persone e le cose, con il nostro tempo e la nostra vita. 
Se la mia salute diventa il sommo bene, ruoto esageratamente attorno a me stesso, tutte le mie energie sono impegnate a evitare che qualcosa mi faccia male e così la salute diventa per me un idolo. E io non mi tratto già più come dovrei. 
Se amo Dio, faccio attenzione anche alla mia salute, non mi distruggo con il voler raggiungere a tutti i costi que­sto o quell’obiettivo, ma mi concedo anche tempo libero e riposo. E tuttavia non ruoto attorno a me stesso e alla mia salute. 
Sono libero di svolgere anche un servizio, di accettare anche la malattia dalle mani di Dio come qualcosa in cui egli mi parla, mi indica i miei limiti, il mio disordine interiore, o semplicemente come qualcosa che egli nel suo imperscrutabile disegno pretende da me, forse per espiare un po’ di male in questo mondo.
L’amore di Dio si dimostra anche nel comportamento verso la sua creazione. Se tratto il mondo che mi circonda come dono di Dio, lo curo e custodisco, non lo saccheggio, non mi atteggio a suo padrone. 
Il Signore della creazione è Dio. 
Nella mia relazione con la creazione faccio sempre attenzione a incontrarvi qualcosa di Dio. La sua creazione è impregnata del suo Spirito, essa riflette la sua gloria e la sua potenza. Perciò, nella creazione incontro tangibilmente, nel senso più vero del termine, Dio. 
In essa tocco veramente un lembo di Dio, pieno di rispetto reverenziale e sapendo che il mio amore per Dio, Signore della creazione, si manifesta nel modo in cui amo la sua creazione.
Ma posso amare Dio solo nelle realtà che lo riflettono, nei miei simili, nella creazione, in me stesso? Non esiste anche una relazione diretta con Dio? 
I salmi affermano che noi amiamo Dio meditando i suoi comandamenti, osservando i suoi grandi interventi nella storia, concordando con ciò che ha creato nella creazione e ha fatto nella storia. 
L’amore di Dio si manifesta quindi nel tempo che gli dedichiamo. In questo tempo ci intratteniamo consciamente con colui che sta dietro ogni creazione e ogni storia e anche dietro la nostra vita. 
Ora que­sto mistero che oltrepassa ogni realtà visibile viene visto nella Bibbia come una persona, viene descritto con tratti molto umani, come un Dio degno di amore, ma spesso anche come un Dio incomprensibile, sulla cui azione bisogna riflettere a lungo, con il quale bisogna combattere e lottare a lungo, prima di arrendersi e credere di potersi affidare alle sue mani amorose. 
Il mondo e gli uomini lasciano trasparire Dio solo quando riserviamo del tempo unicamente a lui, lo ascoltiamo nel silenzio per poterci avvicinare maggiormente a questo mistero, comprenderlo meglio e diventare infine una cosa sola con lui. 
Amare Dio significa in ultima analisi diventare una cosa sola con lui.
L’amore non solo interpreta diversamente, ma trasforma. 
Prende in mano Dio e il suo indescrivibile mistero in modo tale da diventare una cosa sola con lui. L’amore mira proprio a questo: diventare una cosa sola con lui, sperimentare che la nostra vita è sana solo quando diventiamo una cosa sola con Dio. E per sperimentarlo dobbiamo dimenticare il mondo, gli uomini e noi stessi e abbandonarci unicamente a Dio, immergerci in lui, cadere in ginocchio davanti a lui e adorarlo. 
Nell’adorazione non vogliamo raggiungere più nulla per noi stessi. 
Non chiediamo nulla a Dio, neppure la soluzione dei nostri problemi. Dimentichiamo noi stessi e i nostri problemi, non ci rimproveriamo e non ci giustifichiamo davanti a Dio. 
Smettiamo di ruotare attorno a noi stessi e ci prostriamo semplicemente, perché Dio ci tocca, perché egli è più importante della nostra costituzione personale. 
In tutti noi si nasconde questo ardente desiderio di poterci finalmente dimenticare e di essere toccati da Dio al pun­to da esclamare: Dio solo basta. Allora possiamo presagire ciò che significa amare Dio per se stesso.

Anselm Grün -  
(1945) è un monaco benedettino tedesco, che dirige il centro di spiritualità (Recollectio Haus) annesso all’abbazia di Münsterschwarzach nei pressi di Würzburg. Scrittore, conferenziere e terapeuta, è oggi uno dei più apprezzati maestri di spiritualità, le cui opere sono tradotte nelle principali lingue.



Buona giornata a tutti. :)




domenica 28 ottobre 2018

Accettare se stessi significa prendersi in mano, trattarsi affettuosamente, bene - Anselm Grün (1)

Cambiare atteggiamento 

Con ciò che vedo in modo nuovo posso relazionarmi anche in modo nuovo. 
Il modello interpretativo della fede conduce al modello comportamentale dell’amore. Ciò che ho riconosciuto come buono lo tratto anche bene, lo amo anche; ciò che mi è diventato caro a causa del nuovo modo di vedere, lo tratto con cautela e con dolcezza. 
La fede è la scoperta della soluzione di secondo ordine mediante la diversa interpretazione della situazione. 
L’amore è la realizzazione di questa soluzione. 
La fede vede, l’amore agisce. 
L’amore non solo tratta bene, ma fa anche bene; risveglia il bene che la fede ha scoperto nella diversa interpretazione della realtà, per la vita. 
L’amore cambia la realtà, la rende buona, configura il bene che c’è in essa. La fede interpreta diversamente, l’amore trasforma.
Su nessun altro termine si è scritto tanto come sul termine amore. Non intendo analizzare le varie definizioni dell’amore; mi limito a evidenziare l’aspetto suggerito dall’etimologia del termine: amore come avere caro e fare bene. Da questo punto di vista il sentimento gioca un ruolo subordinato. L’aspetto decisivo è l’azione, ma non un’azione esteriore, che ci si impone dall’esterno come comandamento o dovere, bensì un’azione che scaturisce da una visione. L’amore deve essere autentico, non artificiale, non deve essere una benevolenza di facciata. Ma ciò che rende autentico l’amore non è un traboccante sentimento di simpatia o di innamoramento, ma la fede nel bene che c’è nell’altro. L’amore non riguarda solo le persone ma, come affermava già Gesù, anche noi stessi e Dio. 
Ora vogliamo considerare brevemente questi tre aspetti.

Anselm Grün - 


Amare se stessi

Se credo di essere stato creato buono da Dio, se credo che lui mi vuole bene, mi accetta così come sono, devo comportarmi bene anche con me stesso. 
A cominciare dall’ascolto dei miei desideri e aneliti più intimi e dal godimento di ciò che mi fa veramente bene. 
Può essere anche una buona cena e un buon bicchiere di vino. Ma questo non soddisfa i miei bisogni più profondi. 
Devo ascoltare i miei veri desideri e aneliti. 
Devo ascoltare ciò che c’è nelle profondità del mio essere al punto da incontrarvi Dio e comprendere ciò che egli vuole da me.
È questo ciò che mi fa veramente bene, che risveglia in me la mia vita personale, assolutamente unica, non basata sulle aspettative degli altri e sulle richieste del mio Super­Io, ma originaria e autentica. 
È questa vita che devo godermi e cercare di sviluppare. 
Posso essere aiutato in questo dall’adozione di uno stile di vita personale, uno stile di vita sano che mi fa sentire bene, mi dà la sensazione di vivere personalmente e non fatto vivere da altri, di organizzare personalmente le mie giornate e la mia vita, di vivere nel momento presente, pienamente me stesso, pienamente presente a ciò che sto facendo e in grado di imprimere la mia forma a tutto ciò che faccio.
La sensazione di essere fatti vivere, trascinati e determinati da altri, ci rende infelici. 
L’amore per noi stessi consiste nell’usare bene il nostro tempo, affrontare le sue sfide e fare veramente nostro ciò che ci viene offerto dall’esterno. 
Quando abbiamo l’impressione di essere programmati da altri, di essere inseguiti dai nostri appuntamenti e dalle scadenze proviamo un senso di estraniazione. 
C’è qualcosa di estraneo che domina la nostra vita. L’amore dovrebbe trasformare ciò che è estraneo in qualcosa di proprio, di personale.
Se accetto liberamente come una sfida proveniente da Dio un lavoro che mi viene imposto dall’esterno, esso non è più per me un peso che mi grava sullo stomaco, del quale sbarazzarmi il prima possibile, ma diventa il mio lavoro. L’oggetto del lavoro mi è imposto da altri e al riguardo io non posso fare nulla. Ma il come lo faccio dipende da me. E prendendo personalmente in mano il come, trasformo anche l’oggetto. 
La pietra che scolpisco esprime ciò che c’è dentro di me. Il lavoro che mi viene imposto dall’esterno è una pietra in cui posso esprimere ciò che c’è dentro di me attraverso il mio modo di lavorarla. 
L’amore modella e plasma il dato, trasformandolo in una parte di me.
Amare se stessi significa accettarsi. 
Oggi ci si imbatte continuamente e ovunque in questo consiglio di accettarsi. Ma il problema è come farlo concretamente. 
Amare significa avere caro, maneggiare bene: è qualcosa che ha a che fare con le mani. Anche l’accettare richiede le mani; posso accettare solo con le mani: quando prendo qualcosa in mano, esso di­venta parte di me. 
Accettare se stessi significa prendersi in mano, trattarsi affettuosamente, bene. L’amore è qualcosa di manuale, qualcosa di fisico. 
Mi tratto bene, quando tratto bene il mio corpo; non devo rammollirlo, ma fare in modo che possa lasciare trasparire Dio. 
Devo ascoltarlo. 
Attraverso la malattia, le menomazioni, le sofferenze mi dice qualcosa su me stesso. 
Devo accettare, prendere in mano, far diventare una parte di me ciò che mi dice e riconciliarmi con esso.
Lo stesso vale per i pensieri che affiorano in me. Devo accoglierli e accettarli come una parte di me. Ma devo anche rendermi conto se i pensieri mi assalgono dall’esterno e mi impediscono di essere me stesso. In questo caso devo combattere anche contro i pensieri e introdurre in me solo i pensieri buoni, quelli che possono guarirmi. 
I monaci cercavano di riempirsi di buoni pensieri leggendo la Bibbia. 
La loro lettura della Bibbia non era dettata solo dall’amore per Dio, ma anche dall’amore per se stessi. Infatti, la Bibbia scaccia i nostri pensieri negativi e ci guarisce con i pensieri di Dio, che ci permettono di scoprire il nostro vero nucleo. 
Ogni forma di ascesi è, in definitiva, amore di se stessi. 
Ci trattiamo bene, cerchiamo di incrementare il nucleo buono e di ridurre con gli strumenti ascetici ‑ disciplina, preghiera, lettura della Bibbia, digiuno, ecc. ‑ quel groviglio di spine che ci impedisce di svilupparci e di fiorire. 

Anselm Grün -  
(1945) è un monaco benedettino tedesco, che dirige il centro di spiritualità (Recollectio Haus) annesso all’abbazia di Münsterschwarzach nei pressi di Würzburg. Scrittore, conferenziere e terapeuta, è oggi uno dei più apprezzati maestri di spiritualità, le cui opere sono tradotte nelle principali lingue.



Buona giornata a tutti. :)



sabato 27 ottobre 2018

Amando i Figli – Biavaschi Stefano

"I Figli non voi li crescete, ma essi crescono voi. Sono essi i vostri educatori, perché attendono che voi siate nel bene prima di imitarvi.

E quando dite: Daremo la vita a un figlio, sapete quale vita state dando? Non la loro, ma la vostra.

Se non avete compreso questo, meglio sarebbe serrare i fianchi e proseguire oltre.

E quando dite: I Figli sono la nostra croce, rallegratevi che essi vi abbiano inchiodato impedendovi di finire nel baratro.

Ed anche quando dite: I nostri Figli ci tolgono un mucchio di tempo, domandatevi se tutto quel tempo che vi viene tolto sarebbe impiegato meglio.

Nella loro infanzia ascoltate i vostri Figli, perché sui loro visi è ancora impigliato qualche frammento del sorriso con cui li hanno rivestiti gli angeli.

Nel tenerli per mano, non date loro fretta, ma camminate al loro passo, perché vogliono guarirvi dal vostro correre.

Non fate ad essi doni, ma donate voi stessi. I doni sono il vostro alibi per non regalare voi a loro.

Consegnatevi nelle loro mani, perché hanno quella saggezza che voi perdeste.

Chiamateli per nome, ed essi chiameranno il bimbo in voi, quello che da soli non riuscivate a rianimare, e lo faranno giocare nel giardino della Vita.

E nella loro adolescenza ascoltate i vostri Figli. Gran parte del muro che in quei giorni spesso vi oppongono non l’hanno costruito coi loro mattoni ma coi vostri.

Non chiedete ad essi cose che già voi non fate. Se siete saggi, vi basterà essere voi stessi.

Ma se non lo siete, non saturateli di limiti senza indicare loro le mete, bensì mostrate di queste la bellezza, e otterrete di più che non mostrando i pericoli di eventuali abissi.

Non affliggetevi se educandoli alle regole essi non le rispetteranno. In realtà tremerebbero di paura se tali regole non vi fossero.

Le loro trasgressioni sono per collaudarne la veridicità. Altre volte per reclamare invece il vostro rimprovero, a testimonianza del vostro amore per loro. Se vi feriranno è perché avete porto loro la vostra vulnerabilità. O perché avete dato senza insegnare a dare.

Talvolta sbattendo la porta vi lasceranno, ma anche se li vedete partire, le navi con cui salpano hanno stive colme dei doni consegnati dalle vostre parole buone. E alla prima tempesta vi si rifugeranno.

Voi siete i seminatori dei loro campi, non i raccoglitori delle loro messi. E la vostra missione consiste nel donare sempre, anche quando la lama della loro libertà vi taglierà le mani.

Nella loro giovinezza, infine, ascoltate i vostri Figli. Con stupore scorgerete che vi hanno superato, che la loro nave ha oltrepassato tutti i primi scogli, ed ora non ha che davanti lo scoglio più pericoloso: voi. Saranno infatti chiamati lungo vie di realizzazione che voi non conoscete, e ciecamente sbarrerete loro le strade.

Ma alla pianta è dato di generare, e non di contenere ciò che genera. Ritenete i vostri progetti più grandi dei progetti che ha la Vita? Non tratteneteli, dunque. Avete donato loro la vostra vita: ora riprendetevela, donando loro di rinunciare a trattenerli.

Sgombrate il vostro cuore da ogni brama di ricevere, perché se il vostro flauto non è cavo, la rinnovata melodia della Vita non potrà attraversarlo.

Se vivrete questa perfetta donazione, saprete amarli nel loro nuovo aspetto, e allora, siano essi Figli del vostro stesso sangue, o siano essi Figli scelti dal cuore, avrete compiuto il terzo passo della vostra crescita.

Potrete così udire le note universali trapassarvi dentro, e capirete che attraverso di voi la Vita ha composto un nuovo canto".

- Stefano Biavaschi -
da “Il Profeta del Vento”, di Stefano Biavaschi, Edizioni Fede & Cultura




"Se si educa urlando si otterrà un prepotente, se si educa con le mani si otterrà un violento, se si educa con flemma si otterrà un viziato. 
Se si educa con il gioco si otterrà un bimbo sereno, se si educa con la pazienza si otterrà un bimbo tollerante, se si educa con autorevolezza, non con autorità, si otterrà un adolescente che saprà scegliere la sua strada."

- Francesco Paolo Ettari - 


Buona giornata a tutti. :)






venerdì 26 ottobre 2018

La vita nascosta ed i soliloquii con Dio devono essere il mio pane - da: "Vita di san Giuseppe Cottolengo", Torino 1886

Valdocco intanto come cambiava di abitatori, così cambiava d’aspetto: ai rumori disordinati succedeva la calma; alle bestemmie, le lodi continue al nome santo di Dio. 
Tutto quanto serviva a quelle bische: tavole, sedie, botti, damigiane, fiaschi, bottiglie, tutto diventava a servizio dei poveri; poiché per togliere ogni indugio il sant’uomo comperava ogni cosa, perfino i mobili e qualunque provvigione o di birra, o di liquori, o di vino. 
Le insegne stesse di quelle taverne gli venivano a proposito, perché fatte cancellare quelle pitture che con l’inevitabile elogio buon vino e buon ristoro, le abbellivano, egli vi faceva dipingere sopra lo scudo di Maria SS. o altri simboli religiosi. 
E così il telaio su cui sono scritte le parole di S. Paolo: Charitas Christi urget nos, appeso sopra la porta d’entrata della Piccola Casa, è lo stesso che con ben altro scopo serviva d’insegna all’osteria del Brentatore. 
Erano insomma le spoglie d’Egitto che servivano al popolo santo di Dio. 


- Pietro Paolo Gastaldi -
 da: "Vita di san Giuseppe Cottolengo", Torino 1886



Un giorno il parroco di San Rocco lo invitò a casa sua. Entrato, lo invitò a sedersi. Poi gli disse: «Trattieniti qui un momento, ma bada a quel che ti dico: Tu non parlerai, non domanderai, né ringrazierai; insomma, fai conto di essere una statua di marmo, e fatti coraggio!»

Il Cottolengo non sapendo né che dire, né che pensare, attese obbediente. Ad un tratto sente una porta che gli si apre di fronte, e vede entrare un signore che, dalla testa fino al petto coperto da un fittissimo velo nero, veniva verso di Lui. Il Santo rimase un po’ sbigottito; ma scomparve la paura quando l’uomo così acconciato mise sul tavolo una quantità grandissima di monete d’oro. Poi silenzioso si ritirò, senza mai venire a sapere chi fosse. Contate le monete, davano la bella somma di trentamila lire. «Anche questa è Divina Provvidenza, disse allora il buon Padre; un po’ di paura l’ho avuta; ma, andiamo avanti, trentamila lire per i miei poveretti me l’hanno fatta passare d’incanto. E non tutto il male vien per nuocere».

- Pietro Paolo Gastaldi -
 da: "Vita di san Giuseppe Cottolengo", Torino 1886


Diceva il Cottolengo: «Non mi sento fatto per occuparmi di tutte queste cose che mi circondano; il mio desiderio sarebbe di sempre essere in orazione e pregare: sono come quei piccoli uccelletti che stanno nella siepe, e la mia vita sarebbe proprio questa, di rimanere nella siepe col becco all’insù; la vita nascosta ed i soliloquii con Dio devono essere il mio pane».
E forse proprio per questa amorosa unione con Dio, il Signore gli parlava e lo destinava a grandissime cose. Perché è verità solidissima, che se al mondo vi è un’opera veramente stupenda, non viene da ciarloni e trombettieri, ma dal silenzio e dalla solitudine. 


- Pietro Paolo Gastaldi -
 da: "Vita di san Giuseppe Cottolengo", Torino 1886


Buona giornata a tutti. :)