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venerdì 12 ottobre 2018

La Trappola delle etichette - Padre Anthony de Mello

Paddy sta camminando lungo le strade di Belfast e a un certo punto si sente puntare una pistola alla nuca, e una voce gli chiede: “Sei cattolico o protestante?”
Paddy è costretto a pensare in fretta  e risponde:”Sono ebreo”.
E sente la voce che dice: “Devo proprio essere l’arabo più fortunato di tutta Belfast”.

 Le etichette sono davvero importanti per noi. 

Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri.
Mark Twain ha espresso molto bene il concetto scrivendo: "Faceva talmente freddo che se il termometro fosse stato più lungo di due centimetri saremmo morti congelati".
Noi moriamo davvero congelati a causa delle parole. 
Non è il freddo che c'è fuori che conta, ma il termometro. 
Non è la realtà che conta, ma quel che diciamo a noi stessi riguardo alla realtà.
Mi è stata raccontata una storiella interessante su un agricoltore finlandese. Quando si stava tracciando il confine russo-finnico, l'agricoltore doveva decidere se preferiva stare in Russia o in Finlandia. Dopo lungo tempo, decise che preferiva stare in Finlandia, ma non voleva offendere gli ufficiali russi. Questi vennero a fargli visita, e vollero sapere perché voleva stare in Finlandia. 
Il contadino rispose: "E' sempre stato mio desiderio vivere nella Grande Madre Russia, ma credo che alla mia età non sopravviverei a un altro inverno russo".
La Russia e la Finlandia sono solo parole, concetti, ma non per gli esseri umani, per i folli esseri umani. Non guardiamo quasi mai la realtà.

- Padre Anthony De Mello -
da:  Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, p. 54-55


Due monaci di Gaza del 6° secolo. Dopo aver biasimato un fratello per la sua negligenza, Giovanni è dispiaciuto vederlo triste. È ancora ferito quando a sua volta si sente giudicato dai suoi fratelli. 
Per trovare la calma, decide allora di non fare più rimproveri a nessuno e di occuparsi unicamente di ciò di cui sarebbe responsabile. Ma Barsanufio gli fa capire che la pace del Cristo non sta nel chiudersi in se stesso. 
Gli cita più volte una parola dell’apostolo Paolo: «Ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Timoteo 4,2).

Da: Barsanufio e Giovanni




Lasciare gli altri tranquilli, può essere ancora una forma sottile di giudicare. Se voglio occuparmi solo di me stesso, è forse perché considero gli altri non degni della mia attenzione e dei miei sforzi? Giovanni di Gaza decide di non più riprendere nessun suo fratello, ma Barsanufio comprende che in effetti egli continua a giudicarli nel suo cuore.
Gli scrive: «Non giudicare e non condannare nessuno, ma avvertili come veri fratelli» (Lettera 21), È rinunciando ai giudizi che Giovanni diventerà capace di una vera preoccupazione per gli altri.

da Barsanufio e Giovanni



Buona giornata a tutti. :)




giovedì 14 giugno 2018

L'io, io!... Il più lurido di tutti i pronomi! - Cardinale Gianfranco Ravasi

La maggior parte delle persone non è in grado di parlare di nulla se non parla di sé o comunque della cerchia di cui è il centro. C'è un termine sontuoso in voga nel linguaggio colto: è - autoreferenzialità -
Con esso si denuncia quel rinchiudersi a riccio degli specialisti nella torre d'avorio del loro linguaggio incomprensibile al volgo, nel mondo aristocratico delle competenze, nello splendido isolamento del proprio campo o classe. 

È un vizio che intacca la scienza, la filosofia, l'arte, la stessa teologia. 
C'è, però, un'altra - autoreferenzialità - che è praticata allegramente anche da chi ignora persino l'esistenza di un simile vocabolo ed è quella bollata da un grande scrittore inglese ottocentesco, Anthony Trollope, nel suo romanzo "La canonica di Framley" (1861) con la frase che oggi proponiamo. 

Nel 1965 un regista "storico" come Alessandro Blasetti propose un film significativo già nel titolo, Io, io, io-e gli altri, interpretato dai maggiori attori di quegli anni. Il titolo era già un programma: troppi, infatti, mettono al centro del loro dire, fare, calcolare solo se stessi, quell'Io coccolato, massaggiato, incensato, lasciando ai margini - gli altri - che si concepiscono solo in funzione di se stessi. 

Non è solo egoismo o egocentrismo, è alla fine anche una povertà di parole, di idee, di interessi. 
Senza arrivare al nostro Carlo Emilio Gadda che nella "Cognizione del dolore" esclamava: «L'io, io!... Il più lurido di tutti i pronomi!».
Proviamo tuttavia ad abbattere il muro dell'individualismo, ad ascoltare e a guardare la varietà dell'umanità che ci circonda. 
Sarà una ventata d'aria, forse anche turbinosa e rumorosa, ma capace di spazzar via l'atmosfera asfittica del nostro isolamento saccente e orgoglioso o, più semplicemente, monocorde e noioso.

- Card. Gianfranco Ravasi - 
da: "Il mattutino" pubblicato su Avvenire



Evitare i giudizi affrettati

Aveva ragione Metastasio quando, con versi più lievi, ripeteva:

 «Se a ciascun l'interno affanno
 si leggesse in fronte scritto,
 quanti mai, che invidia fanno,
 ci farebbero pietà».

 Per questo è necessario evitare i giudizi affrettati, fondati sulle apparenze.
È una verità che vale in tutti i sensi, come ammoniva Machiavelli nel Principe:

 «Ognun vede quel che tu pari,
pochi sentono quel che tu sei».

- Card. Gianfranco Ravasi - 


Buona giornata a tutti. :-)






mercoledì 25 aprile 2018

Confessione e Comunione - Cardinale Gianfranco Ravasi

Uno dei mezzi più potenti per difenderci dal maligno è ricevere spesso i sacramenti della confessione e della comunione.
Molte volte il diavolo ci fa sentire "ipocriti", dopo aver peccato, e insinua in noi l’idea di non andare in chiesa per non avvertire il disagio di confessarci, e ci suggerisce di tacere alcuni peccati per "vergogna", facendo così una confessione cattiva.
Ma se ricorriamo alla confessione con umiltà e pentimento, il diavolo si allontanerà da noi.
Niente è meglio dell’umiltà per allontanare un superbo.
Così sentiremo la gioia di essere perdonati perché per Dio non vi sono peccati troppo grandi o numerosi che Egli non possa perdonare.
Il suo amore e la sua misericordia sono più grandi dei nostri peccati e non dobbiamo mai diffidare del suo perdono. 
"La fede è un intreccio di luce e di tenebra: possiede abbastanza splendore per ammettere, abbastanza oscurità per rifiutare, abbastanza ragioni per obiettare, abbastanza luce per sopportare il buio che c'è in essa, abbastanza speranze per contrastare la disperazione, abbastanza amore per tollerare la sua solitudine e le sue mortificazioni.
Se non avete che luce, vi limitate all'evidenza; se non avete che oscurità, siete immersi nell'ignoto. Solo la fede fa avanzare". 
In un articolo che sto leggendo m'imbatto in questa riflessione del teologo e autore spirituale francese Louis Evely.
Alcuni sono convinti che la fede sia solo luce, certezza, evidenza e ignorano che Abramo sale verso la vetta del Moria armato, sì di fede, ma anche di paura e col cuore segnato dall'oscurità.
Così sarà per Giobbe, il credente che lotta con Dio. Se fosse solo evidenza, allora la fede sarebbe solo una variante della matematica o della geometria.
Se fosse solo tenebra, allora sarebbe l'anticamera della disperazione.
Credere è, invece, "avanzare" come dice Evely, è rischiare.
E' per questo suo "intreccio di luce e di tenebra" che la fede non ammette il fanatismo, che è una sua orribile scimmiottatura, ma non cade neppure nel dubbio sistematico, riducendosi a mera e sconsolata domanda.
Quando, perciò, il cielo s'oscura, non temiamo di aver perso necessariamente la fede; quando la luce è sempre e solo evidente, interroghiamoci sul Dio che stiamo seguendo, per non cadere nell'illusione.
Vorrei concludere ancora con Evely che così definisce la sua fede:
"Grazie a quello che di Te conosco, credo in Te per ciò che non conosco ancora, e, in virtù di quello che ho già capito, ho fiducia in Te per ciò che non capisco ancora".


- Cardinale Gianfranco Ravasi - 
Mattutino di Avvenire del 23 ottobre 2011



Evitare i giudizi affrettati

Aveva ragione Metastasio quando, con versi più lievi, ripeteva:

 «Se a ciascun l'interno affanno /
 si leggesse in fronte scritto, /
 quanti mai, che invidia fanno, /
 ci farebbero pietà».

 Per questo è necessario evitare i giudizi affrettati, fondati sulle apparenze.
È una verità che vale in tutti i sensi, come ammoniva Machiavelli nel Principe:

 «Ognun vede quel che tu pari, 
pochi sentono quel che tu sei».

- Cardinale Gianfranco Ravasi -



Pensiero del giorno: 
E' la capacità di osservare senza giudicare



 Buona giornata a tutti. :-)