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giovedì 3 gennaio 2019

La speranza che non delude - card. Godfried Danneels

Come combattere la depressione? 
Come vivere la speranza, giorno per giorno, in tempi difficili? 
Da cosa si può riconoscere che noi siamo degli “esseri di speranza”? 
Perché la speranza non è un pio pensiero, un'ipotesi gratuita ma deve manifestarsi nel comportamento quotidiano. 
In altri termini, c'è “una spiritualità della speranza”? Tentiamo di discernerne i componenti.
Tutta la vita cristiana è costruita su tre pilastri: fede, speranza e carità.
Essi si tengono in reciproco equilibrio. Se si rompe l'equilibrio, il cristiano perde, per così dire, la bussola. Vacilla.

Fede e Speranza 
Senza la fede la speranza non può vivere: si trasforma nel sognare. Secondo la lettera agli Ebrei, “la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” ( Eb 11, 1) . 
Senza la fede negli eventi salvifici - Antico e Nuovo Testamento - la nostra speranza è solo immaginazione, una chimera.
Al contrario, senza la speranza, la fede è morta: una fossa comune dei fatti del passato che serve solo a popolare la memoria; non c'è più niente da aspettarsi, non c'è più niente di nuovo da vivere. Certamente, un tempo è successo qualcosa, ma la “rivoluzione” a fatto il suo tempo e il vulcano si è spento.
Questo gioco sottile della fede e della speranza è uno degli ingredienti di una spiritualità equilibrata: ne determina il grado di salute. 
Perché, nella fede, c'è già una parte di speranza: noi crediamo nella Risurrezione del Cristo a titolo di garanzia della nostra propria risurrezione che verrà. Ma nella speranza c'è anche una parte di fede: la speranza trova uno stimolo che gli offre la fede. Poiché la promessa si è già realizzata, essa si può nuovamente realizzare.

Doppia tentazione
In questo ambito il cristiano è sottoposto a due tentazioni: quello della temeraria fiducia nella novità e quella della mancanza d'immaginazione.
Colui che vive solo proteso all'avvenire, che si preoccupa solo delle sue realizzazioni, affrancato da tutta la saggezza trasmessa dal passato, costui è privato della memoria. 
Non si rende conto del fatto che certe “vie nuove” sono state sperimentate già da molto tempo e si sono rivelate impraticabili. 
Privato della memoria, egli sperimenta a tutto andare. Questa è la fonte di dolorose delusioni, e più tardi anche di demotivazione. 
Sono i rivoluzionari senza memoria che si ricongiungono per primi al campo dei conservatori.
Ma, al contrario, c'è anche la mancanza d'immaginazione, l'illusione d'una vita senza rischi. Ci si dimentica che c'è sempre “un di più” che non è ancora stato inventato o sperimentato. C'è qui una speranza insufficiente. 
Perché il momento presente contiene ancora tante cose meravigliose rimaste inutilizzate.

Speranza e Carità 
Chi ha fiducia in Dio e spera in Lui, deve come Lui donarsi interamente agli uomini. 
La speranza si riversa nella carità. Ciò suppone un delicato equilibrio tra i due atteggiamenti: attendere nella fiducia e rimboccarsi le maniche per l'azione. 
Il cristiano è sempre come seduto sul bordo estremo della sua sedia. 
Seduto su quello che dispone d'un appoggio sicuro: la speranza. All'estremo bordo della sedia, perché è pronto ad alzarsi e a pagare di persona. 
La poltrona del fannullone non fa parte dei suoi mobili.
Non si accorda una piena fiducia a Dio se non Lo si ama. E non si può amare Dio se non si ama il proprio prossimo. 
Così la fede conduce alla speranza e la speranza conduce all'amore. In sovrappiù non si spera mai solo per se stessi. La speranza non ha raggiunto il suo termine finché essa non si estende a tutti gli uomini, all'intero universo. Come posso raggiungere il cielo nella gioia, se so che sarò tutto solo?
Fede, speranza e carità, le tre grandi che non possono fare a meno l'una dell'altra. 
La fede vede cosa è già, la speranza dice ciò che verrà, la carità ama ciò che è; la speranza si occupa già di ciò che sarà. 
Per il nostro tempo la speranza sarebbe ugualmente la più grande? Comunque sia le tre si tengono reciprocamente in equilibrio e tutte e tre ci sono necessarie.

Vegliare nella preghiera
Infatti non c'è che un solo esercizio di speranza: vegliare nella preghiera. L'atteggiamento silenzioso di attesa davanti a Dio è la scuola della speranza. Imparare ad attendere e porsi come una vedetta.
Tutta la Bibbia descrive la preghiera come vigilanza e attenzione: tenersi pronti per il ritorno del Signore presso di Lui e provvedere alle lucerne nella Sua attesa. I salmi sono i libri delle lamentazioni per eccellenza, dell'attesa della giustizia, dell'attesa che il giusto sia protetto e il perdono accordato al peccatore, della perseveranza nelle prove. “Mio Dio, mio Dio, quanto tempo ancora... ?”.
Pregare è anche mantenersi con pazienza tra il passato e l'avvenire. 
È prendere nelle mani la Bibbia e ricordarsi “le meraviglie che fece il Signore”. 
È il nutrire la propria memoria e permetterle di lavorare. Ma è anche lo sperare con il cuore ardente ai giorni del compimento, al tempo della ‘liberazione d'Israele' e del ritorno del Signore. “Maranatha”.
Pregare è render grazie per tutto quello che ci ha preceduti ed entrare già nelle promesse di quanto deve ancora venire. 
È esultare di gioia cantando il Magnificat ed esercitarsi al paziente abbandono del Nunc dimittis . 
È il sedersi tra Maria e Simeone, tra l'azione delle grazie e la speranza corrisposta.
A dire il vero, esiste per una cultura (e per una Chiesa!) una terapia della depressione diversa dalla preghiera? “
È perché voi non pregate, che siete senza coraggio” , potrebbe dire Giovanni alle Chiese in una nuova versione della sua Apocalisse.

Impegnarsi
La speranza non giungerà mai se io non m'impegno in niente, se non mi decido a fare qualcosa, se non scelgo. La nostra cultura deve reimparare a legarsi, a scegliere, a risolversi a qualcosa. Si è sviluppata una sorta d'irresolutezza generalizzata: di fronte al matrimonio, di fronte ad ogni impegno definitivo, di fronte a ogni decisione di rendersi disponibili in maniera impegnativa. 
Può darsi che ci siano delle spiegazioni di questo atteggiamento, delle motivazioni più o meno ammissibili. Ma ci sono anche delle ragioni soggiacenti molto poco eleganti. 
Una specie di narcisismo che non permette di rinunciare alle proprie comodità, il bisogno di garanzie assolute - questa mentalità che spinge a sottoscrivere un'assicurazione a fronte di qualsiasi cosa - e a volte manifestamente la pigrizia e il “ciascuno per sé”.
Ma bisogna anche rilevare nella nostra cultura il disagio della percezione del tempo. Non solo l'impossibilità di aspettare, la legge del “tutto, tutto subito”, ma anche la diffidenza fondamentale per il credito da accordare al tempo. 
Dobbiamo imparare di nuovo a fare del tempo un amico... aspettando di ridivenire sensibili a una realtà chiamata classicamente “Provvidenza divina”. 
Quando vorremo capire che Dio si prende cura di noi molto meglio di quanto lo possiamo fare noi stessi?



La crisi della Fedeltà 
Nella sfera del “provvisorio” nella quale noi evolviamo, sopravviene anche la crisi della lealtà. E questo in tanti ambiti: matrimoni, amicizie, affari, ambienti di lavoro. 
La fedeltà non la si guarda più con ammirazione, ma tutt'al più con sorpresa, se non con compassione.
Così si degrada il tessuto sociale: è logorato. 
Da che tempo è tempo, la fedeltà ha avuto un ruolo legato fino a un certo punto con il tragico della condizione umana. 
La fedeltà di Lefte al suo voto lo portò ad immolare sua figlia. 
La fedeltà di Antigone alle leggi non scritte dell'amore fraterno la condusse alla morte. Questo tragico era profondamente umano, anche se pagano. Proclamava chiaro e forte che non si può mancare alla parola data. La nostra epoca non conosce più i tormenti di questo aspro dramma pagano. Ne conosce altri. 
Lo strappo di tanti partner abbandonati e di tanti bambini privati dei genitori, la fatica di dover continuamente riprovare con qualcun altro, i cinici preavvisi significati a delle persone che invecchiando rischiano di costar troppo caro, la rottura dei contratti, quella specie di amnesia che riguarda i propri impegni passati...
L'infedeltà rende una società profondamente deprimente. In più, l'infedeltà ha la tendenza di propagarsi con la velocità dei funghi in una foresta. Un girotondo di streghe. 
Ogni infedeltà fa venir voglia alla parte lesa di fare altrettanto.
Se vogliamo sfuggire a questo funesto ingranaggio, bisognerà ritrovare la virtù naturale della fedeltà. Ricordandoci che è d'altronde il tratto più caratteristico di Dio: è un Dio fedele.


La Speranza si prende cura degli altri 
L'esclusione, comunque si manifesti, provoca molta disperazione nella nostra società. 
Esclusione dal lavoro e dall'avvenire, esclusione da se stesso, dalla patria e dalla cultura, esclusione dalle cure e dall'alloggio. Troppa gente oltrepassa il limite. Questo assomiglia a una spirale che si stringe sempre di più, un laccio attorno al collo. 
Tutti gli assistenti sociali, gli uomini politici, i sacerdoti e gli animatori pastorali la conoscono bene. È la preoccupazione costante dei servizi sociali, e la Fondazione Re Baldovino l'ha studiata a fondo dal punto di vista scientifico.
Cosa dovremo fare se vogliamo dare delle possibilità alla speranza? Certamente dei provvedimenti di giustizia s'impongono alla collettività. Molti responsabili politici ci lavorano d'altronde con prudenza. Ma si è creata anche una rete di punti d'ascolto e soccorso, troppo numerosi per enumerarli, che funzionano spesso grazie al numero di benefattori, e ricevendo migliaia di persone, giovani e vecchie, con tutti i loro possibili problemi. Poiché i servizi pubblici non bastano, né per il numero, né per l'efficacia, né soprattutto per questa prossimità affettuosa necessaria a chi soffre. 
Pensiamo al corpo umano: quando un'arteria s'incrosta e si ostruisce, sono dei piccoli vasi sanguigni che ne sostituiscono la funzione. Quindi, a fianco degli organismi pubblici, agiscono delle migliaia di piccoli centri di speranza. 
La speranza si prende dunque cura degli altri. Questo è sufficiente?

La Speranza anticipa
La speranza non può accontentarsi di limitare o riparare i danni quando il danno è fatto. 
La speranza è anche previdente. Vuole agire preventivamente. Se noi non agiamo preventivamente, in effetti trascuriamo le vittime ed esponiamo il contribuente a degli oneri sempre più pesanti. Poiché la vittima è già ferita e riparare costa molto più che prevenire. Oltre tutto la società avrà la tendenza a scindersi in assistenti e assistiti. La frattura sociale diventerà sempre più profonda.
Dove si colloca la prevenzione? Nelle scuole e nelle famiglie. Non bisogna investire di più in questa azione? Non solo dal punto di vista finanziario, ma anche psicologicamente? 
La mancanza di speranza nella nostra società è spesso imputabile al fatto che genitori ed educatori abdicano. Da ciò la necessità di lanciare questo appello profetico: “Aiutate i genitori e i maestri” . 
Tutto quello che non si fa a casa e a scuola, si iscriverà automaticamente un giorno al debito della società.

- card. Godfried Danneels -
(Il testo è tratto dalla lettera pastorale: Espérer?)

Buona giornata a tutti. :-)





giovedì 10 maggio 2018

La carità fraterna - Madeleine Delbrêl

Come base e nerbo della vita comune secondo il vangelo è la carità fraterna. La comunione alla vita di Dio è la sola fonte di un amore reciproco. 
La forza la si trae dall’essere partecipi di un appello comune. 
La vita comune è sopra ogni altra cosa il terreno dove affonda le sue radici la nostra carità. 
Nella vita comune noi possiamo verificare, fortificare, espandere il nostro stato di carità. 
Questo non avverrà mai a poco prezzo. 
Ma ogni difficoltà può essere, con l’aiuto di ognuno, meno difficile per ognuno, come può per ognuno divenire troppo difficile a causa di ognuno.
La vita comune non deve renderci giudici gli uni degli altri. 
Dei fratelli non si giudicano tra loro, ciò di cui possiamo dare giudizio è se la vita insieme è deviata, lesa, disonorata.
“Fare amare l’amore” in ognuno, ad ognuno nella vita comune, è tutta un’arte, una delle arti più belle che esistano. 

La sua iniziazione sarebbe lunga. Occorrerebbe la volontà di una certa apertura, di una certa attenzione, di scoprire ciò che è “l’altro” negli altri.
L’interdipendenza che lega i membri della fraternità li sottomette gli uni agli altri. 
Ognuno deve considerare gli altri come persone che gli sono state affidate, tutti devono essere consapevoli che ognuno dei fratelli gli è stato affidato; affidato come si affida qualcuno ad un amico prima di morire.
Chiunque siano le persone  le ameremo con tutte le nostre forze, ma anche con quell’amore incredibile che Dio soltanto ha, che Dio soltanto è. 
Se sembriamo avere delle preferenze è perché l’amore non può non agire, non può non rispondere secondo i bisogni. Se pensiamo vi siano delle “preferenze evangeliche”, non sono delle vere preferenze, ma è solo l’amore che non può lasciare  aver fame coloro che hanno fame, essere nudi coloro che non hanno abito, piangere coloro che piangono, peccare quelli che peccano, dimenticare coloro che si trovano nelle tenebre della morte.
La vita insieme non è che un moto d’aria sottile e violento per impedire, per impedirci di carbonizzare o di vegetare sotto le ceneri, perché fuori, chiunque, qualunque cosa, riceva quello che può attendere dall’amore.
Se la fraternità non incontra una certa gioia, c’è da temere che non persegua un certo amore.

- Madeleine Delbrel -
da: "Comunità secondo il Vangelo", ed. Gribaudi 1996




Al di sopra di beghe, pettegolezzi, livori, deve ispirarci la carità cristiana.

- San Giuseppe Moscati - 



Carità (s.f.). Un'amabile disposizione dell'animo che induce a perdonare negli altri i peccati e i vizi cui siamo dediti noi stessi.

- Ambrose Bierce -



Che cos'è una comunità senza carità fraterna? Un purgatorio o meglio un inferno anticipato.

- Giuseppe Allamano - 



Buona giornata a tutti. :-)


domenica 28 gennaio 2018

La Legge della divina carità - San Tommaso d'Aquino 28 gennaio 2018

"E’ evidente che non tutti possono dedicarsi a fondo alla scienza; e perciò Cristo ha emanato una legge breve e incisiva che tutti possano cono­scere e dalla cui osservanza. nessuno per ignoranza possa ritenersi scusato. 
E questa è la legge della divina carità. Ad essa accenna l’Apostolo con quelle parole: “Il Signore pronunzierà sulla terra una parola breve” (Rm 9, 28). 
Questa legge deve costituire la norma di tutti gli atti umani. 
Come infatti vediamo nelle cose artificiali che ogni lavoro si dice buono e retto se viene compiuto secondo le dovute regole, così anche si riconosce come retta e virtuosa la azione dell’uomo, quando essa è conforme alla re­gola della divina carità. Quando invece è in con­trasto con questa norma, non è né buona, né retta, né perfetta. 
Questa legge dell’amore divino produce nel­l’uomo quattro effetti molto desiderabili. 
In primo luogo genera in lui la vita spirituale. E’ noto in­fatti che per sua natura l’amato è nell’amante. E perciò chi ama Dio, lo possiede in sé medesimo: “Chi sta nell’amore sta in Dio e Dio sta in lui” (1 Gv 4, 16). 
E’ pure la legge dell’amore, che l’aman­te venga trasformato nell’amato. Se amiamo il Si­gnore, diventiamo anche noi divini: “Chi si unisce al Signore, diventa un solo spirito con lui ” (1 Cor 6, 17). A detta di sant’Agostino, “come l’anima è la vita del corpo, così Dio è la vita dell’anima ”. 
L’anima perciò agisce in maniera virtuosa e per­fetta quando opera per mezzo della carità, me­diante la quale Dio dimora in essa. Senza la carità, in verità l’anima non agisce: “Chi non ama rimane nella morte” (1 Gv 3, 14). 
Se perciò qualcuno pos­sedesse tutti i doni dello Spirito Santo, ma non avesse la carità, non avrebbe in sé la vita. Si tratti pure del dono delle lingue o del dono della fede o di qualsiasi altro dono: senza la carità essi non conferiscono la vita. Come avviene di un cadavere rivestito di oggetti d’oro o di pietre preziose: resta sempre un corpo senza vita. 
Secondo effetto della carità è promuovere la osservanza dei comandamenti divini: “L’amore di Dio non è mai ozioso — dice san Gregorio Magno —quando c’è, produce grandi cose; se si rifiuta di essere fattivo, non è vero amore”. Vediamo infatti che l’amante intraprende cose grandi e difficili per l’amato: “Se uno mi ama osserva la mia parola”(Gv 14, 25). 
Chi dunque osserva il comandamento e la legge dell’amore divino, adempie tutta la legge. 
Il terzo effetto della carità è di costituire un aiuto contro le avversità. 
Chi possiede la carità non sarà danneggiato da alcuna avversità: “Ogni cosa concorre al bene di coloro che amano Dio ”(Rm 8, 28); anzi è dato di esperienza che anche le cose avverse e difficili appaiono soavi a colui che ama. 
Il quarto effetto della carità è di condurre alla felicità. 
La felicità eterna è promessa infatti soltanto a coloro che possiedono la carità, senza la quale tutte le altre cose sono insufficienti. Ed è da tenere ben presente che solo secondo il diverso grado di carità posseduto si misura il diverso grado di felicità, e non secondo qualche altra virtù. 
Molti infatti furono più mortificati degli Apostoli; ma questi sorpassano nella beatitudine tutti gli altri proprio per il possesso di un più eccellente grado di carità. E così si vede come la carità ot­tenga in noi questo quadruplice risultato. 
Ma essa produce anche altri effetti che non vanno dimenticati: quali, la remissione dei peccati, l’illuminazione del cuore, la gioia perfetta, la pace, la libertà dei figli di Dio e l’amicizia con Dio."
   

Dagli “Opuscoli teologici ” di san Tommaso d’Aquino, sacerdote; in Opuscula theologica, II, nn. 1137-1154, ed. Marietti, 1954.  



La prima cosa necessaria al cristiano è la fede. Senza di essa nessuno di noi potrebbe, lealmente, dirsi cristiano.

La fede produce come un germoglio di vita eterna, la quale in sostanza altro non è che il conoscere [svelatamente] Dio (cf. Gv 17, 3). Quaggiù ne abbiamo una conoscenza iniziale mediante la fede, ma in futuro diverrà perfetta, e conosceremo Dio nella sua realtà. La fede, cioè, sta alla base delle realtà divine in cui speriamo (cf. Eb 11, 1). Sicché, nessuno potrà giungere alla beatitudine derivante da una piena conoscenza di Dio, se prima non ne accoglie l'esistenza per mezzo della fede (35).

- San Tommaso d'Aquino -




Rendimi obbediente

Rendimi, Signore mio Dio,
obbediente senza ripugnanza,
povero senza rammarico, casto senza presunzione,
paziente senza mormorazione, umile senza finzione,
giocondo senza dissipazione, austero senza tristezza,
prudente senza fastidio, pronto senza vanità,
timoroso senza sfiducia, veritiero senza doppiezza,
benefico senza arroganza,
così che io senza superbia corregga i miei fratelli
e senza simulazione li edifichi con la parola e con l'esempio.
Donami, o Signore, un cuore vigile
che nessun pensiero facile allontani da te,
un cuore nobile che nessun attaccamento ambiguo degradi,
un cuore retto che nessuna intenzione equivoca possa sviare,
un cuore fermo che resista ad ogni avversità,
un cuore libero che nessuna violenza possa soggiogare.
Concedimi, Signore mio Dio,
un'intelligenza che ti conosca,
una volontà che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
una vita che ti piaccia,
una perseveranza che ti attenda con fiducia,
una fiducia che, alla fine, ti possegga.

- San Tommaso d'Aquino -
Sacerdote e dottore della chiesa




Buona giornata a tutti. :-)





giovedì 8 giugno 2017

Beati gli operatori di pace - madre Anna Maria Cànopi

L’uomo mite, pacifico, è forte, ma la sua forza è quella dell’amore. 
Il nostro tempo ha bisogno di uomini, di donne che siano presenza di pace, trasparenza del volto e del cuore di Cristo in mezzo ai fratelli. L’uomo sente il bisogno di riconciliarsi con Dio e di instaurare rapporti di amicizia con i suoi simili. Di fronte ai continui fallimenti nel ricercare una pace stabile e duratura, si va approfondendo in lui la certezza che la pace vera può essere solo dono di Dio. Il Signore ha annunziato pace “per chi ritorna a lui con tutto il cuore. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra.
Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal.85, 9-11). Tale incontro avverrà nel Dio incarnato, in Gesù, che riporterà l’uomo alla sua piena verità riversando su di lui la divina misericordia e gli darà pace giustificandolo, prendendo su di sé il suo peccato e inchiodandolo alla croce. Dopo di lui non si può più amare la verità e rifiutare la misericordia, cercare la pace e calpestare la giustizia. Con lui la pace non è più soltanto un saluto, un augurio, una speranza, ma un dono, il dono di una Presenza che è Pace. Cristo stesso è la Pace donata all’umanità; egli infatti ha firmato con il suo sangue la nuova ed eterna Alleanza tra Dio e gli uomini.
Dopo la Resurrezione, apparendo ai discepoli radunati nel Cenacolo, Gesù li saluta donando la pace, donandosi come pace: «Shalòm! Pace a voi!». 
Questa pace è un anticipo della beatitudine finale, perché la costruzione della città di Dio inizia fin d’ora. Per cooperare alla costruzione della “città della pace”, occorrono cristiani disposti a essere sempre e ovunque messaggeri di pace, uomini evangelici.
In diversi modi tutti siamo mandati gli uni agli altri quali portatori di pace. Compiremo bene la nostra missione se vivremo autenticamente il Vangelo. 
La causa della pace richiede, infatti, annunciatori disarmati interiormente, quindi poveri, umili, affamati della vera giustizia, fedeli discepoli di Cristo, misericordiosi, puri di cuore, per diffondere intorno a sé benevolenza e serenità. Vivendo tutte le beatitudini, saremo non soltanto portatori di qualcosa, ma diventeremo noi stessi, come Gesù, un sacramento di pace, un dono che crea comunione.
La pace è donata, ma dev’essere anche accolta; lo scambio avviene soltanto se un altro cuore disarmato si apre a riceverla.
Gratuità, carità, sacrificio di sé garantiscono la diffusione della pace. 
Gesù vuole che siamo pieni della grazia della pace. È un servizio di carità.
In questa vita, ora l’uno ora l’altro conosciamo tutti momenti di maggior fatica e facile cedimento: l’importante è sostenersi, perché alla caduta di uno non segua la caduta di altri, ma piuttosto un più grande stimolo di carità. 
San Paolo (Ef 6,13-18) ci istruisce circa il modo di affrontare quotidianamente la lotta al peccato per vivere quali figli della pace.
Alla radice c’è l’umiltà che non ci fa presumere di poterla affrontare da soli, ma ci fa attingere forza dal Signore mediante la preghiera continua, l’ascolto e la pratica della Parola di Dio e l’obbedienza di fede.
“Prendete l’armatura di Dio… State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace. 
Tenete sempre in mano lo scudo della fede, prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito…”.
“O Cristo, Re di giustizia e di pace, rivestici di te: il tuo amore sia la nostra legge, la tua pace sia la nostra gioia, e saremo per tutti i nostri fratelli tribolati sulle vie del mondo, un segno rassicurante della tua presenza; saremo un monte delle Beatitudini dal quale Tu ogni giorno continui a offrire a tutti gli uomini la tua salvezza e la tua pace. Amen”.

- Madre Anna Maria Canopi -
Fonte da:  Beati i poveri…beati… Lectio divina sulle Beatitudini, Paoline, Milano 2004




Nella vita cenobitica gli incarichi ricevuti e i doni che ciascuno possiede sono sempre un bene comune per il servizio della comunità, quindi esigono un atteggiamento di profonda umiltà e di gratuità; non devono mai essere ricercati, ma sempre umilmente accolti nell'obbedienza.

- Madre Anna Maria Cànopi - 


E' veramente povero solo chi è contento di tutto, non pretende attenzioni, gratificazioni, riconoscimenti, perché in tutto cerca e trova il suo Signore, di cui nulla ha di più caro.

- Madre Anna Maria Cànopi -



Buona giornata a tutti. :-)


sabato 25 febbraio 2017

Non essere amati è triste, ma la vera tragedia è non amare! - don Tonino Bello

«Datela voi la vostra solidarietà per non far vivere nell’isolamento gli altri!


Perché non essere amati, non essere accolti, non essere accettati dagli altri è triste. Non essere attesi la sera, non essere amati è triste, ma la vera tragedia è non amare!


Per cui, per quanto potete, cercate di dare agli altri senza volontà di cattura, senza calcolo, senza mai pensare se va a buon porto quello che avrete dato. Perché soltanto quando avrete dato vi accorgerete di avere una vita ricchissima!


La vita vuota non è quando si svuota dei vostri assegni o dei vostri beni. La vita vuota è quando non si hanno ideali, ed è pesante allora, perché la vita non è come le valigie: una valigia tanto più è piena tanto più è pesante, ma la vita quanto più è vuota, tanto più diventa pesante!


Io vi auguro che possa essere leggerissima la vostra vita, proprio perché sovraccarica anche di quella solidarietà che dà sapore a tutti i vostri giorni e che vi farà rimanere sempre giovani, anche quando le vostre spalle si incurveranno per il peso della vita!»


- Don Tonino Bello -


Buona giornata a tutti. :-)





martedì 25 ottobre 2016

Comunicazione tra gli uomini e circolazione delle idee - don Carlo Gnocchi

In passato il tempo per la formazione dei movimenti intellettuali o passionali e la misura della loro diffusione erano condizionati dalla lentezza e rarità dei mezzi di comunicazione tra gli uomini e della circolazione delle idee: cioè dalla parola parlata e dal libro; ma oggi tali mezzi hanno assunto una molteplicità, una rapidità, una varietà, una capillarità e una violenza di penetrazione e di suggestione tale - il cinematografo, la radio, la stampa quotidiana, la televisione - che, anche gli individui solitari e meglio “vaccinati” contro le epidemie del pensiero e delle passioni difficilmente riescono a restarne immuni. 
Solo così si spiegano gli uragani delle passioni collettive che sconvolgono il mondo moderno, estremamente sensibile, isterico e suggestionabile… 
Perché, quanto più frequente è oggi l’offerta delle idee altrui e delle soluzioni “già fatte” dei problemi, altrettanto minore è la possibilità materiale e morale di passarle al vaglio di una critica ponderata e di formarsene delle proprie; quanto più numerose sono le sollecitazioni e le impressioni alle quali si è sottoposti dall’esterno, tanto minore è il potere di riflessione e di resistenza interna dell’individuo. 
Non c’è più il tempo materiale e il raccoglimento necessario per pensare. 
La concitazione della vita moderna ha gettato l’uomo nella strada e in balia delle sue mille suggestioni.       

- Don Carlo Gnocchi - 
da: Restaurazione della persona umana, 1946




L’alterna vicenda subita dalle parole in questi ultimi anni è quanto di più indicativo si possa pensare ai fini della nostra ricerca ed è la causa prima dello sconsolato scetticismo di cui soffre la gioventù moderna troppo crudelmente illusa e vittima innocente delle nostre “esperienze” politiche.

- Don Carlo Gnocchi - 
da: Restaurazione della persona umana, 1946




Il mondo moderno vive a grandi agglomerati: masse urbanistiche, masse operaie, masse scolastiche, masse impiegatizie, masse militari… 
Ora: la convivenza di molti uomini smussa gli angoli delle caratteristiche personali, facilita il contagio delle idee e dei gusti e provoca la lenta formazione di un codice di vita e di pensiero, che è il minimo comune denominatore della collettività... 
Si aggiunga a tutto questo la rapida e capillare diffusione e circolazione delle idee, resa possibile dai mezzi moderni di propaganda: il giornale, la radio, la stampa e il cinematografo. 
Si richiede oggi un potere critico, una vigilanza assidua e una saldezza di convinzioni non comuni, per riuscire a difendere e conservare il patrimonio delle proprie convinzioni e l’indipendenza del giudizio personale, sotto il bombardamento incessante delle idee altrui e nell’assedio accanito che ci pongono d’intorno i mezzi moderni di propaganda, ai quali è ormai impossibile sottrarsi se si vuol vivere nel proprio tempo.

- Don Carlo Gnocchi - 
da: Restaurazione della persona umana, 1946




Gli uomini parlano lingue diverse e reciprocamente inintelleggibili - come i pretenziosi costruttori della torre di Babele - perché il punto di riferimento e la norma divina, valevole per ogni uomo, per ogni tempo e per ogni condizione, sono venuti a crollare.

- Don Carlo Gnocchi - 
da: Restaurazione della persona umana, 1946


"La vita non si inventa né si improvvisa
con un atto di volontà,
sincero ed eroico finché si vuole;
la vita si costruisce,
come una casa,
pietra su pietra,
atto per atto,
giorno per giorno.
Niente d’improvviso nella natura".

- don Carlo Gnocchi - 





Buona giornata a tutti. :-)



venerdì 2 settembre 2016

Quando Albino Luciani salvò le vacche in chiesa

E' probabile che pochi conoscano Grassaga, una piccola frazione di San Donà di Piave, che deve il nome all'omonimo torrente attraversato all'altezza di Fiumicino (sì, Fiumicino, perché? l'avevate già sentito questo nome?!) da un antichissimo ponte di origine romana su cui passava l'antica Via Annia...
Ma non perdiamoci in discorsi.

Questo articolo vuole ricordare un fatto che ha legato per sempre la figura di Albino Luciani alle campagne venete.
Andiamo con ordine: la parrocchia di Grassaga (il nome deriva dal latino grassus che vuol dire fangoso, acquitrinoso) è stata terra contesa dai patriarchi di Aquileia e da Ezzelino. Ma è anche terra di acqua, l'acqua del Piave s'intende, e di alluvioni: nel 1250 il territorio subì una catastrofica alluvione del fiume, che deviò il corso del Piave, spostando la chiesetta di San Donà dalla sponda sinistra a quella destra...
Il 19 giugno 1535, il vescovo Vincenzo De Massariis, per incarico del Card. Marino Grimani Patriarca di Aquileia e amministratore apostolico di Ceneda (Vittorio Veneto), consacrò a Grassaga una piccola chiesa costruita a cura dei Canonici Regolari di S. Agostino del SS. Salvatore di Venezia. La cappella era dedicata a S. Giorgio, aveva il cimitero davanti e, accanto, un ospizio.

Nel 1607 il villaggio diventò parrocchia, con la costruzione del battistero. Dopo il 1773 la cura d'anime passò alle dirette dipendenze del Vescovo di Cèneda. La vecchia chiesa restaurata e un po' ingrandita nel 1900, è stata demolita nel 1955. Si costruì allora quella nuova, l'attuale, fra il 1956 e il 1959, su disegno dell'arch. Luigi Candiani (Mareno di Piave, 25 maggio 1888 – Treviso, 7 maggio 1993): il Vescovo Albino Luciani la benedì e l'aprì al culto il 27 settembre 1959.

E siamo al dunque: arriviamo all'alluvione del 1966, cinquant'anni fa giusti! Sappiamo tutti dei disastri che ha provocato nel Triveneto (e in Toscana). Sulla sinistra Piave molte persone tra il 4 e il 6 novembre passarono le giornate e le notti nei solai e persino nei tetti. Soprattutto nelle case che erano sui terreni più bassi del livello del mare e nelle anse del Piave dove le voragini da granata della Prima Guerra mondiale avevano creato mulinelli e vortici dirompenti. Anche la perdita di bovini fu rilevante proprio in queste località, cioè a Grassaga ma anche a Calvecchia, Fossà, Cittanova.
Ben 160 bestie annegarono.
Parte dei bovini sopravvissuti dovevano essere sistemati in locali che ne permettessero l'immediata sopravvivenza. Tirati a forza fuori dalle stalle e dagli ovili si cercò ricovero per loro nella stessa chiesa parrocchiale di Grassaga: questo fu l'ordine del sindaco di allora Franco Pilla (1960-69, della DC).  Al parroco però sembrava indecoroso ricoverare degli animali nella chiesa parrocchiale, per di più consacrata da poco: era domenica 6 novembre 1966. Viene avvertito il vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Albino Luciani, figlio di contadini dell'Agordino. Lui sapeva bene cosa voleva dire per una famiglia perdere le vacche, i vitelli, i maiali. Spesso voleva dire perdere tutto. E Luciani diede subito il permesso di ospitare per l'emergenza in chiesa gli animali da stalla della comunità di Grassaga e delle masserie e case coloniche allagate. Una generosità che viene ancora oggi ricordata dalla popolazione del paese. Venne affrontato in quelle ore anche l'altro grande problema: migliaia di bovini che erano rimasti senza foraggio, perché portato via dall'acqua o resosi immangiabile, muggivano e belavano senza sosta dalla fame.
Si provvide allora a requisire le sanse delle barbabietole ammassate nello zuccherificio di Ceggia e portarle in chiesa per il pasto che da ore non era stato dato alle bestie (nei giorni successivi venne prelevato foraggio dal Friùli).
Albino Luciani, diventerà Patriarca di Venezia e poi Papa, e questo lo sapete. E la prima chiesa di nostro Signore, stando ai Vangeli, era una stalla dove il Figlio di Dio, secondo la Tradizione, veniva scaldato da un bue e da un asino. E anche questo lo sapete.




foto: la facciata della chiesa di Grassaga
foto: Alluvione 1966 nel Sandonatese, di Angelino e Filiberto Battistella
foto: Zenson di Piave, una fattoria allagata durante l'alluvione del 1966, foto Luigi Bortolazzo, proprietà Fast Treviso