domenica 5 aprile 2026

Gesù la risurrezione - Anselm Grün

 Che cosa è la vita? A questa domanda fondamentale di qualsiasi filosofia Gesù risponde con una singolare affermazione: «Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se morisse, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai» (Gv 11,25s). 
Sono parole di difficile comprensione: Gesù è la risurrezione. 
Chi crede in lui, risuscita già ora dalla morte alla vita, è già passato dalla morte alla vita.
Secondo Giovanni, molti sono coloro che, pur essendo vivi, sono morti: non vivono infatti in maniera autentica, bensì vivono solo in superficie. 
Chi crede in Gesù, invece, capisce chi è veramente lui e risuscita già in questa vita terrena dalla tomba delle sue paure, della sua autocommiserazione, delle sue inibizioni, della sua debolezza, del suo lato oscuro. 
La sua risurrezione si realizza nel quotidiano, nel passaggio, giorno dopo giorno, dalle tenebre alla luce, dall'immobilismo alla vitalità, dall'orizzonte ristretto al cielo aperto.
Per dimostrare che cosa intende Gesù quando dice: «Io sono la risurrezione», Giovanni racconta la storia di Lazzaro. Gesù risuscita Lazzaro, che è morto e riposa già da quattro giorni nella tomba. Le sue mani e i suoi piedi sono avvolti in bende, il suo volto è coperto da un sudario. Giace nel sepolcro, chiuso da una grossa pietra e già manda odore. 
Chi giace dietro la pietra della mancanza di rapporti con gli altri, è tagliato fuori dalla vita; va quindi incontro alla decomposizione e tutto in lui finisce per avere un cattivo odore. Il suo volto è coperto da un sudario: la vita diventa solo una maschera; quello che è veramente è come morto. È legato mani e piedi, non è veramente libero. La risurrezione significa che la parola di Gesù, che è parola d'amore, passa attraverso la pietra per raggiungere l'amico. La parola d'amore riporta in vita l'amico. Scioglie le bende che lo avvolgono e lo stringono in una morsa. Lo libera dalla maschera dietro la quale si nasconde. La risurrezione di Lazzaro dimostra che chi crede in Gesù vivrà, anche dopo la morte. Quest'ultima non può sciogliere i legami d'amore. L'amore è più forte della morte: attraversa qualsiasi pietra, scioglie qualsiasi immobilismo. Quello che morirà sarà sì il nostro corpo, ma non il nostro vero Io. La fede va oltre la morte, arriva alla vita eterna. Nella fede siamo già passati, in questa vita terrena, dalla morte alla vita, dall'immobilismo alla vitalità, dalla mancanza di rapporti umani all'amore.
L'affermazione di Gesù «Io sono la risurrezione» ha acquistato per me un nuovo significato grazie al romanzo Delitto e castigodel russo Dostoevskij. Dostoevskij ha posto il testo biblico della risurrezione di Lazzaro come motto all'inizio del suo romanzo. Sonja, che è diventata prostituta a causa della sua povertà, legge il racconto della risurrezione di Lazzaro all'assassino Raskolnikov. Nel romanzo Sonja stessa diventa Gesù, che chiama Lazzaro e Io invita a uscire dalla tomba. Con il suo amore, Sonja scioglie il cuore di pietra dell'assassino e risveglia in lui sentimenti dimenticati. Trasforma il prigioniero isolato, privo di rapporti con gli altri, che tratta i suoi compagni di prigionia in modo burbero, poco affabile, in un uomo affettuoso, pieno d'amore. Trovo coraggioso il fatto di aver scelto Sonja, una donna, per incarnare la figura di Gesù. 

Sonja, la prostituta, vive nella sua vita il mistero di Gesù risurrezione. 
Di Raskolnikov scrive Dostoevskij: «Egli era risuscitato e lo sapeva, lo sentiva in tutto e per tutto con il suo nuovo essere, lei però — lei sì — viveva soltanto in lui». 
Quando l'amore di una donna risveglia alla vita un uomo o, viceversa, l'amore di un uomo risveglia alla vita una donna, si ha la risurrezione; in quel momento, diventa evidente cosa intende Gesù quando dice «Io sono la risurrezione». 
Gesù è la sorgente dell'amore di Sonja, un amore che non si è lasciato intimorire dalla durezza e dal rifiuto, durato anni interi, dell' assassino. 
Sonja ha percepito nell'amore di Gesù la forza della risurrezione, tanto da riuscire a risvegliare alla vita e all'amore l'uomo chiuso in se stesso, ostile a qualsiasi rapporto con gli altri.

Osserva la tua vita: in qual misura puoi parlare di vita autentica e in quale misura di vuoto e routine? 

Che cosa rende la tua vita degna di essere vissuta? 
Quando nella tua vita hai fatto esperienza della risurrezione? 
Che cosa ti ha fatto uscire dal tuo torpore, risvegliandoti alla vita? 
Che cosa ti ha fatto uscire dalla tomba della tua paura e della tua rassegnazione? 
Quando sei risuscitato dalla tua mancanza di rapporti umani? 
È probabile che in tutte queste esperienze di risurrezione tu non abbia mai pensato a Gesù. Tuttavia - ce lo dice il vangelo di Giovanni - quando risuscitiamo dalla morte alla vita, incontriamo Gesù, anche se non lo vediamo, anche se non pensiamo a lui. Quando nella tua vita si ha la risurrezione, Gesù è in te, Gesù risuscita dentro di te.

 - Anselm Grün - 
da: "Nuovi volti di Gesù, pp. 114-116"


Il pensiero della propria morte desidera rendere più intensa la nostra vita. 
Se la mia vita è destinata a finire, desidero vivere con consapevolezza l'istante presente. 

-  Anselm Grün -
da: "Le questioni della vita"




Entrando consapevolmente nella solitudine e rinunciando ad ogni distrazione, mi si rivela Dio nel suo mistero. La solitudine è una parte essenziale del cammino spirituale. 

-  Anselm Grün -
da: "Silenzio e solitudine nel ritmo della vita"




Se accetto il fatto di essere solo la mia vita diventa feconda per gli altri. 
Forse non ho molti incontri con le altre persone, ma ho la mia aura. E non importa se io incontri molte o poche persone, mi lascio dietro la mia aura personale. 

-  Anselm Grün Silenzio e solitudine nel ritmo della vita -




Preghiera a Gesù Crocifisso

Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che prostrato alla tua santissima Presenza ti prego con il fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti più, mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù, il santo profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”. 

- Pater, Ave e Gloria ( per l'acquisto dell'indulgenza plenaria)

(A colui che recita questa preghiera dopo la Comunione, dinanzi all'immagine di Gesù Crocifisso, è concessa l'indulgenza plenaria nei singoli venerdì del tempo quaresimale e nel venerdì santo; l'indulgenza parziale in tutti gli altri giorni dell'anno. Pio IX)



Buona giornata a tutti. :-)

sabato 4 aprile 2026

Il Sabato Santo

 Il Sabato Santo è il terzo e ultimo giorno del Triduo Pasquale.
Il culto cristiano celebra il mistero della discesa agli inferi del Signore Gesù dopo la Sua morte, avvenuta il giorno precedente alle tre del pomeriggio.
Gesù discese dopo la sua morte agli inferi con la sua divinità e con la sua anima umana, ma non con il suo corpo, che incorrotto per azione dello Spirito Santo, riposava nella tomba.
Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti.
Ma Lui vi è disceso come Dio e ha liberato gli spiriti buoni che vi si trovavano prigionieri aprendo loro il Paradiso.
Infatti tutti quelli che vi si trovavano erano privati della visione di Dio in quanto, nell'attesa del Redentore, questa era la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti.
Ottiene con tale discesa la sua vittoria sulla morte e sul diavolo. 
Si legge nel Catechismo cattolico che Gesù, «l'Autore della vita», ha ridotto «all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», liberando «così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».
Compiuta tale missione, la divinità e l'anima di Gesù si ricongiungono al Corpo nel sepolcro: e ciò costituisce il mistero della resurrezione, centro della fede di tutti i Cristiani.



Nei giorni del venerdì e del sabato santo, la Chiesa non celebra alcuna messa e l'Eucarestia non è conservata nel Tabernacolo, che è spalancato, per simboleggiare che Gesù oggi non è nel mondo.
Sono i giorni del digiuno nei quali lo Sposo le è tolto (Mt 9,15). Il sabato santo, la Chiesa si ferma presso il sepolcro del Signore, meditandone la passione e morte, segno efficace di un Amore che non conobbe limiti (“li amò – dice san Giovanni – sino alla fine”: Gv 13,1), 
Sempre in segno di lutto le luci e le candele sono spente, gli altari sono spogli, senza fiori e paramenti, le campane mute. In molte chiese rimane esposta la Croce, simbolo di Salvezza dalla morte eterna, per tutti coloro che credono.
 Ci si prepara però a celebrare, nella notte, la grande Veglia pasquale, “madre di tutte le veglie” (sant’Agostino). 
Questa, per una tradizione antichissima, è “la notte di veglia in onore del Signore” (Es 12,42). I fedeli porteranno in mano la fiaccola – secondo l’ammonizione del Maestro (Lc 12,35ss) – per somigliare a coloro che, fedeli al vangelo, attendono vigili il ritorno del Signore.

- Felice Accrocca -
Arcivescovo di Benevento




La celebrazione del lucernario iniziale è particolarmente suggestiva: la chiesa è vuota, completamente al buio; le tenebre, discese sulla terra durante le ultime ore di vita del Salvatore, sembrano prevalere. Fuori della chiesa è acceso un fuoco divampante, dal quale il sacerdote accenderà il nuovo cero pasquale. Dopo il saluto, il sacerdote rivolge un’esortazione ai presenti, quindi benedice il fuoco con queste parole: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo. Fa’ che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno. Per Cristo nostro Signore”.




C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. 
Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? 

Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? 
La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? 
I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? 
Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. 
Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. 
Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. 
Amen. 

- papa Benedetto XVI - 
da: Meditazioni sul Sabato Santo


... silenzio ...


venerdì 3 aprile 2026

Considerazioni ed affetti sovra la Passione - S. Alfonso Maria de Liguori

Ecce rex tuus venit tibi mansuetus sedens super asinam, et pullum filium subiugalis (Matth. XXI, 5). 
Il nostro Redentore, avvicinandosi già il tempo della sua Passione, si parte da Betania per entrare in Gerusalemme. Consideriamo qui l'umiltà di Gesù Cristo in voler entrare in quella città sopra d'un asinello, quegli ch'è il re del cielo. 

O Gerusalemme, ecco il tuo re come a te viene umile e mansueto. Non temer già ch'egli venga per regnare sovra di te e per impossessarsi delle tue ricchezze, mentre viene tutto amore e pietà per salvarti e recarti la vita colla sua morte. Intanto quel popolo, che già da qualche tempo lo venerava per i miracoli e specialmente per l'ultimo fatto della risuscitazione di Lazzaro, gli va all'incontro. Altri stendono le loro vesti nella via per dove egli passa, altri vi spandono rami d'alberi per fargli onore. Oh chi mai avrebbe detto allora che quel Signore ricevuto con tanti onori dovea tra pochi giorni comparire ivi stesso da reo condannato alla morte con una croce sulle spalle! 

Caro mio Gesù, dunque voleste voi far quest'entrata così gloriosa, acciocché poi quanto maggior fu l'onore che allor riceveste, tanto più fosse ignominiosa la vostra Passione e morte. Le lodi che vi dà ora quest'ingrata città, tra pochi giorni le cangerà in ingiurie e maledizioni. 

Ora vi dicono: Hosanna filio David, benedictus qui venit in nomine Domini (Matth. XXI, 9): Gloria a voi Figlio di Davide, siate sempre benedetto, giacché venite per nostro bene in nome del Signore. E poi alzeranno le voci dicendo: Tolle, tolle, crucifige eum: Pilato, diranno, toglici davanti agli occhi questo ribaldo, presto crocifiggilo e non ce lo far più vedere. 

Ora si spogliano delle loro vesti, e poi vi spoglieranno delle vostre per flagellarvi e crocifiggervi. Ora prendono le palme per metterle sotto i vostri piedi, e poi prenderanno rami di spine per trafiggervi la testa. Ora vi danno tante benedizioni, e poi vi diranno tante contumelie e bestemmie. Vanne tu, anima mia, e digli con affetto e gratitudine: Benedictus qui venit in nomine Domini. - Amato mio Redentore, siate sempre benedetto, giacché siete venuto a salvarci; se voi non venivate, tutti noi eravamo perduti. Et ut appropinquavit, videns civitatem, flevit super illam (Luc. XIX, 14). 

Gesù, quando fu vicino a quella città infelice, la guardò e pianse, considerando l'ingratitudine e la di lei ruina. - Ah mio Signore, voi piangendo allora sovra l'ingratitudine di Gerusalemme, piangevate ancora sovra la mia ingratitudine e sopra la ruina dell'anima mia. Amato mio Redentore, voi piangete in vedere il danno ch'io stesso m'ho fatto in discacciarvi dall'anima mia ed in costringervi a condannarmi all'inferno, dopo che voi siete morto per salvarmi; deh lasciate piangere a me, poiché a me solo tocca il piangere, considerando il torto che v'ho fatto in offendervi e separarmi da voi dopo che mi avete tanto amato! 

Eterno Padre, per quelle lagrime che il vostro Figlio sparse allora sovra di me, datemi dolore de' miei peccati. E voi, o amoroso e tenero Cuore del mio Gesù, abbiate pietà di me, mentre io detesto sovra ogni male i disgusti che v'ho dati, e risolvo di non amare altri che voi. Entrato che fu Gesù Cristo in Gerusalemme, dopo essersi affaticato tutto il giorno in predicare e curare infermi, giunta la sera non vi fu alcuno che l'invitasse a riposare in sua. casa: onde fu egli costretto a ritirarsi di nuovo in Betania. Dolce mio Signore, se gli altri vi discacciano, non voglio discacciarvi io. Fu già un tempo infelice ch'io ingrato vi discacciai dall'anima mia; ma ora stimo più lo stare unito con voi che il possedere tutti i regni del mondo. Ah mio Dio, chi mai potrà più separarmi dal vostro amore?

- Sant'Alfonso - Considerazioni ed affetti sopra la Passione



Io per te ho flagellato l'Egitto e i primogeniti suoi
e tu mi hai consegnato per esser flagellato.
Popolo mio, che male ti ho fatto?
In che ti ho provocato? Dammi risposta.
Io ti ho guidato fuori dall'Egitto
e ho sommerso il faraone nel Mar Rosso,
e tu mi hai consegnato ai capi dei sacerdoti.
Io ho aperto davanti a te il mare,
e tu mi hai aperto con la lancia il costato
Io ti ho fatto strada con la nube,
e tu mi hai condotto al pretorio di Pilato
Io ti ho nutrito con manna nel deserto,
e tu mi hai colpito con schiaffi e flagelli.
Io ti ho dissetato dalla rupe con acqua di salvezza,
e tu mi hai dissetato con fiele e aceto.
Io per te ho colpito i re dei Cananei,
e tu hai colpito il mio capo con la canna
Io ti ho posto in mano uno scettro regale,
e tu hai posto sul mio capo una corona di spine.
lo ti ho esaltato con grande potenza,
e tu mi hai sospeso al patibolo della croce.


«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti»
Isaia 53,2-5



Oggi è giorno di dolore, preghiera e digiuno.

giovedì 2 aprile 2026

Gesù e l’agnello - Jose' Saramago

 Gesù strinse il capo dello spago con cui l’agnello era legato alla corda, la bestia guardò il suo nuovo padrone e belò, fece beeee con quel tono timido e tremulo degli agnelli che moriranno giovani perché tanto amati dagli dei. Questo suono, udito migliaia di volte durante la sua nuova attività di pastore, toccò il cuore di Gesù al punto che sentì le membra dissolversi dalla pena, lui era lì, come non gli era mai accaduto prima in maniera così assoluta, signore della vita e della morte di un altro essere, quest’agnello bianco, immacolato, privo di volontà e di desideri, che protendeva verso di lui un musetto interrogativo e fiducioso, gli si vedeva la lingua rosea mentre belava e, sotto la lanugine, era roseo l’interno delle orecchie, e rosee erano le unghie, che non si sarebbero mai indurite, modificando in zoccoli un termine che aveva per il momento in comune con gli uomini. 
Gesù accarezzò la testa dell’agnello, che gli rispose sollevandola e sfiorandogli la palma della mano con il naso umido, facendolo rabbrividire. [...] Allora Gesù, quasi gli fosse nata dentro una luce, decise, contro il rispetto e l’obbedienza, contro la Legge della sinagoga e la parola di Dio, che questo agnello non sarebbe morto, che quanto gli era stato dato per morire avrebbe continuato a vivere e che lui, venuto a Gerusalemme per sacrificare, dalla città se ne sarebbe andato più peccatore di quanto vi era entrato, non gli bastavano le vecchie mancanze, adesso è caduto anche in questa, e arriverà il giorno, giacchè Dio non dimentica, in cui dovrà pagarle tutte. 
Per un attimo, il timore del castigo lo fece esitare ma, con un’immagine rapidissima, la mente gli presentò la visione terrorizzante di un agnello e di altri animali sacrificati fin dalla creazione dell’uomo, perché l’umanità è stata posta su questo mondo proprio per adorare e sacrificare. A tal punto lo turbarono queste fantasie che gli parve di vedere la scalinata del Tempio allagata di rosso, gocciolante di gradino in gradino, e lui lì in mezzo, con i piedi nel sangue, che sollevava al cielo il suo agnello sgozzato morto.[...] Con l’agnello avvolto nella bisaccia, come per difenderlo da una minaccia ora imminente, Gesù si precipitò fuori della piazza, si perse fra le strade più strette, senza badare alla direzione in cui andava.

- Jose' Saramago -
Da: “Il Vangelo secondo Gesu' Cristo”




Non è un merito, è pura grazia.

“Ci prepara ad essere dei cirenei per aiutarlo a portare la Croce. E la nostra vita cristiana senza questo non è cristiana. E’ una vita spirituale, buona… ‘Gesù è il grande profeta, anche ci ha salvato. Ma Lui e io no…’. Tu con Lui! Facendo la stessa strada. Anche la nostra identità di cristiani deve essere custodita e non credere che essere cristiani è un merito, è un cammino spirituale di perfezione. Non è un merito, è pura grazia.”

Papa Francesco, omelia in S. Marta, 26 settembre 2014




Gesù prega e suda sangue nell'orto del Getsemani. 

<< Cari amici, anche noi nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l'impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un pò di luce nel cammino della vita. >>
 
- papa Benedetto XVI  -
Udienza Generale 1° Febbraio 2012


Credo in Dio e credo nell'uomo, quale immagine di Dio.
Credo negli uomini, nel loro pensiero, nel valore della loro sterminata fatica.
Credo nella vita come dono e come durata, come possibilità illimitata di elevazione, non prestito effimero dominato dalla morte.
Credo nella gioia: la gioia di ogni stagione, di ogni tappa, di ogni aurora, di ogni tramonto, di ogni volto, di ogni raggio di luce che parta dal cervello, dai sensi, dal cuore.
Credo nella famiglia del sangue e nella famiglia prescelta per il mio lavoro.
Credo nel dovere di servire il bene comune perché giustizia, libertà e pace siano a fondamento della vita sociale.
Credo nella possibilità di una grande famiglia umana e nell'unità dei cristiani quale Cristo la volle.
Credo nella gioia dell'amicizia, nella fedeltà e nella parola degli uomini.
Credo in me stesso, nella capacità che Dio mi ha conferito, perché possa sperimentare la più grande fra le gioie, che è quella del donare e del donarsi.
In questa fede voglio vivere, per questa fede voglio lottare e con questa fede voglio addormentarmi in attesa del grande, gioioso risveglio.

(Padre Giulio Bevilacqua)
(1881-1965)































Buona giornata a tutti. :-)




sabato 28 marzo 2026

L'amore non è già fatto, si fa - Padre Michel Quoist

 Non è un vestito già confezionato, 
ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.

Non è un appartamento chiavi in mano,
ma una casa da concepire, costruire, conservare e, spesso, riparare.

Non è una vetta conquistata,
ma scalate appassionanti e cadute dolorose.

Non è un solido ancoraggio nel porto della felicità,
ma è un levar l'ancora, è un viaggio in pieno mare.

Non è un sì trionfale che si segna fra i sorrisi e gli applausi,
ma è una moltitudine di "sì" che punteggiano la vita,
tra una moltitudine di "no" che si cancellano strada facendo.

Non è l'apparizione improvvisa di una nuova vita,
perfetta fin dalla nascita,
ma sgorgare di sorgente e lungo tragitto di fiume
dai molteplici meandri, qualche volte in secca,
altre volte traboccante,
ma sempre in cammino verso il mare infinito.

- Padre Michel Quoist - 



Non puoi amare la sofferenza, essa rimane un male anche dopo la venuta di Gesù Cristo, ma tu puoi amare l'occasione che essa ti porge per offrire e ricuperare:

-il tuo mal di testa di oggi, 
-la stanchezza di tutto il corpo oppresso dalla fatica,
-la lancinante sofferenza che morde la tua carne e non ti lascia riposare,
-l'immobilità dolorosa,
-l'infermità,
-la sofferenza morale, piccola o grande, passeggera o permanente,
-il lavoro penoso o monotono, impegno sindacale o politico che assorbe o strazia, sensibilità urtata, fallimento dei tuoi sforzi, caduta umiliante...

Tutte le tue sofferenze:

il Cristo le ha già sofferte,
offerte,
il Padre le ha ricevute dalle mani del Figlio Suo come penitenza dei peccati,
per mezzo dell'amore di Gesù Cristo esse hanno già riscattato il mondo.

- Padre Michel Quoist -
da: "Riuscire. Suggerimenti per una vita autenticamente cristiana"


Regina della Pace

Aiutaci, dolce Vergine Maria, aiutaci a dire:
ci sia pace per il nostro povero mondo.
Tu che fosti salutata dallo Spirito della Pace,
ottieni pace per noi.
Tu che accogliesti in te il Verbo della pace,
ottieni pace per noi.
Tu che ci donasti il Santo Bambino della pace,
ottieni pace per noi.
Tu che sei vicina a Colui che riconcilia 
e dici sempre sì a Colui che perdona,
votata alla sua eterna misericordia,
ottieni a noi la pace.
Astro clemente nelle notti feroci dei popoli,
noi desideriamo la pace.
Colomba di dolcezza tra gli avvoltoi dei popoli,
noi aspiriamo alla pace.
Ramoscello di ulivo che germoglia nelle foreste bruciate 
dei cuori umani,
noi abbiamo bisogno di pace.
Perchè siano finalmente liberati i prigionieri,
gli esiliati ritornino in patria,
tutte le ferite siano risanate,
ottieni per noi la pace.
Per l’angoscia degli uomini ti chiediamo la pace.
Per i bambini che dormono nelle loro culle
ti chiediamo la pace.
Per i vecchi che vogliono morire nelle loro case
ti chiediamo la pace.
Madre dei derelitti, nemica dei cuori di pietra,
stella che risplendi nelle notti dell’assurdo,
ti chiediamo la pace. Amen.



Buona giornata a tutti. :-)


giovedì 26 marzo 2026

I piedi di Bartolomeo – don Tonino Bello

 Carissimi,

L’altro giorno ho ricevuto questa lettera.

“Caro Vescovo, io non sono né marocchino, né tossicodipendente, né sfrattato. Temo, perciò di non avere udienza presso di te. 
Perché ho l’impressione che oggi, se non si appartiene a quel campionario di umanità che ha a che fare con la violenza, con la prostituzione, con la miseria economica e morale, non si è in possesso dei titoli giusti per entrare nel cuore di Dio. 
Ma è colpa mia se la casa io ce l’ho e il lavoro anche? 
Debbo farmi uno scrupolo se non ho mai rubato e in tribunale non ci sono mai entrato neppure come testimone? Mi devo proprio affliggere se grazie a Dio non ho grossi problemi di salute né soffro di solitudine? 
Quando ti sento parlare degli ultimi e affermi che la chiesa a imitazione di Gesù, deve esprimere un amore preferenziale verso coloro che sono precipitati nell’ avvilimento dell’alcool, io, che per giunta sono astemio, mi sento quasi un escluso. 
E’ mai possibile mi chiedo che il Signore mi scarti solo perché non frequento le bettole e la sera mi ritiro a casa in orario? Debbo proprio ritenere una disgrazia il fatto che nella graduatoria sia pur effimera dell’estimazione pubblica, invece degli ultimi posti, occupo posizioni di tutto rispetto? 
Ricco non sono, ma non mi manca il necessario per tirare avanti con una certa tranquillità. Non ho mai tradito mia moglie. I miei figli che non sono né malati di AIDS né disoccupati, mi danno tantissime soddisfazioni. Mi reputo fortunato. E sarei l’uomo più felice della terra se, da un po’ di tempo a questa parte, a seguito di certi discorsi che ascolto in chiesa e a certe lettere che scrivi tu, non mi fosse venuto il dubbio che senza un certificato di emarginazione, vistato magari dalle patrie galere, mi sarà difficile l’ingresso nel Regno di Dio. Dimmi, vescovo: ma un po’ d’acqua nel suo catino Gesù Cristo ce l’avrebbe anche per me?”

Non ho ancora dato riscontro a questa lettera. Ma siccome so che gli stessi interrogativi sono condivisi da più di qualcuno ho pensato bene di rispondere per così dire ad alta voce. 
Mi viene in aiuto la figura evangelica di Natanaele, identificato dalla maggior parte degli studiosi col figlio di Tolomeo e detto perciò Bartolomeo. Era un uomo così pulito e trasparente che quando Gesù lo vide la prima volta esclamò: “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”. 
Secondo l’evangelista Giovanni, questo apostolo simbolizza addirittura tutta la categoria di persone, gli israeliti fedeli, che non hanno mai tradito il Dio del’alleanza, si sono mantenuti irreprensibili fino alla venuta del messia e da lui sono stati invitati ad entrare nella sua nuova comunità. Ebbene, la sera del giovedì santo, Gesù si è curvato a lavare anche i piedi di Bartolomeo, l’uomo onesto, nei cui occhi un giorno, mentre si trovava sotto il fico, egli, il Maestro, aveva visto specchiarsi il cielo limpido della rettitudine. Anche quel cielo però aveva la sua piccola nube. Quando infatti Filippo gli andò a dire che Gesù di Nazaret era il Messia, lui, l’israelita integerrimo, il galantuomo, aveva replicato: “Da Nazaret, può mai venire qualcosa di buono?”




Carissimi fratelli onesti, Bartolomeo è la vostra immagine. 
Non abbiate paura perciò di essere discriminati dal Signore. Egli nel suo catino, l’acqua ce l’ha pure per i vostri piedi che, se si sono contaminati, è solo per la polvere della strada percorsa per andarlo a trovare. Vi lava e vi asciuga con la stessa tenerezza. Perché vi vuol bene da morire. Anzi, vorrei aggiungere che egli, sulle vostre estremità indugia di più. Così come si indugia di più a detergere un cristallo di Boemia che a lavare un bicchiere di creta carico di tartaro. I vostri piedi li lava e li asciuga con identico amore. Anche perché forse tra gli alluci, si nasconde una piccola macchia difficile a scomparire: la riluttanza a ricevere. 
Dite la verità, non avete mai affermato pure voi: che cosa può venire di buono da Nazaret? Forse questo è il vostro peccato, piccolo quanto volete, ma che vi colloca tra gli uomini, pure voi. Vi siete esercitati solo a dare. A ricevere no. Da un drogato può mai venire qualcosa di buono? Da una prostituta? Da un avanzo di galera? Che cosa mai può dare un marocchino, se non un pericolo di infezioni? Forse questa è l’unica colpa che obbliga Gesù a inginocchiarsi dinanzi a voi e che spinge la chiesa a fare altrettanto: non voler ammettere, sia pure per ragioni estetiche, che i poveri abbiano qualcosa da insegnarvi in termini di crescita umana. Sicchè gli emarginati sono quasi lo spazio dove esercitare le virtù della generosità; ma solo nella direzione del dare e non dell’avere. 
Non abbiate paura, fratelli irreprensibili e buoni. Gesù Cristo si piega anche su di voi. Se non altro, per dirvi che non serve a nulla svuotare la casa per gli infelici, se poi non sapete introdurre qualcosa che essi possono offrirvi, sia pure un “souvenir”. 
A me e a tutti voi, che apparteniamo alla confraternita dei galantuomini, conceda il signore di capire che metterci sulla pelle la camicia dei poveri vale di più che lasciarci scorticare vivi per loro. Come San Bartolomeo, appunto.

(don Tonino Bello)




I veri eroi sono quelli  che ogni giorno si alzano dal letto e affrontano la vita
anche  se gli hanno rubato i sogni e il futuro.


Quelli che alzano la saracinesca di un  bar  o di un' officina,
che vanno in un ufficio, in una fabbrica.


Che non lottano per la gloria o per la fama,
ma per la sopravvivenza.


- Fabio Volo - 



Buona giornata a tutti :-)


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