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giovedì 5 luglio 2018

Se pace non è solo silenzio delle armi - don Tonino Bello

«Se pace non è solo silenzio delle armi, essa non è neppure semplice raggiungimento della giustizia. 
Se a simbolizzare la pace non basta cioè un fucile spezzato, non è sufficiente neppure aggiungervi accanto una bilancia con i piattelli in equilibrio. 

No. La pace è comunione, la pace è condivisione. 
Non è l'isolamento di chi non manca di nulla, ma ha bisogno di tutto. 
Non è quiete lunare di tanti bunker allineati, al cui interno, sepolti vivi nelle agiatezze e nelle comodità, si aggirano uomini-larva incapaci di comunicare.

Pace è solidarietà col prossimo. 
E’ condividere col fratello gioie e dolori, progetti e speranze. 
E’ portare gli uni i pesi degli altri, con la tenerezza del dono. 
E’ attesa irresistibile di incontri festivi. 
E’ ansia di sabati senza tramonto, da vivere insieme sul cuore della terra. Magari, trafitti da un raggio di sole, come nei versi dei poeti. 
In attesa dell’ultima sera, che ci introduca nella domenica eterna, di cui la pace che sperimentiamo quaggiù è solo un pallidissimo segno.»

- don Tonino Bello - 







«Il Pane è stato fatto per mangiare Insieme e la Felicità scaturisce dalla Convivialità [...] 
Per quanto potete cercate di dare senza volontà di cattura. 
Per quanto potete cercate di dare senza calcolo. 
E soltanto quando avrete dato vi accorgerete di avere una vita ricchissima. 
La vita vuota non è quando si svuota dei vostri assegni o dei vostri beni, ma quando non si hanno ideali, ed è pesante. 
Perchè la vita non è come le valigie. 
Una valigia tanto più è piena tanto più è pesante, ma la vita quanto più è vuota tanto più è pesante. 
Io vi auguro che possa essere leggerissima la vostra vita, proprio perché sovraccarica anche di questa solidarietà che dà veramente sapore a tutti i vostri giorni.»

- don Tonino Bello -


Buona giornata a tutti. :-)






giovedì 1 febbraio 2018

Gli abeti - don Bruno Ferrero

Una pigna gonfia e matura si staccò da un ramo di abete e rotolò giù per il costone della montagna, rimbalzò su una roccia sporgente e finì con un tonfo in un avvallamento umido e ben esposto. Una manciata di semi venne sbalzata fuori dal suo comodo alloggio e si sparse sul terreno. 
"Urrà!" gridarono i semi all'unisono. "Il momento è venuto!" 
Cominciarono con entusiasmo ad annidarsi nel terreno, ma scoprirono ben presto che l'essere in tanti provocava qualche difficoltà. 
"Fatti un po' più in là, per favore!". 
"Attento! Mi hai messo il germoglio in un occhio!". 
E così via. Comunque, urtandosi e sgomitando, tutti i semi si trovarono un posticino per germogliare. 
Tutti meno uno. 
Un seme bello e robusto dichiarò chiaramente le sue intenzioni: "Mi sembrate un branco di inetti! Pigiati come siete, vi rubate il terreno l'un con l'altro e crescerete rachitici e stentati. Non voglio avere niente a che fare con voi. Da solo potrò diventare un albero grande, nobile e imponente. Da solo!". 
Con l'aiuto della pioggia e del vento, il seme riuscì ad allontanarsi dai suoi fratelli e piantò le radici, solitario, sul crinale della montagna. 
Dopo qualche stagione, grazie alla neve, alla pioggia e al sole divenne un magnifico giovane abete che dominava la valletta in cui i suoi fratelli erano invece diventati un bel bosco che offriva ombra e fresco riposo ai viandanti e agli animali della montagna. 
Anche se i problemi non mancavano. 
"Stai fermo con quei rami! Mi fai cadere gli aghi". 
"Mi rubi il sole! Fatti più in là…". 
"La smetti di scompigliarmi la chioma?". 
L'abete solitario li guardava ironico e superbo. Lui aveva tutto il sole e lo spazio che desiderava. 
Ma una notte di fine agosto, le stelle e la luna sparirono sotto una cavalcata di nuvoloni minacciosi. 

Sibillando e turbinando il vento scaricò una serie di raffiche sempre più violente, finché devastante sulla montagna si abbattè la bufera. 
Gli abeti nel bosco si strinsero l'un l'altro, tremando, ma proteggendosi e sostenendosi a vicenda. 
Quando la tempesta si placò, gli abeti erano estenuati per la lunga lotta, ma erano salvi. 
Del superbo abete solitario non restava che un mozzicone scheggiato e malinconico sul crinale della montagna. 

Dio non ha creato "io". Ha creato "noi". 


- don Bruno Ferrero -
Dal libro "C'è ancora qualcuno che danza" di Bruno Ferrero, ed. Elledicì, Milano



Gli occhiali

Non vedo molto bene da vicino, Signore.

Almeno le cose che mi riguardano:
i miei errori, i miei difetti.

Mentre inquadro benissimo quelli degli altri:
per me non ne azzeccano una giusta,
sbagliano sempre.

Per caso, secondo te, ho problemi di vista?
Sarà per questo che non distinguo i contorni,
non capisco chi ha bisogno di me.
Confondo le illusioni con le cose importanti.
Trovo che è più importante
apparire una brava persona
piuttosto che esserlo veramente.
Devo avere anche un po' di strabismo.
Vorrei andare di qua e, invece, vado di là,
seguire il bene e cado nella trappola del male.
Se continuerò così, Signore, perderò del tutto la vista.
È ora che mi regali un paio di occhiali nuovi
che mi facciano inquadrare chi sono io veramente.
Mi aiutino ad accorgermi
di chi mi passa accanto perché lo senta come fratello o sorella.
Mi facciano vedere che chi chiede una mano
non è un peso ma una possibilità
per restituire quanto ho ricevuto da te,
che chi non mi è simpatico
rappresenta un'occasione per dimostrare
che esiste un altro modo di stare con gli altri.
Fai in modo, Signore, che con i tuoi occhiali
io ti veda in ogni azione della mia giornata,
da passare in tua compagnia.

ACR, Cammino 2006-2007, Appendice 12-14




Buona giornata a tutti. :-)







martedì 2 gennaio 2018

Il coraggio di affrontare una sofferenza più profonda - Jean Vanier

Nella bellezza e nella fragilità di questa esperienza di comunione, c’è anche una sofferenza.
Perché, con la nostra capacità di amare sono risvegliate anche la nostra vulnerabilità e sensibilità più profonda. La scomparsa delle barriere e dei nostri sistemi di difesa e di controllo, lasciano emergere alla nostra coscienza non soltanto le acque vive dell’amore ma anche le potenze delle tenebre: il nostro bisogno di possedere, il nostro desiderio di attaccarci agli altri, a volte cercando una fusione, per riempire il nostro vuoto, gli accessi di gelosia e, insieme, la capacità di odiare, le pulsioni sessuali che disturbano la coscienza.
L’amore è dolce e bello ma può essere accompagnato da una terribile paura: la paura dell’avvenire e del rischio dì andare troppo oltre, la paura che il tutto conduca soltanto alla morte della nostra cosiddetta libertà, la paura di essere feriti, perché amare significa diventare vulnerabili. 
Amare è sempre un rischio.
Quando ci avviciniamo a persone spezzate, possono risalire alla superficie del nostro essere sofferenze nuove, magari quando siamo stanchi o depressi, o quando abbiamo perso il contatto con il centro del nostro essere o quando la persona ferita ci provoca. 
In questo caso, la persona ci chiede qualcosa che noi siamo incapaci di dare, sia perché il nostro pozzo è a secco e ci sentiamo vuoti, sia perché la persona che ci sta di fronte chiede troppo. [………]
La grazia tranquilla della comunione è scomparsa. ‑ Era solo illusione? ‑ Al suo posto c’è solo un terribile disordine interiore.
E’ la scoperta delle nostre spaccature, nascoste dietro la capacità di «fare» e di conoscere, nascoste dietro la noncuranza, la sicurezza, il buonumore, nascoste anche dietro le opere di pietà e i momenti di preghiera. 
Quando tocchiamo le nostre tenebre ‑ così profonde, così terribili ‑ ci vergogniamo talmente da voler fuggire.
Allora troviamo ogni sorta di scusa per lasciare gli altri alla loro sofferenza e poterci sottrarre totalmente alla relazione con loro. 
E non osiamo parlare a nessuno di questa penosa esperienza, cerchiamo di dimenticarla e ci sentiamo colpevoli.
Oppure possiamo accettare di guardare ciò che abbiamo dentro e scoprire chi siamo, in verità. 
Sotto quest’apparenza dì gioiosa generosità, sotto quest’immagine di bontà che amiamo dare agli altri, e che forse abbiamo curato, non siamo nient’altro che una persona spezzata che ha bisogno di guarigione.
Può essere questo il momento della nostra salvezza, un passaggio di crescita verso l’unità interiore, una traversata spirituale che ci farà rinascere in verità, se l’accogliamo umilmente. Ma non è facile. 
E’ grande la tentazione dì fuggire la realtà ferita del nostro essere, di non guardarla, di non ammetterla.
Abbiamo bisogno di una guida che possa aiutarci a interpretare questa sofferenza e a capire quello che succede. E’ un’esperienza terribile e umiliante, ma è anche un’esperienza di verità.
Meglio sapere chi siamo veramente, conoscere le tenebre che ci abitano, accettarle e affrontarle, piuttosto che pretendere che non esistano e organizzare la vita in modo tale che le tenebre restino nascoste. In questo modo non faranno altro che aggravarsi e governeranno la nostra vita a livello inconscio fino a quando, forse, riappariranno sotto un’altra forma.

Jean Vanier -
tratto da: "Il corpo spezzato", Jaca Book ; pp. 89-92


I due grandi pericoli di una comunità sono gli "amici" e i "ne­mici".
Molto presto la gente che si somiglia si mette insieme; fa molto piacere stare accanto a qualcuno che ci piace, che ha le nostre stesse idee, lo stesso modo di concepire la vita, lo stesso tipo di umorismo.
Ci si nutre l'uno dell'altro; ci si lusinga:
"sei meraviglioso", "anche tu sei meraviglioso", "noi siamo meravi­gliosi perché siamo i furbi, gli intelligenti."
Le amicizie umane possono cadere molto in fretta in un club di mediocri in cui ci si chiude gli uni sugli altri; ci si lusinga a vicenda e ci si fa cre­dere di essere intelligenti.

Allora l' amicizia non è più un inco­raggiamento ad andare oltre, a servire meglio i nostri fratelli e sorelle, a essere più fedeli al dono che ci è stato dato, più atten­ti allo Spirito, e a continuare a camminare attraverso il deserto verso la terra promessa della liberazione.

L'amicizia diventa soffocante e costituisce un ostacolo che impedisce di andare verso gli altri, attenti ai loro bisogni.
Alla lunga, certe amicizie si trasformano in una dipendenza affettiva che è una forma di schiavitù.

 - Jean Vanier -
   Fonte:  “La comunità luogo del perdono e della festa” di Jean Vanier


Buona giornata a tutti. :-)





domenica 17 dicembre 2017

Attesa. Vigilanza. Speranza. Preghiera. Povertà. Penitenza. Conversione. Testimonianza. Solidarietà. Pace. Trasparenza – + don Tonino Bello, Vescovo

C’è una parola chiave che caratterizza quest’arco dell’anno liturgico, e attorno alla quale noi articoliamo abilmente i contenuti dell’annuncio cristiano: attesa. 
E’ come una bambola russa: ad aprirla, cioè, ne trovi un’altra: vigilanza
Se apri anche questa, ci trovi dentro speranza
E così via, fino a giungere alle più interessanti sottospecie della stessa famiglia. Messe tutto allo scoperto, queste bambole riempirebbero un tavolo di buoni sentimenti. 
E’ un gioco bellissimo di implicazioni e di esplicazioni, che ci fa vedere quanto sia esteso il fronte su cui deve esprimersi la nostra conversione in questo periodo che ci prepara al Natale.

Attesa. Vigilanza. Speranza. Preghiera. Povertà. Penitenza. Conversione. Testimonianza. Solidarietà. Pace. Trasparenza. 

Dopo aver meditato i testi biblici, sarebbe interessante sedersi attorno al tavolo con la gente e chiedere, per ogni bambola russa, il nome delle altre successivamente racchiuse. Ne verrebbe fuori un campionario di atteggiamenti interiori davvero interessante che, proprio perché elaborato da un processo critico, potrebbe essere assunto con più facilità come telaio ascetico su cui disegnare il cammino dell’avvento.

Ma, con questa procedura, si rimane ancora un po’ troppo dalla parte dell’uomo. Si dà troppo l’impressione, cioè, che l’avvento costituisca un espediente ciclico che, con le sue risorse, ci stimola a ricentrare la vita sul piano morale, e basta.

Senza dubbio, tutto questo non è sbagliato. Però si corre il rischio di trasformare l’avvento in una specie di palestra spirituale, in cui si pratica l’allenamento intensivo alle buone virtù. 
La qual cosa resta sempre un’esercitazione eccellente, ma dà un’immagine riduttiva di questo grande momento di grazia. 
Occorre allora guardare le cose anche dalla parte di Dio. Sì, perché anche in cielo oggi comincia l’Avvento, il periodo dell’attesa. Qui sulla terra è l’uomo che attende il ritorno del Signore. Nel cielo è il Signore che attende il ritorno dell’uomo. 
E’ una visione prospettica splendida, che ci fa recuperare una dimensione meno preoccupata degli aspetti morali della vita cristiana e più interessata a cogliere il disegno divino di salvezza. 
Forse si potrebbe ripetere anche qui il gioco delle bambole russe. Visto che anche per Dio la parola chiave dell’avvento è attesa: ma quali ulteriori parole si potrebbero successivamente trovare l’una all’ interno dell’altra? Si può provare a indicarne due, cogliendo l’anima dei testi biblici proclamati: salvezza e pace. 
La parola salvezza evoca il progetto finale di Dio, così come viene abbozzato nelle prime letture e nel salmo responsoriale. I popoli che salgono al monte del Signore e che esultano finalmente dinanzi a Gerusalemme esprimono il trasalimento di Dio, che vede raccolte attorno a sé tutte le genti, nello stadio finale del Regno. Attese irresistibili di comunione. Solidarietà con l’uomo. Bisogno di comunicargli la propria vita. Disponibilità a un perdono senza calcoli. Questo sono i sentimenti di Dio, così come ci viene dato di coglierli nella filigrana delle letture bibliche.
Oggi è impossibile, durante la liturgia, non rifarsi alla tenerezza del Padre, alle sue sollecitudini, alle sue ansie per il ritorno a casa di ogni figlio. Viene in mente l’espressione della parabola del figlio prodigo: «Mentre era ancora lontano, il padre lo vide (Lc 15,20). Di qui l’avvio della speranza in ognuno di noi. Coraggio, «la notte è avanzata, il giorno è vicino. La nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti» 
Di qui anche l’avvio dell’impegno. Che cosa fare per non deludere le attese del Signore? Quali sono le «opere delle tenebre» che bisogna gettare, e quali le «armi della luce» di cui bisogna rivestirsi? 
Non si potrebbe oggi fare, magari con opportuni silenzi, una sorta di check-up, individuale e collettivo, in fatto di comunione? Forse si torna ancora al prontuario dei buoni atteggiamenti morali, ma stavolta come galassia di impegni, affinché la gioia di Dio sia completa. 
La parola pace evoca, invece tutta una serie di percorsi obbligati per poter giungere alla salvezza. 
Oggi non bisogna lasciarsi sfuggire l’occasione della concretezza, per dire senza frasi smorzate che pace, giustizia e salvaguardia del creato sono il compito primordiale di ogni comunità cristiana. Che attingere a piene mani alla riserva utopica del Vangelo è l’unico realismo che oggi ci venga consentito. Che osare la pace per fede, sfidando il buon senso della carne e del sangue, è la prova del nove sul credito che sappiamo esprimere a favore della parola del Signore. Che la non violenza attiva deve divenire criterio irrinunciabile che regola tutti i rapporti personali e comunitari. 
La lettura non tollera interpretazioni di comodo. Se noi cristiani permetteremo l’ingrandirsi degli arsenali delle spade e delle lance a danno dei depositi dei vomeri e delle falci, non risponderemo alle attese di Dio. 
Così pure, se non sapremo leggere in termini fortemente critici le esercitazioni dei popoli nell’arte della guerra, sviliremo Isaia, estingueremo la nostra carica profetica, e difficilmente, nella notte di Natale, potremo accogliere l’esplosione dello «shalom», annunciato dagli angeli agli uomini che Dio ama (Lc 2,14).

+ don Tonino Bello, Vescovo 
[Antologia degli Scritti, Vol. 6, pg. 222-225]




Altro Natale:
culle insanguinate
senza lacrime di madri,
pianti sconsolati di fame
senza latte, senza pace,
senza ninne nanne.

Altro Natale
non con il piccolo presepe
tra gente semplice, fedele,
ma su strade d'asfalto,
tra l'urlo dei motori
nel brivido della morte violenta.

Altro Natale
senza compassione
dove Tu, Dio,
vuoi nascere ancora
per amare con cuore d'uomo.
Vieni, non mancare,
perché c'è sempre Lei ad aspettarti
in mezzo a noi:
la Povera,
la Vergine,
la Madre. 

 - Madre Anna Maria Cànopi -



Buona giornata a tutti. :-)







sabato 18 novembre 2017

Scendere per poter comunicare - Jean Vanier

Mi ricordo che un giorno a Parigi sono stato avvicinato da una donna che aveva l’aria fragile e ferita. Mi chiedeva dieci franchi. 
Ho voluto sapere il perché e mi rispose che era appena uscita dall’ospedale psichiatrico e che era malata. 
Abbiamo iniziato a parlare e a un certo punto mi sono reso conto che se continuavo sarebbe diventato troppo pericoloso perché di certo l’avrei invitata a pranzo e non avrei più potuto lasciarla per la strada. 
E ho sentito salire dentro di me ogni sorta di potenza che mi diceva di fermarmi. 
Le ho dato dieci franchi e sono andato all’appuntamento che avevo.
Se ci si avvicina troppo al povero si perde la propria libertà personale. 
A un certo punto si arriva ad una svolta senza ritorno che cambia la nostra vita. 
Mi sono reso conto che facevo esattamente come il prete e come il levita della storia del buon samaritano che hanno continuato la loro strada fino a Gerico. Abbiamo fatto tutti questa esperienza.
La via discendente ci porta al povero che grida ed è una strada molto pericolosa. 
Non parlo soltanto delle persone che hanno un handicap ma anche di quel tale o tal altro assistente del mio focolare che piange e si arrabbia e porta dentro di sé la fragilità umana. 
Avvicinarsi a lui può esser molto pericoloso ed è preferibile allontanarsi. 
A volte è molto più facile dare dei soldi ad un povero piuttosto che avvicinarsi a lui.
Ma non è questa la nuova visione che Gesù porta nel mondo. 
Gesù non ci insegna a fuggire ma a scendere fino in basso per scoprire i semi della risurrezione. 
E’ talmente sconvolgente: dobbiamo scendere per essere guariti e per rinascere ed è il povero che ci insegna la comunione.
La comunione è molto diversa dalla generosità. 
Si può dare e fare molto per gli altri, ma mettersi in comunione significa fermarsi ed entrare in relazione, significa guardare negli occhi e dare la mano, in un dono reciproco, ricevendo e donando. 
La generosità implica solo il dono senza esigenze diverse dal tempo, dal denaro o dalle competenze, spesso dati per raccogliere gloria.
Ma entrare in comunione significa diventare vulnerabili, significa far cadere le barriere e le maschere, compresa quella della generosità e significa mostrarsi così come si è.
Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno del fratello, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. 
Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta.
E’ più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati. 
Certo il povero ha bisogno di soldi ma ha soprattutto bisogno, come il bambino, di incontrare un amico felice di essere con lui.

Jean Vanier -
tratto da: "Lettera della tenerezza di Dio", EDB,  pp. 23-24 



Scopro ogni giorno di più che noi esseri umani portiamo molte ferite in noi, molte paure e sensi di colpa molto profondi. 
Sono stupito dalle tante persone che, incontrate ai ritiri spirituali che faccio, sono convinte di non poter essere amati da Gesù. 
Allora come liberare queste persone da questo senso di colpa che le paralizza? 
Come aiutare le persone a rischiare d'amare? 
Ho avuto molta fortuna perché ero in una società competitiva, ho sentito la chiamata di Gesù e sono stato profondamente aiutato da un padre spirituale che mi ha amato e mi ha introdotto nel mondo dei valori del Vangelo. 
Ho l'impressione che noi abbiamo bisogno di trovare dei padri spirituali, abbiamo bisogno di queste comunità che ci permetterebbero di cambiare il nostro sistema di valori per riscoprire i valori del Vangelo.
Perché è vero ciò che dici: spesso la gente della nostra società è triste. 
Ho scoperto che le persone normali sono molto handicappate. 
Voglio raccontarvi la storia di un uomo normale e voi scoprirete che non credo alla normalità e alla anormalità. 
Le persone normali sono piene di problemi: familiari, lavorativi, economici, con la chiesa.
Una volta, un uomo molto normale mi è venuto a trovare ed era pieno di tristezza. Ad un certo punto bussano alla porta e senza che io abbia il tempo di dire "Avanti", entra Jean Claude. 

Jean Claude è un ragazzo che la gente chiama down, noi lo chiamiamo semplicemente Jean Claude. 
A Jean Claude piace molto ridere: ti prende la mano, ti dice "Buongiorno" e ride. Così prende la mano del signor normale e ride; poi se ne va, sbattendo la porta. Il signor normale si gira verso di me e dice: "Com'è triste che ci siano dei bambini così!". 
Credo che il solo problema era che il signor normale era cieco. 
Era incapace di vedere che Jean Claude era felice. 
Guardava la realtà attraverso le sue teorie e la sua ideologia. Jean Claude era molto più felice di lui.
Noi abbiamo delle ideologie, noi condanniamo le persone prima ancora di averle ascoltate, abbiamo fabbricato dei pregiudizi, diventiamo sempre più incapaci di guardare la realtà così com'è', guardiamo la realtà attraverso le nostre teorie e così abbiamo perso lo sguardo del bambino che è capace di meravigliarsi. 
Così quest'incontro con Gesù ci aiuta a ritrovare lo sguardo del bambino, ma a volte abbiamo paura di Gesù, abbiamo paura che Lui ci domandi di lasciare delle cose che noi vorremmo conservare. 
Bisogna ritrovare il senso profondo del Vangelo, di Gesù che ci chiama all' amore e che ci dà l'amore, e l'amore è un rischio. Siamo pronti a rischiare?

Jean Vanier -



Buona giornata a tutti. :-)








giovedì 5 ottobre 2017

Il lupo alla porta della ferita - Jean Vanier

Il nostro cuore e il nostro spirito fan così presto a credere di avere ragione! 
E’ così difficile accettare di avere torto e non solo, ma che siano anche persone che amiamo e altre che non amiamo. 
Veniamo all’Arca per amare e scopriamo di odiare quella persona; non la vogliamo, non vogliamo vederla, non riusciamo a guardarla negli occhi.
E’ così che nascono dentro di noi e all’interno della nostra comunità ogni sorta di sentimenti che spesso ci si rifiuta di riconoscere: la collera, l’odio, l’angoscia, il rifiuto dell’altro. 
E’ la scoperta del lupo che c’è in ognuno di noi. Nel più intimo di noi stessi abbiamo una parte molto vulnerabile, quella legata all’amore e alla tenerezza, una parte che viene facilmente ferita.
Il grande tesoro del bambino è la fiducia. 
Ma se il bambino viene ferito nella fiducia e nell’amore, è obbligato a proteggersi per non soffrire troppo. 
Per questo, fin dalla nostra prima infanzia, abbiamo creato dei meccanismi di difesa nei confronti della vita relazionale.
La relazione la si desidera e nello stesso tempo la si teme. 
Se ti avvicini troppo a me rischi di violare la mia intimità, diventi un pericolo per me. 
Se ti allontani troppo da me, se non mi saluti più quando mi incontri per la strada, mi fai star male. 
L’amore è nello stesso tempo ciò che più cerco e ciò che più temo. Viviamo tutti questo mistero del cuore umano che ha sete e che ha paura. Così abbiamo costruito ogni sorta di protezione attorno al nostro cuore. 
Abbiamo messo il lupo, la nostra aggressività, alla porta della nostra ferita e della nostra vulnerabilità.
Ma il lupo può rivoltarsi contro di noi e allora cadiamo nella depressione. Ci colpevolizziamo perché ci sentiamo dei buoni a nulla; nessuno può amarci e nello stesso tempo ci sentiamo incapaci di amare. Allora tutte le forze di aggressione si ritorcono contro di noi […]
Siamo stati tutti feriti; ecco perché abbiamo creato questo mondo d’indipendenza, di successo individuale nel quale ci si chiude agli altri. Ma è in questa ferita profonda che Dio si manifesta, perché se la comunità è un luogo di sofferenza è anche un luogo di crescita e di guarigione.
Conoscere se stesso, come dice Socrate, conoscere il modo con il quale si agisce e si reagisce, significa diventare saggi ed avere la possibilità di crescere. 
A scuola e all’Università si imparano molte cose, ma è in famiglia e in comunità che si impara a sconoscersi e ad amare. 
La comunità è il luogo dei passaggi verso l’amore. 
E questi passaggi non sono facili: il passaggio dall’egoismo e dal litigio all’amore e all’unità, il passaggio dalla paura alla fiducia, il passaggio dalla vanagloria alla gloria di Dio.

Jean Vanier -
tratto da: "Lettera della tenerezza di Dio", EDB ; pp. 10-11





Il povero ci disturba perché ci chiede qualcosa che non vorremmo.
Vivere un’alleanza con il povero significa mettersi in comunione con lui e diventare vulnerabili, significa perdere la propria libertà per acquistare una nuova libertà, quella dell’Amore.
Il povero è pericoloso perché chiama al cambiamento, ad una trasformazione, ad una conversione radicale.

(Estratto da “Lettera della tenerezza di Dio - Jean Vanier)




«In passato ho viaggiato moltissimo, ma da quattro anni ho deciso di fermarmi nella mia comunità, anche perché mi accorgo che sto diventando più fragile. 
Ultimamente vivo con un ragazzo psicotico grave: rido molto insieme con lui ed ho scoperto che essere fragili è super! 
Auguro a tutti di invecchiare: ognuno di noi nasce fragile, un piccolo bambino, e anche Gesù lo è stato. 
Siamo nati per vivere e anche per morire: non possiamo avere paura della morte, milioni di persone l’hanno già fatto prima di noi, non è un problema! La mia vocazione è sempre stata quella di essere felice, camminando insieme con i poveri e i deboli di tutto il mondo».

Jean Vanier -
da un'intervista del 31 gennaio 2013    






domenica 3 settembre 2017

L'uomo nel pozzo - don Bruno Ferrero

Un uomo cadde in un pozzo da cui non riusciva a uscire.

Una persona di buon cuore che passava di là disse: "Mi dispiace davvero tanto per te. Partecipo al tuo dolore".

Un politico impegnato nel sociale che passava di là disse: "Era logico che, prima o poi, qualcuno ci sarebbe finito dentro".
Un pio disse: "Solo i cattivi cadono nei pozzi".

Uno scienziato calcolò come aveva fatto l'uomo a cadere nel pozzo.

Un politico dell'opposizione si impegnò a fare un esposto contro il governo.

Un giornalista promise un articolo polemico sul giornale della domenica dopo.

Un uomo pratico gli chiese se erano alte le tasse per il pozzo.
Una persona triste disse: "Il mio pozzo è peggio!".
Un umorista sghignazzò: "Prendi un caffè che ti tira su!".
Un ottimista disse: "Potresti star peggio".
Un pessimista disse: "Scivolerai ancora più giù".

Gesù, vedendo l'uomo, lo prese per mano e lo tirò fuori dal pozzo.

Il più grande bisogno del mondo...
Un po' più di gentilezza e un po' meno avidità,
Un po' più dare e un po' meno pretendere;
Un po' più sorrisi e un po' meno smorfie;
Un po' meno calci a chi è steso per terra;
Un po' più "noi" e un po' meno "io";
Un po' più risate e un po' meno pianti;
Un po' più fiori sulla strada della vita;
e un po' meno sulle tombe.


 - don Bruno Ferrero -
da: "A volte basta un raggio di sole", Ed. Ellecidì



Io penso che sarebbe molto più educato chiedere: "come stai", solo quando si è veramente interessati alla risposta, solo quando si sa di avere un po' di tempo a disposizione per ascoltare l'altra persona.



Sono convinto che dobbiamo smetterla di parlare al mondo. 
E' il mondo che deve parlare di noi se ci amiamo, se ci stimiamo, se ci vogliamo bene, se non ci feriamo a vicenda, se cominciamo a farci gli affari degli altri, se il carcerato, l'ammalato, l'affamato trova in noi un volto amico. Se abbiamo il coraggio di dare un nome e un cognome al peccato che nasce da dentro.

- Ernesto Olivero - 
da: Per una chiesa scalza, pag. 93



Buona giornata a tutti. :-)





giovedì 10 agosto 2017

Comunità come luogo di rivelazione dei limiti personali - Jean Vanier

Quando chi ha conosciuto l’isolamento di una grande città, o un mondo di aggressione e di rifiuto, entra in comunità, trova un calore e un amore molto vivificanti. 
Inizia a togliersi la maschera, a lasciar cadere le sue barriere e a diventare
più vulnerabile. 
Vive un tempo di comunione e di gioia profonda.
Ma togliendosi la maschera e diventando vulnerabile, scopre anche che la comunità è un luogo terribile perché è un luogo di relazioni, perché rivela la nostra affettività ferita e rivela quanto può essere difficile vivere con altri, specialmente con certe persone. 
È molto più facile vivere con libri, oggetti, con la televisione, la musica ... è tanto più facile vivere da soli e stare con gli altri quando se ne ha voglia.
Quando si è in relazione sempre con le stesse persone, quando ormai ci si conosce, emergono tutte le gelosie, la paura degli altri, il bisogno di dominare, di scappare o di nascondersi che abbiamo vissuto nella nostra infanzia. 
Tanta miseria che abbiamo dentro di noi e di cui non sempre siamo coscienti sembrano risalire alla superficie della nostra coscienza. 
Si è angosciati dalla vicinanza di certe persone che si aggrappano a noi, che ci chiedono troppo oppure la cui presenza ci ricorda i nostri genitori.
La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona. Si scopre la propria povertà e le proprie debolezze, l’incapacità ad intendersi con alcuni, i propri blocchi, la propria affettività turbata, i desideri che sembrano insaziabili, le frustrazioni e le gelosie, gli odi e la voglia di distruggere. 
Finché si era soli si poteva credere di amare tutti e di andare d’accordo con tutti.
Quando i rapporti sono ravvicinati, quando si trascorrono alcuni giorni insieme a tempo pieno, quando i rapporti diventano stabili, forse addirittura quotidiani, allora ci si rende conto di quanto si è incapaci di amare, di quanto si rifiutino gli altri, di quanto si è chiusi su di sé. 
E se si è incapaci di amare, che resta di buono? 
Non c’è più che disperazione, angoscia e bisogno di distruggere. Allora l’amore sembra un’illusione.
La vita comunitaria è la rivelazione penosa dei limiti, delle debolezze, delle tenebre di ogni essere; è la rivelazione, spesso inattesa, dei mostri nascosti dentro di noi. È difficile accettare questa rivelazione. 
Si cerca di allontanare
rapidamente questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di illudersi che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si pretende che quei mostri siano negli altri e non in noi. 
I colpevoli sono sempre e solo gli altri ...
Ma la ferita che tutti portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire, può diventare il luogo dell’incontro con Dio e con i nostri fratelli e sorelle; può diventare il luogo in cui impariamo ad amare, ad avere compassione degli altri.

- Jean Vanier -
da: La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, pp. 44-45-47)




La comunione è molto diversa dalla generosità. Si può dare e fare molto per gli altri, ma mettersi in comunione significa fermarsi ed entrare in relazione, significa guardare negli occhi e dare la mano, in un dono reciproco, ricevendo e donando. […] Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno del fratello, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta.

- Jean Vanier -





Buona giornata a tutti. :-)