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sabato 3 novembre 2018

Mons. Giovanni Barbareschi: lo ricordo così

4 ottobre 2018 - Un mese fa è tornato alla casa del Padre don Giovanni Barbareschi, un sacerdote che mi ha dato tanto e che mi è stato di grande aiuto. Desidero ricordarlo così. 


Nato a Milano l’11 febbraio 1922 
Ordinato sacerdote a Gorizia il 13 agosto 1944
Licenza in Teologia nel 1944
Laurea in Diritto Canonico nel 1948
Prelato d’Onore dal 1994
– Dal 1954 al 1986 Insegnante di religione nelle scuole medie superiori
– Dal 1957 al 1965 Assistente della Fuci maschile di Milano
– Dal 1965 al 1987 Direttore della Casa alpina “Alpe Motta”
– Dal 1981 Giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo
– Dal 1986 Residente a Milano – San Marco
– Dal 1986 al 1995 Presidente dell’Istituto per il Sostentamento del clero della Diocesi di Milano
– Dal 1992 al 2000 Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione “Giuseppe Lazzati”
– Dal 1995 al 2011 Collaboratore del V.E.S. per la Formazione permanente del clero
– Dal 1997 al 2000 Membro del Consiglio di Amministrazione delle Scuole Cardinal Ferrari

Il suo nome resta legato alla stagione della lotta partigiana, quando a Milano, nella casa dove viveva con la madre, stampava documenti falsi per chi cercava di fuggire alla caccia di nazisti e fascisti. 
Fu uno dei fondatori del giornale clandestino Il ribelle, pubblicato tra il 1943 e il 1945. Quando il regime fascista mise fuorilegge il movimento degli scout di cui faceva parte da ragazzo, organizzò insieme ad altri un gruppo segreto, le Aquile randagie, che ogni domenica si dava appuntamento alla Loggia dei Mercanti. 
Dopo l’armistizio, nel 43, con quel gruppo diede vita a Oscar, organizzazione con la quale fu attivamente impegnato a nascondere ebrei e partigiani aiutandoli spesso a fuggire in Svizzera.
Proprio per aver salvato la vita a molti ebrei, Israele lo ha riconosciuto come uno dei “Giusti tra i giusti”, la più importante onorificenza a coloro che hanno salvato vite di ebrei perseguitati dai nazisti e dai fascisti. 
Nel 1944, non ancora ordinato sacerdote, incaricato dal cardinale Schuster, diede la benedizione alle salme di 15 partigiani fucilati in Piazzale Loreto il 10 agosto di quell’anno. 
Celebrò la sua prima messa il 15 agosto: nella stessa notte fu arrestato dai tedeschi mentre si stava preparando per accompagnare in Svizzera alcuni ebrei fuggitivi. 
Restò in prigione fino a quando il Cardinale non ne ottenne la liberazione. 
Quando in seguito si presentò a lui, Schuster si inginocchiò e gli disse: «Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?».


chiesa di San Pio e Santa Maria in Calvairate - Milano -Italy

Diceva di se stesso: 

“Mi illumina la certezza che non mi sto avvicinando alla fine, ma all'eterno.
Per questo non voglio mascherare la vecchiaia incalzante simulando una giovinezza che non c'è più. 
Accettando la mia vecchiaia ho perso l'astio nei riguardi della vita che scivola di mano e l'invidia per coloro che hanno ancora una vita piena, efficiente, produttiva.
Vorrei essere saggio, irradiante, non aggredire la realtà per dominarla, ma lasciare che essa si riveli a me nella sua totalità e nel suo mistero. 
Saggezza è qualcosa di diverso da una intelligenza più o meno acuta, da una cultura più o meno vasta. Saggezza è ciò che ti nasce dentro quando l'assoluto e l'eterno penetrano nella tua coscienza individuale e gettano un fascio di luce su quel fatto, su quell'avvenimento, su quella persona ... e ogni giorno constato e verifico: vedo un po' meno chiaramente, sento un po' meno distintamente, ma capisco un po' di più. E capire è pienezza, è dolore, è amore, è gioia.”

Così racconta Don Giovanni Barbareschi: Sono stato con don Carlo (il beato don Carlo Gnocchi n.d.r.) giorno e notte nel corso dell’ultimo mese, fino alla sua morte: per me è stata l’ esperienza più forte e più significativa della mia umana vicenda. 
Quando la gravità del male fece capire che ormai i giorni erano pochi, don Carlo volle celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Messa. 
Lui a letto con addosso la vestaglia blu che metteva solo e unicamente nei momenti più importanti, io all’altarino da campo, sul quale c’erano come calice la sua teca e una piccola reliquia di Santa Teresa del Bambino Gesù - oggetti a lui molto cari, perché li aveva sempre tenuti con sé quando era cappellano militare in Grecia e in Russia - e il crocefisso che la mamma gli aveva regalato per la sua prima Messa. «Adesso domandiamo perdono a Dio con le nostre parole», e ciascuno disse le sue parole. Iniziammo con la parola dell’uomo. 
Leggemmo un passo di Teilhard de Chardin. Gesuita, teologo, scienziato, aveva espresso un desiderio: «Sarei felice di poter morire il giorno di Pasqua». Fu proprio così: morì la domenica di Pasqua, 15 marzo 1955. 
E don Carlo mi disse: «Io a Pasqua non ci arrivo». Era la fine di febbraio. Poi volle che leggessi il capitolo 13 della lettera ai Corinti, l’Inno alla carità, e il Vangelo di Giovanni 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per le persone che ama». 
Prima della consacrazione, secondo il vecchio canone, il memento dei vivi. Ciascuno ricordò una persona e lui i suoi mutilatini, «la mia baracca». Usava proprio queste parole. Poi il memento dei morti: la mamma e il papà («non l’ho conosciuto bene, lo conoscerò in Paradiso»). 
I commenti li faceva durante la celebrazione. «E poi - disse a me -, e poi il tuo papà». E i preti che avevamo conosciuto, ricordava ciascuno. Terminata la consacrazione, volle che io portassi la cassetta con inciso un coro di monaci che cantava: adoro Te devote latens Deitas. Chiese che venissero ripetute le parole in cruce latebat sola Deitas. Finita la Messa, dopo dieci minuti di silenzio contemplativo, mi disse: «Manca ancora qualcosa». Allora gli feci ascoltare Stelutis alpinis, la canzone dei morti, dei suoi alpini morti. Così fu l’ultima Messa di don Carlo.

da: “Don Gnocchi. Il prete che cercò Dio tra gli uomini”. Edito dal Centro Ambrosiano e curato da Emanuele Brambilla





"Con don Carlo abbiamo fatto la resistenza assieme, insieme abbiamo salvato ebrei, assieme abbiamo fatto documenti falsi, per salvare ebrei. Siamo diventati molto amici, durante la resistenza. Poi le nostre vie si sono un po’ separate, ma quando lui si è accorto di non stare bene, dicembre 1955 il Cardinale Montini va a trovarlo e gli dice: cosa posso fare per te? e lui chiede che il mio amico don Giovanni possa essere esonerato da qualsiasi altro impegno sacerdotale e possa restare con me per aiutarmi a morire bene. 
E sono rimasto, per due mesi. 
La prima parte dalla mattina alla sera, poi il 3 gennaio 1956, sono le 8 di sera, io sto salutandolo per andare via, lui mi dice: no, non andar via stasera! Sta chì, perchè gù paura....(rimani vicino a me perché ho paura ndr) e da allora non l'ho più lasciato. Nè di giorno, nè di notte. E' uscito dalla clinica Columbus in una bara, che anch'io portavo".

Ribelle per amore, è incarcerato a San Vittore la sera dopo la sua prima messa. Scrive in clandestinità il Ribelle. Viene catturato più volte e internato, dopo la guerra è assistente ecclesiastico per la FUCI e l'AGESCI, insegnante per oltre 30 anni al liceo Manzoni. Per diversi anni ha detto messa alla domenica alle ore 18.00 nella parrocchia di San Pio e Santa di Calvairate a Milano.


Ciao don. Ogni tanto ...  dai un'occhiata quaggiù.



www.leggoerifletto.it




giovedì 1 novembre 2018

Buona festa a voi, che non arrossite di essere cristiani e osate rendere conto della vostra fede

Buona festa a voi, che non siete forse migliori degli altri ma
che ogni giorno chiedete a Dio di rendervi un po più buoni.
Voi siete poveri.

Buona festa a voi, che offrite le vostre mani libere
da ogni violenza e i vostri cuori pieni d’amore.
Voi siete miti.

Buona festa a voi, che nei giorni più tristi continuate
a credere che domani sorgerà ancora il sole.
Voi piangete, ma conservate la speranza.

Buona festa a Voi, che non vi rassegnate mai davanti
all’ingiustizia. Voi siete affamati e assetati di giustizia.

Buona festa a voi, che non cercate di dimenticare ma
che avete perdonato. Voi siete misericordiosi.

Buona festa a voi, che in ogni tempo ricercate
la coerenza e la chiarezza. Voi siete puri.

Buona festa a voi, che sapete essere pacifici e pacificatori.
Voi siete artigiani di pace.

Buona festa a voi, che non arrossite di essere cristiani e
osate rendere conto della vostra fede.
Voi siete perseguitati nel nome di Cristo.

Il 1° Novembre si festeggiano "tutti i Santi", una festa molto importante da non dimenticare, infatti in questo giorno la Chiesa ricorda tutte le persone che sono in Paradiso con Gesù e tutti i cristiani che vivono nella grazia di Dio.
I Santi infatti non sono solo quelli che la Chiesa indica come esempio di vita cristiana, ma sono tutte le persone che ci hanno preceduto in Paradiso e che se viviamo nella grazia del Signore le rincontreremo e con loro vivremo nella gioia eterna.
E' per questo che nel giorno successivo che è il 2° novembre si ricordano i "defunti" si va al cimitero, si depongono dei fiori, ma soprattutto ci si ricorda di loro unendoci nella preghiera.

Diciamo insieme:


L'eterno riposo 
dona loro Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua
Riposino in Pace. Amen


Beato Angelico, La danza dei santi –
Museo di San Marco Firenze

La bellezza della notte del 31 ottobre (una notte celebrata nei secoli) era la profonda spiritualità (tutta cristiana, tutta cattolica) di ciò che Ognissanti rappresentava veramente. 
Nella notte delle Lumiere si prendeva in giro la morte, sconfitta inesorabilmente dalla Luce con la Resurrezione di Nostro Signore (ecco perché si usavano i lumini o le fiaccole ad illuminare le finestre delle case). 
Ma si pregava anche in chiesa, adulti e bambini, in una lunga veglia notturna per le anime dei propri defunti, in comunione con tutti i Santi. 
Era questo l'unico vero significato di Ognissanti, in un Europa cristiana da nord a sud, da est a ovest.


Tutti i santi. Festività di coloro che godono della visione di Dio.
“Essere  santi vuol dire, né più né meno, vivere come ha stabilito il Padre nostro che è nei Cieli.
Mi direte che è difficile. E lo è; l'ideale è ben alto. Ma al tempo stesso è facile, perché è a portata di mano.
Quando qualcuno cade ammalato, gli può capitare di non trovare la medicina adatta.
Sul piano soprannaturale questo non avviene. La medicina è sempre vicina: è Cristo Gesù, presente nella Sacra Eucaristia, che ci dà la sua grazia anche attraverso gli altri sacramenti che ha voluto istituire.”
“Questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione”.
Se non è per costruire un'opera molto grande, molto di Dio - la santità -, non vale la pena di dare sé stessi. Per questo, la Chiesa - nel canonizzare i santi - proclama l'eroicità della loro vita. (Solco, 611).
Arriverai a essere santo se hai carità, se sai fare le cose che gli altri gradiscono e che non offendono Dio, anche se ti costano.
(Forgia, 556)


- San Josemarìa Escrivà de Balaguer -



Voi e io facciamo parte della famiglia di Cristo, perché in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà [Ef 1, 4-6].
La scelta gratuita di cui siamo oggetto da parte del Signore, ci indica un fine ben preciso: la santità personale, come san Paolo non si stanca di ripetere: Haec est voluntas Dei: sanctificatio vestra [1, Ts 4,3], questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione.
Non dimentichiamolo, quindi: siamo nell'ovile del Maestro, per raggiungere questa vetta (...).

La meta che vi propongo — o meglio, la meta che Dio indica a noi tutti — non è un miraggio o un ideale irraggiungibile: potrei portarvi molti esempi di gente della strada, come voi e come me, uomini e donne, che hanno incontrato Gesù che passa quasi in occulto [Gv 7,10] per i crocicchi apparentemente più usuali, e si sono decisi a seguirlo, abbracciando con amore la croce di ogni giorno.
[Cfr Mt 16,24].

In questo tempo di sgretolamento generale, di cedimenti e di scoraggiamenti, o di libertinaggio e di anarchia, mi sembra ancor più attuale la semplice e profonda convinzione che, agli inizi del mio lavoro sacerdotale, e sempre, mi ha consumato nel desiderio di comunicarla a tutta l'umanità: queste crisi mondiali sono crisi di santi.
(Amici di Dio, 2-4)

- San Josemarìa Escrivà de Balaguer -



Buona giornata a tutti. :-)





lunedì 22 ottobre 2018

«Lasciatemi andare alla casa del Padre» - San Giovanni Paolo II, 22 ottobre 2018 memoria liturgica

«Lasciatemi andare alla casa del Padre». 
Cosa daremmo per averle potute sentire di persona queste parole sussurrate da Giovanni Paolo II con quel poco di respiro che gli restava, le ultime uscite dalla sua bocca stando al documento apparso ieri sugli Acta Apostolicae Sedis, la gazzetta ufficiale vaticana. 
Erano quasi le 15.30 di sabato 2 aprile, sei ore prima della morte. 
La voce era «debolissima», la parola «biascicata», come dicono ora le pagine che ripercorrono le settimane precedenti la morte di Papa Wojtyla con la precisione del documento destinato a far testo e insieme con una toccante devozione che sborda dalle righe della ricostruzione storica. Il Papa era ormai «morente», ma «in lingua polacca» chiedeva appunto di non trattenerlo più. Una richiesta che collideva con l'affetto di chi l'accudiva, ma così ferma da non ammettere obiezione. 
Quella era la sua ora, alla quale si andava preparando da lungo tempo: una volta giunta, la stava vivendo sino in fondo, senza ombra di paura e anzi con la dedizione consapevole che si mette quando si è nel pieno delle proprie forze. La coscienza gli si faceva sempre più flebile (poco prima delle 19 di quel tristissimo sabato viene annotato «il progressivo esaurimento delle funzioni vitali»), ma Karol Wojtyla con quell'ultima frase sembra voler pronunciare anche lui il suo «consummatum est», tutto è compiuto, conformandosi sino all'ultimo istante al Cristo che l'aveva chiamato a portare la sua stessa croce, a mostrare al mondo le sue piaghe. 
È la cronistoria ufficiale a ricorrere all'immagine della Via Crucis mentre mette in fila gli eventi dal 31 gennaio alla morte: e la sofferta benedizione dalla finestra dello studio privato mercoledì 30 marzo diventa «l'ultima statio pubblica» di una via «penosa», il commiato dal mondo. 
Il resto filtrerà dalla sala stampa vaticana nei tre giorni dell'agonia, in un succedersi di bollettini via via sempre più drammatici, angosciosi. Noi qui a scrutare quella finestra, sperando in una nuova prodigiosa ripresa dell'uomo che aveva condotto la storia a seguire un corso inaspettato, capace di sprigionare un'energia interiore che ce lo fa quasi credere immortale. Lui che, intanto, presente il Padre ad aspettarlo nella sua casa per un abbraccio che ora scorge davvero vicino, forse mai come in quelle ore desiderato, atteso con l'ansia di chi l'ha interiormente preparato in ogni dettaglio. 
Lasciatemi andare, dice infatti, come a voler fermare dolcemente l'affaccendarsi dei medici che ne monitorano i parametri vitali e li vedono spegnersi, almeno secondo gli standard clinici, proprio mentre un'altra vita non rilevabile ai monitor prende possesso della sua anima. Gli Acta intrecciano precisione medica e delicatezza umana, l'impronta della scienza e quella della santità, regalandoci un testo contrappuntato dalla commovente fedeltà del Papa a una vita spesa nella preghiera, sino all'estremo. 
La «visibile partecipazione» con la quale segue gli atti liturgici, le letture, il ripetersi di consuetudini spirituali alle quali mai è venuto meno è documentata fino al sopraggiungere del coma finale. Avremmo voluto esserci in quell'ultima ora, e in realtà tutti eravamo lì, in quella stanza, con la preghiera. 
Queste poche pagine semplicemente ora completano quel che già si sapeva e ci consentono di vedere la scena, nitidamente: «Secondo una tradizione polacca, un piccolo cero acceso illuminava la penombra della camera, ove il Papa andava spegnendosi». 
Lasciamolo andare, allora: è lui a chiedercelo, e al Papa non si può dir di no. 
Quella luce nella nostra penombra - lo sappiamo - è destinata a non consumarsi più.

L'ultimo passo, senza paura
Diario ufficiale dell'addio di Giovanni Paolo II
Francesco Ognibene -"Avvenire" 19 settembre 2005



Nell'esprimere affettuosa solidarietà a coloro che soffrono, li invito a contemplare con fede il mistero di Cristo, crocifisso e risorto, per arrivare a scoprire nelle proprie vicende dolorose l'amorevole disegno di Dio.  

- san Giovanni Paolo II, papa -




Beata Vergine Maria, 
la tua nascita ci riempie tutti di grande gioia.
In te rifulge l’aurora della redenzione;
perché tu hai partorito per noi Cristo, sole di giustizia.
Come Madre del Salvatore del mondo e come Madre della Chiesa
tu ci aiuti ad incontrare nella nostra vita il Cristo.
Tu, Vergine sempre pura e senza macchia,
ci guidi sulla via sicura
e ci fai uscire dalle tenebre del peccato e della morte
verso la divina luce del tuo Figlio,
che nello Spirito Santo ci ha riconciliati con il Padre celeste
e, attraverso il servizio della Chiesa,
continua a riconciliarci con lui.
Santa Madre di Dio, questo santuario a Dux
porta il tuo nome: “Maria della consolazione”.
Qui sei venerata come “Nostra Signora del Liechtenstein”.
Dinanzi alla tua amata immagine
pregano i fedeli di tante generazioni.
Qui si è inginocchiato, in tempi difficili e perigliosi, il principe del Paese,
e ha affidato a te, consolatrice degli afflitti e Regina della pace,
a sua famiglia e tutto il popolo del Liechtenstein.
Oggi sono io, capo supremo della Chiesa di Cristo,
che mi inginocchio in questo santo luogo
e consacro al tuo cuore immacolato
la casa reale, il Paese e il popolo del Liechtenstein.
Pieno di fiducia affido a te le sue famiglie e comunità,
i responsabili della Chiesa, dello Stato e della società,
i bambini e i giovani, i malati e gli anziani,
i morti, che nelle tombe attendono la risurrezione.
Affido alla tua potente intercessione tutto il popolo di Dio
e professo che tu sei la “Mater fortior” per noi tutti.
Sì, la Madre più potente!
Tu, Madre di Dio, sei più forte di tutte le potenze nemiche di Dio,
che minacciano il nostro mondo e il nostro stesso Paese.
Tu sei più forte delle tentazioni e degli assalti,
che vogliono strappare l’uomo da Dio e dai suoi Comandamenti.
Tu sei più forte di ogni ambizione egoistica e personalistica,
che oscura all’uomo la visione di Dio e del suo prossimo.
Tu sei più forte, perché tu hai creduto,
hai sperato e hai pienamente amato.
Tu sei più forte, perché hai adempiuto totalmente la volontà di Dio
e hai seguito il cammino di tuo Figlio obbediente e fedele fino alla croce.
Tu sei più forte, perché partecipi con il corpo e con l’anima
alla vittoria pasquale del Signore.
In verità, tu sei più forte,
 perché l’Onnipotente ha fatto grandi cose in te.
Il Paese e il principe e il popolo sono consacrati a te.
Stendi il tuo manto, o Madre, sopra tutti noi.
Ferventemente ti prego, insieme a tutti i fedeli:
“Vergine, Madre del mio Dio,
fa’ che io sia tutto tuo!
Tuo nella vita, tuo nella morte,
tuo nella sofferenza, nella paura e nella miseria;
tuo sulla croce e nel doloroso sconforto;
tuo nel tempo e nell’eternità.
Vergine, Madre del mio Dio,
fa’ che io sia tutto tuo!”. Amen.

- Preghiera del Santo Padre Giovanni Paolo II -
nella chiesa di Santa Maria Consolatrice
Vaduz (Liechtenstein)
Domenica, 8 settembre 1985
 


Buona giornata a tutti. :)



martedì 26 giugno 2018

Ascoltiamo la voce di San Pio

"Di una sola cosa l'anima deve rattristarsi, dell'offesa di Dio, ed anche su questo punto bisogna essere molto cauti. 
Dobbiamo rammaricarci sì dei nostri mancamenti, ma con dolore pacifico, fidenti sempre nella divina Misericordia..."

- Padre Pio da Pietrelcina -



"Mi dà il più delle volte gran pena il trattare con altri, eccetto quelle persone alle quali si parla di Dio e della preziosità dell'anima. 
Per questo appunto amo assai la solitudine.
Spesso spesso provo gran travaglio nel sovvenire alle necessità della vita: il mangiare,cioè, il bere, il dormire; e mi ci assoggetto come un condannato solo perchè Iddio lo vuole."

- Padre Pio da Pietrelcina -




"Non vi ponete mai a letto, senza aver prima esaminato la vostra coscienza del come avete passato la giornata, e non prima d'aver indirizzato tutti i vostri pensieri a Dio, seguita dall'offerta e consacrazione della vostra persona e di tutti i cristiani. 
Inoltre offrite a gloria di sua divina maestà il riposo che state per prendere e non dimenticate mai l'angelo custode che sempre è con voi."

- Padre Pio da Pietrelcina -



Buona giornata a tutti. :-)




sabato 17 marzo 2018

Padre Pio da Pietrelcina e San Giuseppe


Padre Pio da Pietrelcina fu grande devoto non solo di Maria Santissima (che onorava quotidianamente con la recita di molte corone del Santo Rosario), ma anche di San Giuseppe, casto sposo della Vergine e padre putativo di Gesù.
Ecco come viene descritta, in un testo dedicato al santo cappuccino, la grande devozione che il frate stigmatizzato nutriva verso il santo Patriarca:
"Padre Pio ammirò sempre la grandezza spirituale di San Giuseppe.
Imitò le sue virtù e a lui ricorse nei momenti più difficili della sua vita ottenendo ogni volta grazie e favori celesti.
Egli, come San Giuseppe, pur senza esserlo nell'ordine naturale, si sentiva padre ed avvertiva il peso dei diritti e dei doveri della paternità spirituale.
Perciò si rivolgeva a questo santo, con fiducia, preghiere per i figli e le figlie del suo spirito".
Scriveva il Santo Cappuccino:
"Prego San Giuseppe che, con quell'amore e con la generosità con cui custodì Gesù, custodisca l'ania tua e come lo difese da Erode, così difenda l'anima tua da un Erode più feroce: il demonio!
Il Patriarca San Giuseppe abbia per te tutt quella cura che ebbe per Gesù: ti assista sempre con il suo valevole patrocinio e ti liberi dalla persecuzine dell'empio e superbo Erode, e non permetta giammai che Gesù si allontani dal tuo cuore".
E San Giuseppe gratificò Padre Pio con singolare assistenza e visioni straordinarie.
Nel gennaio 1912 confidò al padre Agostino da San Marco in Lamis: 
"Barbablù non si vuole dare per vinto.
Ha preso quasi tutte le forme.
Da vari giorni in qua mi viene a visitare assieme con altri suoi satelliti armati di bastoni e di ordigni di ferro e quello che è peggio sotto le proprie forme.
Chi sa quante volte mi ha gettato dal letto trascinandomi per la stanza.
Ma pazienza!
Gesù, la Mammina, l'Angioletto, San Giuseppe ed il padre San Francesco sono quasi sempre con me." (Epist. I, p.252).
Allo stesso padre Agostino, il 20 marzo 1912, Padre Pio scrisse:
"Ieri, festività di San Giuseppe, Iddio solo sa quante dolcezze provai, massime dopo la messa, tanto che le sento ancora in me.
La testa ed il cuore mi bruciavano; ma era un fuoco che mi faceva bene." (Epist. I, p. 265).
Padre Onorato Marcucci, che fu uno degli assistenti di Padre Pio, negli ultimi anni della sua terrena esistenza, raccontava questo episodio.
Un pomeriggio del mese precedente a quello della morte del venerato Padre, egli si trovava con lui nella veranda accanto alla cella n. 1, in attesa di accompagnarlo in sacrestia per la funzione serale.
Era un mercoledì, giorno consacrato a San Giuseppe, e Padre Pio non si decideva a muoversi.
Ritto davanti a un quadro del glorioso Patriarca, affisso alla parete, il venerato Padre sembrava in estasi.
Trascorso un po' di tempo, padre Onorato gli disse:
"Padre, devo ancora attendere? Vogliamo andare? Siamo oltre l'orario".
Ma le sue domande rimasero senza risposta.
Padre Pio continuava a contemplare il glorioso Patriarca.
Finalmente, dopo un ennesima domanda del padre Onorato, che lo scosse per un braccio, Padre Pio esclamò: "Vedi! Vedi! Com'è bello San Giuseppe!"
Si avviarono alla sacrestia.
Nella sala San Francesco incontrarono il padre sacrista, il quale chiese loro: "Come mai tanto ritardo?"
Padre Onorato rispose: "Oggi Padre Pio non voleva staccarsi dal quadro di San Giuseppe."
Padre Pio invitava sempre i suoi figli spirituali ad avere verso San Giuseppe una sincera e profonda devozione, così ricca di insegnamenti, di conforto e di grazie.
Sembra di risentire ancora la sua voce:
"Ite ad Joseph! Andate a Giuseppe con fiducia estrema, perché anch'io, come santa Teresa d'Avila, non mi ricordo d'aver chiesto cosa alcuna a San Giuseppe, senza averla prontamente ottenuta."


"Mettiti spesso alla Presenza di Dio e offri a Lui tutte le azioni, nonchè tutte le sofferenze. Non sono contrario che nelle sofferenze tu ti astenga dal lagnarti, ma desidererei che lo facessi col Signore, con uno spirito filiale, come lo farebbe un tenero fanciullo con sua madre; e purché si faccia amorosamente, non è mal fatto di lagnarsi, di essere sollevati. 
Fallo pure con amore e rassegnazione tra le braccia della Volontà di Dio."

- San Pio da Pietrelcina -









"Gesù mi dice che nell'amore è Lui che diletta me; nei dolori invece sono io che diletto Lui. 
Ora desiderare la salute sarebbe andare in cerca di gioie per me e non cercare di sollevare Gesù. Sì, io amo la Croce, la Croce sola. L'amo perché La vedo sempre alle spalle di Gesù. Oramai Gesù vede benissimo che tutta la mia vita, tutto il mio cuore è votato tutto a Lui ed alle Sue pene.


Deh! Padre mio, compatitemi se tengo questo linguaggio: Gesù solo può comprendere che pena sia per me, allorché mi si prepara davanti la scena dolorosa del Calvario..."

- San Pio da Pietrelcina -



Oggi 17 Marzo 2018 Papa Francesco si recherà in visita pastorale a Pietrelcina, nei luoghi legati a Padre Pio, diocesi campana di Benevento, in occasione del centenario dell’apparizione delle stimmate di San Pio.

La devozione per il santo unisce i fedeli di tutto il mondo. Padre Pio è stato canonizzato il 16 maggio 2002.
Subito dopo papa Francesco si trasferirà a San Giovanni Rotondo, nella diocesi pugliese di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, per celebrare il 50esimo anniversario della morte del frate indicato come "icona" di misericordia durante l'ultimo Giubileo, modello per tutti i confessori. 
Il Papa ne volle infatti esporre le spoglie mortali nella Basilica di San Pietro insieme a quella dell'altro cappuccino San Leopoldo Mandiç, al culmine dell'Anno Santo, per l'adorazione dei fedeli.


Padre Pio aiutaci e proteggici. A Te ci affidiamo. 






mercoledì 31 gennaio 2018

Il sacramento della confessione e don Bosco, memoria liturgica 31 gennaio 2018

Tre lacci per condurre alla perdizione

La sera del 4 aprile 1869 Don Bosco raccontò ai suoi giovani un sogno che li impressionò vivamente.
«Sognai — disse — di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.
— Perché tenete quella corda al collo? — domandai —Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino —togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.
Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.
Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa. Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.
— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.
— E come? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!
Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
— Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
— Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue. Finalmente disse:
— Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. 
Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».

C’è un proverbio che dice: « Un buon consiglio lo si riceve anche dal diavolo ». E qui il diavolo ne ha dato a Don Bosco uno che può fare anche per noi: « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni: se vuoi conoscere se li tengo allacciati, guarda se si emendano».



«Non abbiate paura di manifestare al confessore i vostri difetti, le vostre mancanze. 
L’essere buono non consiste nel non commettere mancanza alcuna: oh no! Purtroppo tutti siamo soggetti a commetterne. L’essere buono consiste in questo: nell’aver volontà di cambiare. Perciò quando il penitente manifesta qualche mancanza al confessore, per quanto sia grave questa mancanza, il confessore guarda alla buona volontà e non si meraviglia della mancanza: anzi prova la maggiore delle consolazioni che possa provare a questo mondo, vedendo che quel giovane è sincero, che desidera vincere il demonio e mettersi in grazia di Dio, che vuole crescere nella virtù. 
Nulla, o miei cari figlioli, vi tolga questa confidenza. 
Non ve la tolga la vergogna: le miserie umane si sa, sono miserie umane. 
Non andate mica a confessarvi per raccontare miracoli!
Coraggio dunque, o figlioli miei, non diamo soddisfazioni al demonio. Confessatevi bene, dicendo tutto. 
Qualcuno domanderà: E chi in passato avesse taciuto qualche peccato in confessione come deve fare a rimediarvi? 
Guardate: al mattino se mettendomi la veste e abbottonandola salto un bottone, che cosa faccio? 
Sbottono tutta la veste finché arrivo dove c’è il bottone rimasto fuori posto. Così chi ha da rimediare ad un peccato taciuto, rifaccia tutte le confessioni fino a quella, nella quale tacque il suo peccato e così tutti i bottoni saranno a posto e la veste non farà nessuna piega. 
Lo dice il Catechismo: dall’ultima confessione ben fatta fino a quella che si vuol fare. Da bravi, figlioli! 
Con una parola: si tratta di schivare l’Inferno e guadagnarvi il Paradiso; il confessore vi aiuterà e voi sapete che siamo amici e desidero una cosa sola: la salvezza dell’anima vostra» (don Bosco)

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù.

- San Giovanni Bosco - 
 fonte: Memorie Biografiche, VI, 322-323




Ricordatevi, che ogni cristiano è tenuto di mostrarsi edificante verso il prossimo, e che nessuna predica è più edificante del buon esempio.

- Don Bosco - 



«Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi». 

- San Giovanni Bosco -


Buona giornata a tutti. :-)





domenica 28 gennaio 2018

La Legge della divina carità - San Tommaso d'Aquino 28 gennaio 2018

"E’ evidente che non tutti possono dedicarsi a fondo alla scienza; e perciò Cristo ha emanato una legge breve e incisiva che tutti possano cono­scere e dalla cui osservanza. nessuno per ignoranza possa ritenersi scusato. 
E questa è la legge della divina carità. Ad essa accenna l’Apostolo con quelle parole: “Il Signore pronunzierà sulla terra una parola breve” (Rm 9, 28). 
Questa legge deve costituire la norma di tutti gli atti umani. 
Come infatti vediamo nelle cose artificiali che ogni lavoro si dice buono e retto se viene compiuto secondo le dovute regole, così anche si riconosce come retta e virtuosa la azione dell’uomo, quando essa è conforme alla re­gola della divina carità. Quando invece è in con­trasto con questa norma, non è né buona, né retta, né perfetta. 
Questa legge dell’amore divino produce nel­l’uomo quattro effetti molto desiderabili. 
In primo luogo genera in lui la vita spirituale. E’ noto in­fatti che per sua natura l’amato è nell’amante. E perciò chi ama Dio, lo possiede in sé medesimo: “Chi sta nell’amore sta in Dio e Dio sta in lui” (1 Gv 4, 16). 
E’ pure la legge dell’amore, che l’aman­te venga trasformato nell’amato. Se amiamo il Si­gnore, diventiamo anche noi divini: “Chi si unisce al Signore, diventa un solo spirito con lui ” (1 Cor 6, 17). A detta di sant’Agostino, “come l’anima è la vita del corpo, così Dio è la vita dell’anima ”. 
L’anima perciò agisce in maniera virtuosa e per­fetta quando opera per mezzo della carità, me­diante la quale Dio dimora in essa. Senza la carità, in verità l’anima non agisce: “Chi non ama rimane nella morte” (1 Gv 3, 14). 
Se perciò qualcuno pos­sedesse tutti i doni dello Spirito Santo, ma non avesse la carità, non avrebbe in sé la vita. Si tratti pure del dono delle lingue o del dono della fede o di qualsiasi altro dono: senza la carità essi non conferiscono la vita. Come avviene di un cadavere rivestito di oggetti d’oro o di pietre preziose: resta sempre un corpo senza vita. 
Secondo effetto della carità è promuovere la osservanza dei comandamenti divini: “L’amore di Dio non è mai ozioso — dice san Gregorio Magno —quando c’è, produce grandi cose; se si rifiuta di essere fattivo, non è vero amore”. Vediamo infatti che l’amante intraprende cose grandi e difficili per l’amato: “Se uno mi ama osserva la mia parola”(Gv 14, 25). 
Chi dunque osserva il comandamento e la legge dell’amore divino, adempie tutta la legge. 
Il terzo effetto della carità è di costituire un aiuto contro le avversità. 
Chi possiede la carità non sarà danneggiato da alcuna avversità: “Ogni cosa concorre al bene di coloro che amano Dio ”(Rm 8, 28); anzi è dato di esperienza che anche le cose avverse e difficili appaiono soavi a colui che ama. 
Il quarto effetto della carità è di condurre alla felicità. 
La felicità eterna è promessa infatti soltanto a coloro che possiedono la carità, senza la quale tutte le altre cose sono insufficienti. Ed è da tenere ben presente che solo secondo il diverso grado di carità posseduto si misura il diverso grado di felicità, e non secondo qualche altra virtù. 
Molti infatti furono più mortificati degli Apostoli; ma questi sorpassano nella beatitudine tutti gli altri proprio per il possesso di un più eccellente grado di carità. E così si vede come la carità ot­tenga in noi questo quadruplice risultato. 
Ma essa produce anche altri effetti che non vanno dimenticati: quali, la remissione dei peccati, l’illuminazione del cuore, la gioia perfetta, la pace, la libertà dei figli di Dio e l’amicizia con Dio."
   

Dagli “Opuscoli teologici ” di san Tommaso d’Aquino, sacerdote; in Opuscula theologica, II, nn. 1137-1154, ed. Marietti, 1954.  



La prima cosa necessaria al cristiano è la fede. Senza di essa nessuno di noi potrebbe, lealmente, dirsi cristiano.

La fede produce come un germoglio di vita eterna, la quale in sostanza altro non è che il conoscere [svelatamente] Dio (cf. Gv 17, 3). Quaggiù ne abbiamo una conoscenza iniziale mediante la fede, ma in futuro diverrà perfetta, e conosceremo Dio nella sua realtà. La fede, cioè, sta alla base delle realtà divine in cui speriamo (cf. Eb 11, 1). Sicché, nessuno potrà giungere alla beatitudine derivante da una piena conoscenza di Dio, se prima non ne accoglie l'esistenza per mezzo della fede (35).

- San Tommaso d'Aquino -




Rendimi obbediente

Rendimi, Signore mio Dio,
obbediente senza ripugnanza,
povero senza rammarico, casto senza presunzione,
paziente senza mormorazione, umile senza finzione,
giocondo senza dissipazione, austero senza tristezza,
prudente senza fastidio, pronto senza vanità,
timoroso senza sfiducia, veritiero senza doppiezza,
benefico senza arroganza,
così che io senza superbia corregga i miei fratelli
e senza simulazione li edifichi con la parola e con l'esempio.
Donami, o Signore, un cuore vigile
che nessun pensiero facile allontani da te,
un cuore nobile che nessun attaccamento ambiguo degradi,
un cuore retto che nessuna intenzione equivoca possa sviare,
un cuore fermo che resista ad ogni avversità,
un cuore libero che nessuna violenza possa soggiogare.
Concedimi, Signore mio Dio,
un'intelligenza che ti conosca,
una volontà che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
una vita che ti piaccia,
una perseveranza che ti attenda con fiducia,
una fiducia che, alla fine, ti possegga.

- San Tommaso d'Aquino -
Sacerdote e dottore della chiesa




Buona giornata a tutti. :-)