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domenica 4 ottobre 2015

Perfetta letizia dai Fioretti di San Francesco

Avvenne un tempo che, san Francesco d’Assisi e frate Leone andando da Perugia a Santa Maria degli Angeli, il santo frate spiegasse al suo compagno di viaggio cosa fosse la “perfetta letizia”.
Era una giornata d’inverno e faceva molto freddo e c’era pure un forte vento tanto che procedevano camminando l’uno innanzi all’altro e, mentre frate Leone stava avanti, frate Francesco chiamandolo diceva: frate Leone, se avvenisse, a Dio piacendo, che i frati minori dovunque si rechino dessero grande esempio di santità e di laboriosità, annota e scrivi che questa non è perfetta letizia.
Andando più avanti San Francesco chiamandolo per la seconda volta gli diceva: O frate Leone, anche se un frate minore dia la vista ai ciechi, faccia raddrizzare gli storpi, scacci i demoni, dia l’udito ai sordi, fa camminare i paralitici, dia la parola ai muti, e addirittura fa resuscitare i morti di quattro giorni; scrivi che non è in queste cose che sta la perfetta letizia.
E ancora andando per un poco san Francesco grida chiamandolo: O frate Leone, se un frate minore parlasse tutte le lingue e conoscesse tutte le scritture e le scienze, e sapesse prevedere e rivelare non solo il futuro ma anche i segreti più intimi degli uomini; annota che non è qui la perfetta letizia.
E andando ancora più avanti san Francesco chiamando forte diceva: O frate Leone pecorella di Dio, anche se il frate minore parlasse la lingua degli angeli, conoscesse tutti i misteri delle stelle, tutte le virtù delle erbe, che gli fossero rivelati tutti i tesori della terra, e tutte le virtù degli uccelli, dei pesci, delle pietre, delle acque; scrivi, non è qui la perfetta letizia.
E andando più avanti dopo un po’ san Francesco chiamava il suo compagno di viaggio: O frate Leone, anche se i frati minori sapessero predicare talmente bene da convertire tutti i non credenti alla fede di Cristo; scrivi non è questa la perfetta letizia.
E così andando per diversi chilometri quando, con grande ammirazione frate Leone domandò: Padre ti prego per l’amor di Dio, dimmi dov’è la perfetta letizia.
E san Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento.
E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati.
E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte.  Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca ma che il Signore vuole tutto questo per metterci alla prova, allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia.
E se noi perché afflitti, continueremo a bussare e il frate portinaio adirato uscirà e ci tratterà come dei gaglioffi importuni, vili e ladri, ci spingerà e ci sgriderà dicendoci: andate via, fatevi ospitare da altri perché qui non mangerete né vi faremo dormire.
Se a tutto questo noi sopporteremo con pazienza, allegria e buon umore, allora caro frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia.
E se noi costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, continuassimo a bussare piangendo e pregando per l’amore del nostro Dio il frate portinaio perché ci faccia entrare.
E questi furioso per cotanta molesta insistenza si riprometterebbe di darci una sonora lezione, anzi uscendo con un grosso e nodoso bastone ci piglierebbe dal cappuccio e dopo averci fatto rotolare in mezzo alla neve, ci bastonerebbe facendoci sentire uno ad uno i singoli nodi.
Se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia.
Ascolta infine la conclusione, frate Leone: fra tutte le grazie dello Spirito Santo e doni che Dio concede ai suoi fedeli, c’è quella di superarsi proprio per l’amore di Dio per subire ingiustizie, disagi e dolori ma non possiamo vantarci e glorificarci per avere sopportato codeste miserie e privazioni perché questi meriti vengono da Dio. Infatti le sacre scritture dicono: cosa hai tu che non sia stato concesso da Dio?
E se tu hai ricevuto una grazia da Dio perché te ne vanti come se fosse opera tua? Noi ci possiamo gloriare nella nostra croce fatta di sofferenze e privazioni. Sul Vangelo sta scritto: Io non mi voglio gloriare se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo.

dai Fioretti di San Francesco


Mio Redentore, riconosco di essere infinitamente indegno di accostarmi a te e riceverti a motivo dei miei peccati e della mancanza di purezza, perciò ti dico: Signore, non sono degno. Anche se avessi tutto l'amore dei Serafini sarei, comunque, indegno di riceverti; allora ti ripeto ancora: Signore, non sono degno.

Mio amabile Signore, vieni ed opera in me quello per cui vieni. Sono un miserabile, ma la tua bontà non ti fa fermare ad osservare la mia miseria. Vieni nella mia anima e santificala, prendi possesso del mio cuore e purificalo, entra nel mio corpo, custodiscilo e non separarmi mai dal tuo amore.

Fuoco consumatore, brucia tutto ciò che in me è indegno della tua presenza e che può essere di ostacolo alla tua grazia ed al tuo amore.

Madre del mio Redentore, abbi compassione di me, povero peccatore, prega per me, affinché, per mezzo tuo, abbracci tuo Figlio con perfetto amore e divenga come il suo Cuore desidera.


(San Francesco d'Assisi)


A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa.
Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori lancinanti, un frate molto semplice gli disse: « Fratello prega il Signore che ti tratti un po’ meglio, perché sembra che faccia pesare la sua mano su di te più del dovuto ».
A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: « Se non conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio riguardo ». E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. Poi baciò la terra, dicendo: « Ti ringrazio, Signore Dio per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena».

- San Bonaventura da Bagnoregio -
 Leggenda Maggiore, Capitolo XIV























Guardate l'umiltà di Dio,
e aprite davanti a Lui i vostri cuori;
umiliatevi anche voi,
perché Egli vi esalti.
Nulla, dunque, di voi
tenete per voi,
affinché vi accolga tutti
Colui che a voi si dà tutto.

- San Francesco d'Assisi - 


Buona giornata a tutti. :-)

venerdì 3 luglio 2015

Tarlo esploratore - don Bruno Ferrero

In una trave dell'armatura, di un vecchio e massiccio fienile,
viveva una comunità di tarli!
La loro vita consisteva nel rosicchiare, rosicchiare, e ancora rosicchiare. 
Se non rosicchiavano, dormivano, e questo era tutto!
In passato, erano stati i loro genitori a fare la loro opera di rosicchiamento nella trave e, ancor prima di loro, i nonni e i bisnonni. 
Giantarlo era un "tarlino" giovane e vispo e, dopo aver molto riflettuto, disse:
«Che cosa c'è, alla fine del nostro trave? Forse, c'è un altro mondo!».
I tarli scoppiarono a ridere e dissero :
«Ma tu sei completamente impazzito!»,
ed il tarlo più anziano aggiunse beffardamente:
«Se sei così sicuro, va’ a vederti l'altro mondo! La via per arrivarci è semplicissima: basta che rosicchi sempre in direzione Sud... Va’! Nessuno ti trattiene!».
Lavorava con zelo, e s'immaginava l'altro mondo meraviglioso.
Era persuaso che la trave non poteva essere «tutto il mondo».
Il papà e la mamma lo inseguirono preoccupati , scoppiò a piangere la madre e disse :
«Figlio mio! ti ha dato di volta il cervello? Torna in te, rosicchia con noi in pace, come ti hanno insegnato tuo padre e tua madre:
scava come i tuoi fratelli, che ti vogliono tanto bene!».
Giantarlo voleva bene ai suoi, ma continuò risolutamente a rosicchiare in direzione Sud. Rosicchiò e rosicchiò, ma le travi sono grosse, e i tarli sono piccoli. Il tempo passava, e Giantarlo trovava sempre e soltanto legno!
Mille volte gli venne la tentazione di fermarsi, tornare indietro
e comportarsi come tutti i tarli di questo mondo.
Una notte, rannicchiato nella galleria che stava scavando, spossato per la fatica,con le lacrime agli occhi, prese la grande decisione:
«Basta! Non c'è nessun mondo al di là della trave. Tutto è legno e nient'altro! Domani tornerò indietro!».
Proprio in quel momento, un rumore sottile sottile, che ben conosceva, lo fece trasalire. Era il rumore di un tarlo, che scavava a tutta forza. Dopo un po’, lo vide arrivare! Era ansante, sudato, ma sorridente fino alla coda, disse il nuovo arrivato :
«Finalmente ti ho raggiunto! . Mi chiamo Piertarlo, e voglio venire con te! Anch'io sono stufo della trave... Sono certo che c'è un altro mondo, fuori!».
rispose Giantarlo : «Piacere! domani scaveremo una galleria di esplorazione in quella direzione là. Sento che non manca molto alla meta!».
In realtà, mancavano ancora dieci centimetri abbondanti, perché la direzione Sud non era la migliore per uscire dalla trave, ma il vecchio tarlo non aveva mai capito niente di "punti cardinali".
Ma, in due, era tutto più facile. La fatica era divisa a metà, il coraggio raddoppiato!
Così, un mattino dorato di Settembre, Giantarlo e Piertarlo sbucarono fuori del trave. Per la prima volta, videro il cielo azzurro e lo splendore del sole e gridarono all'unisono :
« Urrà! »
e si abbracciarono.
Che cosa perdevano i tarli, che pensavano che tutto il mondo fosse un trave! L'aria tersa, del loro nuovo mondo, era percorsa da suoni incantevoli , esclamò estasiato Giantarlo:
«È il Coro degli Angeli!»
brontolò una formica, che transitava da quelle parti, trascinando un pesante chicco di grano :
«Ma va’! sono i grilli! E mi fanno venire un mal di testa...».
Ma, per i due tarli, quel "cri-cri" era la musica più straordinaria, che avessero mai sentito!

" Dopo questa vita, c'è un altro mondo..."

- don Bruno Ferrero - 
da: "Altre storie . Per la scuola e la catechesi (Alfabeti dell'anima), Casa Editrice Ellecidi



Noi parliamo facilmente sulle cose, invece che a partire dalle cose. 
C’è una grande differenza. Nel primo caso le nostre conversazioni rimangono alla superficie dei problemi.

- Willi Graf -




«Dio, con semplicità
ti ringrazio di esistere!
Ti ringrazio
che sei più grande delle nostre teste
così logiche,
più sottile dei nostri cuori
così nervosi.
Ti ringrazio che sei silenzioso.
Soltanto noi,
eruditi analfabeti,
chiacchieriamo senza posa»

- Jan Twardowski - 




Buona giornata a tutti. :-)








giovedì 25 giugno 2015

Fatelo oggi - Robert Reasoner

Quando ero sovrintendente delle scuole di Pablo Alto, in California, Polly Tyner, presidente del nostro consiglio di amministrazione, scrisse una lettera che fu pubblicata sul Palo Alto Times. 
Il figlio di Polly, Jim, aveva grandi difficoltà a scuola. 
Era inserito nella categoria degli handicap educativi e richiedeva moltissima pazienza da parte dei genitori e degli insegnanti. Ma Jim era un ragazzo felice con un grande sorriso che illuminava la stanza. 
I suoi genitori riconobbero le sue difficoltà nell'istruzione, ma cercarono sempre di aiutarlo a vedere i propri punti di forza perché potesse camminare a testa alta. Poco dopo aver portato a termine la scuola superiore, Jim fu ucciso in un incidente motociclistico. 
Dopo la sua morte, sua madre inviò al quotidiano questa lettera. 
"Oggi abbiamo seppellito nostro figlio, ventenne. E' rimasto ucciso sul colpo in un incidente motociclistico venerdì sera. Come vorrei aver saputo quando gli ho parlato l'ultima volta che sarebbe stata davvero l'ultima. Se soltanto l'avessi saputo gli avrei detto: "Jim, ti voglio bene e sono tanto orgogliosa di te." Avrei passato un po' di tempo a enumerare le tante benedizioni che ha portato alla vita dei molti che gli hanno voluto bene. Avrei passato un po' di tempo a lodare il suo bellissimo sorriso, il suono della sua risata, il suo autentico amore per la gente. Se si mettono sulla bilancia tutte le caratteristiche positive e si cerca di porre sull'altro piatto tutti i tratti irritanti, come la radio sempre troppo alta, il taglio di capelli che non ci piaceva, i calzini sporchi sotto il letto, le irritazioni non sono poi molto pesanti. Non avrò un'altra possibilità di dire a mio figlio tutto ciò che avrei voluto fargli ascoltare, ma voi, genitori, avete questa possibilità. Dite ai vostri ragazzi ciò che vorreste far loro ascoltare, se sapeste che sarà la vostra ultima conversazione. L'ultima volta che ho parlato con Jim era il giorno in cui è morto. Mi telefonato per dirmi: "Ciao, mamma! Ho chiamato solo per dirti che ti voglio bene! Devo andare al lavoro. Ciao." 
Mi ha lasciato qualcosa di cui farò tesoro per sempre. Se nella morte di Jim vi è uno scopo, forse è quello di indurre gli altri ad apprezzare di più la vita e di indurre la gente, specialmente le famiglie, a passare un po' di tempo a dire agli altri quanto ci stanno a cuore. 
Potreste non avere un'altra possibilità. Fatelo oggi! 

- Robert Reasoner -
da "Brodo Caldo per l'anima"



Nelle nostre preghiere troppo spesso divaghiamo, evitiamo i discorsi più impegnativi, non poniamo le questioni serie, stiamo accuratamente lontani dal nostro punto dolente, scansiamo i problemi scomodi.
Riempiamo le nostre orazioni di banalità devozionali.
Dicendo a Maria “prega per noi”, la autorizziamo, sì, a trattare i nostri interessi, ma anche ad affrontare i nostri mali segreti, a scoprire le magagne che teniamo nascoste, a formulare le diagnosi più impietose.
Nella preghiera ci affidiamo a Maria perché ci presenti a Dio nella nostra miseria e nudità, spogliati delle apparenze.

- Fraternità Francescana Secolare - 




"Quando mi avvertiranno che alla fine del mondo non manca che un solo anno, non rinuncerò ad amare mia moglie, ad avere con lei un altro bambino, a fare scoprire agli altri miei cinque figli la poesia di Dante... 
Perché so che questa vita non serve per avere un futuro ma perché ciascuno abbia la vita eterna" 

- Fabrice Hadjadj - 
"L'Osservatore Romano", 4 marzo 2011





Buona giornata a tutti. :-)




martedì 16 giugno 2015

Il mestiere di vivere

Il mestiere più grande è educare gli uomini a ritrovare la propria vita, la propria dignità, la propria libertà.
Che c’è di più grande di ridare agli uomini fiducia?
Che c’è di più grande che gli uomini ritrovino la forza di vivere e si rialzino dalle loro cadute?
Che c’è di più grande che gli uomini riscoprano quanto sia bello e intenso vivere?
Che c’è di più grande che gli uomini ritrovino il coraggio di vivere, di uscire dalle proprie prigioni, dai propri rifugi e si sentano degni di vivere così da sperimentare la forza e la bellezza dell’esserci?
Che c’è di più grande di quando gli uomini si sentono felici di essere quello che sono?
Che c’è di più grande di quando gli uomini percepiscono di non essere qui a caso, ma che si sentano amati, voluti, scelti dalla Vita, perché hanno qualcosa di grande, di prezioso, di loro, di proprio da dare e da donare a questo mondo?
Che c’è di più grande di far sentire agli uomini che sono vivi, che sono degni di vivere, che non si devono nascondere, che non devono mascherarsi ma che possono essere quello che sono, che non devono dimostrare chissà cosa o chissà che, ma che possono semplicemente espandersi, esprimersi, essere se stessi?
Che c’è di più grande che gli uomini possano vivere la vita senza temere, nella fiducia che c’è un Padre che li protegge, che non li abbandonerà, che li accompagna e che un giorno li abbraccerà?
Che c’è di più grande della vita? Che c’è di più grande di salvare un uomo, di riportarlo a vivere?
Questo è ciò che vuole Gesù da ciascuno di noi; questo è ciò per cui vale la pena di vivere e tutto il resto, direbbe S. Paolo, è spazzatura, vanità, niente di fronte a questo.
Lavora per i tuoi figli, dagli tutto il bene di cui hanno bisogno, ma non ti serve a niente se tutto il tuo lavorare non arricchisce la loro vita interiore, se non li fa più sorridenti, più creativi, più liberi.

Agisci, costruisci, relazionati, ma ricordati che non ti serve a niente se tutto quello che fai non ti fa “pescatore di vita”, cioè se non ti fa ricco delle tue giornate, più sensibile, meno duro e intransigente con te e con gli altri, più flessibile, capace di ricevere e di donare, se non ti fa, insomma, grato di esistere!

- Fraternità Francescana Secolare -



Devi percorrere la strada infinita, poichè la vita non scorre su una via definita, ma su una strada illimitata. La mancanza di limiti ti fa però paura perchè è spaventosa e la tua umanità vi si ribella; perciò cerchi limiti e restrizioni, per non perderti barcollando nell'infinito. 
Una delimitazione diviene per te indispensabile. 
Per sottrarti alla sconfinata molteplicità di significati, reclami a gran voce la parola dotata di un unico significato e di quello soltanto. 
La parola diventa il tuo dio, perchè ti protegge dalle innumerevoli possibilità d'interpretazione. 
La parola è una magia protettiva contro i demoni dell'infinito, che vogliono lacerare la tua anima e disperderla ai quattro venti. Sei salvo se puoi esclamare infine: questo è questo e soltanto questo. 
Pronunci la parola magica, e ciò che è sconfinato viene fissato nella sfera di ciò che è finito. 
Per questo gli uomini cercano e creano parole.

-Carl Gustave Jung - 
da: Liber Novus



Quando qualcuno vi fa arrabbiare, è come se vi avessero scagliato una freccia al cuore. 
Ma non vi ha colpito, e giace a terra, ai vostri piedi. 
Allora voi la raccogliete e vi colpite da soli ancora e ancora, ripetutamente. Questo è ciò che accade con la rabbia. 
Qualunque cosa nella vita può essere causa di lite, ma la scelta di arrabbiarsi o meno, è solo nostra.

- Chakdud Rinpoche - 




Buona giornata a tutti. :-)