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giovedì 18 gennaio 2018

15 consigli per educare i nostri figli

Dal Metodo educativo di Maria Montessori abbiamo estrapolato 15 principi che possono essere considerati validi anche oggi, a distanza di quasi un secolo:

1. Educate con l’esempio: mamma e papà devono essere il migliore esempio per i figli. I bambini sono come spugne, apprendono da tutto ciò che li circonda: non solo dalle parole, ma soprattutto dai fatti.

2. Non criticateli sempre e soprattutto in pubblico: diventeranno degli adulti frustrati e saranno portati a giudicare il prossimo.

3. Elogiateli in maniera sincera per i comportamenti positivi che mettono in atto. Gli elogi li aiuteranno ad imparare a dare valore alle cose.

4. Non siate ostili e arrabbiati in loro presenza o nei loro confronti. Tenderanno a litigare più frequentemente se avranno a che fare con dei genitori perennemente arrabbiati.




5. Non ridicolizzateli mai o avranno una bassa autostima che sfocerà in una forte timidezza che difficilmente riusciranno a debellare nel corso del tempo.

6. Abbiate fiducia nelle loro capacità e nei loro sogni, aiutateli ad accrescere la loro autostima in modo da potersi relazionare agli altri dando loro fiducia a loro volta.

7. Mai sottovalutarli e dire loro che non potranno mai riuscire ad ottenere un obiettivo che si prefiggono o rischieranno di sviluppare sentimenti di frustrazione e tristezza, oltreché sensi di colpa.

8. Ascoltateli e rendeteli partecipi: si sentiranno importanti e svilupperanno fiducia in sé stessi poiché capiranno che tenete in alta considerazione le loro idee e opinioni.

9. Date loro tutte le cure e l’amore di cui siete capaci. Sentendosi amati impareranno a trovare l’amore nel mondo.


10. Non parlate mai male dei vostri bambini, né in loro presenza, né tantomeno quando sono assenti.

11. Curate la crescita emotiva dei vostri figli: un genitore ha il dovere di prestare grande attenzione alle competenze sociali ed emozionali proprie e dei propri figli, coltivando con impegno queste abilità del cuore.

12. Non ignorateli mai, ma rispondete sempre quando vi parlano o cercano di comunicarvi qualcosa.

13. Tutti sbagliamo, anche i bambini, devono poterlo fare per imparare a vivere: davanti ai loro errori, rispettateli comunque. Gli sbagli saranno corretti nel tempo.

14. “Aiutiamoli a fare da soli”: aiutateli quando è necessario, ma abbiate anche la pazienza di lasciarli liberi di commettere errori in modo che trovino la strada migliore da sé.
15. Rivolgetevi ai vostri figli con gentilezza, con positività e affetto: è sicuramente il primo passo per garantire loro un sano equilibrio affettivo. Cercate sempre di offrire loro il meglio di voi. Ve ne saranno sempre grati!


E tu, lo sai cosa sei?
Sei una meraviglia.
Sei unico.

In tutti gli anni che sono trascorsi
non c'è mai stato un altro bambino come te.

Le tue gambe, le tue braccia,
le tue dita abili,
il modo in cui ti muovi.

Potrai diventare uno Shakespeare,
un Michelangelo,
un Beethoven.

Hai la capacità di fare qualunque cosa:
ricavare cibo dalla terra o fare,
di tanti piccoli mattoni,
una grande casa;
guidare un treno,
pilotare un aereo
o insegnare matematica.

Si, sei una meraviglia.


E quando crescerai,
potrai allora far del male a un altro che sarà,
come te, una meraviglia?


Bisogna lavorare - tutti noi dobbiamo lavorare -
per rendere il mondo degno dei suoi bambini.

- J.Canfield & M.V.Hansen -

Fonte: “Brodo caldo per l'anima” di  Jack Canfìeid e  Mark Victor Hansen,  Armenia Edizioni, 2004


A Francesca. 
Che il Signore ti benedica e ti protegga.





lunedì 18 settembre 2017

Quando i figli ci “divorano” - don Bruno Ferrero


Il guaio di avere un figlio è che poi uno ce l’ha davvero. 
E un figlio non è un bambolotto, né un piccolo robot e neppure un cagnolino. Quando un bambino diventa esasperante, non si può premere un bottone per farlo smettere.
La salmodia dei genitori che si sentono “divorati” dai figli riempie bar e uffici: «Mia figlia, che ha due anni, mi segue dappertutto, e non fa che chiedere», «Non fa altro che ribellarsi tutto il giorno, siamo sempre in conflitto. Quando non ne posso più, lo chiudo in camera sua. E’ una lotta continua, estenuante», «Piange per un niente. Ho i nervi a pezzi», «Per qualunque cosa entra in conflitto, dice no a tutto, è violento, piange, picchia, si rotola per terra, mai una volta che le cose si svolgano in modo tranquillo», «Sono tre anni che non riesco a dormire una notte intera!», « Mia figlia mi sta tra i piedi tutto il giorno: non mi molla un attimo, mi sta appiccicata. Mi succhia il sangue da quando è nata». 
Molti genitori hanno davvero la sensazione che i figli li mangino, che si nutrano del loro tempo, delle loro attenzioni, dei loro soldi, della loro vita. Permettere che questa sensazione si faccia strada nei rapporti quotidiani può rendere la vita pesante e creare un effetto “tunnel” velenoso. I genitori si sentono usati e non riescono più a godere il tempo trascorso con i figli, diventa così difficile anche regalare loro gesti d’amore e di tenerezza.

Possono essere utili alcune semplici riflessioni.

La prima cosa da fare è liberarsi dagli stereotipi che condizionano e mortificano:

- Quello della donna pimpante, in piena forma, che si divide tra figli, marito, lavoro, sempre calma e disponibile, tutto amore per i suoi cari.
- Quello dell’uomo dinamico, che si divide tra moglie, figli, lavoro e si destreggia  allegramente tra cellulare, carrozzina, giocattoli.
- Quello della famiglia «Mulino Bianco» dove è tutto perfetto, a colazione il sole brilla e tutti sono belli, gentili e allegri.

Si tratta di prendere seriamente la realtà: nessuno ha mai detto che sia facile essere genitori, non per questo deve essere considerato un lavoro forzato: non si è genitori per dovere. 
C’è  una certa normalità nel sentirsi di tanto in tanto nervosi, consumati da coloro che vivono con noi. 
Imparare a convivere significa necessariamente mettere in conto di imparare a gestire le proprie aggressività. 
Non esiste amore vero senza trattamento adeguato dell’ aggressività in cui possano essere superati il conflitto, lo scontro, la critica e questo sia nei rapporti genitori-figli, sia nei rapporti di coppia o di amicizia.

I genitori hanno però il diritto di sbuffare, quanto più potranno esprimere e soprattutto condividere le proprie esasperazioni, tanto meno terranno tutto nascosto dentro di sé e lo faranno pesare sui figli.

- È importantissimo però ricordare e raccontare, tutte le volte che si può, i momenti felici e le intense emozioni vissuti con i figli. 
Il potere del ricordo è trasformante.
- Amare non significa dare tutto e permettere tutto.
- Essere un bravo genitore non vuol dire accettare qualunque cosa.
- Significa non temere di dire “no”.
- Significa farsi rispettare e non lasciarsi divorare sempre.
- Significa dare senza perdersi.
- Anche i figli devono essere accompagnati a poco a poco ad accettare il principio di realtà e la realtà esteriore.

Bisogna far uscire i figli  dall'illusione dell'onnipotenza: è questa una delle missioni dei genitori.

I limiti posti nel modo giusto strutturano e non traumatizzano. Un fiume senza sponde si trasforma in una palude. Anche una famiglia. 
Il genitore che vuole essere sempre e solo buono, a costo di crollare, trasmette un messaggio ambiguo. Ciò che il bambino registra non è di avere un genitore buono, bensì fragile, cosa nient’affatto rassicurante.
I genitori devono essere felici della propria vita di uomo o di donna per non chiedere ai figli ciò che non possono dare, tenersi alla giusta distanza da loro, non essere né troppo lontani, né troppo assenti, né troppo intrusivi. Allevare un figlio non vuol dire cercare di conquistarlo. 
Significa aiutarlo a non farsi sottomettere dall'onnipotenza delle sue pulsioni, a imparare a rinunciare o a rimandare la soddisfazione dei suoi desideri.

È importantissima una buona gestione del tempo.
La vita familiare richiede un minimo di organizzazione o cola a picco nello stress. 

È vitale evitare lo zapping frenetico da un'attività all'altra. 
I genitori sappiano prendersi il tempo di respirare, di creare una camera di decompressione per riprendere fiato quando non se ne può più. 
È salutare accorgersene e cercare allora di far calare la pressione prima di rientrare in contatto con i figli: fermarsi un minuto a gustarsi un caffè, telefonare, leggere qualche pagina, non correre, camminare lentamente mentre si va all'asilo, ascoltare musica, ecc.

Sapendo che talvolta bisognerà sacrificare le faccende domestiche e le commissioni per fare il genitore: per ascoltare, per dare e per amare i propri figli come anche per giocare, ridere, fare i “matti”. 
È importante trasformare i momenti obbligati in momenti di condivisione, facendo dei piccoli incarichi domestici occasioni di scambio e di educazione concreta alla responsabilità: in famiglia tutti devono dare una mano.

È necessario anche aiutare il bambino ad acquisire la capacità di stare da solo per periodi progressivamente più lunghi via via che cresce, sviluppando in lui il gusto della lettura, della passione per qualche attività. Bisogna anche aiutarlo a inserirsi nell’oratorio, in una squadra sportiva, ecc. in modo che il ritrovarsi insieme come famiglia sia sempre un momento di intenso e vero piacere.

- don Bruno Ferrero -





                                                            Buona giornata a tutti. 




sabato 16 settembre 2017

da: "Lettera a un bambino mai nato" - Oriana Fallaci

Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. 
Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri. Esistevi. 
È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. 
Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. 
Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. 
È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato. Mi son sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando "Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?". 
La vita è una tale fatica, bambino. 
È una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele. Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi. La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate. Forse non è nemmeno vita ma possibilità di vita. Eppure darei tanto perché tu potessi aiutarmi con un cenno, un indizio. 
La mia mamma sostiene che glielo detti, che per questo mi mise al mondo.
La mia mamma, vedi, non mi voleva. Ero incominciata per sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché non nascessi ogni sera scioglieva nell'acqua una medicina. Poi la beveva, piangendo. 
La bevve fino alla sera in cui mi mossi, dentro il suo ventre, e le tirai un calcio per dirle di non buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra. Subito lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra. 
Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa nel sole, e se ciò sia stato bene o male non so. 
Quando sono felice penso che sia stato bene, quando sono infelice penso che sia stato male. Però, anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché nulla è peggiore del nulla. Io, te lo ripeto, non temo il dolore. Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto d'avere due braccia e due gambe. Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente. 
Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione. Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferirsi al soffrire? 
Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere. Tuttavia è lecito imporre tale ragionamento anche a te? Non è come metterti al mondo per me stessa e basta? 
Non mi interessa metterti al mondo per me stessa e basta. Tanto più che non ho affatto bisogno di te.

- Oriana Fallaci -
da: "Lettera a un bambino mai nato", Rizzoli editore, 1975




Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché?
Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia?
E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.

- Oriana Fallaci -
da: "Lettera a un bambino mai nato", Rizzoli editore, 1975





Sono nato perché Dio mi ha voluto

Dal momento che ha creato il mondo,
Dio mi ha voluto
e ha atteso tutto questo tempo
per darmi alla vita.

Mi ha voluto per amarmi,
mi ha voluto perché anch'io
conoscessi l'Amore 
e ne fossi attratto per l'eternità.

- Ernesto Olivero -
Troppo Forte, LDC




mercoledì 6 settembre 2017

Buon anno scolastico

"A casa può imparare solo ciò che a lui personalmente sarà insegnato, a scuola anche quello che (sarà insegnato) agli altri. 
Sentirà ogni giorno approvare molte cose, correggerne molte altre; gli gioverà il rimprovero rivolto alla pigrizia di un suo compagno, gli gioverà l'elogio rivolto allo zelo (di un altro compagno), lo spirito di emulazione sarà suscitato dall'elogio, riterrà vergognoso essere da meno di uno pari a lui, reputerà bello aver superato quelli più grandi. 
Tutte queste cose accendono gli animi, e sebbene l'ambizione sia di per sé un difetto, tuttavia spesso è motivo di virtù".

- Quintiliano -
Institutio oratoria I,2, 21-22

...domi ea sola discere potest quae ipsi praecipientur, in schola etiam quae aliis. Audiet multa cotidie probari, multa corrigi; proderit alicuius obiurgata desidia, proderit laudata industria, excitabitur laude aemulatio, turpe ducet cedere pari, pulchrum superasse maiores. Accendunt omnia haec animos, et licet ipsa vitium sit ambitio, frequenter tamen causam virtutum est.




"Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri..."

- Grazia M. Deledda -




"Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella 'zona grigia' in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi..."

- Rita Levi Montalcini -





Buona giornata a tutti. :-)







sabato 18 marzo 2017

A mio padre - Camillo Sbarbato

Padre, se anche tu non fossi il mio 
Padre se anche fossi a me un estraneo, 
per te stesso egualmente t'amerei.
 
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
 
Che la prima viola sull'opposto 
Muro scopristi dalla tua finestra 
E ce ne desti la novella allegro. 
Poi la scala di legno tolta in spalla 
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro. 
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell'altra volta mi ricordo 
Che la sorella mia piccola ancora
 
Per la casa inseguivi minacciando
 
(la caparbia aveva fatto non so che).
 
Ma raggiuntala che strillava forte
 
Dalla paura ti mancava il cuore:
 
ché avevi visto te inseguir la tua
 
piccola figlia, e tutta spaventata
 
tu vacillante l'attiravi al petto,
 
e con carezze dentro le tue braccia
 
l'avviluppavi come per difenderla
 
da quel cattivo che eri il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio 
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
 
fra tutti quanti gli uomini già tanto
 

pel tuo cuore fanciullo t'amerei

- Camillo Sbarbato - 

Vecchio con la testa tra le mani- Vincent Van Gogh

Tra i molti aspetti che pone in luce, un accento particolare dedica al silenzio di san Giuseppe. Il suo è un silenzio permeato di contemplazione del mistero di Dio, in atteggiamento di totale disponibilità ai voleri divini. 
In altre parole, il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all'unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. 
Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre" Giuseppe Gesù abbia appreso - sul piano umano - quella robusta interiorità che è presupposto dell'autentica giustizia, la "giustizia superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli (cfr Mt 5, 20).
Lasciamoci "contagiare" dal silenzio di san Giuseppe! 

Ne abbiamo tanto bisogno, in un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e l'ascolto della voce di Dio. In questo tempo di preparazione al Natale coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù nella nostra vita...

- papa  Benedetto XVI - 
dal "Angelus del 18 dicembre 2005" -




Non riesco a pensare ad alcun bisogno dell'infanzia altrettanto forte quanto il bisogno della protezione di un padre.

- Sigmund Freud - 


"Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza."

- Umberto Eco -


Buona giornata a tutti. :-)











sabato 26 novembre 2016

I tre figli - don Bruno Ferrero

Tre donne andarono alla fontana per attingere acqua. Presso la fontana, su una panca di pietra, sedeva un uomo anziano che le osservava in silenzio ed ascoltava i loro discorsi.
Le donne lodavano i rispettivi figli.
"Mio figlio", diceva la prima, "è così svelto ed agile che nessuno gli sta alla pari".
"Mio figlio", sosteneva la seconda, "canta come un usignolo. Non c'è nessuno al mondo che possa vantare una voce bella come la sua".
"E tu, che cosa dici di tuo figlio?", chiesero alla terza, che rimaneva in silenzio.
"Non so che cosa dire di mio figlio", rispose la donna. "E' un bravo ragazzo, come ce ne sono tanti. Non sa fare niente di speciale...".
Quando le anfore furono piene, le tre donne ripresero la via di casa. Il vecchio le seguì per un pezzo di strada. Le anfore erano pesanti, le braccia delle donne stentavano a reggerle.
Ad un certo punto si fermarono per far riposare le povere schiene doloranti.
Vennero loro incontro tre giovani. Il primo improvvisò uno spettacolo: appoggiava le mani a terra e faceva la ruota con i piedi per aria, poi inanellava un salto mortale dopo l'altro.
Le donne lo guardavano estasiate: "Che giovane abile!".
Il secondo giovane intonò una canzone. Aveva una voce splendida che ricamava armonie nell'aria come un usignolo.
Le donne lo ascoltavano con le lacrime agli occhi: "E un angelo!".
Il terzo giovane si diresse verso sua madre, prese la pesante anfora e si mise a portarla, camminando accanto a lei.
Le donne si rivolsero al vecchio: "Allora che cosa dici dei nostri figli?".
"Figli?", esclamò meravigliato!


Li riconoscerete dai loro frutti" (Matteo 7,16)
- don Bruno Ferrero- 
Fonte :  Solo il vento lo sa di Bruno Ferrero


“Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?”. 

Quando a un bambino gli viene affidato un pesce rosso o un piccolo vasetto con un semino piantato dentro, non è per offrirgli un nuovo giocattolo ma per insegnargli la fedeltà che dà la vita alle cose. 
Se si dimenticasse di dare dal mangiare al pesce rosso o di mettere l’acqua alla piantina si accorgerebbe che in poco tempo avrebbe un pesce morto e una pianta secca. 
Diffidate quindi da quei genitori che regalano pesci rossi ai figli e poi se ne fanno carico loro per i successivi anni di vita, semplicemente perché il figlio così inizialmente entusiasta del nuovo acquisto, dopo un po’ si è annoiato. Senza quella pazienza che ci rimette davanti alle nostre responsabilità a partire dal pesce rosso, accadrà che da grandi faremo uguale nelle relazioni, con il lavoro, con le persone che diciamo di amare e perché no anche con i nostri figli che li accogliamo con l’entusiasmo dei pesci rossi nuovi per poi viverceli semplicemente come un peso. 
Con la stessa ottica pensate al paradiso: chi ci darà una cosa così bella se non siamo stati capaci di aver avuto cura di una cosa mediamente bella che ci è capitata nella vita? Non è punizione, ma conseguenza.

- don Luigi Maria Epicoco - 



Raccontami dove hai trovato la forza, Giacomo

......Raccontami come si lotta per essere felici quando tutto il mondo resiste e la corrente è contraria, perchè anche noi possiamo trovare la tua chiarezza e la tua forza. Insegnaci il segreto di un cielo stellato trecentosessantacinque giorni all'anno, di una vita che si aggrappa al futuro. 
Se un seme non "spera" nella luce non mette radici, ma sperare è difficile, perchè richiede consapevolezza di sè, apertura e tanti fallimenti. 
Sperare non è il vizio dell'ottimista ma il vigoroso realismo del fragile seme che accetta il buio del sottosuolo per farsi bosco. 
Insegnaci, Giacomo, l'arte di sperare.


- Alessandro D'Avenia -
da: "L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita", ed. Mondadori



...Che cosa serve, Giacomo, per abitare questa sconfitta senza rifugiarsi in un mondo infantile e al riparo dalla vita? 
Si può proseguire senza rinunciare all'altezza, all'infinito? Come fare a sperare ancora e ancora quando restano solo le macerie di tutto ciò che avevamo immaginato? 
Come non scivolare , dopo l'incanto giovanile, nel disincanto adulto?

- Alessandro D'Avenia -
da: "L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita", ed. Mondadori