«Bisogna saper accettare le proprie pause»:
si noti bene, non "paure", ma per Etty (Ester) Hillesum le
"pause", le soste, gli spazi vuoti di silenzio sono la
"minore" rispetto alla totalità "maggiore" degli
eventi e dei pensieri forti, ed entrambi costituiscono il contrappunto armonico
della vita.
La frase citata è l'ultima, scritta in
maiuscoletto, dei diari che hanno reso celebre questa giovane donna ebrea, nata
nel 1914 e reca la data della «mattina presto» del 13 ottobre 1942...
Non è possibile rendere ragione dello straordinario arcobaleno tematico e spirituale di queste pagine: chi ne intraprende la lettura non può più lasciarla fino all'approdo finale e non ne può uscire indenne.
L'unica nota che vogliamo segnalare riguarda proprio l'arco cromatico dei diari, specchio di un'evoluzione esistenziale. Etty, infatti, parte dal gelido violetto degli interessi esterni di una ragazza di Amsterdam, non osservante, desiderosa solo di vivere, amante di Rilke, Dostoevskij e Jung, non priva di relazioni sentimentali.
Non è possibile rendere ragione dello straordinario arcobaleno tematico e spirituale di queste pagine: chi ne intraprende la lettura non può più lasciarla fino all'approdo finale e non ne può uscire indenne.
L'unica nota che vogliamo segnalare riguarda proprio l'arco cromatico dei diari, specchio di un'evoluzione esistenziale. Etty, infatti, parte dal gelido violetto degli interessi esterni di una ragazza di Amsterdam, non osservante, desiderosa solo di vivere, amante di Rilke, Dostoevskij e Jung, non priva di relazioni sentimentali.
Ben presto, però, in lei si accende una
scintilla che le incendia l'anima e la sua diventa un'ascensione verso il
mistero e l'incontro intimo e supremo con Dio e verso l'altro estremo rosso
fuoco di quello spettro spirituale.
Le parole talora si fanno incandescenti e
rivelano una straordinaria temperie mistica che si alimenta sia a
un'intelligenza fremente e altissima sia alla tragedia della distruzione che il
nazismo sta operando nei confronti degli Ebrei («la nostra distruzione si
avvicina furtivamente da ogni parte e presto il cerchio sarà chiuso intorno a
noi»).
Confessa:
«In fondo, quelle a Dio sono le uniche
lettere d'amore che si devono scrivere».
E ancora:
«Si deve essere capaci di vivere senza libri
e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare e
abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera».
Era convinta che, «dissodando vaste radure di pace in noi
stessi», esse si sarebbero potute estendere fino a
pacificare l'intera umanità, perché Dio dev'essere «disseppellito dai cuori devastati dagli
uomini», così come egli dev'essere «dissotterrato»
dalla nostra anima dove giace «coperto di pietra e di sabbia» (e questa
annotazione è stata citata da Benedetto XVI nella sua penultima udienza
generale dello scorso febbraio).
Se si imbocca la via della citazione da quei
quaderni, non si riesce più a staccarsene.
È per questo che ci fermiamo qui con
un'ultima evocazione che potrebbe essere un suggello ideale:
«La mia vita è diventata un dialogo
ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande dialogo. A volte quando me ne sto
in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi
rivolti verso il tuo cielo, il mio volto si inonda di lacrime che sgorgano da
un'emozione profonda e da gratitudine.
Anche di sera quando, coricata sul mio letto,
mi raccolgo in te, mio Dio, lacrime di gratitudine mi inondano il volto: e questa è la mia
preghiera».
Tutta la famiglia Hillesum fu deportata ad
Auschwitz nel settembre 1943; i genitori furono eliminati subito nelle camere a
gas, mentre Etty –secondo la Croce Rossa – morì il 30 novembre.
Aveva 29 anni.
Etty Hillesum, un nuovo senso delle cose
Nell'arcobaleno di Etty di Gianfranco Ravasi
(in “Il Sole 24 Ore” del 19 maggio 2013)
A lei vogliamo accostare un'altra figura
femminile mistica di grande fascino: è Teresa di Lisieux, morta a soli 24 anni
nel 1897, canonizzata nel 1925 da Pio XI e dichiarata a sorpresa "Dottore
della Chiesa" da Giovanni Paolo II nel 1997, cent'anni dopo la sua
morte.
A lei, entrata quindicenne nel Carmelo ove
elaborerà quella straordinaria Storia dell'anima dalla redazione travagliata ma
folgorante per il suo messaggio, un teologo che è anche un noto giornalista,
Gianni Gennari, dedica un poderoso testo, capace di raccogliere quel
capolavoro spirituale nei suoi tre manoscritti (A, B,C), ma anche un ritratto
incisivo e accurato della santa. Come, infatti, confessa in un
"postscriptum personale", egli ha incontrato gli scritti e la
personalità di Teresa, uscendo nel 1957 da un lungo stato di coma.
Di là iniziò la ricerca storico-critica e
teologica appassionata attorno a questo «piccolo fiore» che aveva scelto la via
dell'infanzia evangelica (che non è infantilismo) per ascendere fino ai
sentieri d'altura ove si scopre che
«Dio non ha affatto bisogno delle nostre
opere, ma solo del nostro amore».
Questa «piccola via» conquisterà tanti suoi lettori, a partire da
Bernanos che scriveva a un amico:
«Ho perso l'infanzia e non la potrò
riconquistare se non attraverso la santità», per giungere all'ebreo Joseph Roth della
Leggenda del santo bevitore, per non parlare poi dei papi, come Gennari attesta
in un capitolo specifico. Persino un personaggio piuttosto forte e rude come
Pio XI ne rimase coinvolto fino al punto da considerarla «stella del suo
pontificato», pur negandole, perché donna, quel titolo di "Dottore"
che – come si è detto – un suo successore con convinzione le assegnerà.
Concludiamo questo squarcio di luce che
promana da due figure femminili in cui s'intrecciano intuizione e
contemplazione, fede e grazia, con un saggio a suo modo sorprendente.
per questo non vediamo più lontano
per questo non vediamo più lontano
Tutti i pensieri intelligenti sono già stati
pensati; occorre solo tentare di ripensarli. Di solito rispondo con questa
frase di Goethe a tutti quelli che mi chiedono di giustificare il mio ricorso
alle citazioni dei pensieri altrui e, quindi, anche questo “Breviario”.
Sto per altro in buona compagnia, se è vero che sant’Agostino ha intarsiato le sue opere con qualcosa come sessantamila citazioni bibliche. C’è, però, una spiegazione più profonda che dirò con un’ulteriore citazione.
Sto per altro in buona compagnia, se è vero che sant’Agostino ha intarsiato le sue opere con qualcosa come sessantamila citazioni bibliche. C’è, però, una spiegazione più profonda che dirò con un’ulteriore citazione.
Bernardo di Chartres (XII sec.) usava
un’immagine divenuta celebre:
«Siamo nani sulle spalle di giganti».
Non partiamo mai da zero, nella scienza e nella filosofia, nell’arte e nella religione, ma ci fondiamo su idee grandiose che ripensiamo. Idee e intuizioni di giganti sulle cui spalle guardiamo l’orizzonte infinito dell’essere e dell’esistere. Ed è per questo che vediamo più lontano.
- cardinale Gianfranco Ravasi -
«Siamo nani sulle spalle di giganti».
Non partiamo mai da zero, nella scienza e nella filosofia, nell’arte e nella religione, ma ci fondiamo su idee grandiose che ripensiamo. Idee e intuizioni di giganti sulle cui spalle guardiamo l’orizzonte infinito dell’essere e dell’esistere. Ed è per questo che vediamo più lontano.
- cardinale Gianfranco Ravasi -
Buona giornata a tutti. :-)