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lunedì 30 dicembre 2019

Un "check up" per la nostra anima? - Mario Scudu sdb

"È ormai tempo di svegliarvi dal sonno… perciò gettiamo via le opere delle tenebre" (Rm 13,11). 
Così suona l'invito di san Paolo ai cristiani di Roma di duemila anni fa. Solo ad essi? Penso proprio di no. 
È un invito universale e pressante, che vale per tutti. 
Quindi anche per noi, cristiani del Terzo Millennio ormai post moderni e qualche volta già post… cristiani. 
È urgente accoglierlo in quest'anno di grazia 2019, un'anno da vivere meglio di quello passato, più saggiamente consapevoli che "tutto passa", che non tornerà più e che potrebbe essere l'ultimo della nostra vita terrena.
Per la nostra salute fisica facciamo tante visite e numerosi controlli… E per la nostra salute spirituale? 

Penso sia consigliabile o forse urgente fare anche un "check up" alla nostra anima. 
Interroghiamoci: siamo sempre in tensione verso Dio? Lo percepiamo, giorno dopo giorno, come la meta del nostro viaggio o pellegrinaggio terreno? Lo pensiamo come la verità che deve illuminare e nutrire, quotidianamente, i nostri grandi progetti esistenziali? 
È anche un invito a svegliarci dall'incoscienza, piccola o grande, nel fare le nostre scelte; a scuoterci dall'indifferenza verso i grandi valori della vita; a guarire dalla poca fede e dal poco amore che abbiamo. 
Ogni tempo per il cristiano è tempo di amare. 
O meglio tutti abbiamo bisogno di credere di più e di tornare a Dio che è Amore (1Gv 4,8). 
"La fede cristiana è una conversione all'amore. Dio lo si trova nell'amore, da nessun'altra parte. Nell'amore c'è il "soffio dell'eternità"" (J. Werbick). 
Quindi è opportuno un check up al nostro cuore: è ancora di pietra (anche se parzialmente) indurito dal logorio dei giorni e delle difficoltà o è di carne, con saltuari battiti di misericordia e compassione? 
Un controllo anche ai nostri orecchi: forse ascoltiamo tante voci o messaggio banali e banalizzanti, ma non i sussurri di Dio, dolci e delicati come una brezza? 
È urgente anche un check up ai nostri occhi: vediamo solo la superficie dei fatti quotidiani o guardiamo con gli occhi di Dio, andando "al di là delle cose", all'essenziale profondo, che rimane invisibile? 
Ed infine il nostro pensiero: controlliamo se è ancora pericolosamente prigioniero delle realtà penultime e quindi passeggere. Queste, lo sperimentiamo, non possono far "riposare" il nostro cuore inquieto e instabile, essendo fatto per Dio. 
Anche in questo nuovo anno, mai dimenticare, come diceva il grande Agostino, che siamo amati da Dio quindi dobbiamo amare. Teniamo anche presenti le parole di s. Giovanni della Croce: "Alla fine della vita saremo giudicati sull'amore". 
Un bell'impegno per tutto l'anno. Buon Cammino 2019, nell'amore.



- Mario Scudu,  sdb -



Chi non conosce questo amore, non conosce Dio, perché Dio è amore… L'amore vero è questo: non l'amore che abbiamo verso Dio, ma l'amore che Dio ha avuto per noi… 
Miei cari, se Dio chi ha amato così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri! (Gv 4,8).




L'amore è la ragione fondamentale di tutto il creato. 
da: Papa Francesco, Laudato si', 77



Solo per oggi, e domani ancora…
Alzati presto. Fai un sorriso
Lascia andare i sensi di colpa, non guardarti indietro.
Fai un piano, credi in te stesso.
Goditi ciò che sei. 
Accetta la tua umanità.
Chiedi aiuto, e accetta ciò che gli altri hanno da darti.
Ringrazia.
Cambia, senza indugio e con coraggio.
Accetta ciò che non puoi cambiare. 
Sii paziente.
Mantieni le promesse, quelle del tuo cuore.
Non indugiare sul passato.
Vivi con amore ogni momento. 
Costruisci un domani migliore.
Apri il tuo cuore, esplora la tua anima.
Ricorda, i miracoli accadono.
Sorridi.

- Stephen Littleword - 



Buona giornata a tutti. :-)







sabato 16 novembre 2019

Non preoccuparsi di sé - Martin Buber

Quando Rabbi Hajim di Zans ebbe unito in matrimonio suo figlio con la figlia di Rabbi Eleazaro, il giorno dopo le nozze si recò dal padre della sposa e gli disse: “O suocero, eccoci parenti, ormai siamo così intimi che vi posso dire ciò che mi tormenta il cuore. 
Vedete: ho barba e capelli bianchi e non ho ancora fatto penitenza!”. 
“Ah, suocero - gli rispose Rabbi Eleazaro - voi pensate solo a voi stesso. Dimenticatevi di voi e pensate al mondo!”. 

Questo può sembrare contraddire tutto quanto ho detto finora in queste pagine sull’insegnamento del chassidismo. 
Abbiamo imparato che ogni uomo deve ritornare a se stesso, che deve abbracciare il suo cammino particolare, che deve portare a unità il proprio essere, che deve cominciare da se stesso; ed ecco che ora ci viene detto che deve dimenticare se stesso! 
Eppure basta prestare un po’ più di attenzione per rendersi conto che quest’ultimo consiglio non solo si accorda perfettamente con gli altri, ma si integra nell’insieme come un elemento necessario, uno stadio indispensabile, nel posto che gli compete. 
Basta porsi quest’unica domanda: “A che scopo?”; a che scopo ritornare in me stesso, a che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a unità il mio essere? 
Ed ecco la risposta: “Non per me”. 
Perciò anche prima si diceva: cominciare da se stessi. 
Cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé. 
Il racconto ci presenta uno zaddik, un uomo saggio, pio e caritatevole che, giunto alla vecchiaia, confessa di non aver ancora compiuto l’autentico ritorno. 
La risposta che riceve sembra nascere dalla convinzione che egli sopravvaluti eccessivamente la gravità dei propri peccati e che, d’altro canto, sminuisca altrettanto eccessivamente il valore della penitenza fatta fino a quel momento. 
Ma le parole pronunciate vanno oltre e, in modo assolutamente generale, affermano: “Invece di tormentarti incessantemente per le colpe commesse, devi applicare la forza d’animo utilizzata per questa autoaccusa all’azione che sei chiamato a esercitare sul mondo. Non di te stesso, ma del mondo ti devi preoccupare!“. 
Dobbiamo innanzitutto capire bene cosa viene detto qui a proposito del ritorno. Sappiamo che il ritorno si trova al centro della concezione ebraica del cammino dell’uomo: ha il potere di rinnovare l’uomo dall’interno e di trasformare il suo ambito nel mondo di Dio, al punto che l’uomo del ritorno viene innalzato sopra lo zaddik perfetto, il quale non conosce l’abisso del peccato. 
Ma ritorno significa qui qualcosa di molto più grande di pentimento e penitenze; significa che l’uomo che si è smarrito nel caos dell’egoismo - in cui era sempre lui stesso la meta prefissata - trova, attraverso una virata di tutto il suo essere, un cammino verso Dio, cioè il cammino verso l’adempimento del compito particolare al quale Dio ha destinato proprio lui, quest’uomo particolare. 
Il pentimento allora è semplicemente l’impulso che fa scattare questa virata attiva; ma chi insiste a tormentarsi sul pentimento, chi fustiga il proprio spirito continuando a pensare all’insufficienza delle proprie opere di penitenza, costui toglie alla virata il meglio delle sue energie. 

In una predicazione pronunciata all’apertura del Giorno dell’Espiazione, il Rabbi di Gher usò parole audaci e piene di vigore per mettere in guardia contro l’autofustigazione: “Chi parla sempre di un male che ha commesso e vi pensa sempre, non cessa di pensare a quanto di volgare egli ha commesso, e in ciò che si pensa si è interamente, si è dentro con tutta l’anima in ciò che si pensa, e così egli è dentro alla cosa volgare; costui non potrà certo fare ritorno perché il suo spirito si fa rozzo, il cuore s’indurisce e facilmente l’afflizione si impadronisce di lui. 
Cosa vuoi? Per quanto tu rimesti il fango, fango resta. 
Peccatore o non peccatore, cosa ci guadagna il cielo? 
Perderò ancora tempo a rimuginare queste cose? 
Nel tempo che passo a rivangare posso invece infilare perle per la gioia del cielo! 
Perciò sta scritto: ‘Allontanati dal male e fa’ il bene”, volta completamente le spalle al male, non ci ripensare e fa’ il bene. Hai agito male? Contrapponi al male l’azione buona!”. 
Ma l’insegnamento del nostro racconto va oltre: chi si fustiga incessantemente per non aver ancora fatto sufficiente penitenza si preoccupa essenzialmente della salvezza della propria anima e quindi della propria sorte personale nell’eternità. 
Rifiutando questo obbiettivo, il chassidismo non fa altro che trarre una conseguenza dall’insegnamento dell’ebraismo in generale. 
Uno dei principali punti su cui un certo cristianesimo si è distaccato dall’ebraismo consiste proprio nel fatto che quel cristianesimo assegna a ogni uomo come scopo supremo la salvezza della propria anima. 
Agli occhi dell’ebraismo, invece, ogni anima umana è un elemento al servizio della creazione di Dio chiamata a diventare, in virtù dell’azione dell’uomo, il regno di Dio; così a nessun’anima è fissato un fine interno a se stessa, nella propria salvezza individuale. E vero che ciascuno deve conoscersi, purificarsi, giungere alla pienezza; ma non a vantaggio di se stesso, non a beneficio della sua felicità terrena o della sua beatitudine celeste, bensì in vista dell’opera che deve compiere sul mondo di Dio. 
Bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo. 
Il fatto di fissare come scopo la salvezza della propria anima è considerato qui solo come la forma più sublime di egocentrismo. 
Ed è quanto il chassidismo rifiuta in modo assolutamente categorico, soprattutto quando si tratta di un uomo che ha trovato e sviluppato il proprio sé. 

Insegnava Rabbi Bunam: “Sta scritto: ‘E Kore prese . Ma cosa prese? Se stesso voleva prendere; perciò nulla di ciò che faceva poteva essere buono”. Per questo contrappose al Kore eterno il Mosè eterno, l’ ”umile”, l’uomo che, in quello che fa, non pensa a se stesso: “In ogni generazione ritornano l’anima di Mosè e l’anima di Kore. E se una volta l’anima di Kore si sottometterà di buon grado all’anima di Mosè, Kore sarà redento”. Così Rabbi Bunam vede in un certo senso la storia del genere umano in cammino verso la liberazione come un evento che si svolge tra questi due tipi di uomini: l’orgoglioso che, magari sotto l’apparenza più nobile, pensa a se stesso, e l’umile che in ogni cosa pensa al mondo. 
Solo quando cede all’umiltà l’orgoglio è redento, e solo quando questo è redento, il mondo a sua volta può essere redento. 
Dopo la morte di Rabbi Bunam, uno dei suoi discepoli - il Rabbi di Gher, appunto, dalla cui predica per il Giorno dell’Espiazione ho citato alcuni brani - afferma: “Rabbi Bunam aveva le chiavi di tutti i firmamenti. E perché stupirsene? All’uomo che non pensa a se stesso si consegnano tutte le chiavi”. E il più grande discepolo di Rabbi Bunam, colui che, tra tutti gli zaddik, fu il personaggio tragico per eccellenza, Rabbi Mendel di Kozk, disse una volta alla comunità riunita: “Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a se stessi”. 

Il che significa: 
- primo, che ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri; 
- secondo, che ciascuno deve rispettare il mistero dell’anima del suo simile e astenersi dal penetrarvi con un’indiscrezione impudente e dall’utilizzarlo per i propri fini; 
- terzo, che ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso per fine. 

- Martin Buber -
da: "Il cammino dell'uomo", Edizioni Qiqajon







lunedì 21 ottobre 2019

In Pace e Il Segreto è dentro di te - Amado Nervo

Molto vicino al mio tramonto, io ti benedico, Vita,
perchè mai mi desti una falsa speranza
né un lavoro ingiusto, né una pena immeritata;
perchè vedo al termine del mio arduo cammino
che fui io l'artefice del mio destino;
Perchè se estrassi miele o fiele dalle cose,
fu perchè in esse misi fiele e miele gustosi:
quando piantai roseti, raccolsi sempre rose.
Certo, alla mia freschezza segue sempre l'inverno:
ma tu non mi hai mai detto che maggio è eterno!
Ebbi lunghe notti penose;
ma tu non mi promettesti solo notti buone;
ed invece ne ricevetti alcune santamente serene...
Amai, fui amato, il sole accarezzò il mio viso.
Vita, non mi devi nulla! Vita siamo in pace!

- Amado Nervo -



Il segreto è dentro di te

Cerca dentro di te la soluzione di tutti i problemi,
compresi quelli che credi i più esteriori e materiali.
Dentro di te c’è sempre il segreto: dentro di te ci sono tutti i segreti.
Anche per aprirti un cammino nella selva vergine, 
anche per innalzare un muro,
anche per tendere un ponte, devi cercare prima in te, il segreto.
Dentro di te sono già stati tesi tutti i ponti,
Sono state tagliate dentro di te le fronde e le liane che serrano il cammino.
Tutte le architetture sono già state innalzate dentro di te.
Chiedi all’artefice nascosto: lui ti darà le sue formule.
Prima di andare a cercare l’ascia più affilata, il piccone più duro,
la pala più resistente, entra in te stesso e chiedi…
E saprai l’essenziale di tutti i problemi,
ti insegnerà le formule migliori,
ti darà la più solida di tutta la ferramenta.
E verificherai costantemente,
che dentro di te porti la luce misteriosa di tutti i segreti.

- Amado Nervo - 


Buona giornata a tutti. :-)


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sabato 12 ottobre 2019

Come Adamo, sfuggiamo alla responsabilità della propria vita - Martin Buber

Rabbi Shneur Zalman, il Rav della Russia, era stato calunniato presso le autorità da uno dei capi dei mitnagghedim, che condannavano la sua dottrina e la sua condotta, ed era stato incarcerato a Pietroburgo. 
Un giorno, mentre attendeva di comparire davanti al tribunale, il comandante delle guardie entrò nella sua cella. 
Di fronte al volto fiero e immobile del Rav che, assorto, non lo aveva notato subito, quest'uomo si fece pensieroso e intuì la qualità umana del prigioniero. Si mise a conversare con lui e non esitò ad affrontare le questioni più varie che si era sempre posto leggendo la Scrittura. 
Alla fine chiese: "Come bisogna interpretare che Dio Onnisciente dica ad Adamo: «Dove sei?». "Credete voi - rispose il Rav - che la Scrittura è eterna e che abbraccia tutti i tempi, tutte le generazioni e tutti gli individui?". "Sì, lo credo", disse. "Ebbene - riprese lo zaddik - in ogni tempo Dio interpella ogni uomo: ‘Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?’
Dio dice per esempio: ‘Ecco, sono già quarantasei anni che sei in vita. Dove ti trovi?’".
All'udire il numero esatto dei suoi anni, il comandante si controllò a stento, posò la mano sulla spalla del Rav ed esclamò: "Bravo!"; ma il cuore gli tremava.

Qual è il senso di questa storia?
A prima vista ci ricorda quei racconti talmudici in cui un romano o un altro pagano consulta un saggio ebreo a proposito di un passo della Bibbia per mettere in luce una pretesa contraddizione nell'insegnamento di Israele, e riceve una risposta che dimostra l'assenza di contraddizione o che confuta la critica in altro modo, con l'aggiunta a volte di un ammonimento a carattere personale.
Ma non tardiamo a notare una differenza significativa tra i racconti del Talmud e questo chassidico, anche se questa differenza appare all'inizio più importante di quanto sia in realtà. La risposta infatti viene data su un piano diverso da quello in cui è stata formulata la domanda.
Il comandante cerca di smascherare una pretesa contraddizione nelle credenze ebraiche: nel Dio in cui credono, gli ebrei vedono l'Essere onnisciente, ma la Bibbia gli attribuisce domande analoghe a quelle che farebbe chiunque ignori una cosa e voglia apprenderla. Dio cerca Adamo che si è nascosto, fa risuonare la sua voce nel giardino e chiede dov'è; ciò significa che non lo sa, che è possibile nascondersi da lui: dunque Dio non è l'onnisciente.

Ma, invece di spiegare il passo biblico e risolvere l'apparente contraddizione, il Rabbi se ne serve solo come punto di partenza, utilizzandone il contenuto per rivolgere al comandante un rimprovero per la vita da lui condotta fino a quel momento, per la sua mancanza di serietà, la sua superficialità e l'assenza di senso di responsabilità nella sua anima. 
La domanda oggettiva - che, in fondo, per quanto qui sia posta senza secondi fini, non è però una domanda autentica bensì una semplice forma di controversia - riceve una risposta personale; anzi, invece di una risposta, ne risulta un ammonimento a carattere personale. 
Di queste repliche talmudiche non è rimasto apparentemente altro che l'ammonimento che a volte le accompagnava.
Ciò nonostante, esaminiamo il racconto più da vicino. Il comandante chiede chiarimenti sul brano del racconto biblico che riguarda il peccato di Adamo. La risposta del Rabbi mira a questo, a dirgli: "Adamo sei tu. E a te che Dio si rivolge chiedendoti: ‘Dove sei?’". Apparentemente non gli ha fornito nessun chiarimento sul significato del brano biblico in quanto tale. 
Ma in realtà la risposta illumina sia la situazione di Adamo nel momento in cui Dio lo interpella, sia la situazione di ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo. Infatti, non appena si renderà conto che la domanda biblica è indirizzata a lui personalmente, il comandante prenderà necessariamente coscienza della portata dell'interrogativo posto da Dio: "Dove sei?", sia esso rivolto ad Adamo o a chiunque altro. 
Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell'uomo una reazione suscitabile per l'appunto solo attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l'uomo e che l'uomo da essa si lasci colpire al cuore.
Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. 
Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l'esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. 
Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento "davanti al volto di Dio", l'uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. 
Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento in nascondimento, diventa sempre più problematica. 
È una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l'uomo non può sfuggire all'occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso. Anche dentro di sé conserva certo qualcosa che lo cerca, ma a questo qualcosa rende sempre più, difficile il trovarlo. 
Ed è proprio in questa situazione che lo coglie la domanda di Dio: vuole turbare l'uomo, distruggere il suo congegno di nascondimento, fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata, far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori.
A questo punto tutto dipende dal fatto che l'uomo si ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all'orecchio, a chiunque "il cuore tremerà", proprio come al comandante del racconto. Ma il congegno gli permette ugualmente di restare padrone anche di questa emozione del cuore. La voce infatti non giunge durante una tempesta che mette in pericolo la vita dell'uomo; è "la voce di un silenzio simile a un soffio", ed è facile soffocarla. Finché questo avviene, la vita dell'uomo non può diventare cammino. 
Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino finché egli non affronta la voce. 
Adamo affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: "Mi sono nascosto". 
Qui inizia il cammino dell'uomo.
Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell'uomo l'inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano. Ma è decisivo, appunto, solo se conduce al cammino: esiste infatti anche un ritorno a se stessi sterile, che porta solo al tormento, alla disperazione e a ulteriori trappole. 
Quando il Rabbi di Gher arrivò, nell’interpretazione della Scrittura, alle parole rivolte da Giacobbe al suo servo – "Quando ti incontrerà Esaù, mio fratello, e ti domanderà: ‘Tu, di chi sei? Dove vai? Di chi è il gregge che ti precede?’" - disse ai suoi discepoli: "Osservate come le domande di Esaù assomiglino a questa massima dei nostri saggi: ‘Considera tre cose: sappi da dove vieni, dove vai e davanti a chi dovrai un giorno rendere conto’. 
Prestate molta attenzione, perché chi considera queste tre cose deve sottoporre se stesso a un serio esame: che in lui non sia Esaù a porre le domande. Anche Esaù infatti può porre domande su queste tre cose, sprofondando l'uomo nell'afflizione".
Esiste una domanda demoniaca, una falsa domanda che scimmiotta la domanda di Dio, la domanda della verità. 
La si riconosce dal fatto che non si ferma al "Dove sei?" ma prosegue: "Nessun cammino può farti uscire dal vicolo cieco in cui ti sei smarrito". 
Esiste un ritorno perverso a se stessi che, invece di provocare l'uomo al ravvedimento e metterlo sul cammino, gli prospetta insperabile il ritorno e così lo inchioda in una realtà in cui ravvedersi appare assolutamente impossibile e in cui l'uomo riesce a continuare a vivere solo in virtù dell'orgoglio demoniaco, dell'orgoglio della perversione.

- Martin Buber - 
da: Il cammino dell'uomo, Qiqajon, 1990, pagg.21-23


Mosaico bizantino V-VI sec., Nord Siria, Museo di Cleveland


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sabato 5 ottobre 2019

Perchè il morire ci deve fare così paura? - Tiziano Terzani

“C’è un concetto che l’India ti dà: che è nata, è morta, è nata e morta tanta gente; e che quest' esperienza del nascere, vivere e morire è quella più comune agli uomini.
Perché il morire ci deve far così paura? 
È la cosa che hanno fatto tutti! 
Miliardi e miliardi e miliardi di uomini, gli assiro­babilonesi, gli ottentotti, tutti ci sono passati. E quando tocca a noi, ah! siamo persi.
Ma come?! L’hanno fatto tutti.
Se ci pensi bene, questa è una bella riflessione che molti han­no fatto ovviamente: la terra sulla quale viviamo in verità è un grande cimitero!
Un grande, immenso cimitero pieno di tutto quello che è stato. 
Se scavassimo, troveremmo dovunque ossa ormai ridotte in polvere, resti di vita. 
Ti immagini i miliardi di miliardi di miliardi di esseri che sono morti su questa terra? So­no tutti lì!  
Noi camminiamo continuamente su un enorme ci­mitero  strano, perché i cimiteri come noi li concepiamo so­no luoghi di dolore, di sofferenza, di pianto, circondati da ci­pressi neri. Mentre in verità il grande cimitero della terra è bellissimo, perché è la natura. 
Ci crescono sopra i fiori, ci corrono sopra le formiche, gli elefanti.
Ride.
Se la vedi così e torni a far parte di tutto questo, forse quel che resta di te è quella vita indivisibile, quella forza, quella in­telligenza a cui puoi mettere una barba e chiamarla Dio, ma che è qualcosa che la nostra mente non riesce a capire e che for­se è la grande mente che tiene tutto assieme.”

- Tiziano Terzani -
Fonte: “La fine è il mio inizio”  di  Tiziano  Terzani-Longanesi





Oggigiorno tutti vogliono essere sani, snelli e belli. 
Il fatto che la salute non si faccia ancora sentire in senso negativo non vuol dire niente.
L'organismo cresce e si sviluppa fino a vent'anni poi comincia il processo inverso. 
Esiste una legge poco piacevole che dice: se non c'è sviluppo, comincia il degrado. 

Se prima la salute ci veniva semplicemente data, dopo i 40 e per qualcuno anche prima, per averla bisogna lottare con consapevolezza.



E' importante per l'uomo aver attorno a sè un po' di natura, osservarla, impararne la logica e goderne..

Come può un bambino crescere mentalmente sano nel mezzo di una città, senza sentire, accanto al ritmo della propria vita, quello della vita degli animali e delle piante?
Mai come nel nostro tempo l'uomo si è così allontanato dalla natura, e questo è forse stato il più grande dei nostri errori !!

- Tiziano Terzani -




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sabato 28 settembre 2019

In che modo ami? - Simona Oberhammer

L'amore delle donne può manifestarsi in tanti modi. Eccone alcuni.

C'è la donna che ama annientando se stessa:
«Per lui farei tutto».
«La mia vita senza di lui non ha senso».
«Da quando mi ha lasciata mi sento morta».

C'è la donna che ama per tamponare le proprie insicurezze:
«Se a lui piaccio, allora piaccio».
«Mi sento sicura solo vicino a lui».
«Da quando mi ha lasciata mi sento persa».

C'è la donna che investe tutto sull'amore:
«Se lui mi ama, la mia vita ha un senso».
«Lui è l'uomo della mia vita, mi basta stare con lui e ho tutto».
«Solo con lui posso essere felice».

C'è la donna che è alla ricerca dell'amore dei suoi sogni:
«Lo vorrei bello, intelligente, avventuroso, disponibile, romantico…».
«Aspetto il mio principe azzurro… ».
«Lui deve essere proprio come da sempre lo sogno ».

C'è la donna che non ha più fiducia nell'amore:
«Basta, con gli uomini ho chiuso».
«Non mi impegno più in modo serio».
«Solo avventure brevi, niente di impegnativo».

C'è la donna che ama per paura di restare sola:
«Non so cosa ci sto a fare con lui, ma non ho il coraggio di lasciarlo».
«Lo sopporto, ma vorrei un'altro uomo».
«Vorrei chiudere questa relazione ma ho paura di pentirmi».

C'è la donna che si è ritirata dall'amore:
«L'amore non fa per me».
«Mi sento fredda e insensibile».
«Con l'amore ho chiuso».

C'è la donna che ha fatto dell'amore un'abitudine:
«Non so se lo amo ancora… ma siamo insieme da tanto…».
«Lui è li…è mio marito…».
«E' il mio ragazzo da anni…è ovvio che ci sposiamo».

C'è la donna che è stata tradita dall'amore:
«Tra noi c'era una perfetta sintonia e all'improvviso scopro che mi tradisce...».
«So che mi tradisce ma non riesco a lasciarlo».
«Dopo questo tradimento sono distrutta...».

C'è la donna che ama soffocando gli altri:
«Con tutto quello che ho fatto per te, questo è il tuo riconoscimento?».
«Dove sei? Cosa fai? Stai bene? Sono in ansia se non me lo dici!»
«Finché non mi telefoni non mi sento tranquilla».

C'è la donna che usa l'amore per rafforzare la sua autostima:
«Lui non mi piace ma voglio vedere se gli piaccio».
«No, non lo amo ma mi fa piacere essere desiderata».

C'è la donna che ama di un amore impaurito:
«E se lui mi lascia?».
«Quando non sto con lui, non mi sento tranquilla».
«Cosa farà adesso? Dove sarà? E se mi tradisce?».

E poi c'è la donna che ama perchè ha imparato a far sgorgare l'amore dalla sua anima. 

Ama prima di tutto se stessa e la propria interiorità. 
E' da questo fulcro che nasce l'amore privo di dipendenze, di aspettative, di insicurezze. 
Questa donna crede nell'amore ma non è disposta a tradire se stessa in nome dell'altro. Arricchisce l'amore delle sue passioni, della sua creatività, facendolo fluire nella vita come una risorsa che la completa…e la unisce profondamente alla sua anima…


Simona Oberhammer - La Via Femminile



dipinto di Paul David Bond


Io ero una di quelle convinte di non essere mai abbastanza per nessuno, sempre la seconda scelta, sempre la riserva. Poi, un giorno, una persona mi ha detto: 
"Dici che credi di non essere mai abbastanza per nessuno. Ma ti sei mai chiesta se queste persone sono abbastanza per te?"

- Beatrice Zacco -
  





Voglio arrivare, quanto posso, lontano,
Attingere la gioia che ho nell’anima,
E cambiare i limiti che conosco,
E sentirmi crescere la mente e lo spirito;
Voglio vivere, esistere, "essere",
E udire le verità che sono dentro di me.

- Dorie Warshay -
dal libro "Le vostre zone erronee"




Quando donne ottimiste, sagge e piene di coraggio si uniranno fra loro, la società cambierà profondamente. 
Quando un gruppo unito di donne senza paura emergerà, i tempi cambieranno drasticamente. 
Quando le donne, con la grande sensibilità e la profonda compassione di chi ha il compito di proteggere e allevare gli esseri viventi, entrano in azione, la società umana si trasforma radicalmente.






Buona giornata a tutti. :-)






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