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giovedì 9 maggio 2019

Ho sentito il battito del tuo cuore - Teresa di Calcutta

"Ti ho trovato in tanti posti, Signore. 
Ho sentito il battito del tuo cuore nella quiete perfetta dei campi, nel tabernacolo oscuro di una cattedrale vuota, nell'unità di cuore e di mente di un'assemblea di persone che ti amano. 
Ti ho trovato nella gioia, dove ti cerco e spesso ti trovo. 
Ma sempre ti trovo nella sofferenza. 
La sofferenza è come il rintocco della campana che chiama la sposa di Dio alla preghiera. 
Signore, ti ho trovato nella terribile grandezza della sofferenza degli altri. 
Ti ho visto nella sublime accettazione e nell'inspiegabile gioia di coloro la cui vita è tormentata dal dolore. 
Ma non sono riuscito a trovarti nei miei piccoli mali e nei miei banali dispiaceri. 
Nella mia fatica ho lasciato passare inutilmente il dramma della tua passione redentrice, e la vitalità gioiosa della tua Pasqua è soffocata dal grigiore della mia autocommiserazione. 
Signore io credo. Ma tu aiuta la mia fede. "

- Madre Teresa di Calcutta -


“Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità. 
Sarò continuamente assente dal Paradiso per accendere la luce a coloro che, sulla terra, vivono nell’oscurità.”
Il mio segreto è infinitamente semplice. 
Prego. 
Attraverso la preghiera, divento una cosa sola nell'amore con Cristo. 
Pregarlo, è amarLo...
Il miracolo più grande è che Dio si serve di piccole cose come noi per fare il suo lavoro....
Lasciate a Dio di usarvi... senza consultarvi.
...e ricordate che le persone più importanti sono i sacerdoti, per questo vi supplico pregate per loro.

- Madre Teresa di Calcutta -




Buona giornata a tutti. :-)



giovedì 2 maggio 2019

La carretta dei moribondi - Teresa di Calcutta

Appena arrivò l'alba, madre Teresa tornò a uscire per le strade di Calcutta, con due suore. 
La più giovane tirava il carretto. Le strade della «città nera» hanno i marciapiedi abitati. Uomini e donne di ogni età, quando la fame o la febbre li abbatte, si distendono sul marciapiede. 
Attendono la morte. I passanti non se ne preoccupano. È una cosa nor­male, di sempre.
I bambini piccolissimi si affannano attorno alla madre morta, gemono per un po' di tempo. Poi si fanno quieti e tranquilli anche loro. 
La morte passa per tutti. 
Le suore di madre Teresa caricano sul carretto i moribondi e li portano alla loro casa «Nirmal Hriday», che in sanscrito significa: «Cuore Immacolato».
Li adagiano su pagliericci puliti, lavano le piaghe, liberano i corpi dagli insetti, li co­prono con un lenzuolo pulito.

Madre Teresa passa per le lunghe file dei pagliericci accarezzando mani, dicendo parole di speranza. 
È una donna piccola e minuta, ha un volto fuori del tempo, vecchio e insieme luminoso, bello come è bella una roccia corrugata dal vento e dalla pioggia.




Il  povero e il Papa


Il 5 dicembre 1964, Paolo VI terminava il suo viaggio in India, e all'aeroporto di Bombay salutava la folla. Anche madre Teresa era venuta da Calcutta per ricevere la bene­dizione del Papa.
Aveva preso abitazione nel «centro assi­stenziale» che le sue suore tengono aperto in uno dei punti più squallidi della periferia.
Il giorno prima, recandosi al grande Oval dove il Papa concludeva il Congresso Eucaristico Internazionale, era stata attirata da un forte gracchiare di corvi oltre una fila di barac­che. 
Aveva trovato un vecchio morente, appoggiato a un albero. Braccia sottili come canne di bambù, volto raggrinzito e immobile. Con l'aiuto di un ragazzo l'aveva portato al cen­tro assistenziale.
Ora, mentre Paolo VI salutava la folla, il vecchio stava morendo, e Teresa era accanto a lui. 
Scrive Curtis Pepper: «Lo chiamava per nome, Onil, e gli sussurrava in bengali parole di conforto. Nessun ospedale aveva voluto ricoverarlo. 
Nessuno, in quella città di cinque milioni di abitanti, dove sono censiti ufficialmente tremila quartieri poveri, aveva il tempo di stringergli la mano mentre stava per spirare. "Co­me ti senti. Onil?” chiese madre Teresa. 
Per il vecchio non c'era più speranza: la denutrizione lo aveva ormai sospinto al di là del punto dal quale si può ancora tornare indietro. Niente, né il cibo, né la scienza, poteva più salvarlo. 
Clinica­mente Onil era già morto, anche se riusciva a parlare ancora: "Sono vissuto come un animale ed ora muoio come un es­sere umano... Subito dopo spirò tra le braccia della suora che pregava su di lui in bengali».
Madre Teresa non sapeva che in quello stesso momento il Papa parlava di lei all'aeroporto di Bombay. Diceva alla folla: «Prima di lasciare l'India, desideriamo offrire la no­stra automobile a madre Teresa, superiora delle Missionarie della Carità, perché se ne serva nella sua universale missione d'amore».


 Fonte: “Madre Teresa di Calcutta”, Teresio Bosco,pagg. 3, 4 e 5 - Ed. Elledici 1991




La Carità comincia oggi

Qualcuno sta soffrendo oggi, è per strada oggi, ha fame... oggi. 
Il nostro lavoro è per oggi...una donna venne da me con suo figlio e disse: “Madre, sono andata in due o tre posti ad elemosinare un po di cibo perché non mangiamo da tre giorni...”, andai a prendere qualcosa da mangiare e quando tornai il bambino che aveva in braccio era morto di fame. 
Non saranno con noi domani se non li sfamiamo oggi. 
Perciò preoccupatevi di ciò che potete fare oggi. 

- Madre Teresa di Calcutta - 


Buona giornata a tutti. :-)






giovedì 24 gennaio 2019

Il miracolo della beatificazione - San Francesco de Salles, memoria liturgica 24 gennaio

Nell’anno 1623 mio fratello ed io abitavamo presso il signor Claudio Puthod, parroco di Les Ollières nel cantone di Ginevra, nella diocesi di Ginevra. 
I nostri genitori ci avevano mandati là in pensione perché imparassimo il latino sotto la direzione del signor Claudio Crozet, il vicario del signor Puthod. 
Nell’ultimo giorno del mese di aprile, nell’anno 1623, mio fratello era stato duramente punito dal signor Claudio Crozet perché non aveva imparato bene le sue lezioni; perciò mio fratello ed io prendemmo la decisione di tornare dai nostri genitori. 
In quello stesso giorno, senza far partecipe alcuno del nostro proposito, partimmo di primo mattino e giungemmo al fiume Pier, che dista tre miglia scarse da Les Ollières. 
Trovammo il fiume straordinariamente gonfiato dalla neve che era caduta in abbondanza alcuni giorni prima. E poiché dovevamo attraversarlo camminando su tre assi che non erano in alcun modo fissate le une alle altre, esitammo a salirvi, temendo per la nostra vita; ma la paura di ricadere nelle mani del signor Crozet ci fece superare questo timore. Tuttavia, prima di osare l’attraversamento, ci sentimmo spinti a raccomandarci all’intercessione del venerabile servo di Dio Francesco di Sales e dopo esserci inginocchiati facemmo voto che, se fossimo riusciti a superare il fiume sotto la sua protezione, saremmo andati a visitare la sua tomba ed avremmo ascoltato la messa nella chiesa della Visitazione in cui riposa il suo corpo. 
Dopo questo voto mio fratello, che era il più grande, volle salire per primo sul ponte e mi disse che non dovevo in alcun caso osare di salirvi finché lui non fosse giunto sull’altra sponda: temeva che per l’oscillare delle assi malferme uno di noi, o persino entrambi, potesse cadere nel fiume. 
Dunque io restai sulla sponda, mentre lui arrivò fin quasi alla metà del fiume, dove gli vennero le vertigini, mise un piede in fallo e cadde con la faccia sulle assi, gridando forte: «Beato Francesco di Sales, salvami!». 
Lo udii molto chiaramente. Feci in fretta due o tre passi sulle assi per cercare di portargli aiuto quanto potevano permettermelo la mia età e le mie forze; ma invano! Infatti nello stesso momento mio fratello cadde nel fiume. 
Fui così sconvolto dalla sua caduta che caddi io stesso sulle assi e corsi anch’io il pericolo di perdere la vita; ma essendo abbastanza vicino alla sponda, riuscii, dopo aver invocato più volte il servo di Dio gridando: «Beato Francesco di Sales, salvami», a trascinarmi sulla pancia fino alla sponda da cui ero partito, e quando mi fui alzato osservai il corso del fiume per vedere se scorgessi mio fratello; corsi persino lungo la riva per circa duecento passi, piangendo e gridando: «Mio fratello, mio fratello!» Ma non potei vedere altro che il mio cappello che galleggiava sull’acqua, ed era già molto lontano da me. Vedendo che piangere non serviva a nulla, tornai a Les Ollières per annunciare al signor Puthod la nostra disgrazia. 
Mentre dunque attraversavo il villaggio di Ornay, alcune persone che mi videro piangere mi chiesero il motivo delle mie lacrime; quando glielo ebbi raccontato corsero verso la riva del fiume, mentre io andavo a Les Ollières. Non avendo trovato né il signor Puthod né il signor Crozet, dovetti proseguire fino al villaggio vicino per trovare aiuto. Dopodiché tornai al fiume. 
Vi trovai più di trenta persone, e molte mi dissero che stavano cercando mio fratello già da più di tre ore senza poterlo trovare. Qualche tempo dopo vidi venire un certo Alessandro Raphin, accompagnato da suo figlio e da altra gente del villaggio di Ornay: mi fu detto che egli era il miglior nuotatore subacqueo di tutta la zona, che soleva immergersi per recuperare dal fiume i corpi degli annegati e che ne aveva già portati a terra parecchi.
Piangendo calde lacrime lo pregai di cercare il mio povero fratello e gli promisi che il signor parroco di Les Ollières, presso cui ero in pensione, lo avrebbe riccamente ricompensato. Anche molti dei presenti gli rivolsero la stessa preghiera.
Lui promise di farlo e mi chiese in che punto mio fratello era caduto in acqua; dopo aver ben osservato questo punto ed averne misurato la profondità, si svestì e si tuffò nell’acqua, in cui rimase per un buon quarto d’ora, continuando a venire alla superficie per respirare. 
Non avendo trovato nulla, uscì dall’acqua dicendo che non avrebbe potuto rimanervi più a lungo. Dopo essersi rivestito ed aver bevuto un po’ di vino, il signor Raphin voleva andarsene; ma io piansi così tanto, e gli astanti lo supplicarono così insistentemente, che egli promise di immergersi di nuovo e di non andarsene prima di aver ritrovato la salma di mio fratello. 
Così si tuffò nuovamente, dopo essersi riposato a lungo, nello stesso punto e cercò in tutte le direzioni; poi scese per un buon tratto lungo il fiume, senza risultati, e costretto ad uscire dall’acqua e ad indossare di nuovo i suoi abiti, disse un’altra volta che l’acqua era troppo fredda perché potesse cercare ancora. Allora tutti quelli che erano venuti camminarono lungo il fiume insieme al signor Raphin e guardarono se il corpo non fosse rimasto impigliato da qualche parte. 
Infine, dopo circa un’ora di ricerca, girando intorno a un’ansa del fiume vi trovarono una buca insolitamente profonda; ed il signor Raphin e gli altri pensarono che forse il corpo giaceva impigliato in quella buca. 
Perciò egli si svestì di nuovo e, dopo esser stato immerso molto a lungo, tornò in superficie e gridò: «L’ho trovato!» Poi uscì dall’acqua e disse che non ce la faceva più, che doveva prima riprendersi e poi si sarebbe immerso di nuovo e l’avrebbe recuperato; e difatti lo portò su, tenendolo per un braccio, con grande sforzo. 
Il figlio del nominato Raphin si gettò in acqua per aiutare suo padre e spinse il corpo davanti a sé, quando fu fuori dall’acqua lo distesero per terra. Lo vidi tanto gonfio e brutto da non poterlo più riconoscere. 
Tutti i presenti, vedendolo immobile, tutto contuso e livido, dissero che era morto: allora il signor Raphin se lo caricò sulle spalle, lo portò nel villaggio di Ornay e lo depose per terra in un fienile. E il signor parroco di Ville, giunto nel villaggio, lo palpò a lungo, non sentì alcun movimento e disse forte: «E morto, di questo non si può dubitare.
Tuttavia, poiché abita presso il signor parroco di Les Ollières, non possiamo seppellirlo prima che questi sia stato messo al corrente dell’accaduto ed abbia dato disposizioni per la sepoltura». Per questo motivo si aspettò fino al giorno dopo; nel frattempo il signor parroco fece già scavare la tomba nel cimitero della chiesa, in un luogo da lui indicato. 
Mi chiese se era molto tempo che mio fratello Girolamo s’era confessato; gli risposi che l’avevo visto confessarsi dal signor parroco di Les Ollières nell’ultimo sabato santo. Intanto era arrivato quello stesso parroco, e quando vide quella povera salma s’inginocchiò e pregò molto a lungo; quando poi si rialzò venne da me e disse: «Se tu e tuo fratello foste stati ubbidienti, tu ed io soffriremmo di meno». 
Mi disse che dovevo andare con lui dal signor parroco di Ville, e pregò questo signor parroco di concedergli il conforto di poter tenere la cerimonia funebre, la mattina dopo. Questi fu d’accordo e ci invitò a cena.
Durante il pasto si fecero raccontare da me tutti i particolari della disgrazia. Io riferii in particolar modo il voto che mio fratello ed io avevamo fatto al servo di Dio ed il signor Puthod assicurò che, mentre pregava presso la salma, si era sentito spinto a supplicare Dio perché, per i meriti del suo servo Francesco di Sales, restituisse la vita a questo giovane che si era affidato alla sua protezione; aveva anche fatto voto, se la divina bontà avesse esaudito la sua preghiera, di celebrare per nove giorni consecutivi la Santa Messa nella chiesa in cui riposa il servo di Dio. 
Verso la fine della cena giunse da Annecy un certo Stefano Gonet e voleva chiedere al signor parroco di Ville se c’era da portare qualcosa ad Annecy. 
Il signor Puthod, il parroco di Les Ollières, conosceva il signor Gonet e gli raccontò della tribolazione in cui si trovava e del voto che mio fratello ed io, e più tardi anche lui, avevamo fatto al servo di Dio; poi lo pregò che al suo ritorno da Annecy, ancor prima di entrare in casa, fosse così gentile da presentare il detto voto alla tomba del servo di Dio. 
Il signor Gonet promise di farlo ed aggiunse persino che avrebbe fatto dire una messa con questa intenzione.
Dopo cena i due parroci andarono nel fienile in cui giaceva la salma, fecero portare dell’acqua benedetta e celebrarono la veglia funebre; io andai con loro e volevo rimanere e vegliare tutta la notte il mio povero fratello, ma il signor Puthod non volle permettermelo e mi riportò nella casa del parroco di Ville, dove dormii e mi alzai molto tardi a causa della mia grande stanchezza. Appena mi fui alzato tornai con il signor Puthod nel fienile e trovai la salma di mio fratello ancora più sformata e brutta della sera prima. 
Il signor Puthod pregò molto a lungo e poi se ne andò.
Un’ora dopo tornò insieme al signor parroco di Ville; avevano indossato rocchetto e stola e venivano con la croce e con l’acqua benedetta per portare mio fratello al cimitero. Ma nell’attimo in cui si volle deporlo in una bara (secondo l’abitudine di quella zona, in cui le salme degli annegati si mettono nella bara solo al momento di portarle fuori per la sepoltura), mio fratello alzò un braccio. 
Lo sentii lamentarsi e pronunciare queste parole: «O beato Francesco di Sales!». 
Tutti i presenti furono così sconvolti da queste parole che alcuni fuggirono, altri caddero privi di sensi ed i più coraggiosi gridarono: «Un miracolo, un miracolo!». 
I due signori parroci presero per mano mio fratello e lo sollevarono: ora egli non era più brutto e sformato come un attimo prima, ma aveva il suo solito viso. Quando il signor Puthod gli chiese se lo riconosceva, lui rispose con queste parole: «Io conosco il beato Francesco di Sales, egli mi è apparso e mi ha dato la sua benedizione». 
Si fece portare del vino e Girolamo si lavò via la sabbia dalla bocca, dagli occhi, dalle orecchie, dal naso. Gli fu data una camicia, e si potè constatare che era contuso in più punti. 
Fu rivestito con abiti presi a prestito, perché i suoi erano completamente bagnati e pieni di sporcizia. Poi egli raccontò che nell’attimo in cui era stato ridestato gli era apparso il servo di Dio in abito vescovile, così com’è dipinto nelle nostre immagini, e gli aveva dato la sua benedizione; il beato aveva il viso raggiante e l’aveva guardato con dolcezza e benevolenza. 
Dopo di ciò tornammo a Les Ollières insieme al signor Puthod; al nostro arrivo accorsero tutti in chiesa, dove il signor Puthod intonò il Te Deum. Dalla sera di quel giorno mio fratello mangiò e bevve come al solito; è vero che durante la notte si lamentò di violenti dolori alle cosce, alle braccia ed ai piedi, ed il signor Puthod ed io vedemmo le ferite sulle sue membra. 
I dolori durarono fino al giorno in cui il signor Puthod ci portò ad Annecy per adempiere ai nostri voti presso la tomba del servo di Dio (4 maggio): quando fummo giunti nella chiesa della Visitazione il signor Puthod fece coricare mio fratello sulla tomba del servo di Dio. 
Dopo esservi rimasto per circa sette minuti egli si alzò con insolito slancio, dicendo che i violenti dolori di cui aveva sofferto erano spariti d’un colpo.
Il signor Puthod gli fece tirar su una gamba dei calzoni e trovammo che tutte le sue ferite erano guarite. Quando fummo tornati nella locanda ed il signor Puthod lo fece spogliare, constatammo che su di lui non era rimasta traccia di tutte le sue ecchimosi: il suo corpo era sano e intatto come prima della caduta. Rimanemmo in quella città per tutti i nove giorni e vi ascoltammo le nove messe che il signor Puthod celebrò nella chiesa; dopo questa novena tornammo molto consolati a Les Ollières. 
Il ricordo del miracolo è rimasto così profondamente impresso nel mio spirito che non trascorre giorno senza che ringrazi Dio per questa grazia e mi raccomandi all’intercessione del suo servo».

Deposizione del rev. canonico Claudio Puthod durante la sua comparizione ad Annecy, nell’anno del miracolo della resurrezione di Les Ollières:
«Il 29 aprile tornai da questa città di Annecy nella mia casa parrocchiale di Les Ollières...Girolamo e Francesco Genin, i due giovani studenti, erano fra i tredici ed i quattordici anni di età ed erano nati nella parrocchia di Sainte-Hélène- du-Lac, nella diocesi della Moriana. I loro genitori li avevano mandati in pensione presso di me perché imparassero la lingua latina sotto la direzione del signor Crozet....
Il mattino dopo, il 30 aprile, poco prima dell’inizio del giorno partii per recarmi a Thorens, che dista circa un miglio dalla mia parrocchia. 
Nello stesso giorno tornai a Les Ollières, giungendovi verso le ore 5 pomeridiane; allora il sagrestano della parrocchia, di nome Bénestier, si precipitò da me e mi disse che poco dopo la mia partenza per Thorens il mio vicario, il signor Crozet, aveva picchiato così violentemente il giovane Girolamo Genin, perché questi non aveva studiato come doveva e non aveva scritto bene il suo tema, che Girolamo e suo fratello Francesco, quando il signor Crozet era andato a visitare un parroco vicino, si erano incamminati senza dir nulla ed erano fuggiti e che, quando avevano tentato di attraversare il fiume Pier presso il villaggio di Ornay, Girolamo era caduto in acqua ed era annegato senza che suo fratello potesse far qualcosa per aiutarlo. 
Il sagrestano era stato informato della cosa dallo stesso Francesco, che era venuto a Les Ollières per mettere al corrente me ed il mio vicario; ma non avendo trovato né l’uno né l’altro, il ragazzo era tornato indietro con molti parrocchiani per cercare suo fratello nel fiume, e non era ancora tornato.
Questa notizia mi sorprese moltissimo e mi costrinse ad affrettarmi subito, senza neppure entrare nella casa parrocchiale, verso Ornay, dove giunsi verso le ore 6 di sera. 
Andai in un fienile dove, come mi dissero, avrei trovato il cadavere di Girolamo che era stato estratto da poco dalle profondità dell’acqua: lo vidi veramente lungo disteso per terra e lo trovai così sfigurato che, se non avessi saputo della disgrazia, non lo avrei assolutamente riconosciuto. 
Vidi anche Francesco Genin, che piangeva presso la salma. Quando mi vide si gettò sul mio petto e disse: “Ah, signore, mio fratello è morto!” 
In quello stesso momento sentii una forte spinta interiore a promettere a Dio ed al suo servo Francesco di Sales che, se alla bontà divina fosse piaciuto ridar la vita a quel morto per glorificare il suo vero servo Francesco, sarei rimasto per nove giorni in questa città di Annecy per celebrare in loro onore nove messe nella chiesa della Visitazione in cui riposa il corpo del beato. Feci questo voto nel fienile, dopo aver recitato un “De pro-fundis” (Sai 129) per la pace dell’anima del ragazzo.
Dopo di ciò uscii ed andai alla casa parrocchiale di Ville per fare una visita al signor parroco, che mi invitò a cena ed a rimanere per la notte; dopo il pasto recitammo insieme nel fienile, presso la salma, l’uffizio dei defunti. La notte era già caduta. Poi tornammo indietro per dormire. Il mattino dopo tornai nel fienile verso le ore 6: vi trovai il signor Francesco Genin e gli ordinai di tornare a dormire fino al momento della sepoltura di suo fratello. Rimasi in quel fienile per circa due ore, durante le quali recitai il mio breviario e rinnovai il voto di cui ho riferito sopra; di là andai nella chiesa parrocchiale, dove servii la Santa Messa che il signor parroco celebrò per il defunto. Poi confessai i fedeli presso di lui e, poiché mi aveva permesso di celebrare l’uffizio dei defunti e di officiare il funerale, mi preparai per la Santa Messa. Fatto questo andammo, con rocchetto e stola e preceduti dalla croce, a prendere la salma; molte persone che trovammo nel fienile ci dissero che non si poteva più resistere nei pressi del cadavere, per il lezzo che mandava.
Non appena avemmo lasciato il fienile (dopo aver benedetto la salma), cantando i salmi usuali, sentii un caotico rumore proveniente dalle trenta o quaranta persone che si erano riunite per partecipare alla sepoltura. Dovemmo fermarci e guardare indietro: allora vidi questi fedeli chi in ginocchio, chi con le mani levate al ciclo, mentre i più gridavano: “Signori, qui! Il morto è resuscitato!”. Tornai nel fienile e mi avvicinai subito al corpo, il cui viso era già stato scoperto da uno dei presenti: fui estremamente sorpreso di vedere questo giovane pieno di vita. Il suo viso era com’era stato prima della morte, gli occhi aperti, la voce abbastanza ferma, soprattutto quando gli chiesi se non mi riconosceva. Lui mi rispose: “Io conosco il beato Francesco di Sales, che mi ha resuscitato; e conosco anche lei, signor parroco”. Quando lo vidi reggersi in piedi e cominciare a camminare mi prese, lo confesso, un tale terrore che non potei reggermi sulle gambe: dovetti lasciarmi cadere sulle ginocchia. Molti dei presenti giacevano allo stesso modo, con la faccia a terra. Quando finalmente mi fui ripreso un poco dal mio stupore, sentii Girolamo chiedere dell’acqua per pulirsi la bocca, perché, come egli disse, l’aveva piena di sabbia. Gli portarono del vino con cui si lavò la bocca, gli occhi e le orecchie, gli fecero indossare un’altra camicia ed io notai che aveva ecchimosi in più punti, sulle cosce, sui piedi e sulle braccia; e in effetti si lamentava anche per dei dolori che sentiva. Lo vestirono con abiti prestati da un vicino: i suoi erano ancora fradici e coperti di sporcizia. Io diedi al nominato Alessandro Raphin due quarti di tallero come ricompensa per le fatiche che si era sobbarcato nel fiume per circa quattro ore, come lui e diversi altri mi dissero. Il signor parroco di Ville insistette molto cordialmente perché rimanessimo a pranzo con lui; ma la fretta che avevo di portare il risorto nella mia chiesa parrocchiale, per ringraziare là Iddio di questo grande miracolo e per annunciarlo ai miei parrocchiani, non mi permise di accettare l’invito. Mi congedai da lui e da tutta la compagnia, ringraziando tutti per l’amore che avevano dimostrato verso Girolamo Genin; Francesco, suo fratello ed io tornammo a piedi a Les Ollières.
La prima cosa che facemmo fu andare in chiesa, dove suonai le campane per chiamare a raccolta i miei parrocchiani; il primo ad arrivare fu il mio vicario, il signor Crozet. 
Lo seguirono alcuni altri, ai quali raccontai il miracolo. 
Li esortai meglio che potei a venerare il servo di Dio Francesco di Sales, per i cui meriti esso era stato compiuto; poi intonai il Te Deum, che fu cantato per ringraziare Dio. 
Dopo di ciò andammo nella casa parrocchiale, dove Girolamo mangiò e bevve come al solito; nella notte seguente egli sentì più forti i dolori che gli provocavano le ferite di cui erano coperti i suoi piedi, le sue cosce e le sue braccia. Ciò non gli impedì tuttavia di alzarsi la mattina dopo e di andare a fare il suo solito lavoro. Ho dimenticato di dire che non ho mai udito che Girolamo, dopo esser stato tratto dal fiume, avesse buttato fuori o vomitato acqua.

Il 4 maggio del detto anno 1623 i fratelli Girolamo e Francesco Genin ed io ci mettemmo in cammino verso le ore 5 del mattino per recarci in questa città di Annecy, presso la tomba del servo di Dio Francesco di Sales, per adempiere ai nostri voti. 
Vi giungemmo verso le ore 9 del mattino. 
Io celebrai la Santa Messa, la prima delle nove che avevo promesso di celebrare là; nel corso di essa somministrai la Santa Comunione a Girolamo e Francesco Genin, e subito dopo aver finito di render grazie nella sacrestia feci coricare Girolamo, in tutta la sua lunghezza, sulla tomba del servo di Dio. Rimase così per circa sette minuti, durante i quali io e suo fratello Francesco restammo inginocchiati; dopodiché si alzò con insolito slancio dicendoci queste precise parole: «Per la misericordia di Nostro Signore i miei dolori sono improvvisamente scomparsi». 
Per questo motivo volli esaminare i suoi piedi, le sue cosce e le sue braccia che in quello stesso giorno, prima che lasciassimo Les Ollières, avevo visto ancora tutte nere e blu: perciò gli feci tirar su una gamba dei calzoni e vidi che il suo piede non aveva alcuna macchia nera ed alcuna ferita. 
Ringraziai Dio per questa grazia. E quando fummo tornati nella locanda esaminai ancora una volta tutto il suo corpo, e lo trovai così sano com’era prima della caduta nel fiume. 
Restammo ad Annecy per tutti i nove giorni durante i quali celebrai le nove messe promesse, poi tornammo a Les Ollières, dove i due fratelli rimasero fino alla festa di San Michele; a quel punto i loro genitori li mandarono a prendere per trasferirli nel collegio di Chambéry».

Il miracolo della resurrezione, dopo un accurato esame, fu ritenuto valido per la canonizzazione ed è citato espressamente nella relativa bolla (1665) di Papa Alessandro VII (1655/67). 
Alla celebrazione della canonizzazione tenuta ad Annecy (maggio 1665) prese parte anche il risorto Girolamo Genin; più tardi questi si fece prete ed esercitò il suo ministero nella sua diocesi natale della Moriana, come parroco di La Rochette ed anche come giudice del tribunale ecclesiastico.


- Armando Pavese -
da: Guarigioni miracolose in tutte le religioni, Piemme, 2005


Alcuni uomini diventano orgogliosi e insolenti perchè cavalcano un bel cavallo, portano una piuma sul cappello o indossano un vestito elegante. Come non vedere la follia in tutto ciò? 
Se c’è gloria in tali pose sarà comunque una gloria che appartiene al cavallo, all’uccello piumato e al sarto. 

- San Francesco di Sales -


"È necessario sopportare gli altri, ma in primo luogo è necessario sopportare se stessi e rassegnarsi ad essere imperfetti."

- San Francesco di Sales -
da: "Lettere di amicizia spirituale"




Buona giornata a tutti. :-)







venerdì 16 novembre 2018

San Giuseppe Moscati preghiera d'intercessione e d'indulgenza 16 novembre 2018

O Padre del cielo, che hai dato come stella di orientamento al nostro tempo San Giuseppe Moscati, esempio luminoso di sapienza e di carità, da tutti imitabile sulle cattedre della scienza come negli umili impegni della vita sociale, noi Ti ringraziamo.

Ascolta ora la sua voce che intercede per noi e dona anche a noi il Tuo Spirito che animò lui. 

Spirito di sapienza e di scienza, di amore e di fortezza, perché purificati dal male e staccati dal mondo delle cupidigie, restiamo fedeli alla nostra vocazione cristiana e diveniamo testimoni del Vangelo e portatori di luce, di speranza, di conforto a quanti nell'ignoranza o nell'errore, nell'indigenza e nelle malattie hanno bisogno della carità fraterna.

Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Signore, che nell'Eucarestia alimentò in sé ogni giorno il Santo e alimenta noi pure per la vita nel tuo Regno.

Concediamo l'indulgenza parziale. 
                   
- Corrado Card. Ursi -
Napoli  




[Poesia anonima, ispirata da una testimonianza del dott. Giovanni Cattatelli, pubblicata dall’Osservatore Romano della Domenica, del 23-11-1975]

 « Ti spiace accompagnarmi? »
Sentì chiedersi lo studente
dal giovane Primario
a cui riconosceva tutta Napoli,
un prestigio già fuor dell'ordinario
per aver legato saldamente
alla Scienza la Fede più fervente.

« Non è per esercizio di diagnostica
che desidero averti insieme a me.
Le discussioni sopra i casi clinici
le sai fare benissimo da te.
Vorrei che,
da cristiano già temprato,
tu vedessi
l’autentico “malato” ».

Si avviarono in un dedalo di vicoli
stretti e fangosi, non senza disagio.
Poi, dentro il corridoio di un tugurio,
(il professor Moscati più a suo agio
per la pratica certo dell'ambiente;
un poco più a tentoni lo studente),

si spinsero all'estremo pianerottolo
contemplando uno squallido spettacolo:
un uomo dall'aspetto cadaverico,
sopra una branda retta per miracolo,
fissò lo sguardo sopra il professore,
quasi in attesa del suo salvatore.

Il quale, prontamente inginocchiatosi
presso il giaciglio come ad un rituale,
conchiuse un minuzioso esame clinico
con la puntura di un medicinale,
furtivamente alla famiglia ansiosa,
lasciando anche un'offerta generosa.
Poche parole al bravo allievo espressero
il senso di quel gesto (abituale al Maestro)
e so quanto ne orientarono
l'esimia attività professionale:
« Ricordalo: tu hai visto nettamente

l'immagine del CRISTO Sofferente! ».



Preghiamo:

O San Giuseppe Moscati, medico e scienziato insigne, che nell'esercizio della professione curavi il corpo e lo spirito dei tuoi pazienti, guarda anche noi che ora ricorriamo con fede alla tua intercessione.

Donaci sanità fisica e spirituale, intercedendo per noi presso il Signore.

Allevia le pene di chi soffre, dai conforto ai malati, consolazione agli afflitti, speranza agli sfiduciati.

I giovani trovino in te un modello, i lavoratori un esempio, gli anziani un conforto, i moribondi la speranza del premio eterno.

Sii per tutti noi guida sicura di laboriosità, onestà e carità, affinché adempiamo cristianamente i nostri doveri, e diamo gloria a Dio nostro Padre. Amen.

La morte, per i cristiani, è la nascita al Cielo e per questo le feste dei santi si celebrano nel giorno della loro dipartita dal mondo. 
La sua festa liturgica si celebrava il 16 novembre, il Martirologio Romano del 2001 lo riportò invece al dies natalis del 12 aprile. Il 16 novembre del 1930, i resti mortali del Santo furono trasferiti nella chiesa del Gesù Nuovo e, in questo stesso giorno, nel 1975, fu beatificato dal Beato Paolo VI, papa.



Ricorda sempre che vivere 
è missione, 
è dovere, 
è dolore! 
Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento.


- San Giuseppe Moscati  -


Buona giornata a tutti. :-)

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domenica 11 novembre 2018

L'11 novembre, l'estate di San Martino


È patrono delle Guardie Svizzere pontificie e di mendicanti, albergatori, cavalieri. 
È venerato dalla Chiesa Cattolica e anche da quelle ortodossa e copta. 
È uno dei fondatori del monachesimo in Occidente e uno dei primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa. Ma ciò che ha reso famoso San Martino di Tours, in Francia, è l'episodio del mantello. Deriva da questo l’espressione “estate di San Martino” perché secondo la tradizione, appunto, il Santo nel vedere un mendicante seminudo patire il freddo durante un acquazzone, gli donò metà del suo mantello; poco dopo incontrò un altro mendicante e gli regalò l'altra metà del mantello: subito dopo, il cielo si schiarì e la temperatura si fece più mite. 
L’Estate di san Martino indica un eventuale periodo autunnale in cui, dopo le prime gelate, si verificano condizioni climatiche di bel tempo e relativo tepore. Nell'emisfero australe il fenomeno si osserva in tardo aprile - inizio maggio, mentre nell'emisfero boreale a inizio novembre.



El Greco, San Martino e il mendicanteSan Martino nacque a Sabaria Sicca,nella Pannonia, circa l’anno 316. Ancora bambino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre, già tribuno militare dell’esercito romano, aveva ricevuto un podere in quanto ormai veterano. 
A Pavia, decenne, fuggì di casa e andò in chiesa a farsi iscrivere fra i catecumeni. Nel 331, come figlio di veterano, fu arruolato nell’esercito di Costanzo e fu inviato in Gallia, ad Amiens. 
Qui, avendogli un poverello chiestogli l’elemosina nel nome di Cristo, non avendo altro da dargli, tagliatala con la spada, gli fece dono di metà della sua clamide. 
La notte seguente, gli apparve Cristo coperto con quella metà di mantello e che diceva agli Angeli che lo accompagnavano: “Ecco qui Martino catecumeno, che m'ha rivestito con questa veste”. Così nella Pasqua del 334 ricevette il Battesimo. 



A quarant’anni decide di abbandonare la milizia cesarea per arruolarsi in quella ecclesiastica: nel 356 riceve l’esorcistato per le mani di sant’Ilario, Vescovo di Poitiers, il quale pure lo ordinerà sacerdote nel 360. Anche Martino come Ilario si impegnò nella lotta contro l’eresia ariana, subendo la persecuzione: non andò in esilio come il santo Vescovo, ma fu frustato dagli eretici in Pannonia, cacciato da Milano per ordine dell’empio Aussenzio, perseguitato nell’Illirico. Dopo l’ordinazione sacerdotale decise di fondare un monastero a Ligugé. 
Nel 371 fu eletto Vescovo di Tours, ma non abbandonò affatto l’austerità della vita monastica, che anzi propagò con la fondazione di nuovi cenobi. Nell’episcopato si dimostrò di somma carità e bontà con tutti, ma anche e soprattutto di ardente zelo per la Religione: avviò un'energica lotta contro l'eresia ariana e il paganesimo rurale, predicò ovunque, battezzò villaggi, abbatté templi, alberi sacri e idoli pagani. 
Spirò a Candes l’8 novembre 397. 
Le ultime parole le rivolse al demonio: “Che fai qui, bestia crudele? Tu in me non troverai nulla per te!”. I suoi funerali furono celebrati l’11 novembre e videro un gran concorso di clero e di popolo.


Contro la sua volontà gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, lo eleggono Vescovo nel 371. Martino assolve le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali. Va a vivere in un eremo solitario, a tre chilometri dalla città. In questo ritiro, dove è ben presto raggiunto da numerosi seguaci, crea un monastero, Marmoutier, di cui è Abate e in cui impone a se stesso e ai fratelli una regola di povertà, di mortificazione e di preghiera. Qui fiorisce la sua eccezionale vita spirituale, nell’umile capanna in mezzo al bosco, che funge da cella e dove, respingendo le apparizioni diaboliche, conversa familiarmente con i santi e con gli angeli. Se da un lato rifiuta il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra Martino non trascura le funzioni episcopali. 
A Tours, dove si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, respinge le visite di carattere mondano. 
Intanto si occupa dei prigionieri, dei condannati a morte; dei malati e dei morti, che guarisce e resuscita. Al suo intervento anche i fenomeni naturali gli obbediscono. Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non è un’ideologia, ma una realtà da vivere nel soccorso e nel voto. Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, quasi tutti provenienti dall’aristocrazia senatoria, che si erano piegati all’umiltà e alla mortificazione. San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale. Ai suoi funerali, che si celebrarono l’11 novembre, assistettero migliaia di monaci e monache. I nobili san Paolino (355-431) e Sulpicio Severo, suoi discepoli, vendettero i loro beni per i poveri: il primo si ritirò a Nola, dove divenne Vescovo, il secondo si consacrò alla preghiera.

Simone Martini, San Martino in meditazione

Martino è uno fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza, modello per i cristiani amanti della perfezione. Il suo culto si estese in tutta Europa e l’11 novembre (sua festa liturgica) ricorda il giorno della sua sepoltura. L’«apostolo delle Gallie», patrono dei sovrani di Francia, fu enormemente venerato dal popolo: in lui si associavano la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l’attività missionaria. 
Quasi 500 paesi (Saint-Martin, Martigny…) e quasi 4000 parrocchie in territorio francese portano il suo nome. I re merovingi e poi carolingi custodivano nel loro oratorio privato il mantello di san Martino, chiamato cappella. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace, sulla «cappa» di san Martino, si prestavano i giuramenti più solenni. Il termine cappella, usato dapprima per designare l’oratorio reale, sarà poi applicato a tutti gli oratori del mondo.



O Dio, tu vedi come non possiamo sussistere per nostra forza; concedici propizio, per l'intercessione del beato Martino, confessore e vescovo, di essere difesi contro ogni avversità. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.



Buona giornata a tutti. :-)