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domenica 14 luglio 2019

Educare alla compagnia, più che alla onnipresenza di Dio – don Tonino Bello

Ho provato a pensare se ci possa mai essere qualche an­golo del mondo sottratto, per così dire, all'invadenza del nome di Dio. 
Un posto non toccato dai raggi della sua luce. 
Un luogo in cui trovare asilo politico dalla persecuzione amorevole del suo sguardo. 
Un ricettacolo segreto, insom­ma, munito di franchigia religiosa. Ma non mi è riuscito di trovarne.
La gloria di Jahvè  straripa da tutte le parti. 
Co­me fiume in piena raggiunge le sponde più remote. 
Non ci sono argini che ne fermino il flusso di santità. 
Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastiscono le trame più ini­que sono impermeabili all'azione di Dio. 
Neppure i recinti dove si consumano i peccati più neri possono sottrarsi alla sua presenza. Anche i covi più torbidi dove ribolle schiuma del male sono lambiti dall'onda della sua potenza.
Il nome di Dio è grande anche lì.
Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale, disseminato di siringhe.
Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera; ma anche giù, nei sotterranei della metropoli, dove si sfrenano ogni notte le orge della dissolutezza.
Lassù, nell'eremo solitario dove si tocca il silenzio con le mani; ma anche in quell'appartamento dell'ultimo piano del grattacielo, dove si progettano i loschi affari di una spregiudicata lobby finanziaria.
Nella biblioteca del convento, dove il monaco si sprofonda nella ricerca del mistero di Dio; ma anche nello studio fotografico d'una inafferrabile catena di produzione, dove si allestiscono gli spettacoli licenziosi delle riviste per adulti. 
Nelle aule delle università teologiche, in cui si racconta la storia della sal­vezza; ma anche nelle misteriose soffitte degli indovini, dove la gente, tra evocazioni e deliri, abbocca ai filtri della stregoneria.
All'interno della cattedrale dove risuonano i canti gregoriani e s'innalzano gli incensi dai turiboli d'ar­gento; ma anche all'interno di quella bisca clandestina, do­ve tra bestemmie e volute di avana, la vita si impregna dì disperazione.
Nel centro di accoglienza della Caritas, dove i volontari fanno i turni di notte; ma anche nei bassifondi di periferia, dove la malavita organizzata celebra le sue li­turgie di violenza e di morte...

Vengono in mente i versetti del Salmo 139:

«Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell'aurora
per abitare all'estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra» (Sal 139, 8‑10).

La verità è che Dio solo è il Signore dell'universo, e che la terra non è oggetto di spartizione tra l'impero del bene e l'impero del male.
Non ci sono paletti catastali che segnino il limite delle sue proprietà.
Non c'è riserva di caccia che gli impedisca di scavalcare il filo spinato della nostra cattiveria.
Lui solo è il santo. Penetra l'intimità delle cose.
Rag­giunge le fibre segrete della materia. Invade il cuore del­l'uomo, anche il più determinato a esibirgli il divieto di ac­cesso.
Non gli appartengono solo le aree del sacro. 
Riempie d'olio tutte le lampade della vita. 
Fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i cre­puscoli delle nostre stagioni spirituali.
Tutto è suo. Lo spazio e il tempo.
Sì, anche il tempo. Perché la grandezza del suo nome non si commisura sul­l'arco del martirologio romano, ma si estende di generazio­ne in generazione. Anzi raggiunge i tempi in cui non c'era­no neppure generazioni, ma c'era solo il “caos”, il grande sbadiglio, che egli ha deciso di trasformare in “cosmo”, la grande bellezza, riflesso della sua gloria.

«O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome
su tutta la terra!» (Sal 8, 1).

Su tutta la terra. Anche su quella porzione di storia e di geografia che attualmente soffre i travagli del parto, ma che un giorno lascerà la zona d'ombra per entrare nella lu­ce meridiana.
Ecco perché la nostra voce deve fare esplodere l'osanna a Dio, non solo nell'alto, ma anche nel basso dei cieli.

- don Tonino Bello -
Fonte: "Dire Dio oggi. Dallo stupore alla trascendenza"
Scrigni, collana diretta da don Ciccio Savino, Ed. Insieme, pagg. 10,11,12,13






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mercoledì 8 maggio 2019

Preghiera alla Madonna dei Tumori, intercessione


Madre santissima, salute dei malati,
tu hai generato Colui che ci ha guarito dal peccato:
senza di Lui quel male, per noi incurabile,
ci avrebbe devastato!
Tu sei la Madre di Colui che sana le ferite del male
e che con la sua morte e risurrezione
apre per noi le porte della grazia,
fonte di salute dell’anima e del corpo.
Tu sei nostra Madre: a te ricorriamo fiduciosi.
ricordati di noi che siamo nella prova!
Lascia, o Madre tenerissima,
che preghiamo con te il Figlio tuo,
e per la comune invocazione del Suo nome
Egli ci liberi dal male che ci consuma
e ci conceda vita e salute.
Tu che, docile sotto la croce,
hai offerto la tua sofferenza,
insegnaci ad unire il nostro dolore,
con te e come te,
a quello del tuo Figlio Gesù
nostro unico Salvatore.
Amen.


l'icona sacra è presso la Basilica Santa Maria Maggiore Ravenna.



Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Non è qualcosa da tenere nascosta. 
È, come dire, quella parte della nostra carta d'identità che ci fa rassomigliare di più a Gesù Cristo. 
È una tessera di riconoscimento incredibile, straordinaria.


- Don Tonino Bello - 






Una malattia ne vale un'altra: i nomi fanno più paura della malattia. E le cure qualche volta sono peggio dei mali.

- Enrico Pea -


«Le punizioni di Dio non sono il frutto di norme poliziesche da lui stesso imposte sadicamente. “Punizione di Dio” è la condizione che si sperimenta quando si smarrisce la retta via e si subiscono le conseguenze dell'essersi incamminati su una strada sbagliata, lontano da quell'esistenza che Dio aveva pensato per noi». 

- cardinale Joseph Ratzinger (papa Benedetto XVI)  -
 nel Libro intervista "Dio e il mondo", 2001






 Buona giornata a tutti :-)


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lunedì 15 aprile 2019

La Pasqua senza la croce è vuota - padre Ermes Ronchi

«Se non vedo, se non tocco, io non credo». Non cre­de Tommaso neppure a die­ci apostoli: «non viene da voi la prova di cui ho bisogno. Io voglio sentire Cristo che toc­ca Lui la mia vita, Cristo che entra, apre, solleva, e traccia strade. Non mi accontento di parole, ho bisogno di 'senti­re' Dio, di un Dio sensibile, u­dibile, visibile; non di un rac­conto, ma di un avvenimen­to. Ho bisogno che la sua vi­ta scuota la mia vita, e senti­re che è per me, che è mio». Ed ecco che Tommaso non ricerca segni gloriosi o trion­falistici, ma vuole toccare le ferite vive e aperte della pas­sione, rivedere il corpo dato, il sangue versato: lì è con­densata l'essenza della fede. Finché non partecipi, finché non sei coinvolto nell'im­menso gioco dell'amore e del dolore di Dio, non puoi dire: io credo, Signore!
«Metti qui il tuo dito, tendi la tua mano!». Gesù si fa vicino, voce che non giudica ma in­coraggia, e i segni dei chiodi sono a distanza di mano e di cuore: il risorto è il crocifisso.
La Pasqua senza la croce è vuota.
La croce senza la Pa­squa è cieca.
Tommaso si arrende a un crocifisso amore che accondiscende alla sua fatica di credere e consegna ancora il suo corpo; si arrende a quel foro nel fianco e neppure si dice che lo abbia toccato. Si arrende all'amore che ha scritto il suo racconto sul cor­po di Gesù con l'alfabeto del­le ferite. Indelebile alfabeto, come l'amore. A ciascuno di noi Gesù ripete: «guarda, stendi la mano, tocca le pia­ghe, ritorna ai giorni della croce; guarda a fondo, fino alla vertigine, in quei fori; porta i tuoi dubbi al legno della croce, troveranno ri­sposta; non stancarti di a­scoltare la passione di Dio».
E Tommaso passa dall'incre­dulità all'estasi: «Mio Signo­re e mio Dio». Voglio custo­dire in me questo aggettivo, come una riserva di coraggio per la mia fede: «Mio». Pic­cola parola che cambia tutto, che non evoca il Dio dei libri o degli altri, ma il Dio intrec­ciato con la mia vita, mia lu­ce e mia ombra, assenza e poi più ardente presenza. Tom­maso come l'amata del Cantico dei Cantici dice: «Il mio amato è per me e io sono per lui». Mio, non di possesso, ma di appartenenza. Mio, in cui mi riconosco perché da lui sono riconosciuto. Mio, per­ché esiste per me, mia luce e mio dolore. Mio come lo è il cuore e, senza, non sarei. Mio come lo è il respiro e, senza, non vivrei.

- Padre Ermes Ronchi -
Fonte: Omelia della II Domenica di Pasqua (Anno A)
(30 marzo 2008)



Il Credo fu accettato perché corrisponde alla serratura; perché è come la vita.
È una delle tante storie; con questo di più, che è una storia vera.
È una fra le tante filosofie; con questo di più, che è la verità...
Esso apre a noi non soltanto incredibili cieli, ma una terra (può sembrare) egualmente incredibile, e la fa credibile. 
Siamo cristiani e cattolici non perché adoriamo una chiave, ma perché abbiamo varcato una porta; e abbiamo sentito lo squillo di tromba della libertà passare sopra la terra dei viventi.

- Gilbert Keith Chesterton -
da: "L’Uomo Eterno"



Solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare.
Comunicherà a noi solo sulle sabbie del deserto.
Nel silenzio maturano le grandi cose della vita:
la conversione, l'amore, il sacrificio.
Quando il sole si eclissa pure per noi,
e il Cielo non risponde al nostro grido,
e la terra rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell'abbandono rischia di farci disperare,
rimanici accanto.
In quel momento, rompi pure il silenzio:
per dirci parole d'amore!

E sentiremo i brividi della Pasqua.

- don Tonino Bello - 




Buona giornata a tutti. :-)

www.leggoerifletto.it

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domenica 14 aprile 2019

La segnaletica del Calvario – Don Tonino Bello

Al Golgota si va in corteo, come ci andò Gesù.

Sulle grandi arterie, oltre alle frecce giganti collocate agli incroci, ce ne sono ogni tanto delle altre, di piccole dimensioni, che indicano snodi secondari.

Ora, per noi che corriamo distratti sulle corsie preferen­ziali di un cristianesimo fin troppo accomodante e troppo poco coerente, quali sono le frecce stradali che invitano a rallentare la corsa per imboccare l’unica carreggiata credibile, quella che conduce sulla vetta del Golgota?

Ve ne indico tre. Ma bisogna fare attenzione, perché si vedono appena.

 
La freccia dell’accoglienza. 
E’ una deviazione difficile, che richiede abilità di manovra, ma che porta diritto al cuore del Crocifisso.


Accogliere il fratello come un dono. Non come un rivale. Un pretenzioso che vuole scavalcarmi. Un possibile concor­rente da tenere sotto controllo perché non mi faccia le scarpe.

Accogliere il fratello con tutti i suoi bagagli, compreso il bagaglio più difficile da far passare alla dogana del nostro egoismo: la sua carta d’identità! 
Sì, perché non ci vuole molto ad accettare il prossimo senza nome, o senza contorni, o senza fisionomia. Ma occorre una gran fatica per accettare quello che è iscritto all’anagrafe del mio quartiere o che abita di fronte a casa mia.


Coraggio! 
Il Cristianesimo è la religione dei nomi propri, non delle essenze. Dei volti concreti, non degli ectoplasmi. 
Del prossimo in carne e ossa con cui confrontarsi, non delle astrazioni volontaristiche con cui crogiolarsi.


La freccia della riconciliazione. 
Ci indica il cavalcavia sul quale sono fermi, a fare autostop, i nostri nemici. 
E noi dobbiamo assolutamente frenare. 
Per dare un passaggio al fratello che abbiamo ostracizzato dai nostri affetti. Per stringere la mano alla gente con cui abbiamo rotto il dialogo. 
Per porgere aiuto al prossimo col quale abbiamo categoricamente deciso di archiviare ogni tipo di rapporto.

È sulla rampa del perdono che vengono collaudati il mo­tore e la carrozzeria della nostra esistenza cristiana. E su questa scarpata che siamo chiamati a vincere la pendenza del nostro egoismo e a misurare la nostra fedeltà al mistero della croce.


La freccia della comunione. 
Al Golgota si va in corteo, come ci andò Gesù. Non da soli. Pregando, lottando, soffrendo con gli altri. Non con arrampicate solitarie, ma solidarizzando con gli altri che, proprio per avanzare insieme, si danno delle norme, dei progetti, delle regole precise, a cui bisogna sottostare da parte di tutti. Se no, si rompe qualcosa. Non il cristallo di una virtù che, al limite, con una confessione si può anche ricomporre. Ma il tessuto di una comunione che, una volta lacerata, richiederà tempi lunghi per pazienti ricuciture.

  
Il Signore ci conceda la grazia di discernere, al momento giusto, sulla circonvallazione del Calvario, le frecce che segnalano il percorso della Via Crucis. Che è l’unico percorso di salvezza.



- don Tonino Bello -
Fonte: Alla finestra della speranza di don Tonino Bello



Pentimento non è auto compassione o rimorso, ma conversione, incentrare la nostra vita sulla Trinità. Non è guardare indietro con disgusto, ma avanti con speranza.
Non significa guardare in basso ai nostri errori, ma in alto all'amore di Dio.
Non significa guardare ciò che non siamo riusciti a essere, ma ciò che - per grazia divina - possiamo diventare.

- K. Ware -
Agenda Missionaria 



"Se vi dicono che afferrate le nuvole, che battete l'aria, che non siete pratici, prendetelo come un complimento.
Non fate riduzioni sui sogni. Non praticate sconti sull'utopia.
Se dentro vi canta un grande amore per Gesù Cristo e vi date da fare per vivere il Vangelo, la gente si chiederà: Ma cosa si cela negli occhi così pieni di stupore di costoro?".

- don Tonino Bello -


Buona giornata a tutti. :-)




martedì 25 dicembre 2018

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza - don Tonino Bello

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire.
Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

- don Tonino Bello -



Vi ricordate?

Alla tombola c'erano TUTTI, si aspettava che le donne lavassero i piatti e poi, sotto con le cartelle,ci si stringeva intorno al tavolo, le bucce di mandarino..i fagioli.. 5 lire a cartella... il barattolino con i soldi spicci messi da parte nell'anno per quel momento...NON SI PUO' DIMENTICARE. 
Alla fine avevamo vinto tutti, anche chi aveva perso, avevamo vinto la felicità di stare insieme.



"Durante il tempo che precedeva il Natale, passavo lunghi momenti davanti al presepio a guardare la Madonna e, ai suoi piedi il Neonato.
Un’immagine così semplice segna la vita.
Permette un giorno di cogliere che, attraverso il Cristo, Dio stesso è venuto in mezzo a noi.
La notte di Natale andavo in chiesa. Quando avevo cinque o sei anni abitavamo un paesino in montagna e bisognava camminare nella neve.
Poiché ero il più giovane, mio papà mi teneva per mano. Mia mamma, mio fratello maggiore e le mie sette sorelle mi seguivano.
Mio padre mi indicava nel cielo aperto la stella dei pastori che gli stessi Magi avevano visto.
Quelle immagini mi ritornano in mente quando si legge il testo dell’apostolo Pietro dove scrive: “Guardate a Cristo come luce che brilla nella notte, finché non splenda il giorno e non si levi nei vostri cuori la stella del mattino”.

- Frère Roger -

:



Il Signore Gesù volle essere uomo per noi. Non si pensi che sia stata poca la misericordia: la Sapienza stessa giace in terra! 
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1,1). 
O cibo e pane degli angeli! Di te si nutrono gli angeli, di te si saziano senza stancarsi, di te vivono, di te sono come impregnati, di te sono beati. Dove ti trovi invece per causa mia? 
In un piccolo alloggio, avvolto in panni, adagiato in una mangiatoia. E per chi tutto questo? Colui che regola il corso delle stelle succhia da un seno di donna: nutre gli angeli, parla nel seno del Padre, tace nel grembo della madre. Ma parlerà quando sarà arrivato in età conveniente, ci annunzierà con pienezza la buona novella. 
Per noi soffrirà, per noi morirà, risorgerà mostrandoci un saggio del premio che ci aspetta, salirà in cielo alla presenza dei discepoli, ritornerà dal cielo per il giudizio. 
Colui che era adagiato nella mangiatoia è divenuto debole ma non ha perduto la sua potenza: assunse ciò che non era ma rimase ciò che era. 
Ecco, abbiamo davanti il Cristo bambino: cresciamo insieme con lui.

- sant'Agostino -




Carissimi amici ed amiche che mi seguite da così tanti anni e da tutto il mondo, un caro augurio di Buon Natale a voi e ai vostri cari. 
Un abbraccio forte. 

- Stefania - 

mercoledì 28 novembre 2018

… E saremo mandati in missione - don Tonino Bello

«La prima gemma che spunta sull’albero della Trinità è l’Eucaristia. 
Quando questa gemma scoppia, viene fuori la Chiesa. 
La Chiesa, quindi, non è altro che il Sacramento eucaristico pienamente sbocciato». [...]



Dalla Trinità,

«[…] Se non comprendiamo che la Chiesa è “Oriens ex alto” (che nasce dall’alto), che ha, cioè, nella Trinità l’origine, il modello e la meta non solo della sua missione, ma anche del suo stesso essere, allora tutti i nostri richiami all’ “insieme”, all’ “unità”, alla “comunione”, sembreranno solo manifestazione dell’ansia di chi vuol contare di più, incidere di più, produrre di più, apparire di più.

Nella sottolineatura della “Ecclesia de Trinitate” (Chiesa che nasce dalla Trinità) non si nasconde il calcolo del proverbio che dice “l’unione fa la forza”. 
C’è, invece, l’esigenza di far capire che, se l’albero è la Trinità, mistero di comunione, la Chiesa, che su quest’albero matura, non può vivere la disgregazione delle persone, il molecolarismo dei progetti, la frantumazione degli sforzi. 
Se no, non è Chiesa. Sarà organizzazione del sacro, consorteria di beneficenza, fabbriceria del rito, multinazionale della morale. Ma non Chiesa.

[E] Se dai frutti non ci è dato risalire al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, vuol dire che non ci troviamo di fronte alla Chiesa. […]

[Così] Se fotocopieremo nella nostra Chiesa la comunione trinitaria, se, cioè, saremo davvero una “Ecclesia de Trinitate” saremo mandati in missione.

Diversamente, il nostro agire sarà la convulsione propagandistica di chi vuole annettersi spazi per spirito di dominio; sarà sterile proselitismo di chi non si rassegna a morire e si agita per spirito di conservazione; sarà appagamento borioso di chi si contenta dell’apparato e sogna scenografie di potenza.»


attraverso l’Eucaristia,

«Oggi si parla dell’Eucaristia come “epifania e primizia” della Chiesa. 
Questo significa che tutta la realtà ecclesiale non è altro che il sacramento eucaristico sbocciato nella vita degli uomini.

Ora, se l’eucaristia (boccio della Chiesa spuntato sull’altare della Trinità) è comunione, anche la Chiesa (fiore dell’Eucaristia) deve essere comunione, anzi fioritura di comunione, compimento di comunione, pienezza di comunione.»

La fioritura della comunione.

«Gli antichi lo sentivano profondamente questo nesso: «Come questo pane spezzato era sparso sui colli e, raccolto, è diventato una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo Regno… (Didachè, 9-10). […]

Comunione, che, non nasce dalla necessità di stringere le fila o dall'urgenza di serrare i ranghi per meglio far fronte al mondo che ci incalza. 
La comunione nasce da una ineluttabilità ontologica, non da un calcolo aziendale. Sicché, nelle espressioni che spesso scegliamo come titolo dei nostri convegni: «Insieme per camminare, insieme per spezzare il pane, insieme per pregare, insieme per lottare…», nessuno sposti l’attenzione sul verbo dicendo: “purché si cammini, purché si spezzi il pane, purché si preghi, purché si lotti…” La forza della frase poggia sull’avverbio “insieme”». [...]

«Ci sono due celebrazioni eucaristiche nel corso dell’anno che mal sopportano la frantumazione dell’assemblea, e sono quelle del Giovedì Santo e del Corpus Domini. In quei giorni bisogna fare di tutto perché l’unità del popolo di Dio si visibilizzi il più possibile anche fisicamente». [...]

«La domenica dovrebbe scatenare in ogni credente il bisogno di “convenire in unum”, (radunarsi insieme), mettendogli nel cuore la gioia per i contatti umani che stabilisce, e la nostalgia per gli allacciamenti che non riesce a operare.

La domenica è il giorno in cui l’ “insieme” si visibilizza, la comunione si densifica, la compaginazione dell’assemblea attorno a Cristo si articola concretamente.

In questo giorno ognuno si dovrebbe lasciarsi “risucchiare” dai momenti più pieni e più intensi, quasi per sentire con maggiore potenza il fascino della moltitudine fraterna. […]

E il Corpo del Signore non è impoverito solo da chi non va affatto all’assemblea, ma anche da coloro che, rifuggendo dalla mensa comune, aspirano a sedersi a una mensa privilegiata e più ricca: non sembrano infatti somigliare a quei cristiani di Corinto che rifiutavano di mettere in comune il loro ricco pasto con i più poveri? Se l’Eucaristia è condivisione (espressa dal gesto dello spezzare il pane) sull’esempio di Colui che non ha risparmiato nulla di sé, allora chi ha più ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando donare potrà sembrare perdere». [...] 
«Sono convinto che ognuno di voi farà di tutto per entrare nella profondità del Mistero, mediante una revisione critica del proprio personale rapporto con Gesù Cristo e si chiederà: che senso ha per me l’Eucaristia? 
Quale cambio porta nei miei giorni la messa domenicale? 
Quale attentato arreca alla mia tranquillità fin troppo borghese? 
Quale servizio agli “ultimi” mi stimola a rendere? 
Quali gerarchie di valori introduce nella mia vita? 
Quale smottamento provoca nella compattezza delle mie superbie personali o delle mie arroganze di gruppo.

Cari confratelli, solo se l’Eucaristia lavorerà “dentro” avremo il diritto e il coraggio di portarla “fuori”.

… E saremo mandati in missione

«E Maria, che è proprio l’icona della Chiesa, si alza, si mette in viaggio, raggiunge la città e porta la letizia al mondo nelle case della gente. Prima processione del Corpus Domini [e suo] ostensorio perché dentro di lei c’è Gesù Cristo.» [Vol. 4, pg. 40]

«mandata anche lei […] ha obbedito a quell’impulso. E, portando Cristo nel grembo, è divenuta il primo ostensorio di lui, ha inaugurato le processioni del Corpus Domini, ed è andata a portare annunci di liberazione ai parenti lontani.» [Maria dei nostri giorni, pag. 36 | Maria, donna missionaria ]

Vostro + don Tonino, Vescovo
da: Antologia degli Scritti, Vol. 1, pag. 289-291, pag. 295 | Vol. 6, pag. 549 | Vol. 5, pag. 262
da: "Non c'è fedeltà senza rischio", pag. 151 


Buona giornata a tutti. :-)