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martedì 21 maggio 2019

Signore, che il mio oggi sia il tuo - don Bruno Ferrero sdb

Anche Gesù va in chiesa la domenica, a Nazaret, il suo paese. Naturalmente la chiesa degli ebrei si chiama sinagoga e invece della domenica il giorno dedicato al Signore è il sabato. 
Ed è una cosa abituale per Gesù:  secondo il suo solito dice l'evangelista Luca.
Quel giorno, Gesù si alza per fare la lettura: una brano delle profezie di Isaia che parla del Messia. Dopo la lettura, Gesù si siede. E fa la predica. La predica da seduti era una abitudine tipicamente palestinese. 
La predica di Gesù è come sempre fulminante: un colpo di frusta sugli ascoltatori, perché dopo aver letto la profezia di Isaia dice: 
"Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato". 
Gesù non dice esplicitamente: "Questa Scrittura parla di me e voi potete constatarlo", come del resto non dice mai di essere il Cristo o il Messia. Fornisce ai suoi ascoltatori degli indizi, ma lascia libera la loro intelligenza di accettare o no il segno che ha offerto. 
Gesù li invita a riconoscere la novità che ha fatto irruzione in mezzo a loro.
Gesù fa una cosa che è diventata di moda: fa la "lectio divina" di Isaia 61, cioè riferisce a se stesso quel testo. Fare "lectio divina" di un testo biblico infatti significa trovare che cosa dice di Gesù quel testo e poi che cosa dice a noi.
Ricordiamo quello che spiegò Gesù risorto ai due discepoli: "Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". 
Su di me! 
Tutta la Bibbia parla di lui.
"Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato". Lo Spirito del Signore è su di lui. Gesù davanti alla gente è un laico, non è "consacrato" dagli uomini, ma dallo Spirito, che lo ha mandato a portare ai poveri la bella notizia, il Vangelo.
Gesù si presenta non come uno dei profeti, né come un grande "saggio", ma come il "Salvatore", il Liberatore annunciato dalle Scritture, il tanto aspettato Messia. 
È straordinario: Gesù legge la Bibbia! 
Non ne avrebbe certo bisogno. Lo fa per noi, per farci capire quanto sia grande il dono che ci è stato fatto e che non sappiamo apprezzare. 
Un dono che si carica di polvere in un angolo della nostra casa, un libro che non abbiamo mai veramente letto, parole che passano su di noi e non ascoltiamo quasi mai veramente.

Per il suo compleanno, una principessa ricevette dal fidanzato un pesante pacchetto dall'insolita forma tondeggiante.
Impaziente per la curiosità, lo aprì e trovò... una palla di cannone. Delusa e furiosa, scagliò a terra il nero proiettile di bronzo.
Cadendo, l'involucro esteriore della palla si aprì e apparve una palla più piccola d'argento. La principessa la raccolse subito. Rigirandola fra le mani, fece una leggera pressione sulla sua superficie. La sfera d'argento si aprì a sua volta e apparve un astuccio d'oro.
Questa volta la principessa aprì l'astuccio con estrema facilità. All'interno, su una morbida coltre di velluto nero, spiccava un magnifico anello, tempestato di splendidi brillanti che facevano corona a due semplici parole: ti amo.

Molta gente pensa: la Bibbia non mi attira. Contiene troppe pagine austere e incomprensibili. Ma chi fa lo sforzo di rompere il primo "involucro", con attenzione e preghiera, scopre ogni volta nuove e sorprendenti bellezze. E soprattutto verrà presto colpito dalla chiarezza del messaggio divino inciso nella Bibbia: Dio ti ama.

La prima lettura ci presenta la reazione del popolo alla lettura pubblica del libro della Bibbia:
tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.
Noi non abbiamo reazioni di questo tipo alla lettura della Parola di Dio. Forse perché non prestiamo attenzione più di tanto alla lettura e all'omelia.
Sappiamo dal seguito della storia che le parole di Gesù provocarono un violento rifiuto da parte dei suoi compaesani, tanto che cercarono di buttarlo giù dalla collina su cui era costruito il paese.
L'incontro con la Parola di Dio richiede una reazione. 
Se rispondiamo dicendo "eccomi", come Maria, Mosé, i profeti, allora anche le storie delle nostre vite saranno trasformate. 

Intorno al 269, un ricco egiziano di nome Antonio andò una domenica in chiesa: "Accadde che si stesse leggendo il Vangelo e sentì che cosa il Signore aveva detto al ricco: "Se vuoi essere perfetto, vai, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri e riceverai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi". Come se questo ricordo dei santi gli fosse stato mandato da Dio, e come se quel passo fosse stato letto appositamente per lui, Antonio uscì immediatamente e diede agli abitanti del villaggio i possedimenti ereditati dai suoi antenati. consistevano in circa centoventi ettari di terra rigogliosa e fertile, così che non fossero di intralcio a lui e a sua sorella".

Quando Antonio sente quel passo è "come se quel passo fosse stato letto proprio per lui". 
Mille anni dopo, Francesco d'Assisi stava felicemente vivendo la vita scapestrata di giovane ricco. I suoi sogni e le sue fantasie erano modellati dai canti romantici dei trovatori. Poi ha sentito le stesse parole che avevano sconvolto sant'Antonio. Si è sentito interpellato personalmente da quelle parole, che hanno trasformato il modo di percepire la sua individualità.

Può accadere anche a noi. Sentiamo le parole delle letture tratte dalla Bibbia e ci sentiamo interpellati personalmente. Non possiamo immaginare che il lezionario sia stato progettato così che noi potessimo ricevere queste parole come se oggi fossero rivolte a noi.

Non è come se il nostro cellulare improvvisamente si fosse connesso con Dio. È una cosa molto più radicale. In questa storia dell'innamoramento di Dio con l'umanità scopriamo chi siamo. Le parole della Bibbia sembrano rivolte direttamente a noi, perché toccano il senso più profondo della nostra esistenza e della nostra individualità.

Dobbiamo spesso lottare con le scritture per spezzarne il guscio duro e scoprire all'interno il messaggio nutriente. Il compito principale del predicatore è aiutarci a scoprire in ogni testo, la Buona Novella, una fonte di gioia. 
Sant'Agostino diceva del predicare: "Il filo del discorso diventa vivo attraverso la gioia autentica che riceviamo da quello di cui stiamo parlando".

Quando le letture sono terminate diciamo: "Rendiamo grazie a Dio" e dopo il Vangelo diciamo: "Lode a te, o Cristo". Letteralmente, eucaristia significa "rendere grazie" e il nostro primo rendimento di grazie è per la Parola di Dio.
Perciò, quando andiamo in chiesa e ascoltiamo le letture, non speriamo di imparare fatti nuovi sulla vita di Gesù, ma di incontrarlo. In ogni Messa ci sono due comunioni: quella con la parola e quella con il corpo e sangue di Gesù.

Una studentessa piuttosto irrequieta aveva avuto una brutta "overdose" all'Università. Invece di essere consegnata alla polizia fu accompagnata dagli amici in una comunità di accoglienza.
Quando la situazione lo permise, il prete che guidava la comunità, un uomo colto e preparato, professore di teologia e di psicologia. la invitò nel suo ufficio.
Così ricorda: "Ogni sua parola era intercalata da una bestemmia. Devo ammettere che in quel momento mi chiesi se mangiasse con la stessa bocca con cui parlava. Cominciò col raccontarmi del suo "brutto viaggio". Disse che una montagna la stava per schiacciare e che i suoi "amici" dovevano tenerla giù".
I colloqui, nonostante tutto, continuarono.
"Ero semplicemente e completamente sconvolto dalle cose che mi descriveva ad ogni nostra seduta" riferisce il prete, che cercava di cambiare la ragazza con i ragionamenti più sottili e convincenti.

Quando per gli studenti iniziarono le vacanze estive, finirono gli incontri tra il professore e la ragazza. Alla ripresa autunnale, la ragazza non si fece vedere.
Il prete domandò alla sua migliore amica dove fosse. "Oh", disse l'amica, "si è convertita. Adesso vive in una comunità cristiana da qualche parte nel Nord, e scrive lettere come una suora".
Il prete rimase di stucco: non se lo sarebbe proprio aspettato.
Passarono diversi mesi e un giorno, la ragazza tornò per vedere la famiglia e gli amici. Andò anche nell'ufficio del prete e per prima cosa lo abbracciò. Era evidentemente molto cambiata. Il prete le chiese come fosse avvenuta la sua conversione e soprattutto se era stato grazie ai loro colloqui, ma lei rispose: "Oh, no. Lei mi ha trattata con i guanti di velluto. Il cuoco della pizzeria in cui ho lavorato quest'estate, invece, ha usato dei modi diversi. Più di una volta mi ha detto, con il suo forte accento:
"Certo che sembri proprio triste, ragazza. Perché non permetti a Gesù Cristo di entrare nella tua vita? Lascia che Gesù esca dalle pagine della Bibbia per entrare nella tua vita!"
La ragazza sorrise e continuò: "Io gli rispondevo: "Taglia con queste fesserie", ma, a sua insaputa, cominciai a leggere la Bibbia tutte le sere.. E, una di quelle sere, Gesù Cristo uscì veramente da quelle pagine per entrare nella mia vita".
Il prete professore con tutti suoi gradi accademici era stato completamente superato dal cuoco di una pizzeria.

È la migliore delle ricette: lascia che Gesù esca dalle pagine della Bibbia per entrare nella tua vita! Senza perdere tempo.
Oggi, dice Gesù.
Oggi: parola chiave nella mia vita di ogni giorno.
In questi oggi si adempie la Scrittura.
In questo oggi il Cristo entra nella sinagoga delle mie convinzioni per proclamare un lieto messaggio alle povertà del mio pensiero, ai sentimenti prigionieri di quel desiderio infranto sulle rovine di un grigio quotidiano trascinato di ora in ora, al mio sguardo offuscato dal mio orizzonte troppo ravvicinato.
Un anno di grazia, di ritorno, di benedizione.

Signore,
che il mio oggi sia il tuo,
perché nessuna tua Parola 
possa cadere invano nella mia vita 
ma tutte possano realizzarsi 
come chicchi di grano 
nel solco gelido del passato, 
capaci di germogliare 
ai primi venti di primavera.

- Don Bruno FERRERO, sdb -


Buona giornata a tutti. :-)




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sabato 30 marzo 2019

Come sei bella, amica mia, come sei bella! - Dal Cantico dei Cantici, IV, 1-16




Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome come un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Galaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.




Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.




Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.



Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senir e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!




Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.




I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamomo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.
Levati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino,
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

Cantico dei Cantici, IV, 1-6 
Fonte: La sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, 1974 Roma




Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l'amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio

Cantico dei Cantici 8:6-7

Buona giornata a tutti. :-)



sabato 24 novembre 2018

Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie?

Oggi i giornali, le tv, i media esibiscono quotidianamente uomini e donne giovani, belli, sani: questi per loro sono l'uomo o la donna! 
La cultura di massa nasconde costante­mente la sofferenza e il disagio, mostrando i valori esteriori all'uomo, la produttività, l'efficienza, l'apparenza ecc. 
Nonostante i proclami ufficiali e le leggi, spesso i malati e gli anziani sono trattati come «oggetti»: si cura la malattia, non la persona malata. 

A volte la disperazione porta ad attribuire a Dio, il Padre, la nostra sofferenza: «Che cosa ho fatto di male perché Dio mi debba castigare così?». Sia nelle prediche sia nelle preghiere è ancora presente la concezione che «fare la volontà di Dio» sia rassegnazione passiva all'ingiu­stizia, ai mali dell'esistenza, alla fatalità. 
Anche appellarsi al destino come a un fattore predeterminante, al di fuori di ogni razionalità, pesa sull'esistenza di molti cristiani che, come i pagani, prestano fede ai luoghi comuni: «È stato il destino!».



Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? 
Perché le malattie?
Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino, nella religione anziché nella condizione esistenziale dell’uomo. E la risposta della religione fu che esistevano due divinità, una buona, ed era il Dio Creatore, quello della Vita, del Benessere, della Salute, e una divinità malvagia, ed era il Dio della Morte, della Malattia, della Povertà. 
Questa spiegazione era molto semplice, ma risolveva efficacemente il problema del perché della malattia, e della morte……
…. Questa relazione tra la malattia e la colpa dell’uomo è penetrata mettendo le radici nell’intimo delle persone, e nonostante Gesù abbia smentito categoricamente alcuna relazione tra la malattia e il peccato, questo fa che le persone quando vengono a conoscenza di essere affette da una malattia hanno dapprima una reazione di incredulità (Non è possibile!), poi di rifiuto/rabbia (Perché proprio a me?) e infine il devastante senso di colpa: Che cosa ho fatto di male per meritare questo?
Enorme è la responsabilità della Chiesa che ignorando il messaggio evangelico ha favorito la categoria veterotestamentaria della malattia come conseguenza del peccato. E così il concetto del castigo divino è stato inculcato generazione dopo generazione fin dalla più tenera età, cominciando dai bambini, che venivano al mondo già gravati da una colpa, il peccato originale, e ai quali veniva fin dalla più tenera età insegnato l’Atto di Dolore: Mi pento con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi… 
Questa orazione, strettamente legata al sacramento della Confessione, è stata trasmessa inalterata di generazione in generazione con l’unica leggera variante del passaggio dal voi al tu (da vostri a tuoi castighi).

- Padre Alberto Maggi -
da: "Sacralità della vita o dell'uomo"
12 novembre 2016, Congresso AIPO, Civitanova Marche (Italy)


Il cristiano guarda agli infermi con realismo, partecipando con tutto il cuore alle loro sofferenze: tuttavia, non può diventare un consolatore stucchevole. Va loro incontro con amore: esprime, con la sua sollecitudine, la fiducia nella Provvidenza che tutto dispone nell'esistenza per il nostro bene. 
Non sappiamo spiegare il «perché» della sofferenza: non è una punizione né una fatalità. 
Appartiene a un disegno misterioso, nascosto per ora alla nostra comprensione. 
Solo la fede ci aiuta a infondere nei malati la speranza nella Provvidenza e nella presenza del Signore Gesù che dà la forza di affrontare ogni situazione, affidandosi a Lui.
Il Signore non sempre ci libera dalla sofferenza, ma ci pre­serva nella tribolazione.




Nella Bibbia alcuni passi del libro di Giobbe ci illuminano, presentandoci la sua fidu­cia che Dio non lo abbandonerà anche nelle prove della vita, nonostante le discussioni e le provocazioni degli amici: 42,1-6. 
Anche il libro di Tobia ci racconta la storia edificante di un uomo colpito dalla sofferenza e dalle disgrazie, ma sempre accompagnato da Dio in ogni mo­mento. 
Alcuni Salmi ci offrono parole di conforto per rivolgerci a Dio: 41, «Beato l'uomo che ha cura del debole»; 71, «In te, Signore, mi sono rifugiato»; 121, «Alzo gli occhi verso i monti».
Gesù non ha prodotto nessuna teoria sul «perché» della sofferenza. 
Egli ha agito gua­rendo i malati, integrando gli emarginati, vincendo la morte. Come Figlio di Dio si è fatto solidale con la nostra sofferenza, assumendola. Ci ha rivelato la «bella notizia» che anche i malati possono essere felici, se confidano in Dio. 
Nel testo di Giacomo 5,14-15 si parla espressamente della cura della comunità verso i malati, attraverso laici e sacerdoti; si esprime la convinzione che i credenti non accolgono la sofferenza né con la rassegnazione passiva né come punizione di Dio, ma con la cura, la sollecitudine e la solidarietà sia nella preghiera sia nel comportamento pratico. 
La misericordia di Dio si manifesta nella solida­rietà del Figlio di Dio e nell'accoglienza della Chiesa verso i malati.


Buona giornata a tutti. :-)







martedì 13 novembre 2018

Se ne avessimo il coraggio, diremmo "No!" al Signore. - padre Anthony Bloom

Quando leggiamo con onestà le Scritture dobbiamo riconoscere che certi brani ci dicono ben poco. 
Siamo disposti ad acconsentire con Dio perché non abbiamo ragioni per essere in disaccordo con lui. 
Possiamo approvare questo o quel comando o quell'atto divino perché non ci tocca personalmente, non cogliamo ancora le domande che esso pone alla nostra persona.
Altri passi francamente non ci piacciono affatto. 
Se ne avessimo il coraggio, diremmo "No!" al Signore. 
Dovremmo prendere l'abitudine di annotare con cura questi brani. 
Sono la misura della distanza che ci separa da Dio, nonché della distanza fra ciò che siamo ora e quel che potremmo essere potenzialmente.
L'evangelo, infatti, non è un succedersi di comandi esteriori, ma un'intera galleria di quadri interiori. 
E ogni volta che diciamo di no all' evangelo, ci rifiutiamo di essere persone nel senso più pieno del termine.

- Anthony Bloom - 
1914 – 2003 
Da “La preghiera giorno dopo giorno” , Gribaudi Editore nella collana Meditazione e preghiera 




Vi sono dei passi dell' evangelo che fanno ardere i nostri cuori, che illuminano la nostra intelligenza e scuotono la nostra volontà. 
Essi danno vita e forza a tutto il nostro essere fisico e morale. 
Questi brani rivelano quelle regioni del nostro intimo nelle quali Dio e la sua immagine coincidono di già; mostrano a che punto ci troviamo, anche solo fugacemente, per un attimo, nella via che conduce a quel che siamo chiamati a essere.
Dovremmo prendere nota con cura di questi passi, con attenzione ancora maggiore rispetto a quella prestata ai brani di cui parlavamo poc'anzi. 
Sono i punti in cui l'immagine di Dio è già realizzata in noi uomini decaduti a causa del peccato. 
Da questi inizi possiamo lottare per continuare a trasformarci nella persona che sentiamo di voler e dover essere. 
Dobbiamo sempre restare fedeli a queste rivelazioni.
Almeno in questo, la nostra fedeltà non deve venire mai meno.

Se facciamo quanto ho appena detto, i brani di questo genere aumentano di numero, gli appelli che l'evangelo ci rivolge si fanno più ricchi e circoscritti, le nebbie a poco a poco si diradano e possiamo scorgere l'immagine della persona che dovremmo essere. 

Allora, possiamo cominciare a presentarci a Dio nella verità.


- Anthony Bloom - 
1914 – 2003 
Da “La preghiera giorno dopo giorno” , Gribaudi Editore nella collana Meditazione e preghiera 


Buona giornata a tutti. :-)






  

sabato 6 gennaio 2018

Adorazione dei Magi

Il racconto dei Re Magi  commuove ancora il mondo.
Nei Vangeli, l'apparizione dei Magi è timidissima. 
Ignoriamo chi siano i Magi che, nel Vangelo di Matteo (Matteo 2,1-23), l'unico che li ricorda, giungono da Oriente: sappiamo soltanto che seguono una stella, giungono a Betlemme, entrano nella casa di Giuseppe e Maria, vedono il bambino, si prostrano, gli rendono omaggio e gli offrono i doni: oro, argento e mirra. 
I Magi provenienti dall'Oriente rappresentano i Gentili che ricevono la rivelazione di Dio.
L'adorazione richiama la profezia di Isaia 60,6 che annuncia la liberazione dall'esilio e la confluenza di tutti i popoli a Gerusalemme, che diventerà centro di adorazione perché “è giunta la tua luce e la gloria del Signore è sorta su di te”.
L'offerta dei doni (oro, incenso e mirra) richiama il Salmo 7,10-11 che annuncia: “I re di Seba e di Saba porteranno doni; tutti i re gli renderanno omaggio”. 
Con tali richiami Matteo proclama la regalità universale di questo “Re dei Giudei” che i Magi hanno riconosciuto nel bambino di Betlemme.
Tutto il resto del racconto della Natività, che trionfa nel Vangelo di Luca, viene abolito da Matteo. 
Non ci sono i pastori e le greggi, l'angelo del Signore, la grande gioia di tutto il popolo, la nascita del Salvatore, la moltitudine dell'esercito celeste che loda Dio: «Gloria a Dio nelle sublimità e sulla terra pace agli uomini della divina benevolenza»; e sopratutto il segno singolarissimo, il paradosso dei paradossi: «Il Cristo, avvolto in fasce che giace in una mangiatoia». 
Nel Vangelo di Matteo, abbiamo soltanto questi Magi sconosciuti: saggi pagani, che anticipano la conversione dei popoli stranieri al Signore, mentre Israele lo rifiuta.  
Erode (Mt 2,13-23) in contrapposizione all'adorazione dei Magi troviamo l'indifferenza e il rifiuto da parte del mondo ebraico e di Erode.
Questa scena è un'anticipazione della passione: come Dio ha salvato il proprio Figlio dalle mani di Erode lo salverà dalla morte con la risurrezione. 
I fatti si svolgono in tre momenti: la fuga in Egitto, il massacro dei bambini, il ritorno a Nazaret.

L’Adorazione dei Magi (1475)
Sandro Botticelli

Galleria degli Uffizi, Florence, Italy

Epifania del Signore 

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus: Quia ipsum in Christo salútis nostræ mystérium hódie ad lumen géntium revelásti, 
et, cum in substántia nostræ mortalitátis appáruit, nova nos immortalitátis 
eius glória reparásti. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et 
Dominatiónibus, cumque omni milítia cæléstis exércitus, hymnum glóriæ tuæ 
cánimus, sine fine dicéntes:


Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth.

E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Oggi in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza, 
e in lui apparso nella nostra carne mortale ci hai rinnovati con la gloria nell’immortalità divina.
E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:

Santo, Santo, Santo il Signore, Dio degli eserciti.


Gentile Da Fabriano,  Adorazione dei Magi
Galleria degli Uffizi, Florenze, Italy


Gloria a te, o Padre, 
che manifesti la tua grandezza
in un piccolo Bambino
e inviti gli umili e i poveri
a vedere e udire le cose meravigliose
che tu compi nel silenzio della notte,
lontano dal tumulto dei superbi
e dalle loro opere.

Gloria a te, o Padre,
che per nutrire di vera manna
gli affamati
poni il Figlio tuo, l'Unigenito,
come fieno in una mangiatoia
e lo doni quale cibo di vita eterna:
Sacramento di salvezza e di pace. Amen.



- Madre Anna Maria Cànopi -



Buona giornata a tutti. :-)