aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
- Agostino Degas -
«Madre
mia,
Ti
chiamo madre anche se a mia volta sono diventata mamma. Sono anni che ti penso,
e sebbene tutti dicano che sono impazzita per amore, sbagliano. Io sono
impazzita per te. Sei stata la donna che ho odiato di più nella mia vita,
perché eri bella, stupenda, regale, e perché sapevi tutto di tutti.
Ti
devo la vita, non una ma cento volte, e a te devono la vita anche i miei figli.
Questo mi fa rabbia. La tua bontà ha salvato tante persone, ma non mi hai mai
insegnato che cosa è il male e da che parte va affrontato. Consideravo il male
i tuoi rimproveri, i tuoi semplici castighi, quella guerra da cui mi salvavi
tenendomi tra le braccia. Se tu avessi visto la tua piccola, gracile bambina
alle prese coi cancelli di un manicomio, ne saresti morta. Invece sei morta in
pace, memore dell'amore per noi.
Tu
non sai che cosa vuol dire lottare contro un mostro. Non sai che cosa vuol dire
scoprire in un giorno qualsiasi qualcuno che ha detto che io non avevo avuto
una madre. Certo era qualcuno che non aveva visto i tuoi occhi, il tuo amore, i
tuoi gesti imperiali, né quando mi carezzavi i capelli con mano lenta e
conoscitrice dicendomi sottovoce: "Ho paura per te, perché un giorno
diventerai un genio". Non mi hai detto: "una madre, una sposa",
ma un genio e forse per obbedirti sono diventata grande, ma agli occhi di chi?
Ogni sera vorrei consolarti e dirti che la tua bambina aspetta che tu le misuri la febbre, e che tu la baci sulla fronte, e che tu picchi e punisca il vicino di casa che non mi saluta, e che tu urli contro l'uomo che mi ha abbandonato. Così sono le madri, le madri che guardano negli occhi i loro figli capendo di che cosa hanno paura».
- Alda Merini -
Sulla
tua bianca tomba
sbocciano i fiori bianchi della vita.
oh quanti anni sono già spariti
senza di te – quanti anni?
Sulla
tua bianca tomba
ormai chiusa da anni
qualcosa sembra sollevarsi:
inesplicabile come la morte.
Sulla
tua bianca tomba,
Madre, amore mio spento,
dal mio amore filiale
una prece:
A lei dona l'eterno riposo.
(Karol
Wojtyla - Cracovia, primavera 1939)
Se
hai la fortuna di avere ancora la mamma al tuo fianco, tienila stretta. Ridi
insieme a lei, parlale e goditi ogni momento in sua compagnia. Questi sono i
ricordi che un giorno ti scalderanno il cuore.
Se
invece la tua mamma ti veglia dal cielo, possa tu sentire il suo amore in un
soffio di vento, il suo sorriso nella luce del sole e la sua gentile presenza
in ciò che ancora ti circonda.
-
Web -
... Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura.
Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio.
Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo…
Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo.
La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre…
Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è “l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli.
E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane.
Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare.
A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni.
Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri.
E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita.
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via.
Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale.
Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie!
Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì.
Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato".
- Alda Merini -
- Antonio Cuomo -
Questo
Natale ce lo ricorderemo e daremo il giusto peso a ciò che conta davvero. E
capiremo tutti, nessuno escluso, quanto abbiamo sbagliato a dare troppe cose
per scontate, senza distinguere tra superfluo e necessario, tra presenza ed
assenza. Perché il regalo più bello, a Natale, è quello dove a tavola ci si
siede tutti insieme.
- Mary Rosa
Amico -
La bellissima
atmosfera
di Natale,
viene da lontano,
accarezza profumati fiori
e conquista molti cuori…