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domenica 31 dicembre 2017

Preghiera di lode e di ringraziamento per la fine dell'anno

Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, 

e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.

Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.

Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.

Nel nome di Gesù, amen.

- Arley Tuberqui -




Commento su Giovanni 1,1-18 di Paolo Curtaz

Ultimo giorno dell'anno: pochi pensano alla preghiera e alla fede oggi, presi dalla frenesia del cenone e del rito simpaticamente pagano che stiamo per celebrare: quello dell'addio all'anno trascorso e del benvenuto a quello che inizia, sperando (illudendosi?) che sia diverso, che segni una svolta. 
Speriamo che sia così ma, ci ricorda la liturgia, non è questo l'essenziale. 
La visione cosmica di Giovanni che abbiamo letto, il riassunto di tutto, che egli scrive alla fine della sua vita e pone all'inizio del suo splendido vangelo, ci danno l'indicazione giusta. 
Il tempo è il luogo in cui si realizza la salvezza, il luogo che Dio ci dona per conoscere noi stessi e la sua presenza, per capire cosa ci stiamo a fare su questa terra. 
Siamo invitati, oggi, a fare un consuntivo dell'anno trascorso, anno difficile, di fine impero e di un nuovo inizio per la Chiesa che siamo invitati a rileggere e a interpretare alla luce della fede. 
Allora potremo recitare il "gloria" che troviamo nel salmo e cantare il "te Deum", il riconoscimento che Dio è padrone della Storia e dirgli che, se vuole, può essere anche il padrone della nostra, della mia piccola storia. 
Storia che Dio riempie di luce. 
Grazie del tempo che ci hai dato, Signore. E di quello che ci darai.

- Paolo Curtaz - 


Ai tuoi occhi, Signore, mille anni

Sono come il giorno che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Ancora informi ci hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i nostri giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
passano presto e noi ci dileguiamo.
Si dissolvono in fumo i nostri giorni,
sono come ombra che declina
e come l'erba inaridiscono.
Ma tu, Signore, rimani in eterno,
il tuo ricordo per ogni generazione.

Tua, Signore, è la grandezza, la potenza,

la gloria, la maestà e lo splendore,

perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo...
Ti t'innalzi sovrano su ogni cosa...
Tu domini tutto;
nella tua mano c'è forza e potenza.
Prima che nascessero i monti
E la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, Dio...

Si parlerà del Signore

Alla generazione che viene;

annunzieremo la tua giustizia;
al popolo che nascerà diremo:
Ecco l'opera del Signore!
Del Signore è la terra e quanto contiene,
l'universo e i suoi abitanti.
E' lui che l'ha fondata sui mari,
e sui fiumi l'ha stabilita.
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome.

Insegnaci a contare i nostri giorni

e giungeremo alla sapienza del cuore.

E' meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nell'uomo.
E' meglio rifugiarsi nel Signore
Che confidare nei potenti.
Signore, il tuo nome è per sempre.
Signore, il tuo ricordo per ogni generazione.

Composta da versetti di vari salmi che ben esprimono il desiderio del cuore nell'azione di grazie e di lode dovute al Signore del tempo e della storia. 
Dio per farsi lodare ci pone sulla bocca le sue stesse parole: un'intuizione felice di S. Agostino nel sottolineare la duttilità e la "vicinanza" del salterio al bisogno di preghiera nascosto nel cuore di ogni uomo.





“C’è chi giura che nel mondo non c’è più bellezza, nè magia...allora come si spiega che il mondo intero si riunisce in una notte per celebrare la speranza nell’ anno che verrà?

dal film: "Capodanno a New York”





O Eterno Padre, Signore del tempo e dell'eternità, in questi ultimi giorni dell'anno ascolta la nostra voce di riconoscenza e di pentimento. 
Ti ringraziamo dal fondo del cuore per tutte le grazie concesse a noi dalla tua generosità, ed in modo particolare per tutti i benefici elargiti a ciascuno di noi nel corso di quest'anno che oramai volge al tramonto. 
Perdona, o Signore, le nostre debolezze e le nostre colpe; accogli e benedici il nostro proposito di servirti più fedelmente per la vita che abbiamo dinanzi; liberaci dai pericoli del corpo e dalla rovina dell'anima; fa' che possiamo compiere sempre e ovunque la tua santissima volontà, affinchè col tempo impiegato santamente nel tuo servizio, meritiamo il premio che non ha mai fine. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. 
Amen.



Buon anno!  Carissimi amici ed amiche sono le 5 del mattino, prima dello scoccare della mezzanotte entriamo in una chiesa e preghiamo per la pace nel mondo e secondo le intenzioni del Santo Padre. 

Pace! Buon 2018

- Stefania -

domenica 17 settembre 2017

da: "Anime Sante" - Paolo Curtaz

Da cosa si valuta un’esistenza? 
Qual è il metro di giudizio per capire se la vita che ho vissuto è stata un successo? 
O un fallimento? 
Questa domanda mi risuona nella mente ormai da mesi. 
Il caos delle ultime settimane l’ha solo temporaneamente accantonata ma, alla fine, tutto sommato, tolto tutto, mi resta solo questa domanda insopportabile. 
Ha senso la vita? La mia vita? 
Ho provato a confrontarmi, ad indagare, a interrogarmi e a interrogare altri che ritenevo più capaci di me, ma, se devo essere sincero, non ho ancora trovato risposte sufficienti, o totalmente convincenti, né tanto meno esaustive. E forse non è nemmeno una risposta ciò di cui ho bisogno. 
Ma di pace. No, lo sai bene, non è una questione filosofica. O religiosa. Non un esercizio retorico. 
È proprio una domanda che brucia in quella che ho imparato a chiamare “anima”.
Per tanto tempo, lo sai, ho creduto molto nel lavoro. 
Ho scoperto di essere un professionista capace e le mie qualità sono state riconosciute e valorizzate anche da altri. 
Sì, è stato bello esprimermi sul lavoro, mi è anche piaciuto collaborare, scoprire, trovare soluzioni, ricevere numerose gratificazioni. Ma quello che mi ha sempre lasciato perplesso è l’immensa sproporzione fra l’investimento emotivo e i risultati. Fra ciò che ho messo in gioco e ciò che ho raccolto. 
No, non so se ne sia veramente valsa la pena. 
La fatica più grande è sempre stata quella di confrontarmi con persone che, invece di proseguire per la propria strada, hanno preteso ostacolare la mia. Per invidia, per ignoranza, per stupidità. 
Se penso a quanto tempo ho sprecato per superare le difficoltà che altri mi avevano creato! 
Sai quanto io abbia investito in conoscenza. 
Ho scoperto, col passare degli anni, di avere ricevuto in dono dalla sorte (o da Dio, come dite voi credenti) o da non so chi, un’intelligenza profonda e curiosa. 
Ho letto, ho ascoltato, ho cercato. 
Tutto, di tutto. Ovunque. Psicologia, religioni, filosofia, scienze teoriche e applicate. Finanche esoterismo. 
Qualunque cosa mi aiutasse a mettere ordine nell’immenso caos che cresceva dentro di me. 
E più cresceva la conoscenza e più cresceva la sofferenza.
Più sapevo, meno capivo. 
Più ottenevo risposte e più nascevano domande. 
Sempre di più. Sempre più stordenti. Fino ad un punto di non ritorno. 
Ho sfiorato più volte la disperazione o la follia. 
Ci sono stati momenti di panico interiore in cui avrei barattato la mia vita con quella di chiunque altro. 
Avrei voluto sostituire la mia inquietudine con una di quelle passioni che invadono l’intelligenza degli altri: per una squadra di calcio, per una trasmissione televisiva, per uno sport da praticare o un hobby, per un cane o un gatto, per la cucina etnica o vegana… 
Qualcosa che riempisse, che sostituisse. Che placasse. 
Avrei pagato per avere desideri semplici, accessibili, emozioni comuni e condivise. 
Non so che farmene della mia spiccata intelligenza emotiva, considero la mia sensibilità la peggiore delle disgrazie. 
Ci sono stati dei momenti, come hai capito, in cui ho davvero avuto l’impressione di essere travolto da me stesso. 
Gli eventi che ben conosci e che, come un macigno, hanno raso al suolo ogni certezza hanno, alla fine, spinto al bordo del baratro la mia vita. 
Allora, a un passo dall’abisso, ho avuto un pensiero luminoso. 
Uno solo. 
Semplice, lineare, banale. 
Talmente banale da stupirmi per non averlo avuto prima. 
Ed è la ragione per cui ho deciso di scriverti alla fine di questa ennesima giornata di fatica. 
Ho pensato questo: siamo valutati sull’amore. 
Su quanto abbiamo amato. Una vita pesa quanto ama. 
Una vita vale solo se tenta di amare e di essere amata, meglio che riesce, meglio che può. 
Forse è una cosa banale, mi dirai, ma l’averci pensato per davvero mi ha fatto sciogliere in lacrime. 
Ha incrinato il muro che teneva prigioniera la mia anima. 
Il mio me. 
Come se fosse un indizio verso una qualche soluzione in questa mia insostenibile notte senza fine. Se ciò che ho scoperto è vero, e so che è vero, allora c’è una traccia, una minuscola e labile traccia verso un’uscita di sicurezza. 
Ho amato. Male, ma ho amato. 
Incoerentemente, superficialmente, con discontinuità. 
Ma ho l’assoluta e ingenua convinzione di avere amato. Almeno per un momento. Ed esplorando il profondo della mia anima trovo ancora quella vivida impressione. 
Più della gratificazione del sentirsi amati. 
Più dell’attrazione e della passione. 
Quasi come se, per un attimo, avessi scoperto in me qualcosa di più grande, che non sentivo provenire da me, ma da molto più lontano. 
Ti ho amato. Anche se tremo nel dirtelo. E questo pensiero è l’unica tavola che ancora mi tiene a galla. 
Volevo fartelo sapere. Forse per darmi una speranza. O una giustificazione. O un appiglio. Ma sento che questa è la cosa più vera che io abbia scoperto nel mio inutile vagare. 
Una vita vale quanto ama. 
E quel poco amore che ho saputo dare aveva a che fare con te. 
Non oso pensare che tipo di reazione suscitino in te, a questo punto, queste mie parole. E se questa mia la cestinerai pensando, ancora un volta, di avere ragione e che sono solo un pazzo irresponsabile e confuso. 
Forse lo sono. Vorrei non esserlo.

- Paolo Curtaz -
http://www.paolocurtaz.it/ebook/anime-sante/



Ti ho amato. Anche se tremo nel dirtelo.
E questo pensiero è l’unica tavola che ancora mi tie­ne a galla.
Volevo fartelo sapere.
Forse per darmi una speranza.
O una giustificazione.
O un appiglio.
Ma sento che questa è la cosa più vera che io abbia sco­perto nel mio inutile vagare.
Una vita vale quanto ama.
E quel poco amore che ho saputo dare aveva a che fa­re con te.
Non oso pensare che tipo di reazione suscitino in te, a questo punto, queste mie parole. E se questa mia la cesti­nerai pensando, ancora un volta, di avere ragione e che sono solo un pazzo irresponsabile e confuso.
Forse lo sono.
Vorrei non esserlo.

- Paolo Curtaz -
http://www.paolocurtaz.it/ebook/anime-sante/




Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 20 maggio 2016

Il cane e l'asino

Un giorno un taglialegna andava nel bosco con il proprio cane e il proprio asino. Il cammino era assai lungo e faticoso. A un certo punto della giornata il taglialegna si fermò in una radura, all'ombra di un faggio, dove si sdraiò e si addormentò beatamente.
Intanto l'asino si mise a brucare l'erba.
Il cane chiese all'asino: "Abbassati un attimo, nel paniere che hai sul dorso c'è del pane, lascia che ne prenda un pezzo, perché ho fame".
L'asino non voltò nemmeno il capo, non voleva perdere neanche un minuto, neanche un filo di quella soffice erba, il suo stomaco doveva riempirsi… Era così stanco!
Poi rispose a bocca piena: "Aspetta che si svegli il padrone, ti darà lui da mangiare". In quel momento sbucò dal margine del bosco un lupo che, a fauci spalancate, si avventò sull'asino.
L'asino chiese aiuto al cane: "Caro cane, aiutami, amico mio! ".
Il cane rispose: "Sono così stanco a affamato. Aspetta che il padrone si svegli, ti aiuterà lui"…
Povero asino, con la zampa sanguinante capì che ogni gentilezza e ogni favore bisogna farli a tempo debito, quando l'amico ne fa richiesta.

Solo così nasce la vera amicizia e la ricompensa…



L'amore non nasce da uno sforzo di volontà, riservato ai più bravi; l'amore viene da Dio, non dalla mia bravu­ra: amare comincia con il lasciarsi amare. Non sia­mo più bravi degli altri, siamo più ricchi. Ricchi di Dio.

- Padre Ermes Ronchi - 


Quanto è difficile parlare di pace oggi! 
Ci siamo illusi, nei decenni scorsi, di potere immaginare un mondo basato sulla reciproca tolleranza e sul rispetto delle diversità. 
L'inizio del terzo millennio, invece, ci ha posti davanti alla cruda realtà di un mondo in perenne lotta, in continua guerra. 
La pace, così tanto agognata, frutto della giustizia, come scrive il profeta Isaia, resta una chimera. Anche chi ha alzato forte la voce per chiedere la pace, spesso si è trovato a farlo con toni combattivi. Gesù, oggi, ci offre una soluzione, una differente chiave di lettura: la pace è suo dono ed è diversa da quella che propone il mondo. È suo dono: non solo una conquista ma l'accoglienza di una prospettiva diversa. Possiamo diventare testimoni di pace perché pacificati nel nostro intimo, possiamo costruire spazi di dialogo perché abbiamo un orizzonte di riferimento, il sogno di Dio. La pace, allora, va anzitutto coltivata in noi stessi, lasciando che sia la Parola a convertirci, mettendo noi a fuoco i nostri peccati e chiedendone perdono al Signore. 
Con un cuore pacificato diventeremo capaci, allora, di accogliere l'altro nella sua dimensione più profonda.

- Paolo Curtaz - 



Salve, o saldo fondamento della fede; 
Salve, o splendido contrassegno della grazia!
Salve, Tu per cui fu spogliato l'inferno; 
Salve, Tu per cui fummo rivestiti di gloria!
Salve, o voce perpetua degli Apostoli; 
Salve, o degli atleti invincibile coraggio!
Salve, o difesa contro i nemici invisibili; 
Salve, o ingresso alle porte del Paradiso!
Salve, perchè i cieli rallegransi insieme con la terra;
Salve, perché la terra tripudia insieme con i cieli!
Amen. 

Ave Maria!


Buona giornata a tutti, :-)




mercoledì 23 marzo 2016

Un Cristo senza croce, una croce senza Cristo - Centro Missionario Diocesano, Verona

Amico, io vado in cerca di una croce.
Vedi, ho un Cristo senza croce,
l’ho acquistato presso un antiquario.
Mutilato e bellissimo. Ma non ha croce.
Per questo mi si è affacciata un’idea.
Forse tu hai una croce senza Cristo.
Quella che tu solo conosci.
Tutti e due siete incompleti.
Il mio Cristo non riposa perché gli manca una croce.
Tu non sopporti la croce, perché le manca Cristo.
Un Cristo senza croce, una croce senza Cristo.
Ecco la soluzione: perché non li uniamo e li completiamo?
Perché non dai la tua croce vuota a Cristo?
Ci guadagneremo tutt’e due. Vedrai.
Tu hai una croce solitaria vuota, gelata, paurosa, senza senso: una croce senza Cristo.
Ti capisco: soffrire è illogico.
Non comprendo come hai potuto sopportare così a lungo.
Una croce priva di Cristo è una tortura,
il principio logico della disperazione.
Hai il rimedio tra le mani. Non soffrire più solo.
Su, dammi questa croce vuota e solitaria. Dammela.
Ti darò in cambio questo Cristo mutilato,
senza riposo, né croce.
La tua croce non è più solamente tua;
è anche e nello stesso tempo la croce di Cristo.
Su, prendi la tua croce, amico; la tua croce con Cristo.
Non sarai più solo a soffrire.
La porterete in due, il che vuol dire dividerne il peso.
E finirai per abbracciare e amare la tua croce,
una volta che Cristo sarà in essa.

- Centro Missionario Diocesiano, Verona - 





Preghiera a Tommaso - Paolo Curtaz

Senti, Tommaso, io ti voglio un sacco di bene e ti ringrazio per la tua fede cristallina.
Non credo sia un caso il fatto che il nostro comune amico Giovanni ti abbia soprannominato "didimo", cioè gemello: davvero mi assomigli. Voglio affidarti, caro mio gemello, tutti quelli che –come te- non si sono ancora arresi al Signore.
Tommaso, patrono degli sconfitti, prega per noi. 
Quando ci scandalizziamo dell'incoerenza della Chiesa, quando ci sembrano troppo grosse le sue fragilità, quando non ci sembra possibile che tanta gloria sia affidata a tanta povertà, prega per noi. 
Facci capire che uno dei modi per riconoscere la presenza del risorto, misterioso ospite delle nostre vite, ora, è anche la sofferenza. 
Facci comprendere che anche una vita sconfitta può incontrare la gloria del risorto, che il grande popolo dei perdenti ha un patrono e un Signore. 
Tommaso, nostro gemello, aiutaci ad osare anche quando sembra inutile, a fissare lo sguardo altrove quando la pesantezza della vita e del peccato ci schiantano a terra, a lavorare per la costruzione del Regno sapendo che il mondo è già salvo, ma non lo sa.

-  Paolo Curtaz -



 “Incredulità di San Tommaso” Michelangelo Merisi da Caravaggio
È conservato alla Bildergalerie nel parco di Sanssouci a Potsdam.



Discernimento nella gioia

Una delle regole fondamentali per il discernimento degli spiriti potrebbe essere dunque la seguente: dove manca la gioia, dove l'umorismo muore, qui non c'è nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo. 

E viceversa: la gioia è un segno della grazia. Chi è profondamente sereno, chi ha sofferto senza per questo perdere la gioia, costui non è lontano dal Dio del vangelo, dallo Spirito di Dio, che è lo Spirito della gioia eterna.

- papa Benedetto XVI -
da: "Il Dio di Gesù Cristo"




Sorgi,risplendi,poichè la tua luce é giunta, e la gloria del Signore é spuntata sopra di te! (Isaia 60,1)



Buona giornata a tutti :-)



martedì 31 luglio 2012

Che burlone Dio che affida l’annuncio del Regno a persone balbuzienti, come Mosè! - Paolo Curtaz


Il prezioso tesoro del Regno di Dio è affidato alle nostre fragili mani, come vasi di creta.

E questo suscita ancora stupore, come lo stupore dell’incredulità dei concittadini che non riconoscono nel figlio di Giuseppe l’atteso e lo stupore del Maestro davanti alla durezza dei loro e dei nostri cuori.

Che burlone Dio che affida l’annuncio del Regno a persone balbuzienti, come Mosè!

Come Amos, ognuno di noi è strappato alla sua quotidianità per diventare profeta, per contrapporsi al profeta di corte, Amasia, pagato per applaudire alle opere del re Geroboamo.
Come i discepoli, Gesù invia tutti a noi a preparargli la strada, ad annunciare il vangelo.
Siamo mandati a preparare la venuta del Signore, non a sostituirlo, a testimoniare la sua presenza attraverso la nostra esperienza.
La Chiesa è sempre e solo preparazione all’ incontro con Dio, è a totale servizio del Regno, lo accoglie e, per quanto riesce, lo realizza.
Non siamo inviati a vendere un prodotto, ma ad annunciare e a suscitare una salvezza: la nostra.
Vedendo che viviamo da salvati, uomini e donne in cerca di risposte e di speranza si interrogano e richiedono ragione della speranza che è in noi.

Marco pone delle condizioni all’annuncio, una sintesi per ricordare ai discepoli con quale stile sono chiamati ad annunciare il Regno. 
I discepoli sono mandati ad annunciare il Regno a due a due. 
Non esistono navigatori solitari tra i credenti, tutta la credibilità dell’annuncio si gioca sulla sfida del poter costruire comunità. 



Al geniale guru solitario Gesù preferisce il faticoso percorso della condivisione fra anime: è l’amore che abbiamo fra di noi che annuncia, non la dialettica spettacolare.

Parlare della comunità in termini astratti è bello e poetico; vivere nella propria comunità, concreta con quel membro del gruppo, con quel viceparroco, con quel cantore, è un altro affare. 

Le piccinerie che emergono dagli ambienti vaticani ancora ci ricordano che è la comunione a rendere testimonianza della verità delle nostra parole. No, non mi scandalizzo delle manovre vaticane, finché non riesco a superare quelle della mia parrocchia.

Gesù ci tiene alla scommessa della convivenza, fatta per amore al Vangelo, pone quel a due a due come condizione prioritaria all’annuncio. 


Al di sopra delle simpatie e dei caratteri, Gesù ci invita ad andare all’ essenziale, a non fermarci alle sensazioni di pelle, a credere che la testimonianza della comunione, nonostante noi, può davvero spalancare i cuori.
La Chiesa non è il club dei bravi ragazzi, non ci siamo scelti, Gesù ci ha scelto per avere potere sugli spiriti immondi. 
La Parola che professiamo e viviamo caccia la monnezza dai cuori, la parte tenebrosa che ci abita.
Fare comunione pone un limite alle ombre che abitano in ciascuno di noi: senza eliminarle, la luce che porta il vangelo ci illumina e, così facendo, ci rende luminosi gli uni per gli altri.


(Paolo Curtaz)

“Il dolore è una componente della finitezza delle creature. Un dato che nella nostra società orgogliosa e tecnologica, che qualcuno ha definito “post-mortale”, non si vuole accettare. Si occulta in tutti i modi la morte, o magari si insegue la possibilità di vivere fino a 120 o 130 anni, continuando ad allontanare l’appuntamento. Dobbiamo invece avere il coraggio di guardare in faccia malattia e morte come componenti dell’esistenza”. (Gianfranco Ravasi, cardinale della Chiesa Cattolica, biblista, teologo, ebraista ed archeologo)



sabato 11 giugno 2011

Marinai d’acqua dolce – Paolo Curtaz (don)

Vangelo: Mc 4, 35-41
Dal vangelo secondo Marco
In quel giorno, verso sera, disse Gesù ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva».
 E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca.
C'erano anche altre barche con lui.
Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena.
Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.
Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che moriamo?».
Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!».
Il vento cessò e vi fu grande bonaccia.
Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro:
«Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».

L’altra riva
Gesù chiede ai suoi discepoli di passare all’altra riva, di attraversare il lago.
Tutti noi, ad un certo punto, avvertiamo l’esigenza di passare all’altra riva.
Non pensate subito alla morte, per favore. Nella vita dobbiamo, più volte, confrontarci con il bisogno di senso e pienezza che ci travolge, proprio quando pensiamo di avere capito, di essere arrivati.
Gesù stesso ci provoca, ci chiede di passare all’altra riva, di non sederci, di non abituarci, di accettare il cambiamento. La fede non è una solenne anestesia, ma un continuo stimolo al cambiamento, alla conversione. Contrariamente a ciò che pensa la maggioranza, nulla è più fluido e dinamico del discepolato, perché seguiamo colui che non ha dove posare il capo.
Quando pensiamo di essere arrivati, nella vita e nella fede, il Signore ci spinge a prendere il largo.
Qual è la riva che ancora dobbiamo raggiungere?

Così com’è
Quell’annotazione birichina di Marco mi ha sempre fatto sorridere: lo presero con sé, così com’era, sulla barca.
Se vogliamo davvero passare all’altra riva, fare un percorso serio, anche doloroso se necessario, ma vero, un percorso di crescita umana e di vita interiore, dobbiamo prendere Gesù così com’è. Non quello tarocco dei politicamente corretti che ogni due settimane scoprono il vero volto di Gesù tenuto nascosto dalla perfida Chiesa (che dite, è la trama del Codice da Vinci? Ops!), né quello zuccheroso ed evanescente della devozione, ma quello crudo e faticoso professato dai cristiani.Pazienza se è un po’ scomodo, questo Dio, pazienza se non sempre mi dice delle cose gradevoli. Preferisco un Dio urticante e onesto ad uno carezzevole e falso.
Abbiate il coraggio di prendere il Signore così com’è, non come vi piacerebbe che fosse!

Tempeste
È proprio quando abbiamo deciso di rischiare, di lanciarci, di prendere Gesù così com’è sulla nostra barca che si scatena la tempesta. Mannaggia: proprio in quel momento!
Ci sono momenti nella vita in cui abbiamo l’impressione di affondare, travolti dal dolore o dai nostri sbagli. Pensavamo di averle viste tutte e invece no, ecco un dolore più forte, una prova insostenibile, malgrado tutti i nostri sforzi, magari sinceri.
E ci viene voglia di morire, di non esserci, di non essere mai esistiti.
Succede così anche agli apostoli: al discepolo il dolore non viene evitato.
Anzi: anche la fede viene travolta dalle acque.
Dio c’è sì, ci credo, ma ora non so proprio dove sia, non so proprio cosa faccia.
Egli è presente, ma, ora, la sua presenza è flebile, a volte addirittura ho l’impressione che non gli importi nulla del mio dolore. Alcuni giungono a pensare che sia Dio a inviare il dolore, come una prova che ci purifica.
(Ci purifica da cosa, scusate? Le persone escono dalle prove della vita quasi sempre peggiorate!)Perché succede? Non lo so, né lo sanno Pietro e Marco, che scrivono il racconto.
Dicono solo che, nella fatica, Dio dorme.
Dorme, ma sta sulla barca per condividere fino in fondo il nostro destino.
Dorme, e non interviene perché vuole lasciare alla nostra dignità, alle nostre capacità, il compito di arrangiarsi nelle difficoltà della vita. Perché chiediamo aiuto a Dio in situazioni in cui potremmo forse intervenire noi? Perché non ci fidiamo di questo Dio che conosce le nostre sofferenze e sa placare la tempesta?
Dio ci rende capaci di attraversare il mare in tempesta.
Egli è con noi, anche quando non interviene.

E la fede?
“Non avete ancora fede?”.
No Signore, non quanta ci servirebbe per attraversare il mare in tempesta.
Spesso la nostra minuscola fede è legata ad un patto assicurativo: se va tutto bene Dio esiste, ma se le cose si storcono, ecco che Dio mi appare come un sadico onnipotente che non si cura di me.
Se la mia vita funziona Dio è buono, se la mia vita è tribolata Dio è malvagio.
Gesù è venuto a portarci un’altra notizia, un volto diverso di Dio: il volto di un Dio che condivide, di un Dio che sa, di un Dio che soffre, che conosce la tempesta, ma non ne ha paura.
Fidiamoci, amici, anche se la barca fa acqua. Guardiamo solo di aver preso sulla barca Gesù così com’è, senza volerlo cambiare come piacerebbe a noi.

Marinai inesperti
Molte volte l’immagine della barca è stata usata per descrivere la comunità cristiana che deve attraversare i marosi della storia. E quanta acqua ha imbarcato la Chiesa!
Difficoltà interne causate dalla povertà interiore e dalla nostra mancanza di fede; difficoltà esterne da chi non digerisce la Chiesa e la vuole affondare o, meglio, vuole affondare l’immagine deforme di Chiesa che ha nella sua testa...
Eppure, malgrado noi cristiani, il sogno di Dio che è la Chiesa dimora, esiste, raduna uomini e donne di culture diverse nell’unica speranza, nell’unico Signore.
Lo Spirito assiste chi si affida a lui, e guida la sua Chiesa.
A noi la scelta: possiamo restare a riva e commentare sarcastici vedendo i pescatori faticare, o salire sulla barca e attraversare il mare.
Io ho scelto: sono salito sulla barca che è la Chiesa.
Anche se a volte paia che dorma, Gesù naviga con noi.

(Paolo Curtaz)
http://www.paolocurtaz.it/



Cristo e la tempesta, 1914
Giorgio de Chirico (1888,Volos - 1978, Roma)
Musei Vaticani, Roma