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lunedì 9 dicembre 2019

da: Il mistero della nascita - Anselm Grün

La Bibbia è consapevole del fatto che Dio forma e plasma il bambino nel grembo materno.
Il salmista prega:
“Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l'anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi.” (Sal 139,13-16).
Naturalmente noi sappiamo dalla biologia che il bambino si forma nell'utero materno.
Allo stesso tempo, però, ciò è e resta un mistero.
Avere fiducia nel fatto che sia Dio stesso a plasmare il bambino mantiene vivo il mistero del formarsi di un nuovo essere umano. 
La mamma può così accogliere il fi­glio in modo diverso quando nasce: come un dono di Dio. 
È Dio stesso ad averlo formato nel suo corpo. La madre, del resto, non può osservare il formarsi del bambino. Percepi­sce soltanto che cresce nel suo grembo. Lo sviluppo da feto a bambino formato, però, le resta nascosto. E un mistero. 
E il fatto di cre­dere che Dio stesso pone la sua forza crea­trice nel proprio figlio genera nella madre un timore reverenziale per ciò che sta avvenen­do nel suo grembo.

- Anselm Grün -
Da: Il mistero della nascita, ed. Queriniana



Qual è il senso della vita?

Che te ne fai della tua vita se non fai felice nessuno? 
Se non c’è qualcuno che si rallegri per te, che si apra alla gioia quando tu ci sei? 
E che te ne fai delle tue ricchezze se non servono a spezzare le catene della fame, della solitudine, dello sconforto, affinché qualcuno riprenda a sperare perché ora potrà mangiare, vestirsi, studiare, nutrire i suoi bambini? 
Se qualcuno ha incominciato a sorridere alla vita, a conoscere un po’ di felicità dall’ora in cui ti ha incontrato, allora tu hai liberato la vita da ulteriori spiegazioni, hai vinto il non senso, a questo punto puoi anche ritenere che la tua stagione è compiuta perché il tuo albero ha maturato i suoi frutti, puoi anche morire perché hai eguagliato Dio. 
Andare a vivere il dolore dell’altro è la vicinanza incarnata inventata da Dio per venirci a salvare; la vicinanza è la residenza della compassione, lo spazio dove l'amore può operare. 
Senza la vicinanza l’amore è velleitario, è inutile, perché le ferite del prossimo rimangono aperte e scoperte, senza un po’ di olio che possa lenirle. 
Lo scopo della vita non è quello di arrivare in qualche luogo, sul posto, ma di arrivare vicino a qualcuno.

- Giovanni Marini -


Buona giornata a tutti. :-)


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domenica 3 novembre 2019

Perdonare se stessi - Anselm Grün

La riconciliazione con quelli che mi hanno ferito nel corso della mia vita, non è semplicemente una decisione della volontà. È piuttosto un processo che secondo me avviene in cinque fasi.

Il primo passo richiede che io lasci spazio al dolore. 
Non debbo scusare troppo presto colui che mi ha ferito. È del tutto indifferente se l’altro mi ha ferito apposta oppure non poteva fare altrimenti: il fatto è che mi ha fatto soffrire. E questo dolore devo nuovamente percepirlo nella sua realtà. Mi sono sentito abbandonato, sminuito, preso non seriamente in considerazione.

Il secondo passo consiste nel lasciar spazio alla collera (rabbia). 
La collera è la forza di buttare fuori da me colui che mi ha ferito. 
Collera non vuol dire mettermi a gridare contro l’altro oppure ferirlo a mia volta. Essa consiste invece nel prendere una sana distanza dall’altro. 
Posso dirmi per esempio: non penso più continuamente a lui; gli impedisco di entrare in casa mia, cioè gli proibisco di abitare nel mio intimo, di occuparmi continuamente di lui nei miei pensieri. 
Nello stesso tempo devo trasformare in energia questa collera: posso vivere da me stesso; non ho bisogno dell’altro perché la mia vita abbia un esito positivo.

Il terzo passo si riferisce al guardare oggettivamente ciò che è accaduto. 
Cerco ora di comprendere perché l’altro mi ha ferito. Forse non ha fatto altro che trasmettere le ferite che a sua volta aveva ricevuto. Mi sforzo quindi di capire me stesso: per quale motivo il comportamento dell’altro mi ha fatto soffrire così tanto. Forse l’altro ha toccato in me un’antica piaga, un posto dove non mi sono ancora riconciliato con me stesso. Questa riflessione diventa un invito a occuparmi di questa zona così vulnerabile e ad accettare me stesso con questa mia vulnerabilità.

Il quarto passo della riconciliazione con l’altro consiste propriamente nell’atto del perdono. 
Perdonare significa che mi libero dal legame con l’altro. 
Lascio che il suo comportamento rimanga in lui e così mi distacco dall’altro. Il perdono è sempre un segno di forza e non di debolezza. 
Rinuncio a girare continuamente attorno alle mie ferite. Se queste sono però troppo profonde, non riesco ancora a incontrarmi con l’altro, nonostante il mio perdono. 
Devo allora accettare i miei limiti. 
Ho perdonato all’altro, ma non sono ancora capace di costruire con lui un rapporto normale. Molti psicologi hanno sperimentato, tra le altre cose, che il perdono è un atto terapeutico, che rende possibile la guarigione delle proprie piaghe e ci libera dal rimuginare continuamente il nostro passato. Il perdono ci rende capaci di impegnarci nel momento presente con tutto il nostro essere.


Il quinto passo della riconciliazione trasforma le piaghe in perle. 
Ildegarda di Bingen sostiene che la riuscita della vita dipende dal fatto che le nostre piaghe vengano trasformate in perle. Se compissi soltanto i primi quattro passi, avrei sempre la sensazione di subire un danno, poiché ero stato ferito in modo veramente grave. Il quinto passo mi mostra che nelle mie ferite si trova un tesoro prezioso. Là dove mi hanno ferito sono crollate le mie maschere e ho potuto mettermi in contatto col mio vero Sé. 
Le piaghe mi fanno sentire vivo, mantengono sveglia in me la nostalgia di Dio e mi aprono verso le persone con le loro ferite. Dato che io stesso sono stato ferito, posso meglio comprendere le altre persone con le loro piaghe. 
Molti terapeuti e pastori d’anime hanno trasformato le loro piaghe in perle. Gli antichi greci sapevano già che solo il medico ferito poteva veramente guarire. 
Se le mie piaghe vengono trasformate in perle, non porto più rancore contro quelli che mi hanno ferito. Allora il perdono non è soltanto qualcosa di passivo, ma rende possibile la scoperta delle mie energie e mi dà fiducia di imprimere in questo mondo la traccia inconfondibile e del tutto personale della mia vita. 

- Anselm Grün -
da: Guarigione come riconciliazione





Alla sera 

Dio misericordioso,
oggi sto qui davanti a te a mani vuote.
Ho la sensazione
che oggi niente mi sia riuscito.
Non posso esibirti alcun risultato.
Oggi è stato difficile con tutte le cose
che mi sono piovute addosso.
Mi sento stanco.
Non posso dirti molto.
Non so come devo giudicare
tutto ciò che è successo oggi.
Non riesco a classificarlo.
Ma non sono nemmeno obbligato a farlo.
Lo rimetto a te, confidando
che tu volgi tutto al bene.
Prendi quanto è stato incompiuto
e fragile in questa giornata e trasformalo,
in modo che diventi una benedizione
per me e per gli altri.
Invia ora il tuo Spirito a quelle persone
con cui ho parlato, nei cui confronti
sono rimasto debitore di qualcosa.
Ora non posso cambiare le cose,
né porvi riparo.
Tocca il cuore di quelle persone,
affinché non si sentano paralizzate
dai malintesi, ma imparino da essi
a trovare soltanto in te
il loro fondamento.
Oh Dio, manda anche a me
il tuo Santo Spirito,
affinché io mi faccia guidare a te
da questa giornata
stancante e deludente.
Oggi mi hai mostrato
che non posso contare
sulla mia abilità,
sulla mia volontà, sul mio operato,
che non posso vivere di successo
e riconoscimento,
ma soltanto del tuo amore.
Ricolmami ora del tuo amore,
affinché possa dormire in pace,
sorretto dalle tue braccia amorevoli,
calmato dai tuoi angeli,
che mi invii
per mostrarmi
la tua vicinanza d'amore.

- Anselm Grün -



Buona giornata a tutti. :-)


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martedì 22 ottobre 2019

Il mistero dell'amore - Anselm Grün

Cambiare atteggiamento
Con ciò che vedo in modo nuovo posso relazionarmi anche in modo nuovo. 
Il modello interpretativo della fede conduce al modello comportamentale dell’amore. Ciò che ho riconosciuto come buono lo tratto anche bene, lo amo anche; ciò che mi è diventato caro a causa del nuovo modo di vedere, lo tratto con cautela e con dolcezza. 
La fede è la scoperta della soluzione di secondo ordine mediante la diversa interpretazione della situazione. 
L’amore è la realizzazione di questa soluzione. 
La fede vede, l’amore agisce. 
L’amore non solo tratta bene, ma fa anche bene; risveglia il bene che la fede ha scoperto nella diversa interpretazione della realtà, per la vita. 
L’amore cambia la realtà, la rende buona, configura il bene che c’è in essa. 
La fede interpreta diversamente, l’amore trasforma.
Su nessun altro termine si è scritto tanto come sul termine amore. 
Non intendo analizzare le varie definizioni dell’amore; mi limito a evidenziare l’aspetto suggerito dall’etimologia del termine: amore come avere caro e fare bene. Da questo punto di vista il sentimento gioca un ruolo subordinato. L’aspetto decisivo è l’azione, ma non un’azione esteriore, che ci si impone dall’esterno come comandamento o dovere, bensì un’azione che scaturisce da una visione. 
L’amore deve essere autentico, non artificiale, non deve essere una benevolenza di facciata. Ma ciò che rende autentico l’amore non è un traboccante sentimento di simpatia o di innamoramento, ma la fede nel bene che c’è nell’altro. 
L’amore non riguarda solo le persone ma, come affermava già Gesù, anche noi stessi e Dio. 
Ora vogliamo considerare brevemente questi tre aspetti:

Amare se stessi
Se credo di essere stato creato buono da Dio, se credo che lui mi vuole bene, mi accetta così come sono, devo comportarmi bene anche con me stesso. 
A cominciare dall’ascolto dei miei desideri e aneliti più intimi e dal godimento di ciò che mi fa veramente bene. 
Può essere anche una buona cena e un buon bicchiere di vino. Ma questo non soddisfa i miei bisogni più profondi. 
Devo ascoltare i miei veri desideri e aneliti. 
Devo ascoltare ciò che c’è nelle profondità del mio essere al punto da incontrarvi Dio e comprendere ciò che egli vuole da me.
È questo ciò che mi fa veramente bene, che risveglia in me la mia vita personale, assolutamente unica, non basata sulle aspettative degli altri e sulle richieste del mio Super­Io, ma originaria e autentica. 
È questa vita che devo godermi e cercare di sviluppare. 
Posso essere aiutato in questo dall’adozione di uno stile di vita personale, uno stile di vita sano che mi fa sentire bene, mi dà la sensazione di vivere personalmente e non fatto vivere da altri, di organizzare personalmente le mie giornate e la mia vita, di vivere nel momento presente, pienamente me stesso, pienamente presente a ciò che sto facendo e in grado di imprimere la mia forma a tutto ciò che faccio.
La sensazione di essere fatti vivere, trascinati e determinati da altri, ci rende infelici. L’amore per noi stessi consiste nell’usare bene il nostro tempo, affrontare le sue sfide e fare veramente nostro ciò che ci viene offerto dall’esterno. 
Quando abbiamo l’impressione di essere programmati da altri, di essere inseguiti dai nostri appuntamenti e dalle scadenze proviamo un senso di estraniazione. 
C’è qualcosa di estraneo che domina la nostra vita. L’amore dovrebbe trasformare ciò che è estraneo in qualcosa di proprio, di personale.
Se accetto liberamente come una sfida proveniente da Dio un lavoro che mi viene imposto dall’esterno, esso non è più per me un peso che mi grava sullo stomaco, del quale sbarazzarmi il prima possibile, ma diventa il mio lavoro. L’oggetto del lavoro mi è imposto da altri e al riguardo io non posso fare nulla. Ma il come lo faccio dipende da me. E prendendo personalmente in mano il come, trasformo anche l’oggetto. 
La pietra che scolpisco esprime ciò che c’è dentro di me. 
Il lavoro che mi viene imposto dall’esterno è una pietra in cui posso esprimere ciò che c’è dentro di me attraverso il mio modo di lavorarla. 
L’amore modella e plasma il dato, trasformandolo in una parte di me.

Amare se stessi significa accettarsi. 
Oggi ci si imbatte continuamente e ovunque in questo consiglio di accettarsi. Ma il problema è come farlo concretamente. Amare significa avere caro, maneggiare bene: è qualcosa che ha a che fare con le mani. 
Anche l’accettare richiede le mani; posso accettare solo con le mani: quando prendo qualcosa in mano, esso di­venta parte di me. Accettare se stessi significa prendersi in mano, trattarsi affettuosamente, bene. 
L’amore è qualcosa di manuale, qualcosa di fisico. 
Mi tratto bene, quando tratto bene il mio corpo; non devo rammollirlo, ma fare in modo che possa lasciare trasparire Dio. Devo ascoltarlo. Attraverso la malattia, le menomazioni, le sofferenze mi dice qualcosa su me stesso. Devo accettare, prendere in mano, far diventare una parte di me ciò che mi dice e riconciliarmi con esso.
Lo stesso vale per i pensieri che affiorano in me. 
Devo accoglierli e accettarli come una parte di me. Ma devo anche rendermi conto se i pensieri mi assalgono dall’esterno e mi impediscono di essere me stesso. In questo caso devo combattere anche contro i pensieri e introdurre in me solo i pensieri buoni, quelli che possono guarirmi. 
I monaci cercavano di riempirsi di buoni pensieri leggendo la Bibbia. 
La loro lettura della Bibbia non era dettata solo dall’amore per Dio, ma anche dall’amore per se stessi. Infatti, la Bibbia scaccia i nostri pensieri negativi e ci guarisce con i pensieri di Dio, che ci permettono di scoprire il nostro vero nucleo. Ogni forma di ascesi è, in definitiva, amore di se stessi. 
Ci trattiamo bene, cerchiamo di incrementare il nucleo buono e di ridurre con gli strumenti ascetici ‑ disciplina, preghiera, lettura della Bibbia, digiuno, ecc. ‑ quel groviglio di spine che ci impedisce di svilupparci e di fiorire.

Amare Dio
Che cosa vuole dire Gesù quando afferma che dobbiamo amare Dio con tutto il cuore e con tutta l’a­nima, con tutti i nostri pensieri e con tutte le nostre forze? (Mc 12,30). 
Tutti conosciamo questi comandamenti. Ma che cosa accade se amo Dio con tutto il cuore? Nel suo discorso di addio Gesù dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Gesù definisce l’amore in termini di comportamento, di azione. Osservare i comandamenti significa trattare se stessi, la propria vita, il proprio tempo, la creazione e gli altri in modo corrispondente a Dio. 
L’amore di Dio si manifesta nel giusto trattamento delle realtà che lo riflettono, della sua creazione, soprattutto della sua creazione più alta, l’uomo.
Noi rischiamo continuamente di scambiare le realtà in cui Dio si riflette per Dio stesso, di perderci in esse al punto da conferire loro un significato e valore assoluto. Così diventano per noi degli idoli. Ciò sconvolge e sovverte ogni cosa. 
Diventiamo schiavi, schiavi del successo, del danaro, dei beni materiali, del riconoscimento, schiavi degli uomini che adoriamo, che diventano tutto per noi. 
Amare Dio con tutto il cuore significa mettere Dio al primo posto, trattare tutto in modo rispondente alla realtà, come ciò che ci è stato donato da Dio e non come Dio stesso. 
Perciò, amare Dio significa, in ultima analisi, relazionarci in modo rispondente alla realtà con le persone e le cose, con il nostro tempo e la nostra vita. Se la mia salute diventa il sommo bene, ruoto esageratamente attorno a me stesso, tutte le mie energie sono impegnate a evitare che qualcosa mi faccia male e così la salute diventa per me un idolo. E io non mi tratto già più come dovrei. 
Se amo Dio, faccio attenzione anche alla mia salute, non mi distruggo con il voler raggiungere a tutti i costi que­sto o quell’obiettivo, ma mi concedo anche tempo libero e riposo. E tuttavia non ruoto attorno a me stesso e alla mia salute. 
Sono libero di svolgere anche un servizio, di accettare anche la malattia dalle mani di Dio come qualcosa in cui egli mi parla, mi indica i miei limiti, il mio disordine interiore, o semplicemente come qualcosa che egli nel suo imperscrutabile disegno pretende da me, forse per espiare un po’ di male in questo mondo.
L’amore di Dio si dimostra anche nel comportamento verso la sua creazione. Se tratto il mondo che mi circonda come dono di Dio, lo curo e custodisco, non lo saccheggio, non mi atteggio a suo padrone. 
Il Signore della creazione è Dio. Nella mia relazione con la creazione faccio sempre attenzione a incontrarvi qualcosa di Dio. 
La sua creazione è impregnata del suo Spirito, essa riflette la sua gloria e la sua potenza. Perciò, nella creazione incontro tangibilmente, nel senso più vero del termine, Dio. In essa tocco veramente un lembo di Dio, pieno di rispetto reverenziale e sapendo che il mio amore per Dio, Signore della creazione, si manifesta nel modo in cui amo la sua creazione.
Ma posso amare Dio solo nelle realtà che lo riflettono, nei miei simili, nella creazione, in me stesso? Non esiste anche una relazione diretta con Dio? 
I salmi affermano che noi amiamo Dio meditando i suoi comandamenti, osservando i suoi grandi interventi nella storia, concordando con ciò che ha creato nella creazione e ha fatto nella storia. 
L’amore di Dio si manifesta quindi nel tempo che gli dedichiamo. In questo tempo ci intratteniamo consciamente con colui che sta dietro ogni creazione e ogni storia e anche dietro la nostra vita. Ora que­sto mistero che oltrepassa ogni realtà visibile viene visto nella Bibbia come una persona, viene descritto con tratti molto umani, come un Dio degno di amore, ma spesso anche come un Dio incomprensibile, sulla cui azione bisogna riflettere a lungo, con il quale bisogna combattere e lottare a lungo, prima di arrendersi e credere di potersi affidare alle sue mani amorose. 
Il mondo e gli uomini lasciano trasparire Dio solo quando riserviamo del tempo unicamente a lui, lo ascoltiamo nel silenzio per poterci avvicinare maggiormente a questo mistero, comprenderlo meglio e diventare infine una cosa sola con lui. Amare Dio significa in ultima analisi diventare una cosa sola con lui.
L’amore non solo interpreta diversamente, ma trasforma. Prende in mano Dio e il suo indescrivibile mistero in modo tale da diventare una cosa sola con lui. L’amore mira proprio a questo: diventare una cosa sola con lui, sperimentare che la nostra vita è sana solo quando diventiamo una cosa sola con Dio. E per sperimentarlo dobbiamo dimenticare il mondo, gli uomini e noi stessi e abbandonarci unicamente a Dio, immergerci in lui, cadere in ginocchio davanti a lui e adorarlo. 
Nell’adorazione non vogliamo raggiungere più nulla per noi stessi. 
Non chiediamo nulla a Dio, neppure la soluzione dei nostri problemi. Dimentichiamo noi stessi e i nostri problemi, non ci rimproveriamo e non ci giustifichiamo davanti a Dio. 
Smettiamo di ruotare attorno a noi stessi e ci prostriamo semplicemente, perché Dio ci tocca, perché egli è più importante della nostra costituzione personale. 
In tutti noi si nasconde questo ardente desiderio di poterci finalmente dimenticare e di essere toccati da Dio al pun­to da esclamare: Dio solo basta. Allora possiamo presagire ciò che significa amare Dio per se stesso.

Amare il Fratello e la Sorella
Il comandamento dell’amore del prossimo sembra oltrepassare le nostre forze. Come posso amare una persona che mi è antipatica, che suscita in me sentimenti negativi? Non posso dominare i miei sentimenti, non posso essere falso con me stesso e con l’altro. Se si parte dalla concezione dell’amore come trasformazione della realtà diversamente interpretata o buon trattamento di ciò che è già stato visto come buono, l’amore non ci costringe a rimuovere i nostri sentimenti negativi e ad adottare un atteggiamento artificiosamente benevolo verso tutte le persone.
Dobbiamo unicamente costringerci a vedere diversamente l’altro. 
Dobbiamo mettere in discussione i nostri pregiudizi e cercare di vedere l’altro con gli occhiali della fede e di credere all’esistenza in lui di un nucleo buono. Non possiamo costringerci ad amare. L’amore deriva dalla fede. Il nostro dovere è quello di accordare il nostro comportamento con il nostro modo di vedere. Altrimenti siamo divisi in noi stessi. Ma non abbiamo bisogno di costringerci a provare sentimenti di amore. La scoperta di un ardente desiderio del bene nell’altro genera anche in noi sentimenti più positivi. Amare significa allora prendere sul serio l’ardente desiderio di bene che esiste nell’altro, scoprire sempre più il bene che c’è in lui, fare in modo che il bene che c’è in lui abbia il sopravvento su ciò che c’è di malato e malsano, di malvagio e oscuro, in modo che tutto in lui diventi buono. Amare significa rendere buono l’altro, trasformarlo sempre più in una persona buona.
Se la fede è il riconoscimento di una soluzione di secondo ordine, l’amore realizza questa soluzione. Come la fede, anche l’amore oltrepassa il livello al quale ci si abbandona a giochi senza fine. Un gioco senza fine è il gioco della vittoria e della sconfitta. Molte persone possono relazionarsi fra loro solo a livello di vittoria e sconfitta. O sono più forte o sono più debole dell’altro, o vinco io o vince lui. Uno deve sempre perdere. Ma questo è un gioco senza fine. Infatti, dopo aver perso lotto per vincere la volta successiva. E se non posso vincere contro lo stesso avversario, cerco qualcun altro che posso vincere. Questo perché non riesco a sopportare di essere un eterno perdente.
L’amore, abbandona questo livello di vittoria e sconfitta, lo oltrepassa e si relaziona con l’altro a un livello superiore. Lo vede non come concorrente, ma come qualcuno che nasconde in sé molto bene. Ed è interessato a rafforzare il bene che c’è in lui, a risvegliare le sue possibilità e a lasciarlo vivere. L’amore non ha bisogno della sconfitta dell’altro per poter credere nel proprio valore e nella propria forza. Chi ha trovato in se stesso, o meglio in Dio, il proprio fondamento e il proprio valore può lasciare che anche l’altro affermi il suo valore. Questo è meno faticoso della continua pressione di dover trionfare sull’altro.
Oltrepassando il livello di vittoria e sconfitta evito la continua lotta per affermare me stesso. E d’un tratto scopro molte possibilità più positive di relazionarmi con l’altro. Posso gioire del suo valore.
Lungi dallo sminuire il mio valore, questo mi permette di partecipare alla sua ricchezza. Occorre solo molta fantasia per oltrepassare il livello di vittoria e sconfitta e pervenire così a una soluzione di secondo ordine. In realtà, l’amore consiste essenzialmente nel lasciarsi guidare dalle intuizioni, nell’escogitare soluzioni fantasiose, nello scoprire nuove strade e possibilità. L’amore rende inventivi. A volte è persino un po’ pazzo. Ma le sue soluzioni pazze sono più umane del gioco infinito che si svolge a livello di vittoria e sconfitta.
Spesso ci rendiamo più difficile l’amore per gli uomini, fissandoci ideali troppo alti. Ciò vale per la nostra relazione con il prossimo. Ci proponiamo continuamente di amare l’altro. E siamo mortalmente delusi dal fatto che l’altro adotta un atteggiamento diametralmente opposto, ci resiste e addirittura ci combatte. 
Spesso confondiamo l’amore con l’intesa, con l’armonia. Sarebbe così bello se tutti potessero vivere armoniosamente insieme. Ma questa è un’utopia. Desideriamo profondamente l’armonia e pensiamo normalmente che siano gli altri a disturbarla o addirittura a distruggerla. 
Così d’un tratto troviamo difficile continuare ad amare coloro che rovinano il gioco.
Il vero amore non pone condizioni agli altri. Li prende così come sono. Vede con lucidità ciò che c’è in loro: scontentezza, aggressività, sete di potere, brama di riconoscimento, intrighi, ma anche un ardente desiderio di bene. L’amore non si illude, trasforma il dato di fatto. Risveglia il bene nelle persone malate e distrutte. L’amore non teme i conflitti, perché oltrepassa il livello del conflitto. Anche nel conflitto si chiede che cosa faccia veramente bene all’al­tro. Poiché l’amore supera il livello, nel conflitto non si aggrappa con i denti alle emozioni, ma continua coerentemente a cercare la vera soluzione.
L’ardente desiderio di armonia evita la dura realtà e si rifugia in un mondo apparente. L’amore affronta la realtà, la accetta e la trasforma. Si può cambiare solo ciò che si è accettato. L’amore segue questa legge fondamentale della vita, accettando ciò che trova come dato di fatto.
Le concezioni utopiche spesso rendono più difficile l’amore fra i coniugi o fra gli amici. Si stravede per l’amore reciproco e poi si cade dalle nuvole quando il partner non ha lavato i piatti. Il sublime volo dell’amore finisce nelle banalità della vita quotidiana. Per Benedetto da Norcia l’amore fraterno si manifesta molto concretamente nella disponibilità ad accettare i compiti quotidiani e a svolgerli con coscienza e cura. L’amore deve incarnarsi e assumere la realtà della vita. La realtà è spesso dura e formata da mille cose di poco conto. Incontro l’altro non solo nei suoi sublimi pensieri e sentimenti, ma anche nelle sue abitudini che mi innervosiscono.
Del resto, per Benedetto l’amore si manifesta anche nel (sop)portare le reciproche debolezze e i reciproci difetti (Regola di Benedetto 72). 
Invece di abbandonarsi a concezioni utopiche, l’amore accetta la realtà dell’altro e la concreta convivenza, non chiude gli occhi davanti alla realtà, ma oltrepassa il livello al quale ci si urta reciprocamente. Esso vede oltre il visibile ciò che è invisibile nell’altro, la sua buona intenzione, il suo nucleo buono, le sue possibilità positive. E lo tratta a partire da questo livello. 
Così si relativizzano molti screzi e piccoli conflitti che non diventano più così tremendamente importanti, non vengono negati e rimossi, ma accettati e trasformati. 
L’utopia finisce in rassegnazione, mentre l’amore affronta attivamente i problemi della vita quotidiana, con molta fantasia, con pazienza, con un respiro lungo e con umorismo, che costituisce una tipica soluzione di secondo ordine. 
Queste peculiarità dell’amore sono state magistralmente descritte da Paolo nella Lettera ai Corinti: «La carità è longanime (makrothymos, magnanimitas, cuore grande, lungo respiro), la carità è benigna (chresteuetai, rende buoni) [...] tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4.7).
L’amore affronta la realtà, le tiene testa, la sopporta e la cambia, perché crede al bene che Dio vi ha immesso. E perché confida che Dio può cambiare tutto con il suo amore.

- Padre Anselm Grün - 



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venerdì 18 gennaio 2019

Il mio Dio - Juan Arias

"Dio - che nessuno ha il diritto di importi da fuori,
obbligandoti a credere -
può abitare solo nella profondità della tua coscienza,
nel più profondo dei tuoi desideri segreti di realizzazione personale.
Perché Dio non può essere diverso
da quanto il tuo cuore desidera di meglio per il tuo prossimo.
Diffida sempre di chi ti dice che Dio è più severo degli uomini giusti.
Ascolta chi ti parla di Dio dicendoti
che è come una luce accecante e a volte impercettibile
che guida i tuoi passi verso il bene e la pace,
mai verso la meschinità, la crudeltà e la guerra.
E in caso di dubbio ascolta te stessa con sincerità...
E' preferibile sbagliarsi essendo fedeli alla propria coscienza
che avere successo contro di essa.
Per ultimo, ricorda che è più facile
trovare le orme e le benefiche vibrazioni di un Dio creatore
nel cratere di un vulcano, nella spuma del mare,
negli occhi di un animale, non contaminati dall'ipocrisia umana,
negli atomi di una pietra, nel silenzio delle foreste,
nella sonorità dei fiumi di montagna,
in tutte le albe e i tramonti del mondo,
piuttosto che nelle fredde discussioni
di coloro che si credono gli specialisti
e gli esclusivi padroni della volontà di Dio.
E' più facile ascoltare la sua voce
nell'abisso del silenzio
e nella semplicità ed essenzialità della vita,
che nel frastuono delle vacuità".

- Juan Arias -



«Ogni uomo ha in sé la fede e la mancanza di fede. Per me, la croce è il simbolo dell’abbraccio. Quando incrocio le braccia sul petto, abbraccio in me sia la fede che la mancanza di fede. Abbracciare la mancanza di fede mi fa trattenere dal combattere i non credenti. Colui che non abbraccia in sé la mancanza di fede, viene disorientato dalla mancanza di fede degli altri. Ma chi l’accetta in sé, comprende anche i non credenti».


- Anselm Grün - 
Anselm Grün – T. Halík, Fare a meno di Dio? Se fede e incredulità si cercano, Querinana, Brescia 2018



«Come il credente sa di essere continuamente minacciato dal non credente, e deve avvertirlo come la propria tentazione perenne, così per il non credente la fede resta una minaccia e una tentazione per il suo mondo, che appare chiuso una volta per sempre».

- cardinale Joseph Ratzinger  -


Buona giornata a tutti. :-)




sabato 22 dicembre 2018

A Natale appare evidente che Dio non è un Dio lontano - padre Anselm Grün

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 
Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 
Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 
Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. 
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 
Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore. Ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. 
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. 
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

Il racconto di Natale secondo Luca 2,1-20 



Cielo e terra si incontrano.
Nella sua omelia di Natale, sant’Agostino ha spiegato il verso del Salmo: Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno (Sal 85,11). 
A Natale s’incontrano cielo e terra, in quel momento cielo e terra si baciano. Diventando uomo, Dio bacia per così dire la terra, affinché germogli da essa un frutto divino. 
Sono gli angeli che indicano agli uomini questo bacio di Dio. 
Dio invia i suoi messaggeri, gli angeli, per aprire il nostro cuore al mistero del suo amore, affinché Dio diventi uomo anche nel nostro cuore. 
Desidero collegare i miei auguri di Natale con gli angeli, di cui ci riferisce il racconto natalizio. 
L’angelo Gabriele viene da Maria e le annuncia che concepirà un bambino, che sarà chiamato santo e figlio di Dio. 
Gabriele è l’angelo dell’annunciazione. Quando si avvicina a qualcuno, sorge qualcosa di nuovo. 
Maria rimane gravida della parola che le annuncia l’angelo. La parola porta frutto, un frutto divino, che trasformerà il mondo intero. 
Il mio primo augurio è che l’angelo prometta anche a te un bambino, un nuovo inizio. 
Il bambino divino, che a Natale vuole nascere in te, rappresenta l’immagine originaria e genuina, che Dio si è fatto di te. Quando tu sei in contatto con questa immagine, la tua vita diventa fruttuosa. 
L’angelo desidera metterti in contatto con il bambino divino in te, che è per te una fonte di vitalità e forza. 
L’angelo viene dai pastori e annuncia loro: Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore (Lc 2,10ss). 
I pastori ci rappresentano. 
Siamo uomini semplici come loro, ma pieni di desiderio. E l’angelo si rivolge a questo desiderio di salvezza, di libertà e di una vita piena di valore e significato. 
L’angelo annuncia anche a noi una grande gioia, che possa scacciare da noi ogni oscurità notturna. 
Il motivo di questa gioia non è solo la luce che alla presenza dell’angelo ci avvolge di splendore, ma anche il suo annuncio. L’angelo ci annuncia che in Gesù è nato per noi il Salvatore, che sana le nostre ferite e rende integra la nostra fragile storia. 
E in lui è venuto a noi il Messia, che ci libera da costrizioni interiori, dalla paura e da ogni oppressione. 
Egli è il Signore che ci promette di essere signori e non schiavi nella casa della nostra vita, di essere noi stessi a governare su di noi e di non farci dominare da altre potenze, che sono in noi o fuori di noi. 

L’angelo porti gioia anche nella tua vita. 
Ti indichi ciò che di salvifico è già presente nella tua vita. 
Faccia diventare realtà la libertà cui aspiri. 
E ti renda capace di vivere in prima persona, 
invece che essere vissuto dalle attese di altri. 

Nel Vangelo di Matteo l’angelo appare a Giuseppe in sogno. Giuseppe è posto dinanzi alla questione se doversi separare o meno dalla sua promessa sposa Maria. Nel bel mezzo delle sue riflessioni, un angelo gli rivolge la parola in sogno e gli spiega ciò che è capitato a Maria. E l’angelo gli dice cosa deve fare. 
Auguro allo stesso modo anche a te che un angelo ti appaia continuamente in sogno, per donarti un nuovo modo di vedere. 
Quando guardi alla tua vita con gli occhi dell’angelo scopri ciò che Dio desidera operare in te. E riconosci quali passi devi fare, affinché la tua vita diventi sana e integra. La promessa che l’angelo annuncia a Giuseppe vale anche per te: Dio è l’Emanuele, il Dio con noi. 
A Natale appare evidente che Dio non è un Dio lontano.

- padre Anselm Grün - 
da: "Andare incontro al mistero, Pensieri e auguri per il tempo di Natale, ed. Messaggero Padova, pagg 9, 10,11, 13,14,15



 La Parola che Dio ci rivolge e che ha proferito in maniera unica per bocca di Gesù, vuole chiarirci il senso della nostra vita. 
Allo stesso modo ti auguro di sentire rivolte a te, come persona unica quale sei, le parole di Gesù e di percepire in esse la luce e l'amore del Signore.  

- padre Anselm Grün - 



Donami la salute

Dio onnipotente,
fonte della vita e rimedio di ogni male,
donami la sicurezza della tua presenza
perché possa avere confidenza solo in te.
Per questo, avvolto dal tuo amore e dalla tua potenza,
possa ricevere la guarigione e la salvezza,
secondo la tua libera volontà.
Tra i miei dolori tu solo sei la mia forza.
Grazie, Signore, perché sei con me.

Amen



 Buona giornata a tutti. :-)