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lunedì 29 luglio 2019

da: "L'ultima beatitudine, la morte come pienezza di vita" - Padre Alberto Maggi

Introduzione:
La morte di una persona cara è un dramma che segna per sempre l’esistenza degli individui, sia per quelli che pensano che la morte sia la fine di tutto, sia per quanti credono nella risurrezione o in altre forme di sopravvivenza. Ma la sofferenza per la perdita della persona amata è paradossalmente più dolorosa proprio per i credenti, a causa delle confuse o errate idee religiose che accompagnano la morte, e degli intenti consolatori di parenti, amici e conoscenti, specialmente se questi sono persone religiose.
Nell’istante del lutto sono molti gli interrogativi riguardo a tutto quel che circonda la morte (Perché proprio a lui o lei? Perché ora? Perché così giovane e così buono?). Ma, soprattutto, è inquietante l’interrogativo: dove è ora il defunto? Com’è? Che cos’è? Che cosa fa? È sufficiente la tradizionale risposta che i nostri cari, nella migliore delle ipotesi, sono in Cielo e contemplano beati il Signore per tutta l’eternità? Che godono della Requiem aeternam in una sorta di Casa di Riposo celeste?
Il momento del lutto non è tempo di parole ma di silenzio, di presenza che supplisca l’assenza, di forza che si faccia carico della debolezza.
Quale parola potrà infatti mai confortare la persona afflitta dalla perdita di un proprio caro? Ogni parola e ogni frase, anche se formulate con le migliori intenzioni, saranno inadeguate e inopportune, come denuncia Giobbe agli amici venuti a consolarlo: «Ne ho udite già molte di cose simili! Siete tutti consolatori molesti. Non avranno termine le parole campate in aria? O che cosa ti spinge a rispondere? Anch’io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: comporrei con eleganza parole contro di voi e scuoterei il mio capo su di voi. Vi potrei incoraggiare con la bocca e il movimento delle mie labbra potrebbe darvi sollievo» (Gb 16,2-5).
Nel tempo del lutto c’è solo da com-piangere, piangere con chi piange («Piangete con quelli che sono nel pianto», Rm 12,11), circondare le persone di caldo affetto e tanto amore. A chi è affranto per la morte che l’ha colpito nei suoi affetti più cari non servono parole, ma occorre fargli sperimentare la forza della vita. Poi, dopo qualche tempo, può venire il momento del dialogo, per cercare di dare un significato a quel che sembra insensato, come appunto è la morte, per tentare di capire che quel che appare come un annichilimento in realtà è un potenziamento della persona. Ma ci vuole tempo, pazienza, discrezione e tanta delicatezza. Un approccio maldestro, seppure animato da buoni propositi, può causare danni devastanti e spesso irreparabili.
Quel che occorre fare subito, al momento del lutto, è evitare accuratamente le persone pie, devote, bigotte, quelle che su tutto pontificano con frasi preconfezionate, sentenze, certezze che non attingono dalla loro esperienza ma dalla dottrina.
Sono quelle che alla persona distrutta dal dolore sentenziano: «Il Signore l’ha chiamato», «L’ha preso» e, se il morto era conosciuto per la sua bontà, affermano sicure, accompagnando la frase con un rassegnato sospiro: «Eh, sono sempre i migliori che se ne vanno!» oppure, con aria quasi soddisfatta: «I più buoni il Signore li vuole con sé», o in alternativa: «Era già maturo per il paradiso».
Nel caso il defunto sia molto giovane, questi becchini del dolore affermano impudentemente che «I fiori più belli il Signore li vuole con sé…».
Se poi è un bambino in tenera età, consolano i genitori dicendo che il loro bimbo «È un angioletto in paradiso…».
Queste espressioni consolatorie precedono il cristianesimo e sono note fin dall’antichità.
È di Menandro, famoso commediografo greco vissuto tre secoli prima di Cristo, la celebre frase «Muore giovane colui che gli dèi amano» (frammento 111 K.-Th), ripresa da Giacomo Leopardi, come epigrafe per il suo Amore e morte (XXVII): «Muore giovane colui ch’al cielo è caro».
Nel Libro della Sapienza, la morte del giovane viene giustificata così: «Il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo […]. Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e, poiché viveva fra peccatori, fu portato altrove. Fu rapito, perché la malvagità non alterasse la sua intelligenza o l’inganno non seducesse la sua anima […]. Giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita» (Sap 4,7.10-11.13).
A chi non accetta e non si rassegna a questo lutto, e protesta, dicendo che l’angioletto se lo sarebbero tenuto ben volentieri nella loro famiglia, ecco tutto un fuoco di sbarramento a forza di «Accetta la croce che Dio ti ha mandato», «È la volontà del Signore», «È il Signore che pota», «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto», «La felicità non è di questo mondo», con tutto l’inesauribile repertorio dell’infinito stupidario religioso del quale si alimentano insaziabili i pii devoti, più beoti che beati.
Frasi che non solo non consolano, ma gettano nel più profondo sconforto quanti sono nel lutto e nel pianto, facendo nascere un sordo rancore verso questo Dio spietato che toglie, coglie, manda croci, pota vite e persone, e la cui volontà coincide sempre con la sofferenza degli uomini e mai, neanche una sola volta, con la loro felicità.

 - Padre Alberto Maggi -
frate dell’Ordine dei Servi di Maria 
Da: “L’ultima Beatitudine” La morte come pienezza di vita, Garzanti editore





Riappropriarsi della morte Per vivere serenamente la pur dolorosa esperienza della morte, è importante per prima cosa riappropriarsi del morire, il momento decisivo nella vita dell’individuo ma dal quale si è stati a poco a poco espropriati. Verso gli anni Trenta del secolo scorso, è iniziato il gran mutamento nel concetto del morire e della morte, che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Il progresso in campo medico e il rinnovo delle strutture ospedaliere, che da precari ricoveri assumevano via via sempre più l’aspetto di cliniche ben organizzate, hanno fatto sì che il morire non avvenga più in casa, tra i propri familiari. Il decesso avviene quasi sempre in ospedale, tra medici e infermieri, lasciando così il morente da solo nella tappa fondamentale e più delicata di tutta la sua esistenza. 
Proprio nel momento nel quale è importante più che mai essere accompagnati, ci si sente abbandonati. 
Nelle foto e nei dipinti dei secoli passati, la stanza del morente era sempre affollata di persone, dal prete ai familiari, parenti, amici, bambini compresi, che oggi vengono invece comunemente allontanati per non impressionarli con la vista del cadavere, salvo poi lasciarli da soli per ore davanti al televisore a impressionarsi di video truci dove ogni istante qualcuno muore nei modi più violenti. 
L’iconografia dell’Ars moriendi, l’arte del morire, del XV e XVI secolo, presenta infatti il momento del decesso come una vera e propria cerimonia pubblica. Il morente, che è del tutto conscio della sua fine imminente, attorniato da familiari e amici, dal prete che gli ha amministrato l’estrema unzione, vi partecipa, lasciando non solo l’ultima immagine di sé, ma anche le sue ultime volontà, che saranno custodite come preziose reliquie dai familiari.
  
- Padre Alberto Maggi -

frate dell’Ordine dei Servi di Maria 
Da: “L’ultima Beatitudine” La morte come pienezza di vita, Garzanti editore


Buona giornata a tutti. :-)







mercoledì 15 maggio 2019

Gli inganni della mente

Girovagando per il mondo, a Gesù venne un'idea per mettere alla prova il suo amico Pietro.
«Ascolta, Pietro: ti piacerebbe avere un bel cavallo sul quale percorrere senza fatica lunghi tragitti?»
«Altrochè!» rispose Pietro di rimando. «Ho sempre sognato un destriero che obbedisca solo al mio richiamo e mi trasporti veloce come il vento». 
Già si immaginava ergersi impettito su un gran cavallo bianco, poi guardò il Signore, forse un po' vergognandosi di quel pensiero che lui certamente aveva letto nella sua mente.
«E allora, sai cosa ti propongo? Avrai quel cavallo se sarai capace di recitare tutto di fila un Padre nostro senza mai distrarti per un solo attimo.»
A Pietro non parve vero. Che ci voleva! Gli sembrava fin troppo facile come compito per un regalo così prezioso.
«Oh certo, non ci sono problemi, figurarsi, è dagli anni della nostra amicizia sulla terra che mi insegnasti questa preghiera e io da allora l'ho sempre recitata, e tu sai quanto tempo è passato!»
«Bene, Pietro, allora siamo d'accordo: tu reciterai il Padre nostro senza mai distrarre la tua mente e il cavallo sarà tuo» disse Gesù tutto serio.
A Pietro non parve vero e senza aspettare un solo istante cominciò la sua orazione. Si fosse almeno concentrato un po'!... 
Macchè, via con il Padre nostro.
«Padre nostro che sei nei cieli, venga il tuo regno... acciderba con un cavallo attraverserei tutto un regno... sia fatta la tua volontà... tutto è sua volontà, forse anche il fatto che io abbia un cavallo..., come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano... anch'io darei ogni giorno la biada al mio cavallo. .. rimetti a noi i nostri debiti, così come noi li rimettiamo ai nostri debitori... non dovrei neppure fare un debito per avere questo cavallo.. .non ci indurre in tentazione...»
E qui Pietro si fermò, conscio solo in quel momento di quale tiro birbone gli aveva giocato la mente!
«Pietro, Pietro, dopo tanto tempo ancora non hai imparato che il cavallo più difficile da domare è proprio la nostra mente.»
«Perdona, Signore, ma è stato senza che io me ne accorgessi. 
D'ora innanzi sarò molto più consapevole che non sempre io sono padrone della mia volontà, ma che la mente può in un attimo portarmi dove lei vuole.»
«Non c'è problema, Pietro» rispose Gesù. «Certo è che oggi tu ci hai rimesso un cavallo».

- Leggenda popolare apocrifa greco-romana -
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 



Buona giornata a tutti. :-)








lunedì 18 febbraio 2019

Le ciliegie di san Pietro

Come voi certamente già sapete, Gesù e san Pietro, di tanto in tanto, ritornano sulla terra per concedersi qualche giorno in mezzo agli uomini e, ma questo è un segreto, perché amano più di ogni altro il nostro pianeta.
Ed ecco che una bella mattina si trovavano a spasso per le campagne della Navarra quando Gesù vide qualcosa in mezzo all'erba.
Osservando più da vicino si accorse che si trattava di un ferro di cavallo, forse un po' arrugginito ma sempre valido. Si rivolse quindi a Pietro pregandolo di chinarsi a raccoglierlo. «Non si sa mai» disse Gesù: «non è detto che non possa servirci».
Pietro, sempre polemico e anche un po' pigro, si domandò quale utilità potesse mai avere per loro quel vecchio ferro; il Maestro a volte gli pareva davvero bizzarro con quelle sue strampalate richieste.
Con fare noncurante gli diede un leggero calcetto togliendolo dal bordo del sentiero. Gesù fece finta di nulla ma, mentre Pietro era tutto infervorato in una discussione su importanti questioni morali, si chinò e raccolse il ferro.
Camminarono quindi fino a raggiungere un villaggio dove contavano di fermarsi a riposare un poco.
Mentre Pietro gironzolava curioso, Gesù adocchiò una bottega di maniscalco al quale pensò di offrire il ferro appena raccolto in cambio di qualche soldo. Con quelle poche monete comprò da un ambulante una manciata di succose ciliegie mature che subito ripose nella sua tasca.
Poco più tardi i due viaggiatori si ritrovarono vicino a una fontanella e si sedettero sul muretto di pietra da cui l'acqua trasbordava fresca e rilucente. Pietro, come sempre, aveva una buona scorta di pettegolezzi raccolti ascoltando gli abitanti del piccolo borgo e Gesù stava divertito ad ascoltarlo.
Venne l'ora di riprendere il cammino e i due forestieri si lasciarono alle spalle il villaggio, intenzionati a raggiungere un monastero di cui avevano tanto sentito parlare da un ospite del Paradiso e dove avevano quindi deciso di passare la notte.
La giornata era caldissima, anzi torrida. Tutto pareva d'oro: il sole, il cielo, i campi colmi di spighe mature e persino l'erba ricordavano il biondo metallo.
Pietro cominciò a provare un'incredibile arsura e, come spesso accade, quel pensiero gli riempì talmente la mente che null'altro pareva avere ormai interesse per lui.
«Cosa c'è, Pietro? Qualcosa non va?» chiese Gesù sollecito.
«Niente, Signore, sto meditando» rispose pronto Pietro, che non voleva confessare quella sua debolezza tutta umana.
Proseguirono in silenzio, Gesù davanti e Pietro dietro di lui, finché dalla tasca di Gesù scivolò a terra un succoso frutto rosso. C'era forse un buchino in quella tasca? Neanche a farlo apposta, rotolò proprio davanti ai piedi di Pietro che, senza proferire parola, lo raccolse come una vera manna piovuta dal cielo.
Che frescura, che nettare, che delizia gustare quel frutto e spremerne il succo nel palato riarso! Quando, dopo pochi passi, un'altra ciliegia cadde a terra, a Pietro non parve vero. Si chinò in fretta, sbirciando appena davanti a sé per controllare che il Maestro non lo vedesse, ma Gesù camminava tranquillo e silenzioso come se nulla fosse.
Una ciliegia dopo l'altra, la tasca si svuotò e Pietro fece una gran scorpacciata di gustose ciliegie, riuscendo a togliersi la sete e riprendendo la sua baldanza.
A un tratto il Signore si voltò verso di lui.
«Fermiamoci sotto l'ombra di quest'albero: potremo riposarci un po'. Fa così caldo!»
Solo in quel momento Pietro cominciò a chiedersi che cosa avrebbe detto se Gesù avesse voluto mangiarsi qualche ciliegia. Che sciocco era stato, si era lasciato prendere dal desiderio di liberarsi dalla sete e dalla golosità per quei frutti squisiti, e ora... come giustificarsi?
Cercò di liberare la gola che pareva aver eretto una barriera contro qualsiasi parola avesse voluto uscire, e bofonchiò qualcosa come... «Sì... d'accordo... sediamoci qui... già, fa caldo... ma tu non hai sete?». Si sentiva così vulnerabile, come un umano qualsiasi colto in flagrante nell'atto di commettere un misfatto.
«Siediti qui, amico mio». Il dolce richiamo del Maestro lo fece sentire ancora più in colpa. Quante volte questo copione era già stato recitato e perché non riusciva a sconfiggere quel suo limite che lo faceva agire d'impulso, senza mai dargli il tempo di riflettere? Era un incorreggibile zuccone!
«Ascolta, Pietro». Gesù iniziava sempre così con il suo amico, perché sapeva bene in quale stato d'animo si trovasse. «Quante volte ti sei chinato di nascosto per raccogliere le ciliegie che cadevano dalla mia tasca? Non sarebbe stato più saggio ubbidire alla mia richiesta e chinarti una sola volta per raccogliere il ferro di cavallo? 
Avresti potuto venderlo tu al villaggio e ci saremmo goduti in santa pace quelle buone ciliegie. Ma non devi rammaricarti: tu sei fatto così e un giorno, quando sarà il momento, imparerai da solo che fidarti di me conviene sempre».
Dette queste parole, Gesù batté tre volte le mani e un bel cesto di ciliegie comparve lì sul prato.
«Dai, non fare quella faccia: gustiamoci insieme questi meravigliosi frutti. Dopo tanto cammino ce li siamo meritati.»

- Antica leggenda armena - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Buona giornata a tutti. :-)





sabato 12 gennaio 2019

Miracoli - Padre Anthony de Mello

Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la straordinaria fama del maestro. 
«Che miracoli ha operato il vostro maestro?» chiese a un discepolo. 
«Be', c'è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. 
Nel nostro paese è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio». 

- Padre Anthony de Mello -
 Fonte: Un minuto di saggezza – padre Anthony de Mello - ed.Paoline


L'aureola stretta - Padre Anthony de Mello

Un uomo andò dal medico e gli disse:
«Dottore, ho un terribile mal di testa che non mi abbandona un istante. Mi potrebbe dare qualche cosa per farmelo passare?»
«Certamente», rispose il dottore, «ma prima ho bisogno di sapere da lei alcune cose.
Mi dica, beve molti liquori?» «Liquori?», esclamò l’uomo indignato, «non bevo mai quelle schifezze». 
«E fuma?» «Trovo il fumo disgustoso».
Non ho mai toccato il tabacco in vita mia». 
«Sono un po’ imbarazzato nel farle questa domanda, ma... sa come sono certi uomini... le capita di avere qualche avventura notturna?» «Naturalmente no. Per chi mi prende? Mi corico tutte le sere alle dieci al massimo». 
«Mi dica», proseguì il dottore, «questo dolore che sente alla testa è come una fitta acuta e lancinante?» «Sì», rispose l’uomo. «E proprio così, una fitta acuta e lancinante».
«Molto semplice, mio caro signore!
Il  suo problema è che l’aureola le sta troppo stretta. Non c’è che da allentarla un po’».

Il  guaio dei nostri ideali è che, se vogliamo essere all’ altezza di ciascuno di essi, diventiamo persone con cui  è impossibile vivere.

- Padre Anthony de Mello -
 Fonte: La preghiera della rana – Anthony de Mello - ed.Paoline


E' passato un altro giorno Signore,
è passato un altro giorno
e ho percorso un altro tratto della strada della vita.
Perdonami per tutte le volte che ho risposto "Sì" alla tua parola
per poi comportarmi nel modo contrario.
Perdonami per tutte le volte che ho fatto il bene
solo dopo molti ripensamenti ed indecisioni.
Aiutami domani a ritrovare l'entusiasmo
per accogliere senza condizioni
il tuo difficile invito ad amare i fratelli.
Il silenzio della notte renda più vera la mia preghiera,
perché, con il riposo del corpo,
il cuore possa contemplare l'ampiezza
e la profondità della tua pace.
Amen.



Buona giornata a tutti. :-)

www.leggoerifletto.it




lunedì 7 gennaio 2019

Da “Il padrone del mondo” - Robert Hugh Benson

La persecuzione è imminente.
Se ne sono già fatti dei tentativi; ma non è da temere la persecuzione.
Senza dubbio cagionerà, come sempre, delle apostasie; ma queste sono da deplorarsi più da un punto di vista individuale.
D'altra parte essa confermerà i veri fedeli e purgherà la Chiesa dalle mezze coscienze.
Già, nei primitivi tempi l'attacco di Satana si esercitò sui corpi con le sferze, con il fuoco e le fiere; nel decimosesto sulle intelligenze, nel ventesimo sulle sorgenti medesime della vita spirituale e morale; quest'ultimo è un triplice assalto sul corpo, sull'intelletto e sul cuore.
Ma quel che fa maggiormente paura è la influenza positiva dell' Umanitarismo; esso si avvicina, come il regno di Dio, con potestà grande, esalta le menti visionarie e romantiche, asserisce le sue verità senza dimostrarle, soffoca con i guanciali invece di stimolare e ferire con le armi della dialettica: e sembra, almeno da quel che vediamo, che si sia aperta la via fino ai più segreti recessi del cuore umano.
Persone che non ne hanno mai udito il nome professano le sue massime; i preti le assorbono come già assorbivano Iddio con la Comunione - qui menzionò le più recenti apostasie - i fanciulli se ne inebriano come già si inebriavano del catechismo. L'anima naturalmente Cristiana sembra diventata l'anima naturalmente infedele.
La persecuzione - esclamò il prete - deve essere salutata, implorata, abbracciata come l'ancora di salvezza; e, speriamo che le autorità non siano tanto scaltre da distribuire l'antidoto insieme con il veleno; vi saranno così martiri individuali, vi saranno, e molti, ma a dispetto del governo secolare, non a causa di esso.
Finalmente c'è da aspettarsi che l'Umanitarismo vesta gli abiti della liturgia e del sacrificio; dopo di che se Iddio non interviene, la causa della Chiesa
sarà perduta!



- Robert Hugh Benson - 
Da “Il padrone del mondo”, Città Armoniosa, 1979

Asmodeo, chiesa de Rennes le Château, France


Si, figlio mio! E che cosa ci resterebbe da fare? 
Santo Padre, la Messa, la preghiera, il rosario: queste sono le prime e le ultime cose. 
Il mondo nega la loro potenza, ed appunto in queste devono i cristiani cercare l'appoggio ed il rifugio.
Tutte le cose in Gesù Cristo, in Gesù Cristo ora e sempre; nessun altro mezzo può servire: Egli deve far tutto, perché noi non possiamo fare più nulla!

- Robert Hugh Benson - 

Da “Il padrone del mondo”, Città Armoniosa, 1979




Santità , ho un vecchio progetto...vecchio quanto Roma.
É l'idea dei pazzi! 
Un nuovo ordine... un nuovo ordine - diceva Percy con voce malferma.
La bianca mano lasciò il pressacarte. Il Papa sporse avanti la testa e guardò fisso il giovine prete.
Proprio, figlio mio?-
Percy cadde in ginocchio.- Un nuovo ordine, Santità, senza abito o distintivo speciale, soggetto unicamente alla Santità Vostra, più libero dei Gesuiti, più penitente dei Certosini, più povero dei Francescani, formato di uomini e di donne, con i tre voti, aggiuntavi l'intenzione di subire, all'occorrenza, anche il martirio.
Il Pantheon sarà la sua Chiesa, ogni vescovo ne sorveglierà i membri entro i limiti della sua giurisdizione, e un luogotenente in ciascun paese... (Santità, è il pensiero di un pazzo... ) e Cristo Crocifisso sarà il suo patrono. 
Percy cadde sul letto con un gran tremito nei polsi, con gli occhi chiusi e con una invincibile disperazione nel cuore. 
Il mondo si drizzava come un gigante sopra l'orizzonte di Roma e la città santa appariva simile ad un castello di sabbia in mezzo ai flutti del mare. 
Troppo lo sapeva.
Come poi avverrebbe la catastrofe, in qual forma, in quale direzione, questo egli non conosceva né si dava pena di conoscere; solo era convinto che non si poteva sfuggire.
Uso alla introspezione egli penetrava con gli sguardi più amari le intimità della coscienza, come un dottore, che, affetto da malattia mortale, si accingesse impassibile alla diagnosi spaventosa dei propri sintomi; senza dire che egli provava un certo sollievo nel chiudere gli occhi al mostruoso meccanismo del mondo, per considerare il microcosmo di un cuore umano che non ha più speranza. 
La Religione Umanitaria poteva esser vera solo a condizione di misconoscere una metà a dir poco della natura umana, con le sue aspirazioni e le sue miserie; mentre queste il Cristianesimo le accettava come un fatto e ne rendeva ragione, anche se non riusciva adeguatamente a spiegarle; le considerava come elementi necessari alla perfetta integrazione del tutto.
La fede cattolica era per lui più certa della sua vita stessa, vera insieme e vivente.
E in primo luogo è necessario che pronunciamo la Nostra sentenza intorno al cosìddetto movimento nuovo che è stato di recente promosso dai potentati del secolo.
Lungi da noi il disconoscere i benefici della pace e della concordia, ma non possiamo dimenticare che l'avvento di esse è il frutto di troppe cose, che Noi abbiamo condannate. È questa una pace illusoria, che ha sedotto tanti e tanti traendoli a dubitare della promessa del Principe della pace: che, cioè, per Lui solo, noi abbiamo l'accesso al Padre.
La vera pace, che supera il nostro intendimento, non riguarda solo le relazioni degli uomini fra loro, ma principalmente quelle che intercedono tra gli uomini ed il loro Creatore; mentre su questo punto capitale, il compito degli uomini è venuto meno.
E in verità, non reca meraviglia, se in un mondo che ha ripudiato Iddio, un tale soggetto sia perduto di vista.
Gli uomini pervertiti dai loro seduttori, sono convinti che l'unione delle Nazioni sia il bene più alto di questa vita, immemori delle parole del Salvatore, il quale non venne a portare la pace, ma la spada, e che per la via delle tribolazioni si può entrare nel suo Regno.«Bisogna adunque stabilire, prima di tutto, la pace tra l'uomo e Dio; da questa l'unione tra uomo e uomo dovrà conseguire.
Cercate prima - dice Gesù Cristo, - il Regno di Dio; poi tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta.

«Innanzi tutto Noi condanniamo e anatematizziamo le opinioni di coloro che insegnano e credono il contrario di quanto noi insegniamo e crediamo; perciò rinnoviamo le condanne inflitte dai Nostri Predecessori contro tutte le società, organizzazioni, comunità, che sono state costituite con lo scopo di promuovere l'unità su tutt'altra base che quella divina, e ricordiamo ai Nostri figli di tutto il mondo la proibizione di entrare, favorire ed approvare in qualsivoglia maniera ogni sodalizio compreso in quelle condanne».

Nessuno potrà essere  immesso nell'Ordine, se non compiuti i diciassette anni. Nessun ornamento, nessun abito, nessun distintivo gli sarà proprio. 
I tre consigli evangelici costituiranno il fondamento della Regola; ed a questi Noi aggiungiamo una quarta intenzione, cioè: il desiderio del martirio ed il proponimento di riceverlo.………

Altra ricompensa non offriamo se non quella che Iddiostesso promette a coloro che lo amano e sacrificano la loro vita per Lui; non altra promessa di pace, se non di essere disprezzati dal mondo umano; nessun'altra patria fuori di quella che conviene ai pellegrini ed ai viatori che guardano ad una Città di là da venire; nessun altro onore se non di essere disprezzati dal mondo, nessun'altra vita, fuori di quella che è nascosta con Gesù Cristo in Dio».

Del resto il suo stato di animo aveva come centro la semplice fede. Per lui la religione cattolica sola poteva spiegare adeguatamente un universo, e, anche se non apriva le porte di tutti i misteri, doveva sempre ritenersi come la chiave migliore. Era altresì convinto che il Cristianesimo fosse l'unico sistema di pensiero che appagasse tutto l'uomo, l'unico che potesse penetrare a fondo nella sua natura; che l'insuccesso del Cristianesimo nell'unire perfettamente gli uomini non dipendeva dalla sua debolezza: ne dimostrava anzi la vitalità: le sue vie portano verso l'eternità, non verso il tempo. Questa la sua fede

Tavolta si svegliava e si trovava tra le tenebre; tentava dormire, e si sentiva soffocato; celebrava, e non gustava la ineffabile dolcezza del Pane Divino, né i palpiti del Prezioso Sangue.
Tal'altra le tenebre si addensavano talmente, che perfino gli oggetti della sua fede sembravano dileguare come ombre: la sua natura diveniva per metà cieca non solo a Cristo, ma allo stesso Dio e alla sua reale esistenza...
Il suo abito pontificale gli appariva come il distintivo di un pazzo.
Ed allora la sua mente terrena si domandava: come credere che Lui, con i dodici del suo collegio e le poche migliaia di seguaci, avesse ragione, ed il consenso di tutto il mondo rincivilito avesse torto?
Il mondo aveva ricevuto il messaggio del Vangelo; per duemila anni non gli si era predicato altro; eppure adesso dichiarava che il Vangelo era falso... falso nelle sue credenziali, falso nelle sue spirituali esigenze...
Ed allora il Capo dei fedeli soffriva per una causa perduta; egli era l'ultimo della lunga serie, come lo stoppino fumante di una candela che non aveva fatto lume ad alcuno, la riduzione all'assurdo di un sillogismo ridicolo basato su premesse impossibili...
Neppur meritavano di morire Lui ed i suoi compagni di insania... no, dovevano rimanere per essere i patentati idioti alla scuola del mondo!

Era dunque il materialismo l'unica via di salute?
Si sentiva talvolta così ottenebrato nell'abbattimento fino quasi a credere d'aver perduta la fede; la ribellione della mente era così violenta, che arrestava ogni moto del cuore; la brama della pace terrena così intensa, che soffocava ogni aspirazione celeste; e la tenebra così fitta, che egli sperando contro la propria speranza, controponendo la fede alla conoscenza ed alla verità l'amore, gridava, come già aveva gridato l'altro: Eli! Eli! Lamma sabachtani?
In una cosa sola trovava il conforto e la perseveranza, almeno quando la sua coscienza era turbata: nella contemplazione. 

Ma sopraggiunta la comunità universale degli interessi, la situazione cambiava interamente di aspetto: la personalità unificata della razza prendeva il posto delle unità separate; e, questa sostituzione, che si poteva considerare come un passaggio all'età matura, dava origine a nuovi diritti. 
La razza umana si concepiva ora come un'entità singola, avente una responsabilità suprema verso se medesima: sparivano dunque i diritti dell'individuo, giustamente riconosciuti nelle epoche precedenti.
L'uomo aveva adesso il supremo dominio sopra ciascuna cellula del suo Corpo Mistico; e là, dove qualche cellula agiva in detrimento del Corpo, i diritti del Tutto erano illimitati.
Una sola religione reclamava diritti ugualmente universali: la religione cattolica.
Le sètte dell'Oriente, pur ritenendo i propri caratteri distintivi, avevano tuttavia ritrovato nel Nuovo Mondo la incarnazione dei loro ideali, e si erano per conseguenza sottomesse alla Autorità del gran Corpo, di cui Felsemburgh era capo riconosciuto.
Il Cattolicesimo invece negava essenzialmente l'idea stessa dell'uomo: i Cristiani piegavano il capo ad un essere immaginario, che pretendevano non solo separato dal mondo, ma superiore al mondo stesso.
I Cristiani dunque - senza considerare la stolta leggenda della incarnazione, che basterebbe da sola a far tramontare la loro folle credenza - si distaccavano deliberatamente da quel Corpo Mistico, di cui per natura facevano parte; erano come membra morte, che, soggiacendo all'influsso di una forza esteriore, la quale non poteva vivificarle, mettevano in pericolo la vita del Corpo intero.
Questa, l'unica insensatezza, che meritasse ora il nome di delitto.
L'assassinio, il furto, la rapina, la stessa anarchia apparivano colpe leggere di fronte a questa iniquità mostruosa, poiché ferivano il corpo, ma non il cuore; facevano soffrire gli individui, e meritavano di essere perciò repressi, ma non colpivano veramente la vita.
Solo il Cristianesimo portava seco un veleno mortale; ed ogni cellula, in cui venisse inoculato, infettava le fibre stesse che la ricollegavano alla sorgente della vita. Questo e questo solo il massimo delitto di alto tradimento contro l'Uomo; delitto, che non richiedeva altra ammenda se non la completa estirpazione del Cristianesimo.



- Robert Hugh Benson - 
Da “Il padrone del mondo”, Città Armoniosa, 1979



Buona giornata a tutti. :-)






domenica 9 dicembre 2018

“Fermati, don Camillo!” - Giovannino Guareschi da: “Mondo Piccolo”

Don Camillo andò a letto e lo svegliarono le donnette che venivano per la Messa mattutina e avevano trovato chiusa la porta della chiesa.

Don Camillo immerse la faccia nel catino pieno d’acqua fredda e scese di corsa.
“E tardi, mi dispiace” spiegò alle donnette raccolte davanti alla porta della canonica. “Non so cosa possa essermi successo. Il campanaro non è tornato, ieri sera: è rimasto bloccato in città dalla neve.”
Il gattino bigio gli si strusciò contro una gamba e don Camillo rabbrividì. Si avviò verso la chiesa, ma in quel momento si udì uno schianto.
“Il tetto della chiesa si sfascia!”


***
II colmo del tetto non era più orizzontale, si era abbassato di mezzo metro verso la parte posteriore. Qualche trave doveva aver ceduto, disse qualcuno, ma si fece avanti il Bigio, il capomastro,che, considerata la faccenda, scosse il capo.
“Non si è spaccato niente” disse. “La trave maestra del colmo poggia, davanti, sul culmine del frontale della chiesa e, dietro, su una capriata. Il peso della neve ha fatto sbracare i puntoni dei due capi del tirante. Adesso i puntoni poggiano (sulla trave del tirante e si sono abbassati per quel tanto che il puntone del culmine è più corto. Fin che i puntoni degli spioventi non si sbracano dal puntone del culmine, non c’è nessun pericolo.”
Era un ragionamento complicato per dire una cosa semplice: ma si udì un nuovo schianto e il colmo del tetto si inabissò.
“Si è spaccata la trave del tirante” disse il Bigio.
“Adesso il peso è tutto sulla volta: se la volta cede, a Messa, stamattina, ci va il tetto.”
Don Camillo, che era rimasto a guardare sgomento, pensò all’altare, al Tabernacolo, al Cristo crocifisso.
“Non fate stupidaggini” gli gridarono. Ma oramai aveva aperto la porta della chiesa ed era entrato.
Ma una voce imperiosa si udì:
“Fermati, don Camillo!”.
E don Camillo ristette un istante sulla porta e, proprio in quell’istante, rovinò la volta e la chiesa si riempì di mattoni, di travi, di tegole e di neve.
Don Camillo trovò tra sé e l’altare una montagna di macerie cementate dalla neve: ma l’altare c’era ancora, intatto, perché la cupola non s’era mossa.
Guardò in alto e vide soltanto la neve scendere dal gran rettangolo di cielo che ora stava al posto del soffitto della sua chiesa.
Don Camillo pensò al gatto nero e non capiva come potesse entrarci il gatto nero con la neve che aveva fatto crollare il tetto.
Tutto il paese venne a vedere quella rovina: don Camillo pareva che anche lui fosse un grosso rottame perché, dopo un’ora, stava ancora immobile a guardare sbalordito il mucchio di macerie. E la neve gli si era ammucchiata sulle spalle e non si poteva capire bene se don Camillo avesse il viso bagnato perché la neve gli si scioglieva sulla faccia o perché piangeva.
A un tratto il suo sguardo, occupato fino a quel momento a considerare nel suo impressionante complesso la montagna di macerie, si concentrò su un particolare del mucchio.
Poi, con un balzo, don Camillo fu sul mucchio e, agguantata una grossa trave, la scosse e la tirò fin che non fu riuscito a cavarla fuori dal groviglio.
La gente si fece avanti.
“È la trave del tirante della capriata” disse il Bigio. “Anzi, è una mezza trave del tirante.”
Poi tacque perplesso: anche un orbo avrebbe visto che la trave del tirante era stata segata nel mezzo. Il taglio era fresco.
La trave non era stata segata tutta: segata per tre quarti. L’altro pezzo era spaccato.
Don Camillo pensò ancora al gatto nero e sentì che il suo occhio, adesso, stava guardando una cosa che egli ancora non vedeva.
Poi vide, nella neve mescolata alle macerie, la cosa.
E allora tutti si buttarono sul mucchio e cominciarono a tirar via roba. Dopo un’ora di lavoro furibondo trovarono l’uomo che aveva macchiato col suo sangue la neve. Vicino a lui era un segaccio
L’uomo giaceva bocconi, morto e stramorto, e aveva la faccia affondata nel calcinaccio. E nessuno ebbe il coraggio di rivoltarlo per vedere chi fosse perché tutti avevano paura di conoscerlo.
Lo voltò il maresciallo dei carabinieri.
Tirarono fuori anche l’altro pezzo della trave e studiarono il taglio.
“Aveva pensato di tagliare tre quarti del tirante e andarsene: poi la neve, aumentando di peso, avrebbe fatto il resto. Non si era accorto che la trave, proprio sotto il taglio, aveva una crepa e così tutto è crollato prima che il tipo si fosse messo in salvo. Probabilmente era una sorpresa che aveva preparato per il Natale.”
Non disse chi era il tipo venuto giù assieme al tetto.
“È uno di via, uno di quelli che lavorano per la pace” si limitò a spiegare.
La sera del 23 dicembre, don Camillo pensava con  immenso sgomento che la sera dopo era la Vigilia: “Dove dirò la Messa di Mezzanotte?”.

***
E venne la sera della Vigilia e la gente si era tutta chiusa in casa perché la Paura ululava dalle macerie della chiesa sepolta nel buio.
Pareva un paese in guerra: ed era davvero un atto di guerra feroce degli uomini contro il loro Dio. E il mostruoso gatto nero galoppava in tutti i campi deserti, tenendo la statuetta di Gesù Bambino tra le zanne.
Cadde sul paese un silenzio orrendo perché era una meravigliosa notte serena e la neve candida e immacolata copriva la terra nera.
Chi avrebbe infranto il cristallo di quell’insopportabile silenzio?
Ed ecco, improvvisamente, si udirono le campane della chiesa e, poco dopo, apparve a una estremità della lunga strada, ai margini della quale erano allineate le case del borgo, una luce inconsueta.
Su un carro pavesato di damasco e trascinato da otto paia di candidi buoi era l’altare sormontato dal grande Cristo Crocifisso. 
E don Camillo celebrava davanti all’altare la Messa.
Ai lati del carro e dietro era il gruppo dei cantori, uomini e donne, con torce fiammeggianti.
La gente si affacciò, scese e, man mano che il Carroccio avanzava, si accodava. II Carroccio percorse lentamente la lunga strada principale, poi si inoltrò nelle strade secondarie e, da ogni aia, la gente usciva e si univa agli altri.
Poi il ritorno e la sosta per l’Elevazione nella piazza gremita.
“Fratelli!” disse don Camillo “la pacifica armata di Cristo, stretta attorno al suo Carroccio, ha vinto stasera la sua battaglia contro la paura.
La casa di Dio è l’universo senza confini e il soffitto è quell’immenso cielo stellato e nessuno potrà farlo crollare.
Non pensate al soffitto della vostra chiesa: guardate quel cielo eterno e infinito e cantate con gioia le lodi del Signore.”
Don Camillo disse questo e altro e, nel cuore della gente, tornò la serenità.
La gente accompagnò il Carroccio fin davanti alla chiesa. Qui qualcuno gridò che bisognava pensare a rimettere a posto tutto e subito, e depose sul piano del Carroccio del denaro.
E tutti passarono davanti al Carroccio e tutti diedero il loro obolo. 

Don Camillo era sceso e appoggiato al carro, guardava sorridendo la sfilata. Fra gli ultimi si presentò un bambino alto due o tre spanne, non arrivava a mettere il suo danaro sul piano del Carroccio. Allora don Camillo lo sollevò.
Era il figlio di Peppone e don Camillo lo guardò con angoscia pensando al gatto nero e mostruoso che teneva tra le fauci il Bambinello.
Rimise giù il ragazzino.
Riportò lui stesso, scavalcando il mucchio di macerie, il Cristo Crocifisso al suo posto, sull’altar maggiore.
“Gesù” disse “l’altra sera, mentre io Vi parlavo, un uomo sul mio capo stava segando la trave. E se Voi non mi aveste detto “Fermati!” io sarei rimasto travolto da quelle macerie.”
“Perché, don Camillo, parli ancora di travi e di soffitti, quando hai detto tu stesso, poco fa, che il vero soffitto della casa di Dio non ha travi e nessuno lo può far crollare?”
Don Camillo guardò in su e vide il grande rettangolo di cielo stellato.
Ma il mostruoso gatto nero non poteva uscire dalla sua mente, e lo vedeva galoppare per i campi deserti e sull’argine in riva al fiume.

- Giovannino Guareschi - 
da:  “Mondo Piccolo”, “Ciao, Don Camillo”, Biblioteca Universale Rizzoli, ed. Bur, pagg. 347-355


Buona giornata a tutti. :-)




sabato 1 dicembre 2018

La donna con l'agnello - Leggenda attribuita a sant'Ambrogio

Un caldo giorno d'estate, uno studente attraversava la piazza di una grande città, famosa per la bellezza delle sue antiche chiese. 
Stava preparando la tesi in architettura e voleva includervi la storia di quegli splendidi monumenti. 
Proprio quella mattina aveva deciso di visitare una delle cattedrali più importanti quando, un po' per l'afa fattasi insopportabile, un po' per sottrarsi al rumoroso traffico dell'ora di punta, decise di entrare nella chiesa che si affacciava sulla piazza.
Appena entrato, si guardò intorno con l'occhio attento di chi cerca qualcosa di particolare, ma la chiesa gli parve del tutto normale, comunque offriva un po' di frescura e i rumori della città vi giungevano piacevolmente attutiti.
Ai lati della navata centrale si allineavano piccole cappelle, ognuna con la rappresentazione di una figura sacra e un tavolino in ferro su cui brillavano allegri tanti lumini. Non che lo studente fosse particolarmente religioso ma ormai, dopo gli studi fatti, sapeva riconoscere gran parte delle figure rappresentate in ogni nicchia.
La Vergine... san Giuseppe con il suo bastone... san Pietro crocifisso a testa in giù... E questa? Si fermò incuriosito davanti al quadro di una giovanissima donna che reggeva fra le braccia una foglia di palma e un piccolo agnello.
Quella tela lo affascinò a tal punto da non riuscire a staccarne gli occhi. Così si sedette su un banco da cui poterla comodamente osservare. 
Era certamente una giovane dell'antica Roma: lo si notava subito dall'abbigliamento, ma anche dai tratti del volto con il naso diritto e affilato, gli occhi scuri e penetranti soffusi di fierezza e dignità, l'ovale perfetto e le labbra sottili appena increspate da un sorriso.
Il nostro studente si domandava quale artista l'avesse mai ritratta con tanta maestria... o forse la fanciulla stessa, con la sua conturbante bellezza, aveva dato vita e anima a quella tela.
«Non la riconosci?» gli chiese una voce al suo fianco.
Il ragazzo fece un balzo: era talmente intento a osservare il quadro che non si era accorto di non essere più solo. 
Vicino a lui sedeva una donna anziana e sorridente, bella di quella particolare bellezza interiore che solo l'età sa donare quando la vita ha maturato buoni frutti.
«A essere sincero, non la riconosco proprio. Lei sa chi è?»
«Ma certo» rispose la donna: «porto il suo nome e so tutto di lei... Vuoi conoscerne la storia?».
«Ne sarei felice, ma non vorrei farle perdere tempo...» rispose lui, senza sapersi spiegare il perché di quell'insopprimibile desiderio di ascoltare la storia della "ragazza con l'agnello".
«Non ho problemi di tempo, figlio mio. Allora ascolta...» e l'anziana signora si sedette vicino a lui cominciando il suo racconto.
«Si chiamava Agnese e la sua bellezza, come puoi ben vedere, era straordinaria. Chi la incontrava non poteva che fermarsi ad ammirarla, rimanendo calamitato dall'espressione di quel viso. Non era solo la perfezione delle forme che risaltava in Agnese, ma qualcosa di più profondo, come se un fuoco l'abitasse emanando un alone luminoso.
Di lei era pazzamente innamorato il figlio del prefetto che avrebbe dato qualunque cosa pur di essersene ricambiato. 
Più volte l'aveva chiesta in moglie offrendole quello che nessuna donna in Roma avrebbe neanche osato sperare di possedere, ma Agnese pareva non interessarsi né all'amore del giovane né a quanto lui le offriva.
Un giorno le parve però corretto giustificarsi con lui, sperando che di fronte a un'evidenza che non gli lasciava speranze avrebbe smesso di soffrire. 
Gli confidò quindi di essere già innamorata di un uomo cui nessun altro poteva essere paragonato, che non le offriva nulla di quanto si potesse immaginare ma qualcosa che valeva molto di più. Lo pregò quindi di non tormentarsi per lei ma di rivolgere il suo amore verso una giovane che potesse ricambiarlo rendendolo felice.
A quelle parole, pronunciate con dolcezza ma anche con determinazione, il giovane tornò al suo palazzo in preda alla disperazione, avendo intuito che non avrebbe mai potuto competere con questo misterioso rivale.
Passò un certo tempo e il prefetto cominciò seriamente a preoccuparsi per lo stato di depressione in cui era caduto il figlio. Decise quindi di scoprire chi fosse l'amante di questa cocciuta fanciulla e, forte del suo potere, sguinzagliò i migliori informatori per tutta Roma.
Uno di loro aveva particolarmente in odio Agnese, essendo a sua volta segretamente innamorato di lei e, come spesso accade agli uomini, non gli parve vero di poter distruggere ciò che non poteva avere.
Si recò quindi dal prefetto e gli raccontò di come Agnese facesse parte della setta dei cristiani e, come molti di loro, fosse esperta in arti magiche tanto da dichiararsi perdutamente innamorata di qualcuno crocifisso a Gerusalemme tanti anni prima. Il suo parere personale era che non si può amare qualcuno che neppure si è conosciuto e che, per giunta, è già morto, senza dar segno di un profondo squilibrio della mente, sicuramente dovuto ai malefici influssi di qualche forza occulta.
In parte rincuorato da questa notizia che non prospettava nessun aitante giovane nella vita di Agnese, il prefetto decise di convocarla al suo palazzo per rendersi personalmente conto della situazione.
Quando la vide ne rimase però stranamente turbato: non solo era bella, ma emanava qualcosa di simile a una calda e fluida corrente che faceva vibrare il cuore. Non riuscì neppure a trattarla troppo rudemente, come era sua abitudine. Cercò invece di allettarla con parole e offerte che la sua esperienza sapeva non avrebbero potuto lasciare indifferente una donna.
Ma Agnese non era una donna come le altre e tutto quello che lui metteva in campo, pensando di far presa sulla sua natura femminile, si scioglieva nella totale indifferenza.
Di fronte a tanto evidente insuccesso non poté che prendere il sopravvento la collera e il prefetto passò a ben altri sistemi per tentare di convincere la ragazza a sposare il figlio, non ultima la prospettiva di terribili torture.
La paura che albergava nel cuore di Agnese, come in quello di chiunque altro, in quel momento irruppe in tutta la sua potenza. Era giovane e amava la vita: come non temere il dolore e la morte? 
Le era stato insegnato che la vita era un grande dono divino, ma anche che il coraggio di difendere ciò in cui si crede la rende veramente degna di essere vissuta.
Agnese era perciò confusa: la mente metteva in campo i suoi soldati, uno da una parte e uno dall'altra, come sempre in contrapposizione. Che fare?
Non rimaneva che scavalcare d'un balzo la mente e tuffarsi nel cuore: così la giovane rimase ferma sul suo tenace rifiuto.
"Se lo è cercato proprio lei" pensò il prefetto, come per alleggerirsi da un peso, e convocò per quello stesso giorno il tribunale che avrebbe dovuto giudicare Agnese in quanto appartenente alla fanatica setta dei cristiani.
Contro di loro tuonò il più agguerrito dei giudici romani: "... non si può ulteriormente tollerare un nido di vipere simile a quello nel cuore della città! I cristiani sono dei pazzi, fautori di pericolose utopie e, come tali, vanno distrutti".
Avrebbero però concesso ad Agnese, in virtù della sua incosciente giovinezza, ancora una scelta: avrebbe avuto salva la vita se fosse entrata a far parte delle vestali del tempio.
Ma come avrebbe potuto inchinarsi di fronte a un vuoto simulacro, quando nel suo cuore ardeva la fiamma dell'unico Dio vivente! Il solo pensiero la faceva rabbrividire: il tempio di Vesta sarebbe stato simile a una nera tomba in cui la sua anima sarebbe lentamente morta.
"È la tua ultima possibilità" replicò il prefetto: "o ti unisci alle vergini che onorano la dea Vesta o sarai portata nella piazza delle meretrici e lì la tua sorte seguirà quella delle altre sciagurate che offrono il loro corpo, non a un degno amore ma solo alla bramosia dei sensi".
"Tu non sai quello che stai dicendo" rispose pacatamente Agnese, sicura delle sue parole come mai lo era stata prima d'allora. "Nulla accade fuori dalla volontà divina e se è questo che Lui vorrà nessuno toccherà il mio corpo".
"Stupida ragazza" pensò indispettito il prefetto, chiedendosi con quale demoniaca fattura i cristiani fossero riusciti a irretire quella giovane mente.
La sentenza fu subito emessa: Agnese doveva essere condotta nella piazza delle meretrici, denudata e lì lasciata per il pubblico piacere. Così, caricata su un traballante carro, la giovane cristiana venne condotta nella malfamata piazza, dove ogni più abominevole desiderio della carne poteva essere appagato.
Fu gettata in una cella aperta sulla strada e lì cominciarono a spogliarla. Ma, a mano a mano che le vesti le venivano tolte, i suoi capelli iniziarono a crescere a dismisura, finché la sua nudità fu ricoperta da una folta chioma, pesante e morbida come un prezioso mantello.
La voce che una giovane e bellissima donna era stata portata fra le meretrici attirò un gran numero di persone, ma chiunque guardasse nella cella di Agnese non vedeva altro che una luce abbagliante davanti alla quale non si poteva fare a meno di inginocchiarsi in deferente silenzio.
Il figlio del prefetto aveva seguito tutta questa vicenda con il cuore in tumulto, diviso fra un accecante amore e un odio altrettanto smisurato. 
Potrà sembrare assurdo che due sentimenti a tal punto contrastanti possano condividere lo stesso cuore, ma questa è l'altalena della luce e dell'ombra.
Così una sera, più che mai in preda all'ansia, cercò la compagnia degli amici più intimi con cui cenare e, soprattutto, spegnere nella coppa del vino il suo tormento. Era già notte fonda quando decisero di recarsi nella piazza delle meretrici per dare una bella lezione a quella sciocca cristiana.
Nella piazza si aggiravano ormai poche persone ciondolanti, più preda dell'alcol che del desiderio. Il luogo si presentava in tutto il suo squallore e le celle si affacciavano sul selciato come tante bocche nere e sdentate.
"Entrate voi e divertitevi quanto volete" disse il figlio del prefetto agli amici, mentre i suoi occhi si riempivano di una rabbia spaventosa.
"Sei sicuro di volerlo?" chiese uno di loro.
"Vi ho detto di entrare!" urlò il giovane.
Tornò il silenzio. Solo qualche ubriaco biascicava parole sconnesse e alcune donne ridacchiavano in un angolo.
Non passò molto tempo prima che il gruppo di giovani ritornasse dall'amico.
"Allora?" chiese questi cupo.
"Allora... niente!" risposero quelli con il volto sbiancato. "Dai retta a noi, andiamocene. Lei non è una donna come le altre. O è una dea o è un demone: certamente non appartiene alla terra ma all'Olimpo".
"Stupide femminucce, vi farò vedere io a chi appartiene!" e così dicendo il ragazzo attraversò di corsa la piazza e sparì nel buio.
Oltre quella soglia stava Agnese, la sua adorata Agnese che aveva osato respingerlo e alla quale ora lui avrebbe strappato dignità e vita. E lei era là, brillante come una stella nell'oscurità e altrettanto lontana. Il giovane si bloccò per un attimo soltanto, poi il solo vederla riaccese in lui una fiamma potente come quelle degli inferi.
Si slanciò su di lei come il lupo sul piccolo agnello, ma come le sue mani si posarono sul corpo di Agnese il giovane cadde a terra fulminato.
Quando lo aveva visto entrare, lei aveva tremato di paura, perché più di ogni altra emozione l'amore può manifestare una potenza dirompente; ma poi, guardando il giovane corpo immobile ai suoi piedi, Agnese provò una profonda pietà. Pensò in quel momento che forse aveva amato quel giovane, anche se non come lui avrebbe voluto.
Il prefetto fu subito informato di quanto era accaduto e si precipitò in preda all'angoscia là dove il figlio giaceva. Abbracciò il corpo senza vita e pianse a lungo.
Agnese lo stava osservando con tristezza quando lui le chiese fra i singhiozzi: "Perché hai colpito proprio lui e non gli altri? Perché proprio il mio ragazzo?".
"Non io l'ho colpito! Chi è entrato qui prima di lui ha percepito la presenza dell'angelo inviato da Dio per proteggere il mio corpo, ma solo tuo figlio, accecato dalla passione, ha teso le sue mani su di me e l'angelo lo ha colpito."
"Ora so che il Dio di cui parli è davvero presente e potente. Ti prego, Agnese, chiedigli di avere pietà e di restituirmi l'unico figlio!"
"Io posso chiedere, ma non è in mio potere cambiare ciò che deve essere. Se Dio lo vorrà, tuo figlio ti sarà restituito". Così Agnese si sedette sulle pietre del pavimento e prese nel suo grembo la testa del giovane romano; poi chiuse gli occhi e pregò.
Piccole gocce di sudore le imperlavano la fronte cadendo sul volto senza vita del ragazzo, mentre un alone di luce pareva giocare, accarezzando ora l'una ora l'altro.
Quando lui riaprì gli occhi, vide il volto pallidissimo di Agnese che lo stava guardando e le sorrise. Un'emozione intensa li unì per un breve attimo e da quel momento non si rividero mai più.
Mentre il giovane si rialzava sostenuto dal padre, un drappello di guardie irruppe nella piazza trascinando via Agnese, né qualcuno ebbe modo di salvarla.
Il prefetto e suo figlio, così come coloro che furono presenti al miracoloso evento, si convertirono al cristianesimo, ma dovettero fuggire in gran fretta da Roma e furono perseguitati per lungo tempo come traditori.
Agnese fu invece portata nella prigione del prefetto Aspasio, che la condannò al rogo. Ma, ancora una volta, l'angelo di Dio giocò un brutto scherzo ai suoi aguzzini. Ogni volta che il fuoco veniva acceso, le rosse lingue ardenti danzavano in ogni dove fuorché intorno al corpo della ragazza.
Il fuggi fuggi intorno alla pira era generale, pareva che ogni brace andasse alla ricerca di una persona prescelta e non la perdesse più di mira... successe un vero parapiglia mentre Agnese non veniva neppure lambita da una fiammella.
Aspasio era furente contro quella cristiana che aveva già portato abbastanza guai, trasformando persino il suo predecessore, insieme al figlio e ai suoi amici, in altrettanti fanatici di quel Dio che metteva scompiglio ovunque arrivasse. Era veramente troppo! Decise così che sarebbe stata sgozzata come un agnello.
Era giunto il suo tempo e così doveva essere. Agnese porse la sua gola al boia come l'agnello al macellaio... ma il sangue non scorre mai invano...»
«Scusa, ragazzo, ma non si viene in chiesa per dormire».
Il nostro studente si scosse intorpidito guardando di traverso il sacerdote che lo stava gentilmente scuotendo per una spalla.
«Ma, veramente, stavo ascoltando la storia di questa santa... Agnese, se non sbaglio...» rispose il ragazzo guardando verso l'altare.
«Sì, certo che è Agnese, ma qui da ore non entra nessuno; quindi non vedo chi possa averti raccontato la sua storia» rispose il prete, cominciando a guardare il ragazzo con più sospetto.
«Ma, reverendo, non ha visto una signora anziana seduta di fianco a me?»
«Assolutamente no; e adesso scusa ma ho da confessare. Se vuoi, fermati, ma fammi il piacere di non rimetterti a dormire!» e così dicendo si affrettò verso la sacrestia.
«Agnese...» bisbigliò il ragazzo e, guardando la splendida creatura che teneva tra le braccia la palma del martirio e l'agnello dell'innocenza, le sorrise. Si guardò subito intorno per accertarsi che nessuno l'avesse visto. 
Ora quel gesto gli sembrava sciocco, ma era stato così spontaneo, quasi familiare. 
Non riusciva a staccarsi da quel luogo, ma era tardi e doveva andare. Prima di uscire la guardò ancora... c'era qualcosa di strano... ma cos'era?

-  Leggenda attribuita a sant'Ambrogio - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Buona giornata a tutti. :-)