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mercoledì 4 dicembre 2019

Ma perché un figlio sappia a chi appartiene, bisogna che anche il padre sappia a chi appartiene - Franco Nembrini

"Ma perché un figlio sappia a chi appartiene, bisogna che anche il padre sappia a chi appartiene."

"La tragedia del nostro tempo è che non c’è più educazione. Siamo forse la prima generazione di adulti che vive in modo così drammatico il problema della tradizione, cioè della consegna da una generazione all’altra di un patrimonio di conoscenze, di valori, di certezze, di positività, di un’idea buona della vita. 
Non è più così scontato, non è più così facile che avvenga quel miracolo che sempre è stata l’educazione e che ha garantito, nel bene e nel male, anche in momenti terribili della storia, che il mondo andasse avanti. 
Evidentemente ci sono delle ragioni. Per esempio, è stata troppo sistematicamente distrutta, da parte di una certa cultura, l’idea del padre. Perché è attorno a questo nodo che si gioca la partita dell’educazione: l’educazione c’è se in primo luogo c’è l’adulto.
Una certa cultura prima ha distrutto l’idea stessa di Dio, di una Paternità grande a cui l’uomo appartiene o è desideroso di appartenere; ma così si è tarlata la certezza stessa dell’uomo di avere qualche cosa di buono e di intelligente da dire ai propri figli, in casa sua. 
Il problema è il cinismo di una cultura che ha distrutto l’unica cosa di cui i nostri figli hanno bisogno: sapere a chi appartengono, cioè avere un padre e una madre. 
Sapere di chi sono, perché è l’unica cosa che li educa e li preserva, anche psicologicamente, da tutte le patologie da cui sono ormai massacrati. 
Ma perché un figlio sappia a chi appartiene, bisogna che anche il padre sappia a chi appartiene."

- Franco Nembrini -
 in Il Sussidiario. net



1. Padre nostro che sei nei cieli
Dio onnipotente, ogni cosa viene da te: il tempo, gli uomini, le cose. Ma tu non sei una fonte senza nome, né una forza bruta, cieca, impersonale.
Tu porti un nome: Padre.
Sì, tu sei Padre e noi siamo tuoi figli, Tuo Figlio è venuto per dircelo.
Che mai il tuo nome sia cancellato dalla nostra memoria. 
Qualunque cosa accada, ricordacelo senza posa.
Nelle ore di scoraggiamento o di rivolta torna a dire a ciascuno una parola della speranza, la parola di liberazione: «Non aver paura: Io sono tuo Padre. Una madre dimenticherebbe forse il suo bambino? 
Io non ti dimenticherò mai. Io resto per te un Padre oggi e per sempre».
2. Sia santificato il tuo nome
Signore, fin dalle origini hai rivelato il tuo nome al tuo popolo.
Gli hai detto: «Il mio nome è Jahwé», 
che vuol dire: lo sono sempre con te. Non ti abbandono mai e su di te si volge per sempre il mio sguardo. «Il mio nome è Jahwé, il Signore», che vuol dire: lo ti salvo. Io ti libero dai tuoi oppressori, ma quando voglio e come io voglio: perché non sono legato da nulla, se non dal mio amore infinito per te, o popolo mio. «Sì, il mio nome è Jahwé», che vuol dire: Al di fuori di me non c'è altro Dio. 
Non appoggiarti, dunque, su nessun altro perché io non posso soffrire rivali e distruggo ogni idolo. 
Conta soltanto su di me e sul mio nome: «Jahwé, il Signore». 
Sì, o Padre, che il tuo nome sia santificato.

3. Venga il tuo Regno
Padre, il tuo Regno viene. Noi lo crediamo sulla tua parola anche se lo percepiamo appena, anche se qualche volta esso ci è completamente nascosto. Perdonaci se ci lamentiamo: «Dove sono l'amore, la gioia, la giustizia e la pace del tuo Regno? Dove sono i doni del tuo Spirito? Dove la messe biondeggiante che il Cristo ci ha promesso?». Padre, ci sono tante cose in questo mondo che ci fanno chiedere se è proprio vero che il tuo Regno viene: sofferenze e ferite che - come il tuo Figlio nell'ora della croce ci fanno gridare: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». 
Resta con noi, Signore, nelle difficili ore del dubbio. 
Non lasciarci soccombere all'angoscia del giardino degli ulivi ma fortificaci nella certezza che niente può ritardare l'ora del tuo Regno di giustizia, d'amore e di pace.

4. Sia fatta la tua volontà
Padre, il tuo Figlio ha detto sempre di sì. Attraverso la sua croce e la sua risurrezione, una volta per tutte, egli ha piantato sulla nostra terra il «sì» che eternamente egli proferisce davanti al tuo volto. 
Così, anche noi possiamo dire «sì», anche noi, dopo di lui, in lui, nella forza del suo cuore obbediente. 
Il suo «sì» ci ha preceduti, come quello di sua madre che è madre di tutti: Maria. Anche e soprattutto nei momenti in cui ci domandiamo, con angoscia e perplessità: «Come avverrà questo?». 
Padre, donaci la grazia di credere che per te tutto è possibile, e donaci la gioia di dire: «Sia fatto di noi secondo la tua parola».

5. Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Padre, non ti chiediamo l'abbondanza che ci mette al sicuro da ogni rischio, ma ti chiediamo il pane quotidiano che ci basta per oggi. Mentre il tuo popolo camminava nel deserto - nel paese della morte - tu gli hai offerto ogni giorno la manna, pane venuto dal cielo che non si poteva conservare. Ed ogni giorno il tuo popolo mangiava secondo la sua fame confidando, l'indomani, in altro nutrimento. 
Insegnaci a vivere in questa confidenza sempre rinnovata. 
Metti nei nostri cuori la fede audace che ci permetterà di camminare sui tuoi sentieri, senza altra assicurazione che la tua promessa e la certezza d'essere amati da te.

6. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
Padre, non c'è niente di tanto difficile come offrire un vero perdono, soprattutto a quanti ci sono vicini e che ci hanno davvero fatto soffrire. 
Tanti pretesti percorrono la mente: «Non tocca a me cominciare. Ne vale la pena? No, oggi non posso... Forse domani...». Non solo ci costa perdonare, ma ci chiediamo anche se il perdono è davvero possibile. 
Padre, noi lo sappiamo, la riconciliazione e il perdono non possono venire che da te. Allora, donaci la grazia del perdono, la forza di riconciliarci con quanti ci sono vicini, sotto il nostro tetto; con quelli che sono lontani. 
Facci amare anche i nostri nemici. Non permettere che il sole tramonti sopra la nostra collera o i nostri rancori. 
Facci la grazia di fare il primo passo e ti rassomiglieremo.

7. Non ci indurre in tentazione
Padre, non sei tu che induci in tentazione. Siamo noi che soccombiamo per debolezza o disimpegno, dopo una lotta ardente o una timida resistenza. Siamo così fragili, così deboli davanti agli innumerevoli idoli che ci attirano lontano da te! Noi restiamo come sospesi tra la tua grazia e la nostra libertà così precaria. 
Ti preghiamo, Padre, salvaci dalla tentazione, strappaci dalla trappola del denaro, degli onori, del potere. 
Resta con noi con la forza del tuo Spirito agli innumerevoli incroci dove siamo chiamati a scegliere tra la via della vita e quella che conduce alla morte. 
Resta con noi, Signore.

8. Ma liberaci dal male
Padre, un male dai molteplici volti ci assedia: l'egoismo forsennato che si installa nell'intimo dell'uomo o si annida nelle strutture della nostra società, la violenza, l'odio... Ma questo male che percorre un mondo che sembra alla deriva, abita anche i nostri cuori: perché è proprio là che esso nasce. Padre, ricordaci ancora che il male non è una semplice forza cieca, ma una potenza intelligente, calcolatrice e raffinata. 
Esso è Qualcuno: il Maligno, principe della menzogna; il Diavolo: colui che fin dall'inizio semina la discordia nei cuori, nelle famiglie, tra i popoli, tre le grandi potenze. 
Padre, liberaci dal Male.
Amen.
Padre nostro
- Card. Godfried Danneels -
Arcivescovo di Malines - Bruxelles


Buona giornata a tutti :-)


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martedì 16 febbraio 2016

Il Grande Fratello - Chuck Palahniuk

Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio.
Il Grande Fratello non ci osserva.
Il Grande Fratello canta e balla.
Tira fuori conigli dal cappello.
Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia.
Fa in modo che tu possa sempre distrarti.
Che sia completamente assorbito.
Fa in modo che la tua immaginazione avvizzisca.
Finché non diventa utile quanto la tua appendice.
Fa in modo di colmare la tua attenzione sempre e comunque.
Questo significa lasciarsi imboccare, ed è peggio che lasciarsi spiare.
Nessuno deve più preoccuparsi di sapere che cosa gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già il mondo.

Se tutti quanti ci ritroviamo con l’immaginazione atrofizzata, nessuno costituirà mai una minaccia per il mondo.

- Chuck Palahniuk - 
da: "Ninna Nanna"



Mi piacerebbe tanto un bel giorno riuscire a vivere facendo cose giuste invece di limitarmi a non fare quelle sbagliate.

- Chuck Palahniuk -
da: Soffocare




Possiamo passare la vita a farci dire dal mondo cosa siamo.
Sani di mente o pazzi.
Stinchi di santo o sessodipendenti.
Eroi o vittime.
A lasciare che la storia ci spieghi se siamo buoni o cattivi.
A lasciare che sia il passato a decidere il nostro futuro.
Oppure possiamo scegliere da noi.
E forse inventare qualcosa di meglio è proprio il nostro compito.


- Chuck Palahniuk - 



Buona giornata a tutti. :-)


sabato 6 febbraio 2016

Abbiamo tempo - Octavian Paler

Abbiamo tempo per ogni cosa.
Per dormire, per correre a destra e a sinistra,
per pentirci d’aver sbagliato e sbagliare ancora una volta,
per giudicare gli altri e assolvere noi stessi,
abbiamo tempo per leggere e scrivere,
per correggere ciò che abbiamo scritto, per pentirci di ciò che abbiamo scritto,
abbiamo tempo per fare progetti e non seguirli,
abbiamo tempo per farci illusioni e rovistare tra le loro ceneri in seguito.
Abbiamo tempo per le ambizioni e le malattie,
per incolpare destino e dettagli,
abbiamo tempo per guardare le nuvole, le pubblicità o un incidente,
abbiamo tempo per evitare le domande e rinviare le risposte,
abbiamo tempo per infrangere un sogno e reinventarlo,
abbiamo tempo per farci nuovi amici, e per perderli,
abbiamo tempo per ricevere lezioni e dimenticarle,
abbiamo tempo per ricevere regali e non capirli.
Abbiamo tempo per ogni cosa.
Non abbiamo tempo solo per un po’ di tenerezza.
Quando si fa anche questo – si muore.
Ho imparato alcune cose nella vita che condividerò con voi!
Ho imparato che non puoi far nulla perché qualcuno ti ami,
tutto ciò che puoi fare è essere una persona amabile.
Il resto… dipende dagli altri.
Ho imparato che per quanto a me interessi
agli altri potrebbe non importare nulla.
Ho imparato che ci vogliono anni per conquistare la fiducia
e solo pochi secondi per perderla.
Ho imparato che non importa cosa hai nella vita
ma chi hai.
Ho imparato che te la puoi cavare e che il fascino ti può essere d’aiuto per circa quindici minuti,
dopo, però, sarebbe bene che tu sapessi qualcosa.
Ho imparato che non ci si deve confrontare con quello che gli altri sanno fare meglio,
ma con quello che tu sai fare.
Ho imparato che non importa cosa succede alle persone,
importa quello che io posso fare per aiutarle.
Ho imparato che in qualunque modo tagli
ogni cosa ha due facce.
Ho imparato che devi separarti dai tuoi cari con parole dolci
perché potrebbe essere l’ultima volta che li vedi.
Ho imparato che puoi continuare ancora per molto tempo
dopo che hai detto di non farcela più.
Ho imparato che gli eroi sono quelli che fanno ciò che si deve, quando si deve,
indipendentemente dalle conseguenze.
Ho imparato che ci sono persone che ti amano
ma non sanno dimostrarlo.
Ho imparato che quando sono arrabbiato ho il diritto di essere arrabbiato,
ma non ho il diritto di essere cattivo.
Ho imparato che l’amicizia vera continua anche a distanza,
e questo vale anche per l’amore vero.
Ho imparato che se qualcuno non ti ama come tu vorresti,
ciò non significa che non ti ami con tutto il cuore.
Ho imparato che per quanto buono possa essere un amico,
di tanto in tanto ti ferirà comunque,
e tu dovrai perdonarlo per questo.
Ho imparato che non sempre è sufficiente essere perdonati dagli altri,
a volte devi imparare a perdonare te stesso.
Ho imparato che non importa quanto soffri,
il mondo non si fermerà a causa del tuo dolore.
Ho imparato che il passato e le circostanze possono influenzare la tua personalità,
ma sei tu il responsabile di ciò che diventi.
Ho imparato che se due persone litigano, non significa che non si amino,
e che nemmeno il fatto che non litighino dimostra che si amino.
Ho imparato che a volte devi mettere la persona al primo posto
e non le sue azioni.
Ho imparato che due persone possono guardare la stessa cosa
e vederla in modo del tutto differente.
Ho imparato che a prescindere dalle conseguenze
coloro che sono onesti con sé stessi vanno lontano nella vita.
Ho imparato che la vita ti può essere cambiata in poche ore
da persone che neppure ti conoscono.
Ho imparato che anche quando pensi di non avere più niente da dare,
quando un amico ti chiama troverai la forza per aiutarlo.
Ho imparato che scrivere e parlare
possono dare sollievo ai dolori dell’anima.
Ho imparato che le persone alle quali tieni di più
ti vengono portate via troppo in fretta…
Ho imparato che è troppo difficile da capire
dove tracciare una linea tra l’essere gentile, per non ferire gli altri,
e il sostenere le tue opinioni.
Ho imparato ad amare
per essere amato.

Octavian Paler - 


Questa la versione originale della poesia attribuita a Paulo Coelho –  Le cose che ho imparato nella vita - da lui citata in un suo libro e nel suo blog




Noi usiamo moltissimo la vista: guardiamo attraverso lenti, telescopi, tubi catodici.
La nostra visione si perfeziona ogni giorno un po di più, eppure vediamo sempre meno.
Non è stato mai così urgente, prima d'ora, parlare di vedere.
Noi siamo guardatori, spettatori, siamo ''soggetti che guardano oggetti''.
Appiccichiamo in fretta etichette su tutto ciò che c'è, etichette che poi rimangono attaccate una volta per tutte.
Queste etichette ci fanno riconoscere tutto ma non ci fanno vedere più niente.

- Frederick Frank  -
da: "Lo Zen del vedere"





Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia.

- Antonia Pozzi - 
"Diari" , Natale 1926




Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 25 settembre 2015

Gli emigranti - Edmondo De Amicis

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s'ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s'afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d'angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d'oro,
Frutto segreto d'infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.

Pur nell'angoscia di quell'ultim'ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L'amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.

E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!

E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.

Addio, poveri vecchi! In men d'un anno
Rosi dalla miseria e dall'affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.

Poveri vecchi, addio! Forse a quest'ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire…
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.

Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell'involto suo china la faccia,
Chi versando un'amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s'affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d'urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell'onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.

Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V'allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.

Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L'imperversar de le sciagure umane.

E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

- Edmondo De Amicis - 



Nel 1884 Edmondo De Amicis si imbarca sul piroscafo Galileo alla volta dell'Argentina come corrispondente per il "Nacional”. 
 Dal suo viaggio nacque il libro “Sull'Oceano”, una fotografia della società dell’epoca scattata tra le murate di una nave che raccoglieva passeggeri d’ogni ceto sociale, trasportando speranze, tristezze, gioie e paure. 
Un resoconto di viaggio che ci riporta in altri tempi, un’epoca in cui una traversata atlantica era, per i passeggeri di terza classe, un viaggio all’inferno da cui molti non sarebbero più usciti. 



…Quando arrivai, verso sera, l'imbarco degli emigranti era già cominciato da un'ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall'edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti. 
La maggior parte, avendo passato una o due notti all'aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell'asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d'ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. 
Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell'antica edizione Lévy. 
Poi, improvvisamente, la processione umana era interrotta, e veniva avanti sotto una tempesta di legnate e di bestemmie un branco di bovi e di montoni, i quali, arrivati a bordo, sviandosi di qua o di là, e spaventandosi, confondevano i muggiti e i belati coi nitriti dei cavalli di prua, con le grida dei marinai e dei facchini, con lo strepito assordante della gru a vapore, che sollevava per aria mucchi di bauli e di casse. 
Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d'ogni parte d'Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta, in mezzo a quella confusione di passeggieri, di camerieri, d'ufficiali, d'impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis



…Ma lo spettacolo eran le terze classi, dove la maggior parte degli emigranti, presi dal mal di mare, giacevano alla rinfusa, buttati a traverso alle panche, in atteggiamenti di malati o di morti, coi visi sudici e i capelli rabbuffati, in mezzo a un grande arruffio di coperte e di stracci. 
Si vedevan delle famiglie strette in gruppi compassionevoli, con quell'aria d'abbandono e di smarrimento, che è propria della famiglia senza tetto: il marito seduto e addormentato, la moglie col capo appoggiato sulle spalle di lui, e i bimbi sul tavolato, che dormivano col capo sulle ginocchia di tutti e due: dei mucchi di cenci, dove non si vedeva nessun viso, e non n'usciva che un braccio di bimbo o una treccia di donna. 

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis





…E il peggio era sotto, nel grande dormitorio, di cui s'apriva la boccaporta vicino al cassero di poppa: affacciandovisi, si vedevano nella mezza oscurità corpi sopra corpi, come nei bastimenti che riportano in patria le salme degli emigrati chinesi; e veniva su di là, come da uno spedale sotterraneo, un concerto di lamenti, di rantoli e di tossi, da metter la tentazione di sbarcare a Marsiglia. 

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis

   
              

Nella copertina de “L’Illustrazione italiana” il naufragio dell’Utopia, un bastimento inglese che, partito da Trieste e fatta tappa a Napoli, trasportava 3 passeggeri in 1ª classe, 3 clandestini, 59 membri equipaggio e 813 migranti italiani. Arrivato davanti al porto di Gibilterra la sera del 17 marzo 1891 con un tempo pessimo e visibilità ridotta, sbagliò manovra e andò a sbattere contro il rostro di una corazzata alla fonda.
Colò a picco in pochi minuti, facendo 576 vittime. Quasi tutte meridionali.




…Dalla boccaporta spalancata vidi una donna che singhiozzava forte, col viso nella cuccetta: intesi dire che poche ore prima d'imbarcarsi le era morta quasi all'improvviso una bambina, e che suo marito aveva dovuto lasciare il cadavere all'ufficio di Pubblica Sicurezza del porto, perché lo facessero portare all'ospedale.

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis


…Quando salii sul palco di comando, poco dopo le otto, che era l'ora della colezione, la prua offriva l'aspetto tra d'un mercato di campagna e d'un accampamento di zingari, che avessero disfatto le tende. Ciascun gruppo d'emigranti aveva preso il suo posto, dove passava la maggior parte della giornata, e i posti presi, per consuetudine tradizionale, eran rispettati da tutti. Dovunque si potesse star seduti senza ingombrare il passaggio, in tutti i cantucci che formavan le torri di cordami e i mucchi di fieno o di merci addossati all'opera morta, s'era ficcata, come una covata di gatti, una brigatella di conoscenti o una famigliuola, con le sue seggiole e qualche cuscino o coperta, e alcune eran così ben rimpiattate, che vi si sarebbe potuto passar davanti dieci volte senza scoprirle; poiché la povera gente si adatta a tutti i vani come l'acqua.

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis




Buona giornata a tutti. :-)