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martedì 16 febbraio 2016

Il Grande Fratello - Chuck Palahniuk

Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio.
Il Grande Fratello non ci osserva.
Il Grande Fratello canta e balla.
Tira fuori conigli dal cappello.
Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia.
Fa in modo che tu possa sempre distrarti.
Che sia completamente assorbito.
Fa in modo che la tua immaginazione avvizzisca.
Finché non diventa utile quanto la tua appendice.
Fa in modo di colmare la tua attenzione sempre e comunque.
Questo significa lasciarsi imboccare, ed è peggio che lasciarsi spiare.
Nessuno deve più preoccuparsi di sapere che cosa gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già il mondo.

Se tutti quanti ci ritroviamo con l’immaginazione atrofizzata, nessuno costituirà mai una minaccia per il mondo.

- Chuck Palahniuk - 
da: "Ninna Nanna"



Mi piacerebbe tanto un bel giorno riuscire a vivere facendo cose giuste invece di limitarmi a non fare quelle sbagliate.

- Chuck Palahniuk -
da: Soffocare




Possiamo passare la vita a farci dire dal mondo cosa siamo.
Sani di mente o pazzi.
Stinchi di santo o sessodipendenti.
Eroi o vittime.
A lasciare che la storia ci spieghi se siamo buoni o cattivi.
A lasciare che sia il passato a decidere il nostro futuro.
Oppure possiamo scegliere da noi.
E forse inventare qualcosa di meglio è proprio il nostro compito.


- Chuck Palahniuk - 



Buona giornata a tutti. :-)


sabato 6 febbraio 2016

Abbiamo tempo - Octavian Paler

Abbiamo tempo per ogni cosa.
Per dormire, per correre a destra e a sinistra,
per pentirci d’aver sbagliato e sbagliare ancora una volta,
per giudicare gli altri e assolvere noi stessi,
abbiamo tempo per leggere e scrivere,
per correggere ciò che abbiamo scritto, per pentirci di ciò che abbiamo scritto,
abbiamo tempo per fare progetti e non seguirli,
abbiamo tempo per farci illusioni e rovistare tra le loro ceneri in seguito.
Abbiamo tempo per le ambizioni e le malattie,
per incolpare destino e dettagli,
abbiamo tempo per guardare le nuvole, le pubblicità o un incidente,
abbiamo tempo per evitare le domande e rinviare le risposte,
abbiamo tempo per infrangere un sogno e reinventarlo,
abbiamo tempo per farci nuovi amici, e per perderli,
abbiamo tempo per ricevere lezioni e dimenticarle,
abbiamo tempo per ricevere regali e non capirli.
Abbiamo tempo per ogni cosa.
Non abbiamo tempo solo per un po’ di tenerezza.
Quando si fa anche questo – si muore.
Ho imparato alcune cose nella vita che condividerò con voi!
Ho imparato che non puoi far nulla perché qualcuno ti ami,
tutto ciò che puoi fare è essere una persona amabile.
Il resto… dipende dagli altri.
Ho imparato che per quanto a me interessi
agli altri potrebbe non importare nulla.
Ho imparato che ci vogliono anni per conquistare la fiducia
e solo pochi secondi per perderla.
Ho imparato che non importa cosa hai nella vita
ma chi hai.
Ho imparato che te la puoi cavare e che il fascino ti può essere d’aiuto per circa quindici minuti,
dopo, però, sarebbe bene che tu sapessi qualcosa.
Ho imparato che non ci si deve confrontare con quello che gli altri sanno fare meglio,
ma con quello che tu sai fare.
Ho imparato che non importa cosa succede alle persone,
importa quello che io posso fare per aiutarle.
Ho imparato che in qualunque modo tagli
ogni cosa ha due facce.
Ho imparato che devi separarti dai tuoi cari con parole dolci
perché potrebbe essere l’ultima volta che li vedi.
Ho imparato che puoi continuare ancora per molto tempo
dopo che hai detto di non farcela più.
Ho imparato che gli eroi sono quelli che fanno ciò che si deve, quando si deve,
indipendentemente dalle conseguenze.
Ho imparato che ci sono persone che ti amano
ma non sanno dimostrarlo.
Ho imparato che quando sono arrabbiato ho il diritto di essere arrabbiato,
ma non ho il diritto di essere cattivo.
Ho imparato che l’amicizia vera continua anche a distanza,
e questo vale anche per l’amore vero.
Ho imparato che se qualcuno non ti ama come tu vorresti,
ciò non significa che non ti ami con tutto il cuore.
Ho imparato che per quanto buono possa essere un amico,
di tanto in tanto ti ferirà comunque,
e tu dovrai perdonarlo per questo.
Ho imparato che non sempre è sufficiente essere perdonati dagli altri,
a volte devi imparare a perdonare te stesso.
Ho imparato che non importa quanto soffri,
il mondo non si fermerà a causa del tuo dolore.
Ho imparato che il passato e le circostanze possono influenzare la tua personalità,
ma sei tu il responsabile di ciò che diventi.
Ho imparato che se due persone litigano, non significa che non si amino,
e che nemmeno il fatto che non litighino dimostra che si amino.
Ho imparato che a volte devi mettere la persona al primo posto
e non le sue azioni.
Ho imparato che due persone possono guardare la stessa cosa
e vederla in modo del tutto differente.
Ho imparato che a prescindere dalle conseguenze
coloro che sono onesti con sé stessi vanno lontano nella vita.
Ho imparato che la vita ti può essere cambiata in poche ore
da persone che neppure ti conoscono.
Ho imparato che anche quando pensi di non avere più niente da dare,
quando un amico ti chiama troverai la forza per aiutarlo.
Ho imparato che scrivere e parlare
possono dare sollievo ai dolori dell’anima.
Ho imparato che le persone alle quali tieni di più
ti vengono portate via troppo in fretta…
Ho imparato che è troppo difficile da capire
dove tracciare una linea tra l’essere gentile, per non ferire gli altri,
e il sostenere le tue opinioni.
Ho imparato ad amare
per essere amato.

Octavian Paler - 


Questa la versione originale della poesia attribuita a Paulo Coelho –  Le cose che ho imparato nella vita - da lui citata in un suo libro e nel suo blog




Noi usiamo moltissimo la vista: guardiamo attraverso lenti, telescopi, tubi catodici.
La nostra visione si perfeziona ogni giorno un po di più, eppure vediamo sempre meno.
Non è stato mai così urgente, prima d'ora, parlare di vedere.
Noi siamo guardatori, spettatori, siamo ''soggetti che guardano oggetti''.
Appiccichiamo in fretta etichette su tutto ciò che c'è, etichette che poi rimangono attaccate una volta per tutte.
Queste etichette ci fanno riconoscere tutto ma non ci fanno vedere più niente.

- Frederick Frank  -
da: "Lo Zen del vedere"





Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia.

- Antonia Pozzi - 
"Diari" , Natale 1926




Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 25 settembre 2015

Gli emigranti - Edmondo De Amicis

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s'ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s'afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d'angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d'oro,
Frutto segreto d'infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.

Pur nell'angoscia di quell'ultim'ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L'amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.

E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!

E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.

Addio, poveri vecchi! In men d'un anno
Rosi dalla miseria e dall'affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.

Poveri vecchi, addio! Forse a quest'ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire…
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.

Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell'involto suo china la faccia,
Chi versando un'amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s'affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d'urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell'onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.

Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V'allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.

Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L'imperversar de le sciagure umane.

E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

- Edmondo De Amicis - 



Nel 1884 Edmondo De Amicis si imbarca sul piroscafo Galileo alla volta dell'Argentina come corrispondente per il "Nacional”. 
 Dal suo viaggio nacque il libro “Sull'Oceano”, una fotografia della società dell’epoca scattata tra le murate di una nave che raccoglieva passeggeri d’ogni ceto sociale, trasportando speranze, tristezze, gioie e paure. 
Un resoconto di viaggio che ci riporta in altri tempi, un’epoca in cui una traversata atlantica era, per i passeggeri di terza classe, un viaggio all’inferno da cui molti non sarebbero più usciti. 



…Quando arrivai, verso sera, l'imbarco degli emigranti era già cominciato da un'ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall'edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti. 
La maggior parte, avendo passato una o due notti all'aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell'asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d'ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. 
Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell'antica edizione Lévy. 
Poi, improvvisamente, la processione umana era interrotta, e veniva avanti sotto una tempesta di legnate e di bestemmie un branco di bovi e di montoni, i quali, arrivati a bordo, sviandosi di qua o di là, e spaventandosi, confondevano i muggiti e i belati coi nitriti dei cavalli di prua, con le grida dei marinai e dei facchini, con lo strepito assordante della gru a vapore, che sollevava per aria mucchi di bauli e di casse. 
Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d'ogni parte d'Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta, in mezzo a quella confusione di passeggieri, di camerieri, d'ufficiali, d'impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis



…Ma lo spettacolo eran le terze classi, dove la maggior parte degli emigranti, presi dal mal di mare, giacevano alla rinfusa, buttati a traverso alle panche, in atteggiamenti di malati o di morti, coi visi sudici e i capelli rabbuffati, in mezzo a un grande arruffio di coperte e di stracci. 
Si vedevan delle famiglie strette in gruppi compassionevoli, con quell'aria d'abbandono e di smarrimento, che è propria della famiglia senza tetto: il marito seduto e addormentato, la moglie col capo appoggiato sulle spalle di lui, e i bimbi sul tavolato, che dormivano col capo sulle ginocchia di tutti e due: dei mucchi di cenci, dove non si vedeva nessun viso, e non n'usciva che un braccio di bimbo o una treccia di donna. 

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis





…E il peggio era sotto, nel grande dormitorio, di cui s'apriva la boccaporta vicino al cassero di poppa: affacciandovisi, si vedevano nella mezza oscurità corpi sopra corpi, come nei bastimenti che riportano in patria le salme degli emigrati chinesi; e veniva su di là, come da uno spedale sotterraneo, un concerto di lamenti, di rantoli e di tossi, da metter la tentazione di sbarcare a Marsiglia. 

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis

   
              

Nella copertina de “L’Illustrazione italiana” il naufragio dell’Utopia, un bastimento inglese che, partito da Trieste e fatta tappa a Napoli, trasportava 3 passeggeri in 1ª classe, 3 clandestini, 59 membri equipaggio e 813 migranti italiani. Arrivato davanti al porto di Gibilterra la sera del 17 marzo 1891 con un tempo pessimo e visibilità ridotta, sbagliò manovra e andò a sbattere contro il rostro di una corazzata alla fonda.
Colò a picco in pochi minuti, facendo 576 vittime. Quasi tutte meridionali.




…Dalla boccaporta spalancata vidi una donna che singhiozzava forte, col viso nella cuccetta: intesi dire che poche ore prima d'imbarcarsi le era morta quasi all'improvviso una bambina, e che suo marito aveva dovuto lasciare il cadavere all'ufficio di Pubblica Sicurezza del porto, perché lo facessero portare all'ospedale.

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis


…Quando salii sul palco di comando, poco dopo le otto, che era l'ora della colezione, la prua offriva l'aspetto tra d'un mercato di campagna e d'un accampamento di zingari, che avessero disfatto le tende. Ciascun gruppo d'emigranti aveva preso il suo posto, dove passava la maggior parte della giornata, e i posti presi, per consuetudine tradizionale, eran rispettati da tutti. Dovunque si potesse star seduti senza ingombrare il passaggio, in tutti i cantucci che formavan le torri di cordami e i mucchi di fieno o di merci addossati all'opera morta, s'era ficcata, come una covata di gatti, una brigatella di conoscenti o una famigliuola, con le sue seggiole e qualche cuscino o coperta, e alcune eran così ben rimpiattate, che vi si sarebbe potuto passar davanti dieci volte senza scoprirle; poiché la povera gente si adatta a tutti i vani come l'acqua.

…..da “ sull’Oceano” di Edmondo de Amicis




Buona giornata a tutti. :-)











giovedì 9 luglio 2015

Mare nostro - Erri De Luca

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni 
senza una strada sopra le tue onde,
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore di frumento,
al tramonto dell'uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Tu sei più giusto della terraferma,
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le vite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio e bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.

- Erri De Luca -



Va’ ad Ahmedabad

Va’ lungo le strade di Baroda,
va’ ad Ahmedabad,
va’ a respirare la polvere
finché non soffochi e stai male
di una febbre che nessun dottore ha mai sentito.
Non me lo chiedere
perché non ti dirò niente
sulla fame e sul dolore.
(…)
E il dolore è
quando cammino per Ahmedabad
perché questo è il luogo
che ho sempre amato
questo è il luogo
che ho sempre odiato
perché questo è il luogo
dove non mi sento mai a casa
questo è il luogo
dove mi sento sempre a casa.
Il dolore è
quando torno ad Ahmedabad
dopo dieci anni
e capisco per la prima volta
che non sceglierei mai
di viverci. Il dolore è
vivere in America
e non essere capaci
di scrivere neanche una cosa
sull’America. (…)
- Sujata Bhatt –

poetessa indiana, 1988
Traduzione di Andrea Sirotti



Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell'acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

 -Mahmoud Darwish -

Kazahri al-Lawzi aw Ab'ad 
(come il fiore di mandorlo o più lontano)



Straniero e fratello

Signore
dammi l'amore per il mio tempo,
per la mia terra,
per la mia gente.
Senza l'amore, la cittadinanza è solo diritti e doveri,
la città solo un posto dove vivere,
le istituzioni solo un'autorità,
la politica solo potere e compromesso,
la nazionalità solo una distinzione tra
chi è dentro e chi è fuori,
il vicino una potenziale minaccia,
il più debole solo zavorra,
il lavoro solo soldi.
Aiutami a comprendere che davanti a Te
nessuno è senza permesso di soggiorno.
Tu, che riveli l'uomo all'uomo,
trasforma lo straniero in fratello,
i confini in porte,
le frontiere in abbraccio.




Buona giornata a tutti. :-)





lunedì 10 novembre 2014

La vita è come una partita a scacchi - Tommaso Notarstefano

La vita è come una partita a scacchi;
assaporeremo il condimento dei successi e degli insuccessi,
conosceremo il sapore delle vittorie e delle sconfitte,
apprezzeremo il gusto delle gioie e dei dolori,
conosceremo il significato del sacrificio e della sofferenza,
daremo estro e senso ad una combinazione creativa,
vedremo i nostri sbagli e cercheremo di porvi rimedio,
sprigioneremo la nostra fantasia e il nostro talento,
misureremo la nostra pazienza e la nostra crescita,
sopporteremo con più serenità il peso della fatica,
miglioreremo il nostro carattere, mossa dopo mossa,
comprenderemo l'importanza del nostro tempo,
di quello consumato e di quell'altro rimasto a disposizione.

A fine partita non saremo più dei dilettanti allo sbaraglio, diventeremo dei Maestri di vita e d'arte, saremo perfetti, pieni di virtù e di nuove conoscenze, per questo siamo stati chiamati sin dall'inizio dell'eternità a scoprire questo gioco, per essere pronti a insegnare e a trasmettere agli altri, quelli che verranno dopo di noi, i valori e gli ideali della grande bellezza della nostra vita.

Solleveremo il calice per brindare alla felicità e alla vittoria!

- Tommaso Notarstefano - 
da "Il gioco universale"


Dipinto: ( Michael Cheval)

“È decisivo che l’uomo sia orientato verso l’infinito. È il problema essenziale della sua vita. Quanto più un uomo corre dietro ai falsi beni e quanto meno è sensibile a ciò che è essenziale, tanto meno soddisfacente è la sua vita. 
Si sentirà limitato, perché limitati sono i suoi scopi. 
Se riusciamo a capire e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l’infinito, i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano...
Se possiede un granello di saggezza, deporrà le armi e chiamerà l’ignoto con il più ignoto, ignotum per ignotius, cioè con il nome di Dio.»

- Carl G. Jung - 

Da: Ricordi sogni riflessioni, pp. 413-414




La felicità non dipende dal verificarsi di determinate condizioni. Al contrario, determinate condizioni si verificano come risultato della felicità.

- Neal Donald Walsch -




Non possiamo essere egoisti, non possiamo essere che una preda. L’avaro è divorato dall’oro, il libertino dalla donna, il santo da Dio. Il problema non sta nel concedersi o nel rifiutarsi, ma nel sapere a chi ci si dona.

- Gustave Thibon -

Da:”Il pane di ogni giorno”
Morcelliana, Brescia 1949, p. 13



Buona giornata a tutti :-)





martedì 29 luglio 2014

L'autobus di Rosa Parks

                                                                                                                                



























Il poliziotto D. H. Lackey e Rosa Parks durante un arresto, 22 febbraio 1956


Rosa Parks (1913 - 2005) è stata un’attivista statunitense afroamericana, 
figura-simbolo del movimento per i diritti civili, famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus ad un bianco, dando così origine alla clamorosa protesta chiamata "boicottaggio degli autobus di Montgomery".

Il primo dicembre del 1955 James Blake, un autista di autobus di Montgomery, in Alabama, si avvicinò a Rosa Parks, una donna nera di 42 anni, sarta, e le ordinò di alzarsi per fare posto a un passeggero bianco.

Erano i tempi della segregazione razziale e i primi posti degli autobus erano riservati ai bianchi.
I neri dovevano sedersi nella zona posteriore e poi in quella centrale, se i posti non erano occupati da bianchi. Altrimenti si dovevano alzare, cedere il posto, spostarsi nella zona posteriore dell’autobus e, se questo era pieno, scendere.

Quel giorno Rosa Parks stava tornando a casa e, poiché l'unico posto a sedere libero era nella parte anteriore del mezzo, quella riservata ai bianchi, andò a sedersi lì. 

Poco dopo salirono sull’autobus alcuni passeggeri bianchi, al che il conducente James Blake ordinò a lei e ad altre quattro persone di colore di alzarsi e andare nella parte riservata ai neri. Rosa Parks, stanca di essere trattata come una cittadina di seconda classe, non si mosse, contrariamente agli altri.
L’autista fermò l’automezzo e chiamò la polizia, che arrestò Rosa Parks per condotta impropria e violazione delle norme cittadine. Il 5 dicembre venne condannata per disordini e multata di 10 dollari più 4 dollari di spese processuali.

In breve tempo Rosa Parks divenne un’icona dei diritti civili e il suo rifiuto diede origine al boicottaggio degli autobus di Montgomery da parte della comunità afroamericana, guidata dall’allora sconosciuto pastore protestante Martin Luther King.
Gli organizzatori chiedevano che i passeggeri neri venissero trattati come i bianchi, che potessero sedersi nelle file centrali degli autobus senza dover cedere il proprio posto ai bianchi e che venissero assunti anche autisti neri.

Il boicottaggio durò 381 giorni e assunse proporzioni sempre più vaste man mano che la notizia si diffuse.

La protesta terminò il 20 dicembre del 1956 dopo l’entrata in vigore di una legge federale che dichiarava incostituzionale la segregazione razziale sugli autobus pubblici dell’Alabama. Quel giorno, all’arrivo del primo autobus in città, salirono insieme Rosa Parks, Martin Luther King e il futuro presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.





Rosa Parks continuò a contribuire alla causa per il riconoscimento dei diritti civili nonostante venisse costretta a cambiare città e stato, trasferendosi a Detroit, incapace di ottenere un altro lavoro e divenendo anche oggetto di minacce di morte.  Simbolo da tutti riconosciuto di questo torvo capitolo della storia statunitense, nel 1999 si vide attribuire la Medaglia d’oro dal Congresso. Si è spenta nel 2005.





«La lotta per i diritti civili, in questo paese, è stata più dura e più costosa del ponte aereo di Berlino». 

- Robert Kennedy, 1968 -


Detta in quegli anni, la frase suonava come la conferma solenne di un impegno. È toccato infatti a John Kennedy, presidente, e a Robert Kennedy, ministro della Giustizia, fra il 1960 e il 1963, trasformare in legge (il celebre Civil Rights Bill, che ha cambiato l’America) le lotte, le marce, le dimostrazioni, gli scontri fra polizia e dimostranti, gli arresti in massa, la prigione, gli omicidi razzisti. Ed anche la stagione di scontro frontale tra i governatori degli Stati americani del Sud e il governo federale di Washington.

























Buona giornata a tutti :-)