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domenica 9 dicembre 2018

“Fermati, don Camillo!” - Giovannino Guareschi da: “Mondo Piccolo”

Don Camillo andò a letto e lo svegliarono le donnette che venivano per la Messa mattutina e avevano trovato chiusa la porta della chiesa.

Don Camillo immerse la faccia nel catino pieno d’acqua fredda e scese di corsa.
“E tardi, mi dispiace” spiegò alle donnette raccolte davanti alla porta della canonica. “Non so cosa possa essermi successo. Il campanaro non è tornato, ieri sera: è rimasto bloccato in città dalla neve.”
Il gattino bigio gli si strusciò contro una gamba e don Camillo rabbrividì. Si avviò verso la chiesa, ma in quel momento si udì uno schianto.
“Il tetto della chiesa si sfascia!”


***
II colmo del tetto non era più orizzontale, si era abbassato di mezzo metro verso la parte posteriore. Qualche trave doveva aver ceduto, disse qualcuno, ma si fece avanti il Bigio, il capomastro,che, considerata la faccenda, scosse il capo.
“Non si è spaccato niente” disse. “La trave maestra del colmo poggia, davanti, sul culmine del frontale della chiesa e, dietro, su una capriata. Il peso della neve ha fatto sbracare i puntoni dei due capi del tirante. Adesso i puntoni poggiano (sulla trave del tirante e si sono abbassati per quel tanto che il puntone del culmine è più corto. Fin che i puntoni degli spioventi non si sbracano dal puntone del culmine, non c’è nessun pericolo.”
Era un ragionamento complicato per dire una cosa semplice: ma si udì un nuovo schianto e il colmo del tetto si inabissò.
“Si è spaccata la trave del tirante” disse il Bigio.
“Adesso il peso è tutto sulla volta: se la volta cede, a Messa, stamattina, ci va il tetto.”
Don Camillo, che era rimasto a guardare sgomento, pensò all’altare, al Tabernacolo, al Cristo crocifisso.
“Non fate stupidaggini” gli gridarono. Ma oramai aveva aperto la porta della chiesa ed era entrato.
Ma una voce imperiosa si udì:
“Fermati, don Camillo!”.
E don Camillo ristette un istante sulla porta e, proprio in quell’istante, rovinò la volta e la chiesa si riempì di mattoni, di travi, di tegole e di neve.
Don Camillo trovò tra sé e l’altare una montagna di macerie cementate dalla neve: ma l’altare c’era ancora, intatto, perché la cupola non s’era mossa.
Guardò in alto e vide soltanto la neve scendere dal gran rettangolo di cielo che ora stava al posto del soffitto della sua chiesa.
Don Camillo pensò al gatto nero e non capiva come potesse entrarci il gatto nero con la neve che aveva fatto crollare il tetto.
Tutto il paese venne a vedere quella rovina: don Camillo pareva che anche lui fosse un grosso rottame perché, dopo un’ora, stava ancora immobile a guardare sbalordito il mucchio di macerie. E la neve gli si era ammucchiata sulle spalle e non si poteva capire bene se don Camillo avesse il viso bagnato perché la neve gli si scioglieva sulla faccia o perché piangeva.
A un tratto il suo sguardo, occupato fino a quel momento a considerare nel suo impressionante complesso la montagna di macerie, si concentrò su un particolare del mucchio.
Poi, con un balzo, don Camillo fu sul mucchio e, agguantata una grossa trave, la scosse e la tirò fin che non fu riuscito a cavarla fuori dal groviglio.
La gente si fece avanti.
“È la trave del tirante della capriata” disse il Bigio. “Anzi, è una mezza trave del tirante.”
Poi tacque perplesso: anche un orbo avrebbe visto che la trave del tirante era stata segata nel mezzo. Il taglio era fresco.
La trave non era stata segata tutta: segata per tre quarti. L’altro pezzo era spaccato.
Don Camillo pensò ancora al gatto nero e sentì che il suo occhio, adesso, stava guardando una cosa che egli ancora non vedeva.
Poi vide, nella neve mescolata alle macerie, la cosa.
E allora tutti si buttarono sul mucchio e cominciarono a tirar via roba. Dopo un’ora di lavoro furibondo trovarono l’uomo che aveva macchiato col suo sangue la neve. Vicino a lui era un segaccio
L’uomo giaceva bocconi, morto e stramorto, e aveva la faccia affondata nel calcinaccio. E nessuno ebbe il coraggio di rivoltarlo per vedere chi fosse perché tutti avevano paura di conoscerlo.
Lo voltò il maresciallo dei carabinieri.
Tirarono fuori anche l’altro pezzo della trave e studiarono il taglio.
“Aveva pensato di tagliare tre quarti del tirante e andarsene: poi la neve, aumentando di peso, avrebbe fatto il resto. Non si era accorto che la trave, proprio sotto il taglio, aveva una crepa e così tutto è crollato prima che il tipo si fosse messo in salvo. Probabilmente era una sorpresa che aveva preparato per il Natale.”
Non disse chi era il tipo venuto giù assieme al tetto.
“È uno di via, uno di quelli che lavorano per la pace” si limitò a spiegare.
La sera del 23 dicembre, don Camillo pensava con  immenso sgomento che la sera dopo era la Vigilia: “Dove dirò la Messa di Mezzanotte?”.

***
E venne la sera della Vigilia e la gente si era tutta chiusa in casa perché la Paura ululava dalle macerie della chiesa sepolta nel buio.
Pareva un paese in guerra: ed era davvero un atto di guerra feroce degli uomini contro il loro Dio. E il mostruoso gatto nero galoppava in tutti i campi deserti, tenendo la statuetta di Gesù Bambino tra le zanne.
Cadde sul paese un silenzio orrendo perché era una meravigliosa notte serena e la neve candida e immacolata copriva la terra nera.
Chi avrebbe infranto il cristallo di quell’insopportabile silenzio?
Ed ecco, improvvisamente, si udirono le campane della chiesa e, poco dopo, apparve a una estremità della lunga strada, ai margini della quale erano allineate le case del borgo, una luce inconsueta.
Su un carro pavesato di damasco e trascinato da otto paia di candidi buoi era l’altare sormontato dal grande Cristo Crocifisso. 
E don Camillo celebrava davanti all’altare la Messa.
Ai lati del carro e dietro era il gruppo dei cantori, uomini e donne, con torce fiammeggianti.
La gente si affacciò, scese e, man mano che il Carroccio avanzava, si accodava. II Carroccio percorse lentamente la lunga strada principale, poi si inoltrò nelle strade secondarie e, da ogni aia, la gente usciva e si univa agli altri.
Poi il ritorno e la sosta per l’Elevazione nella piazza gremita.
“Fratelli!” disse don Camillo “la pacifica armata di Cristo, stretta attorno al suo Carroccio, ha vinto stasera la sua battaglia contro la paura.
La casa di Dio è l’universo senza confini e il soffitto è quell’immenso cielo stellato e nessuno potrà farlo crollare.
Non pensate al soffitto della vostra chiesa: guardate quel cielo eterno e infinito e cantate con gioia le lodi del Signore.”
Don Camillo disse questo e altro e, nel cuore della gente, tornò la serenità.
La gente accompagnò il Carroccio fin davanti alla chiesa. Qui qualcuno gridò che bisognava pensare a rimettere a posto tutto e subito, e depose sul piano del Carroccio del denaro.
E tutti passarono davanti al Carroccio e tutti diedero il loro obolo. 

Don Camillo era sceso e appoggiato al carro, guardava sorridendo la sfilata. Fra gli ultimi si presentò un bambino alto due o tre spanne, non arrivava a mettere il suo danaro sul piano del Carroccio. Allora don Camillo lo sollevò.
Era il figlio di Peppone e don Camillo lo guardò con angoscia pensando al gatto nero e mostruoso che teneva tra le fauci il Bambinello.
Rimise giù il ragazzino.
Riportò lui stesso, scavalcando il mucchio di macerie, il Cristo Crocifisso al suo posto, sull’altar maggiore.
“Gesù” disse “l’altra sera, mentre io Vi parlavo, un uomo sul mio capo stava segando la trave. E se Voi non mi aveste detto “Fermati!” io sarei rimasto travolto da quelle macerie.”
“Perché, don Camillo, parli ancora di travi e di soffitti, quando hai detto tu stesso, poco fa, che il vero soffitto della casa di Dio non ha travi e nessuno lo può far crollare?”
Don Camillo guardò in su e vide il grande rettangolo di cielo stellato.
Ma il mostruoso gatto nero non poteva uscire dalla sua mente, e lo vedeva galoppare per i campi deserti e sull’argine in riva al fiume.

- Giovannino Guareschi - 
da:  “Mondo Piccolo”, “Ciao, Don Camillo”, Biblioteca Universale Rizzoli, ed. Bur, pagg. 347-355


Buona giornata a tutti. :-)




mercoledì 7 novembre 2018

Gli uomini non possono fare del male a Dio - da: "Mondo piccolo" di Giovanni Guareschi

Proprio sotto Natale era venuta giù mezza gamba di neve e ancora continuava a fioccare. 
Don Camillo aveva tirato fuori le statuine di legno del `presepio per ritoccarle e, alla mezzanotte del 22, era ancora lì col pennellino a rinfrescare facce, 4, mantelli e dorature, e il gatto gli faceva compagnia.
Era un gatto giovane e giocava con tutta la roba minuta che gli capitava sotto le zampe e, un bel momento, a don Camillo capitò di dar retta a quel che stava combinando sotto la tavola e vide che la bestia stava giocando con la statuina di Gesù Bambino.
Don Camillo gli tirò un urlaccio e il gatto scappò via tenendo la statuina in bocca e don Camillo dovette rincorrerlo e sparargli una ciabatta, a per fargli mollare la presa.
La statuina di Gesù Bambino, don Camillo se la teneva per ultima, per potersela lavorare meglio: così tirò in giù il saliscendi della lampada e, dopo aver brontolato un po’ col gatto, incominciò a pitturare di fino.
A un bel momento la statuina di Gesù Bambino gli scivolò via di mano e cadde per terra e, chinatosi per raccoglierla, don Camillo vide che il maledetto gatto l’aveva ancora presa tra i denti.
Guardando meglio, don Camillo si accorse di una cosa strana: il gatto era un altro. Più grosso, con due occhi che guardavano in un certo modo. II gatto solito era bigio e questo era invece nero. Di dove era venuto quel gatto forestiero?
“Molla” urlò don Camillo e il gatto fece un balzo verso la porta, ma non lasciò andare la statuina.
Don Camillo si riscosse e il gatto nero uscì nel corridoio e, trovata la porta socchiusa, sgusciò via, a coda bassa, ed eccolo nel sagrato, fermo ad aspettare, nero nero in mezzo al gran bianco della neve.
“Maledetto!” urlò don Camillo che fu subito fuori anche lui.
E il gatto nero via con la statuina di Gesù Bambino tra i denti.
E don Camillo dietro al gatto.
Il gatto prese la via dei campi e don Camillo lo seguì ansimando.
Don Camillo stentava a camminare perché la neve era fresca e vi sprofondava dentro fino a mezza gamba: il gatto nero, invece, volava via come se fosse una piuma. Ma ogni tanto si fermava, volgeva il muso indietro e aspettava che don Camillo gli arrivasse a dieci metri per poi riprendere la sua corsa.
Ed ecco il fatto: il gatto nero diventava, a ogni fermata, sempre più grosso, e anche la statuina di legno di Gesù Bambino aumentava in proporzione.
Quando la bestia nera diventò enorme, come un bufalo, la statuina era alta come un bambino vero.
Ed era difatti un bambino vero. Un Gesù Bambino di carne rosea e viva. 

Un Gesù Bambino che sanguinava e gemeva tra le zanne della belva nera e mostruosa. 
Don Camillo lanciò un urlo di terrore e si trovò davanti alla sua tavola, con la statuina di Gesù Bambino in una mano e il pennellino nell’altra.
Il gatto, il solito gattino bigio, stava ronfando sotto il camino. Erano già le quattro del mattino e continuava a fioccare.
Don Camillo andò a dare un’occhiata in chiesa.
“Gesù” disse don Camillo inginocchiandosi davanti al Cristo Crocifisso dell’altar maggiore “ho fatto uno strano sogno.” E raccontò il sogno del gatto nero che diventava un enorme mostro e della statuina che diventava Gesù Bambino vero, sanguinante e gemente tra le zanne della belva.
“Gesù” concluse don Camillo “quel sogno mi ha turbato.”
Il Cristo sorrise: “Don Camillo: non è il sogno che ti ha turbato.Ti turba il pensiero che ha originato quel sogno.
È un pensiero che tu hai dentro di te, ed è il prodotto di un ragionamento. Tu, sotto la specie dell’apologo, hai spiegato in sogno a te stesso la sostanza del tuo pensiero”.
“Gesù” esclamò don Camillo “io intendo quel sogno come un presagio, un avvertimento soprannaturale.”
“Non è un presagio, don Camillo: non è un avvertimento, una voce che viene dal di fuori. È una voce che viene dal tuo stesso ragionamento. È la voce della tua paura.”
Don Camillo allargò le braccia: “Gesù, io non ho paura! “.
“Sì, don Camillo: tu hai paura.
Ma non per te. Hai paura per me.
Hai paura che gli uomini possano fare del male a Dio.
Si può negare il sole, si può perseguitare chi afferma l’esistenza del sole. Si può fare in modo che nessuno più veda il sole strappando gli occhi a tutte le creature, ma non si potrà per questo spegnere o soltanto offuscare mai la luce del sole.
Gli uomini non possono che fare male a se stessi.
Non possono fare del male a Dio.
Ma io non ti rimprovero per questa tua paura, perché essa non è che l’immenso amore che tu hai per me.”
- Giovanni Guareschi - 
da: " Mondo piccolo" Biblioteca Universale Rizzoli, ed. Bur, pagg. 347-348 




Non per me
Ti prego
ma per chi non prega mai
e per chi vorrebbe ma non osa.

Non per me
domando forza
ma per chi non ce la fa nemmeno a domandare.

Non per me
invoco protezione
ma per chi, funambolo dell'esistenza,
barcolla sul baratro della disperazione.

Non per me
ma per gli altri è oggi la mia preghiera.


- Patrizio Righero -



Buona giornata a tutti. :-)





venerdì 2 dicembre 2016

La favoletta di Don Camillo - Giovannino Guareschi


Don Camillo raccontò questa favoletta:
«Un feroce lupo pieno di fame girava per la campagna e arrivò a un gran prato recinto da una altissima rete metallica. Dentro pascolavano tranquille le pecorelle. Il lupo girò tutt’attorno per vedere se qualche maglia si fosse allentata nella rete, ma non trovò buchi.
Scavò con le zampe per fare un buco nella terra e passar sotto la rete, ma ogni fatica fu vana. Tentò di saltare la siepe, ma non riusciva neppure ad arrivare a metà. Allora si presentò alla porta del recinto e gridò: “Pace! Siamo tutti creature di Dio e dobbiamo vivere secondo le sue leggi!”.
Le pecorelle si appressarono e allora il lupo disse con voce ispirata: “Viva la legalità! Finisca il regno della violenza! Facciamo una tregua!”. “Bene!”, risposero le pecorelle. “Facciamo una tregua!”.
Il lupo si accucciò davanti alla porta del recinto e passava il tempo cantando. Ogni tanto si levava e andava a brucare l’erba ai piedi della rete metallica. “Uh! Guarda, guarda!”, si stupirono le pecore. “Mangia l’erba anche lui, come noi! Non ci avevano mai detto che i lupi mangiano l’erba!…”.
“Io non sono un lupo!”, rispose il lupo. “Io sono una pecora come voi. Una pecora di un’altra razza”. Poi spiegò che le pecore di tutte le razze avrebbero dovuto fare causa comune.
“Perché”, disse alla fine, “non fondiamo un Fronte Pecorale Democratico? Io ci sto volentieri e non pretendo nessun posto di comando. È ora che ci uniamo contro chi ci tosa, ci ruba il latte e ci manda al macello!”.
“Parla bene!”, osservarono alcune pecore. “Bisogna fare causa comune!”.
E aderirono al Fronte Pecorale Democratico e, un bel giorno, aprirono le porte.
Il lupo, diventato capo del piccolo gregge, cominciò, in nome dell’Idea, la epurazione di tutte le pecore antidemocratiche e le prime furono quelle che gli avevano aperto la porta.
Alla fine l’opera di epurazione terminò, e quando non rimase più neppure una pecora il lupo esclamò trionfante: “Ecco finalmente il popolo tutto unito e concorde! Andiamo a democratizzare un altro gregge!”»

- Giovannino Guareschi -
Fonte: da “Don Camillo e il suo gregge”


Non si può vaticinare niente in forma compiuta. 
Nessuno è in grado di vedere in modo preciso, ma quello che si può dire è che l'avventura umana non può durare all'infinito. 
Per l'uomo la catastrofe deriva dal fatto che non può rimanere solo. Non c'è persona che possa rimanere sola con se stessa. 
Oggi tutti quelli che dovrebbero vivere con se stessi si affrettano ad accendere il televisore o la radio. 
Io credo che se un governo sopprimesse la televisione, gli uomini si ammazzerebbero gli uni con gli altri per la strada, perché il silenzio li terrorizzerebbe. 
In un lontano passato, le persone rimanevano molto più in contatto con se stesse, per giorni, per mesi, ma oggi non è più possibile. 
Perciò si può dire che la catastrofe si sia già verificata, il che significa che noi viviamo in modo catastrofico.

- Emil Cioran - 
da: "Un apolide metafisico" 



«Ma prima o poi ci sarà una nuova generazione di giovani che svegliandosi dal torpore, nel quale il potere li ha intrappolati, rovisteranno nelle soffitte impolverate dei loro genitori e troveranno uno zaino e un sacco a pelo e a questo punto andranno “lungo la strada” a riprendere il cammino interrotto».

- Jack Kerouac -




Buona giornata a tutti. :-)

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martedì 20 ottobre 2015

da: "Filosofia campestre nel Mondo Piccolo" . Giovannino Guareschi

"Non ti crucciare, don Camillo" sussurrò il Cristo.
"Lo so che il vedere uomini che lasciano deperire la grazia di Dio è per te peccato mortale perché sai che sono sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane. 
Ma bisogna perdonarli perché non lo fanno per offendere Dio.
Essi cercano affannosamente la giustizia in terra perché non hanno più fede nella giustizia divina, e ricercano affannosamente i beni della terra perché non hanno fede nella ricompensa divina. 
E perciò credono soltanto a quello che si tocca e si vede, e le macchine volanti sono per essi gli angeli infernali di questo inferno terrestre che essi tentano invano di trasformare in Paradiso.
Così è la troppa cultura che porta all'ignoranza, perché se la cultura non è sorretta dalla fede ad un certo punto l'uomo vede soltanto la matematica delle cose e l'armonia di questa matematica diventa il suo dio, dimenticando che è Dio che ha creato questa matematica e questa armonia. Ma il tuo Dio non è fatto di numeri, don Camillo, e nel cielo del tuo paradiso volano gli angeli del bene. 
Il progresso fa diventare sempre più piccolo il mondo per gli uomini: un giorno quando le macchine correranno a cento miglia al minuto, il mondo sembrerà agli uomini microscopico, e allora l'uomo si troverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà sull'infinito e nell'infinito ritroverà Dio e la fede nella vera vita. e odierà le macchine che hanno ridotto il mondo ad una manciata di numeri e le distruggerà con le sue stesse mani. Ma ci vorrà del tempo ancora, don Camillo."
Il Cristo sorrise e don Camillo lo ringraziò di averlo messo al mondo! »

- Giovannino Guareschi -
da: "Filosofia campestre nel Mondo Piccolo", 1980, ed. Rizzoli


Parole che ogni sacerdote dovrebbe pronunciare: "Ho pregato bene, stamane, per la mia parrocchia, la mia povera parrocchia la mia prima ed ultima parrocchia, forse; poiché m'augurerei di morirvi. 
- La mia parrocchia! Una frase, questa, che non si può pronunciare senza emozione - che dico! - senza uno slancio d'amore. 
E, tuttavia, questa frase richiama in me solo una confusa idea. So che la mia parrocchia esiste realmente, che siamo l'un dell'altra per l'eternità, che è una cellula vivente della Chiesa imperitura e non una finzione amministrativa" 

- Georges Bernanos -
da: Diario di un curato di campagna



- Gesù: Toh, guarda chi si rivede: Don Camillo! Be', hai perso la favella? 
- Don Camillo: Signore, quante volte vi ho chiamato in questi tre anni e mai mi avete risposto, mentre ora, ecco di nuovo la vostra voce. Dio è più vicino qui che a Roma.
- Gesù: Don Camillo, Dio è sempre alla stessa quota, qui ti pare più vicino perché qui sei più vicino a te stesso.

- Giovanni Guareschi -




"Siamo d'accordo, figliolo - disse con dolcezza don Camillo - Il guaio è che l'amnistia per le coscienze non l'hanno fatta. 
Quindi qui si continua ancora col sistema di prima, e per essere assolti occorre pentirsi e poi dimostrare di essere pentiti e poi fare in modo di meritare di essere perdonati. Roba lunga."


Buona giornata a tutti. :-)

giovedì 17 settembre 2015

Don Camillo, chi insegna il nuoto ai pesciolini? - Giovannino Guareschi

"Don Camillo, chi insegna il nuoto ai pesciolini?"
"Gesù - esclamò don Camillo rivolto al Cristo dell'altar maggiore  - come può essere accaduto quello che è accaduto? Come può quel bambino aver agito così, con la tremenda educazione che ha ricevuto? Chi può avergli insegnato la differenza che esiste tra il bene e il male, se egli ha vissuto sempre nel male? "
Il Cristo sorrise.
"Don Camillo, chi insegna il nuoto ai pesciolini? E' istinto. La coscienza non si insegna, la coscienza è istinto, don Camillo; la coscienza non è qualcosa che si dà a chi non la possiede. Tu non porti dall'esterno una lampada accesa in una stanza buia. Ma la lampada ardeva già nella stanza e la stanza era buia perchè la lampada era coperta da uno spesso velo e quando tu togli il velo la stanza si illumina. "
Don Camillo allargò le braccia. 
"Gesù, ma chi ha tolto il velo di sopra la lampada che ardeva nell'animo di quel fanciullo? "
Don Camillo, quando sopravviene il buio della morte, ognuno cerca istintivamente in sè un po' di luce. Non investigare sul come, ma appagati del quanto. Ringrazia Dio che quel fanciullino abbia trovato la luce che ardeva sotto il velo."

Da: " Don Camillo della Bassa" di  Giovanni Guareschi



"La mia strada io non l'ho persa! La mia strada è questa! Adesso il camion si è fermato ma, un giorno, si rimetterà in moto! Io resto qui, sul mio camion."
Il Crik tirò dentro definitivamente la testa e chiuse il finestrino. Allora don Camillo cavò di sotto il tabarro una sporta piena di roba da mangiare, la mise sul cofano del Leopardo e si allontanò. 
- Gesù- disse al Cristo don Camillo quando fu di ritorno - il Crik è pazzo.
- Non è mai pazzo chi ha fede nella Divina Provvidenza - rispose il Cristo. 
- Il Crik è un disgraziato che non crede nè in Dio nè nella Divina Provvidenza - obiettò don Camillo - Egli crede soltanto nel suo camion. 
Il Cristo sorrise. 
- E' già qualcosa don Camillo. Perchè quel camion è la sua vita, ed avendo fede in esso, il Crik ha fede nella vita e in Dio."

Da: " Don Camillo della Bassa" di  Giovanni Guareschi




«Come tutte le mattine andò a misurare la famosa crepa della torre e cinque minuti prima che cominciasse la messa si sentì sul sagrato risuonare il passo cadenzato di una formazione in marcia. 
Inquadrati perfettamente tutti i “rossi” non solo del paese ma delle frazioni vicine, tutti, persino Bilò il calzolaio che aveva una gamba di legno e Roldo dei Prati che aveva un febbre da cavallo, marciavano fieramente verso la chiesa con Peppone in testa che dava l’«un-due». 
Compostamente presero posto in chiesa, tutti in blocco granitico e tutti con una faccia feroce da «corazzata Potëmkin». 
Don Camillo, arrivato al discorsetto, illustrò con bel garbo la parabola del buon samaritano e terminò rivolgendo un breve fervorino ai fedeli: «Come sanno tutti, meno coloro che dovrebbero saperlo, un’incrinatura pericolosa sta minando la saldezza della torre. Mi rivolgo quindi a voi, miei cari fedeli, perché veniate in aiuto alla Casa di Dio. 
Dicendo “fedeli” io intendo rivolgermi agli onesti i quali vengono qui per appressarsi a Dio, non certo ai faziosi che vengono qui per far sfoggio della loro preparazione militare. 
A costoro ben poco può importare se la torre crolla». 
Finita la messa, don Camillo si insediò a un tavolino presso la porta della canonica e la gente sfilò davanti a lui, ma nessuno andò via e tutti, fatta l’offerta, ristettero sulla piazzetta per vedere come andava a finire. 
E andò a finire che arrivò Peppone seguito dal battaglione perfettamente inquadrato che fece un formidabile alt davanti al tavolino. Peppone si avanzò fiero. «Da questa torre, queste campane hanno salutato ieri l’alba della Liberazione e da questa torre queste stesse campane dovranno salutare domani l’alba radiosa della rivoluzione proletaria!» disse Peppone a don Camillo. 
E gli mise davanti tre grandi fazzoletti rossi pieni di soldi. 
Poi se ne andò a testa alta seguito dalla banda. E Roldo dei Prati crepava per la febbre e faceva fatica a rimanere in piedi ma anche lui aveva la testa alta e Bilò lo zoppo quando passo davanti al tavolino di don Camillo marciò fiero il passo con la zampa di legno. 
Quando don Camillo portò a far vedere al Cristo la cesta piena di soldi e disse che ce n’era d’avanzo per accomodare la torre, il Cristo sorrise sbalordito. «Avevi ragione tu, don Camillo».
«Si capisce» rispose don Camillo. «Perché voi conoscete l’umanità, ma io conosco gli italiani». 

- Giovannino Guareschi - 





«Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell' altar maggiore e disse: “Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano”.
“Non mi pare”, rispose il Cristo. “Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano»

- Giovanni Guareschi - 






Buona giornata a tutti. :-)

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venerdì 6 marzo 2015

da "Don Camillo" di Giovannino Guareschi

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: 
“Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. 
Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. 
Cose senza le quali non si può vivere. 
Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. 
L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. 
L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. 
Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. 
Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.
Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. 
Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. 
Bisogna salvare il seme: la fede. 
Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. 
Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. 
Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.



Tratto da Giovannino Guareschi, "Don Camillo e don Chichì", in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115



«…“O Signore, com’è pesante a portarsi questa croce!”
“Lo dici a Me che l’ho portata lungo un cammino più ostico?”
“Signore, siete Voi, è la vostra voce. Siete Voi che mi parlate!”
“Non ho mai smesso di parlarti, ma tu non mi sentivi perché avevi le orecchie chiuse dall’orgoglio e dalla violenza.”
“Grazie, Signore. Io ora odo la Vostra voce e tutto è più bello quassù!”.»

da "Il ritorno di don Camillo"

Giovannino Guareschi



"E' la paura" rispose il Cristo. "Essi hanno paura di te."
"Di me ?"
"Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità, ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perchè nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi ora debbono saperla la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi:
Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere; confrontate la vostra vita con quella delle genti libere !
Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno e, se potranno, ti uccideranno, perchè tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano ma, per amore del quieto vivere, fingevano di non sapere. 
Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che sono vili. Tu hai reso pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se taci tu accetti il soppruso, se non l'accetti devi parlare. 
Era tanto più comodo poterlo ignorare il sopruso. Ti stupisce tutto questo ?"

da: "Don Camillo"

Giovanni Guareschi



Buona giornata a tutti :-)

domenica 1 febbraio 2015

Le parole - Eugénio de Andrade

Sono come un cristallo,
le parole.
Alcune, un pugnale,
un incendio.
Altre,
rugiada appena.
Segrete vengono, piene di memoria.
Insicure navigano:
barche o baci,
agitano le acque.
Abbandonate, innocenti,
leggere.
Tessute sono di luce
e sono la notte.
E persino pallide
ricordano ancora verdi paradisi.
Chi le ascolta? Chi
le raccoglie, così,
crudeli, disfatte,
nei loro gusci puri?


- Eugénio de Andrade -


A volte penso che l'amore eterno sia il Babbo natale degli adulti... 
sappiamo tutti che non esiste ma nessuno vuole sentirselo dire... 

- Alessandro Cattelan - 





È impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire. 

(Santa Teresa di Lisieux)



"Le parole volano, non si volatilizzano"

"Le parole nascono ma non muoiono. Non muore niente, a questo mondo. 
Le parole nascono e poi, essendo più leggere dell'aria, salgono in su e arrivano fino al punto in cui il cielo finisce e comincia l'eternità. E lì ristanno.
Come se si liberassero in una stanza cento palloncini: arrivati al soffitto si fermerebbero. Così le parole nel cielo.
Lassù ci sono tutte le parole del mondo: dal grido minaccioso di Caino, all'ultimo discorso di Farinacci, alla cantilena dello straccivendolo, al canto dell'innamorato. Verba volant. Le parole volano, non si volatilizzano."

- Giovannino Guareschi - 
Lager di Beniaminowo, 1944





Buona giornata a tutti :-)





sabato 3 maggio 2014

Vento di pazzia - Giovanni Guareschi

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. 

Cose senza le quali non si può vivere. 
Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. 
L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. 
Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. 
Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.
Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. 

Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. 
Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. 
Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri.
Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

(Giovannino Guareschi)
Don Camillo e don Chichì



"Siamo d'accordo, figliolo - disse con dolcezza don Camillo - Il guaio è che l'amnistia per le coscienze non l'hanno fatta. Quindi qui si continua ancora col sistema di prima, e per essere assolti occorre pentirsi e poi dimostrare di essere pentiti e poi fare in modo di meritare di essere perdonati. Roba lunga."



"...E si daranno da fare per organizzare le stesse stupidaggini dei lontani antenati. 
Perchè gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche. 
E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l'ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all'aria."

(Giovannino Guareschi)




Buona giornata a tutti.:-)