sabato 26 dicembre 2015

da: don Luigi Giussani, omelia per la festa di S. Stefano, Desio, 26 dicembre 1944

"...La pace vera, quella che importa e che è la sicurezza grande della coscienza che cerca di fare la volontà di Dio; la pace vera, quella che importa e che è la tranquillità profonda che ognuno di noi può sentire, ma che è quasi impossibile far capire a uno che non la prova; che ci lascia lo strazio e il dolore e l’ansia della fatica, ma che in fondo all’anima, appena ci ritorniamo, ci fa trovare una fedele rassegnazione, una silenziosa e certa speranza; la pace vera, quella che importa e che è una pazienza piena di bontà e di comprensione per gli altri, che son tutti nostri fratelli e miseri come noi. Ecco Stefano, colpito a morte, cade in ginocchio con un ultimo grido pieno di pace: «Signore, perdona loro questo peccato» (cfr. At 7,60).
Ci dia Gesù Bambino, per intercessione della Madonna, come la diede al Suo primo martire, la forza sovrumana di saperLo seguire sulla strada della Croce, che è la legge di ogni vita, che è la legge di ogni vero amore, che è - ora - soprattutto la legge della vera amicizia con Cristo. Questa forza Egli la darà ai suoi poveri fratelli uomini, i cui giorni disgraziati fanno toccare con mano come non siamo fatti per la terra.
A noi che dobbiamo soffrire e non vogliamo soffrire, noi che dobbiamo piangere e versiamo con amarezza impotente le nostre lacrime; noi che siamo spogliati e martoriati, e ci ribelliamo con istinto di belve ferite agli strappi rudi; noi che dobbiamo morire e vorremmo fuggire dalla morte con raccapriccio e con orrore. Ci dia di soffrire in pace; di piangere in pace; di sentirci martoriati in pace; di morire in pace.
Nella sua visione dell’Apocalisse S. Giovanni vide davanti al trono dell’Agnello, cioè di Cristo, una immensa moltitudine di persone biancovestita, con una palma tra le mani. Domandò chi fossero: «Essi sono coloro che vennero dalla tribolazione e hanno reso bianche le loro vesti nel sangue dell’Agnello [cioè nella croce e nel dolore]. Perciò ora sono davanti al trono di Dio. Essi non avranno più né fame né sete, né il sole mai tramonterà per essi. E l’Agnello li condurrà per sempre alla sorgente della vita, della felicità, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (cfr. Ap 7,14-17). Et absterget Deus omnem lacrimam ex oculis eorum. Che meravigliosa cosa! Ricordiamo, fratelli, nel nostro dolore, la visione di S. Giovanni, e confortiamoci al dolcissimo pensiero che «Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi».

da:  don Luigi Giussani, omelia per la festa di S. Stefano, Desio, 26 dicembre 1944



Per ricordare a tutti che il Natale non è un palcoscenico per mettere in mostra un clima sereno, spolverato di sentimenti di bontà (tirati fuori giusto per la festa, poi durante l'anno, beh... mica è sempre Natale!), condito di "Jingle bells" spaccamaroni (a partire dai cellulari alle lucine made in China.. persino nei presepi (ecco perché la Santa Famiglia è fuggita in Egitto!) mancano all'appello solo i campanelli dei citofoni), diviso nell'eterna lotta tra "panettone o pandoro?", fruscii di pacchetti-regalo (oh, che bello grazie! 
Lo sognavo da tempo... ma come hai fatto a pensare proprio a questa cosa? E via ... in soffitta), ebbene per ricordarci che Natale non è tutto questo, la liturgia oggi ci mette in compagnia di S. Stefano, il primo martire. 
Già, perché quel "tenero bambinello" non è venuto "per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita" perché avessimo la vita. E, nel Vangelo, chi possiede la vita non è colui che ci si attacca come una cozza allo scoglio, ma colui che sceglie liberamente di donarla perché la vita dell'umanità cresca. Ecco cosa ci ricorda Stefano, ecco a cosa ci riporta il mistero dell'Incarnazione. Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona giornata.

- Don Luciano Locatelli -





Don Giussani sulla Festa di Santo Stefano

S. Stefano fu il primo che per seguire il Maestro Divino sacrificò la propria vita. La festa del suo martirio unitamente a quella del S. Natale di cui completa il pensiero, ci danno una lezione di sacrificio. 
Il suo martirio ci indica un mezzo per aiutarci a vivere questa lezione di sacrificio; il suo martirio ce ne fa vedere i frutti preziosi.
Noi non comprenderemo nulla del vero significato del Natale, se non sentiamo vivamente che Dio si fece uomo per salvare noi: e per salvarci doveva sacrificarsi. Il Bambino, che contempliamo in questi giorni con tutto l’affetto e la riconoscenza di uomini credenti, porta impresso sulla sua fronte a programma di tutta la sua vita e monito alla nostra anima pensosa:
«Io son nato a morire per te».



«Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22).
"Queste parole del Signore - ha detto - non turbano la celebrazione del Natale, ma la spogliano di quel falso rivestimento dolciastro che non le appartiene... Per accogliere veramente Gesù nella nostra esistenza e prolungare la gioia della Notte Santa, la strada è proprio quella indicata da questo Vangelo, cioè dare testimonianza a Gesù nell'umiltà, nel servizio silenzioso, senza paura di andare controcorrente e di pagare di persona. E se non tutti sono chiamati, come santo Stefano, a versare il proprio sangue, ad ogni cristiano però è chiesto di essere coerente in ogni circostanza con la fede che professa".
"La coerenza - ha aggiunto a braccio - è un dono da chiedere al Signore: essere come Gesù".

Papa Francesco, Angelus del 26 dicembre 2014





Buona giornata a tutti. :-)



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