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lunedì 16 dicembre 2019

L'abete - Hans Christian Andersen

C'era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d'attorno a tenergli compagnia. 
Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. 
Non gli importava di sole caldo nè di aria fresca; nè si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. 
Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: «Com'è grazioso, così piccolino!» — Ma all'abete quel complimento poco garbava.
L'anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l'anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
«Oh, se fossi alto come quell'albero laggiù!» — sospirava il piccolo abete: «Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch'io come i grandi.»
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell'inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l'abete. Oh, gli faceva una rabbia... 
Ma gl'inverni passarono, uno dopo l'altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
«Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! — pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell'anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l'alberello domandava loro: «Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?»
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva: «Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall'Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti... M'immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch'erano maestosi, molto maestosi.»
«Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?»
«Sarebbe troppo lungo a spiegare...» — e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
«Godi la tua gioventù,» — dicevano i raggi di sole: «Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te.»
E il vento baciava l'alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All'avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. 
Questi piccoli alberi, ed erano per l'appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
«Ma dove vanno tutti?» — domandava l'abete: «Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?»
«Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!» — pigolarono i passeri. «Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle — mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate.»
«E poi? e poi?» domandava l'abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: «E poi? che cosa avviene poi?»
«Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!»
«Chi sa ch'io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?» — gridò l'albero allegramente: «È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l'anno passato. Ah, mi par mill'anni d'essere sul baroccio! Mi par mill'anni d'essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos'abbia per soffrire così!»
«Gioisci e contentati di noi!» — dicevano l'aria e il sole: «Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!»
Ma l'abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d'un bel verde cupo. 
La gente diceva: «Che bell'albero!» — e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. 
L'ascia andò profonda, sino al midollo, e l'albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti... Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch'erano lì attorno — nemmeno gli uccelli, forse... Ah, il distacco fu tutt'altro che lieto!
L'albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
«Questo sì, ch'è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo.»
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l'albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c'erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire — almeno, così dicevano i bambini. E l'abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d'un bel tappeto a colori. 
Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull'albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive — l'abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d'allora, — si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell'albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
«Questa sera,» — dicevan tutti: «Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!»
«Ah!» — pensava l'albero: «Mi par mill'anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!»
Sì, l'aveva per l'appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s'era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini. 

Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L'albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n'ebbe una buona sbucciatura.
«Per amor di Dio!» — gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l'albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de' suoi bei gingilli... E poi, tutti quei lumi lo stordivano. 
In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l'albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta... oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all'albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l'altro.
«Che fanno?» — pensava l'albero: «Ed ora, che cosa accadrà?»
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l'albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l'albero, all'infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
«Una novella! una novella!» — gridarono i bambini, e strascinavano verso l'albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: «Così saremo in un bel bosco verde,» — disse; «e l'albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?»
«Ivede-Avede!» — gridarono alcuni. «Zucchettino-Durettino!» — urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. 
L'abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: «O io? Che non ci abbia ad entrare?» Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: «Un'altra! un'altra! Raccontane un'altra!» perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. 
L'abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. «Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!» — pensava l'abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!... 
«Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch'io cadrò, e poi sposerò una Principessa!» Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d'essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini:
«Domani non tremerò mica più!» — pensava: «Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell'altra, di Ivede-Avede...»
E l'albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
«Ecco che ora ricomincia il mio splendore!» — pensò l'albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
«Che significa questa faccenda?» — pensò l'albero: «Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?»
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n'ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l'albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
«Fuori è inverno, ora» — pensava l'albero: «la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!.... Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c'era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d'un salto... Allora, mi faceva arrabbiare... Che malinconia in questa solitudine!»
«Piip, piip!» — disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l'abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
«Fa tanto freddo...» — dissero i due topolini: «Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?»
«Non son punto vecchio,» — disse l'abete: «Ce ne sono molti e molti più vecchi di me.»
«Di dove viene?» — domandarono i topolini «E che nuove porta?» (Erano terribilmente curiosi.) «Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C'è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?»
«Non conosco questo paese;» — rispose l'abete: «Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano.»
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: «Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev'essere stato felice!»
«Io?» — esclamò l'abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: «Sì, davvero che quelli erano tempi felici!» Ma poi raccontò della sera di Natale, quand'era tutto carico di dolci e di candeline.
«Oh!» — disse il topo più piccino: «Come dev'essere stato felice lei, nonno abete!»
«Ma non sono nonno, non sono vecchio io!» — disse l'abete: «Sono uscito dal bosco appena quest'inverno. Sono nel fiore dell'età; gli è soltanto che sono cresciuto un po' in fretta.»
«Che magnifiche novelle sa raccontare lei!» — disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l'albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: «Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina.» E allora l'abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l'abete, quell'alberella era una vera Principessa.
«Chi è Zucchettino-Durettino?» — domandò il topo più piccolo.
L'abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. 
La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
«Non ne sa altre, novelle?» — domandarono i ratti.
«Non so che questa;» — rispose l'albero: «La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice.»
«È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? Non sa storielle di dispensa?»
«No» — disse l'albero.
«E allora, servi devoti!» — dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l'abete sospirò, e disse:
«Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui».
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l'albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
«Ah! la vita ricomincia!» — pensò l'abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l'albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c'era tanto da guardare intorno a lui!... Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano «Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!» Ma non intendevano già con questo di parlare dell'abete.
«Ora sì, che vivrò!» — disse l'abete tutto allegro, e distese un po' più le braccia... Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all'albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. 
Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
«Guarda che cosa c'è attaccato a quel brutto alberaccio!» — disse il bambino; e calpestò i rami, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L'albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell'angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
«È finita! è finita!» — disse il vecchio albero: «Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!»
Venne un domestico, segò l'albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. 
I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: «Puff Puff!» Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l'albero pensava ad una bella giornata d'estate nel bosco, o ad una notte d'inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l'unica novella che avesse mai sentita, l'unica che avesse mai saputo raccontare... E finalmente, l'abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l'abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. 
Era finita, ora: finita la vita dell'albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.



Buona giornata a tutti. :-)


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sabato 14 dicembre 2019

Il lupo di Betlemme - don Bruno Ferrero

C'era una volta un lupo.
Viveva nei dintorni di Betlemme.
I pastori lo temevano tantissimo e vegliavano l'intera notte per salvare le loro greggi. C'era sempre qualcuno di sentinella, così il lupo era sempre più affamato, scaltro e arrabbiato.
Una strana notte, piena di suoni e luci, mise in subbuglio i campi dei pastori. L'eco di un meraviglioso canto di angeli era appena svanito nell'aria.
Era nato un bambino, un piccino, un batuffolo rosa, roba da niente. Il lupo si meravigliò che quei rozzi pastori fossero corsi tutti a vedere un bambino.
"Quante smancerie per un cucciolo d'uomo" pensò il lupo. Ma incuriosito e soprattutto affamato com'era, li seguì nell'ombra a passi felpati.
Quando li vide entrare in una stalla si fermò nell'ombra e attese. I pastori portarono dei doni, salutarono l'uomo e la donna, si inchinarono deferenti verso il bambino e poi se ne andarono.
Gli occhi e le zanne del lupo brillarono nella notte: stava per giungere il suo momento. L'uomo e la donna stanchi per la fatica e le incredibili sorprese della giornata si addormentarono. "Meglio così" pensò il lupo, "comincerò dal bambino".
Furtivo come sempre scivolò nella stalla. Nessuno avvertì la sua presenza.
Solo il bambino.
Spalancò gli occhioni e guardò l'affilato muso che, passo dopo passo, guardingo ma inesorabile si avvicinava sempre più. Gli occhi erano due fessure crudeli. Il bambino però non sembrava spaventato.
"Un vero bocconcino" pensò il lupo. Il suo fiato caldo sfiorò il bambino. Contrasse i muscoli e si preparò ad azzannare la tenera preda.
In quel momento una mano del bambino, come un piccolo fiore delicato, sfiorò il suo muso in una affettuosa carezza. Per la prima volta nella vita qualcuno accarezzò il suo ispido e arruffato pelo, e con una voce, che il lupo non aveva mai udito, il bambino disse: "Ti voglio bene, lupo".
Allora accadde qualcosa di incredibile, nella buia stalla di Betlemme. La pelle del lupo si lacerò e cadde a terra come un vestito vecchio. Sotto, apparve un uomo. Un uomo vero, in carne e ossa. L'uomo cadde in ginocchio e baciò le mani del bambino e silenziosamente lo pregò.
Poi l'uomo che era stato un lupo uscì dalla stalla a testa alta, e andò per il mondo ad annunciare a tutti :"E' nato il bambino divino che può donarvi la vera libertà! Il Messia è arrivato! Egli vi cambierà!". 

- don Bruno Ferrero - 
Fonte “ Il segreto dei pesci rossi” di don Bruno Ferrero, ed. Elledicì


L'uomo non capisce oggi, come non capiva tanti anni fa, quando a Betlemme gli ha chiuso la porta in faccia, mentre le bestie l'hanno ospitato cedendogli stalla e mangiatoia.


- Primo Mazzolari - 



 La luce di Gesù Bambino splende nelle tenebre dell'egoismo dell'uomo.  

- Marcello Lanza -



Buona giornata a tutti. :-)




giovedì 5 dicembre 2019

La storia degli Angeli dell'Avvento


Gli angeli dell'Avvento sono quattro, proprio come le quattro settimane che preparano al Natale. 
Vengono in visita sulla Terra, indossando abiti di un colore diverso, ciascuno dei quali rappresenta una particolare qualità.
L'angelo blu. Durante la prima settimana, un grande angelo discende dal cielo per invitare gli uomini a prepararsi per il Natale. 
E' vestito con un grande mantello blu, intessuto di silenzio e di pace. 
Il blu del suo mantello rappresenta appunto il silenzio e il raccoglimento.
L'angelo rosso. Durante la seconda settimana, un angelo con il mantello rosso scende dal cielo, portando con la mano sinistra un cesto vuoto. 
Il cesto è intessuto di raggi di sole e può contenere soltanto ciò che è leggero e delicato. L'angelo rosso passa su tutte le case e cerca, guarda nel cuore di tutti gli uomini, per vedere se trova un po' di amore… Se lo trova, lo prende e lo mette nel cesto e lo porta in alto, in cielo. E lassù, le anime di tutti quelli che sono sepolti in Terra e tutti gli angeli prendono questo amore e ne fanno luce per le stelle. 
Il rosso del suo mantello rappresenta l'amore.
L'angelo bianco. Nella terza settimana, un angelo bianco e luminoso discende sulla Terra. Tiene nella mano destra un raggio di sole. 
Va verso gli uomini che conservano in cuore l'amore e li tocca con il suo raggio di luce. Essi si sentono felici perché nell'Inverno freddo e buio, sono rischiarati ed illuminati. 
Il sole brilla nei loro occhi, avvolge le loro mani, i loro piedi e tutto il corpo. Anche i più poveri e gli umili sono così trasformati ed assomigliano agli angeli, perché hanno l'amore nel cuore. Soltanto coloro che hanno l'amore nel cuore possono vedere l'angelo bianco… 
Il bianco è il simbolo della luce e brilla nel cuore di chi crede.
L'angelo viola. Nella quarta e ultima settimana di Avvento, appare in cielo un angelo con il mantello viola. L'angelo viola passa su tutta la Terra tenendo con il braccio sinistro una cetra d'oro. 
Manca poco all'arrivo del Signore. 
Il colore viola è formato dall'unione del blu e del rosso, quindi il suo mantello rappresenta l'amore vero, quello profondo, che nasce quando si sta in silenzio e si ascolta la voce del Signore dentro di noi.


La luce di Cristo, che viene ad illuminare ogni essere umano, possa finalmente rifulgere, e sia consolazione per quanti si trovano nelle tenebre della miseria, dell’ingiustizia, della guerra; per coloro che vedono ancora negata la loro legittima aspirazione a una più sicura sussistenza, alla salute, all’istruzione, a un’occupazione stabile, a una partecipazione più piena alle responsabilità civili e politiche, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da condizioni che offendono la dignità umana.

- papa Benedetto XVI - 


Steso sulla paglia, simile a una spiga nuova;

posato nell’abbandono fuori dalla città,
sia Egli il pane di tutti quelli
che vagabondano esclusi dalla tavola comune.
La strada che ci separa da quel Bambino
non si misura con i passi
ma con le vibrazioni del cuore.



Buona giornata a tutti:-)


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domenica 16 dicembre 2018

Il dono misterioso

Era l'alba a Betlemme. L'ultimo pellegrino se n'era andato e la stella scomparsa. 
La Vergine Maria guardava dolcemente il Bambino che si era addormentato. Lentamente e cigolando, si aprì la vecchia porta della stalla. Sembrava spinta da un soffio di vento più che da una mano. Sulla soglia comparve una donna anziana, coperta di stracci. 
Maria sussultò, come se avesse visto una fata cattiva. Gesù continuava a dormire. 
L'asino e il bue strappavano bocconi di fieno e paglia da un mucchio che avevano davanti al muso e non degnarono di uno sguardo la nuova venuta. Maria la seguiva con lo sguardo. Ogni passo della sconosciuta sembrava lungo come dei secoli. La vecchia continuava ad avanzare, finché fu accanto alla mangiatoia. 
Gesù Bambino spalancò gli occhi di colpo e Maria si meravigliò vedendo brillare negli occhi del bambino e della donna la medesima luce di speranza. La vecchia si chinò sul Bambino. Maria trattenne il fiato. La vecchia frugò nei suoi abiti stracciati, cercando qualcosa. Parve impiegare dei secoli a trovarla. Maria continuava a guardarla con inquietudine. Finalmente, dopo un tempo lunghissimo, la vecchia estrasse dai suoi stracci un oggetto, che rimase però nascosto nella sua mano, e lo affidò al Bambino. Dopo tutti i doni dei pastori e dei Re Magi, che cosa poteva mai essere quel dono misterioso? 
Maria vedeva solo la schiena della vecchia curva sulla improvvisata culla di Gesù. Poi la vecchia si raddrizzò, come se si fosse liberata di un peso infinito che la tirava verso terra. Le sue spalle si sollevarono, il suo capo si elevò, e quasi toccava il soffitto, il suo viso ritrovò miracolosamente la giovinezza, i suoi capelli ridivennero morbidi e lucenti come seta. 
Quando si allontanò dalla mangiatoia, per scomparire nell'oscurità da cui era venuta, Maria poté finalmente vedere il dono misterioso. Nelle piccole mani di Gesù brillava una mela rossa. 
Quella donna era Eva, la prima donna, la madre dei viventi, che aveva consegnato al Messia il frutto del primo peccato. 
Perché ora, con Gesù, era nata una Creazione nuova. 
E tutto poteva ricominciare.



Il negozio era carico di merci per il Natale, forse per molti di noi era l'unico momento dell'anno in cui potevamo assaggiare qualche dolcetto.....che profumi, che sapori, che attesa. 
Il Natale era veramente una festa, strade vuote e tutte le famiglie riunite in casa, case piccole e tanta gente....ma non importava era NATALE.



Preghiera a Gesù in Avvento

Gesù ti sto aspettando. "Non tardare."
Ti sto aspettando, ma io so che tu vieni a cercarmi per lavorare nel tuo cantiere:
ti aspettano i bambini poveri che hanno fame,
fa' che io porti loro il pane quotidiano dell'amore;
ti aspettano le persone che soffrono,
fa' che io porti loro il pane quotidiano della speranza, andandoli a trovare e stringendo le loro mani;
ti aspettano tanti uomini che hanno tutto ma non sono felici, perché non hanno te,
fa' che io porti loro il pane quotidiano della fede, che brilla come luce nella notte del peccato.
Gesù ti sto aspettando. "Non tardare".
Ti sto aspettando, ma io so che tu vieni a cercarmi per lavorare nel cantiere del tuo amore.



Buona giornata a tutti. :)




sabato 15 dicembre 2018

La tela del ragno

Il re Erode aveva sentito dai Re Magi che a Betlemme era nato un re. 
Divorato dalla gelosia, immaginò un piano feroce: uccidere tutti i bambini della città... Giuseppe e Maria presero il Bambino Gesù e si incamminarono in fretta verso l’Egitto. 
La sera del primo giorno di fuga, stanchi e affamati, cercarono rifugio in una grotta.
Faceva freddo, la terra era bianca di brina. La famigliola si sistemò in un angolo. Stavano stretti stretti per scaldarsi.
Un piccolo ragno si dondolava attaccato ad un filo d’entrata della grotta. Quando vide il Bambino Gesù, volle fare qualcosa per lui. 


Decise di tessere la sua tela di fronte all’entrata della caverna per fare una delicata tendina. Improvvisamente, lungo il sentiero, un drappello di soldati venne a cercare il bambino per ucciderlo.
Quando stavano per entrare, il comandante notò la ragnatela. “Lasciate stare” disse “non vedete che c‘è una grossa ragnatela intatta? Se qualcuno fosse entrato nella grotta, l’avrebbe certamente rotta!”.
I soldati passarono oltre.

Così il piccolo ragno salvò la vita a Gesù, facendo l'unica cosa che sapeva fare: tessere la sua ragnatela.


(Racconto apocrifo)



Il Natale è fermarsi a contemplare quel Bambino, il Mistero di Dio che si fa uomo nell’umiltà e nella povertà, ma è soprattutto accogliere ancora di nuovo in noi stessi quel Bambino, che è Cristo Signore, per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni. 
Celebrare il Natale è quindi manifestare la gioia, la novità, la luce che questa Nascita ha portato in tutta la nostra esistenza, per essere anche noi portatori della gioia, della vera novità, della luce di Dio agli altri.

- Papa Benedetto XVI -


"Non chiederti
di cosa ha bisogno il mondo...
Chiediti che cosa ti rende felice
e poi fallo.
Il mondo ha bisogno di persone felici..."

- Antoine De Saint-Exupéry -


Buona giornata a tutti. :)






martedì 11 dicembre 2018

Pierino davanti al presepe

Pierino sogna... sta andando insieme ai pastori e ai Re Magi verso la stalla quando si trova improvvisamente davanti a Gesù Bambino che giace nella mangiatoia. Pierino si accorge di essere a mani vuote. 
Tutti hanno portato qualcosa: solo lui è senza doni.
Avvilito dice subito: "Prometto di darti la cosa più bella che ho. Ti regalo la mia nuova bicicletta, anzi il mio trenino elettrico".
Il bambino nel presepe scuote la testa e sorridendo dice: "Io non voglio il tuo trenino elettrico. Dammi il tuo tema in classe!".
"Il mio ultimo tema?" balbetta il ragazzino. "Ma ho preso un insufficiente!".
"Appunto, proprio per questo lo vorrei" dice Gesù. "Devi darmi sempre tutto quello che è insufficiente, imperfetto. Per questo sono venuto nel mondo. Ma vorrei un'altra cosa ancora da te: la tua tazza del latte".
A questo punto Pierino si rattrista: "La mia tazza? Ma è rotta!".
"Proprio per questo la vorrei avere" dice Gesù Bambino. "Tu mi puoi portare tutto quello che si rompe nella tua vita. Io sono capace di risanarlo".
Il ragazzino sentì di nuovo la voce del Bambino Gesù: "Vorrei una terza cosa da te: vorrei la risposta che hai dato a tua mamma quando ti ha chiesto come mai si è rotta la tazza del latte".
Allora Pierino inizia a piangere e confessa tra le lacrime: "Ma le ho detto una bugia, quella volta. Ho detto alla mamma che la tazza era caduta per caso, ma in realtà l'ho gettata a terra io, per rabbia".
"Per questo vorrei avere quella tua risposta" risponde sicuro Gesù Bambino. "Portami sempre tutto quello che nella tua vita è cattivo, bugiardo, dispettoso e malvagio. Sono venuto nel mondo per perdonarti, per prenderti la mano e insegnarti la via".
Gesù sorride di nuovo a Pierino, mentre lui guarda, comprende e... si meraviglia....



A Natale l’Onnipotente si fa bambino e chiede aiuto e protezione. 
Il suo modo di essere Dio mette in crisi il nostro modo di essere uomini; il suo bussare alle nostre porte ci interpella, interpella la nostra libertà e ci chiede di rivedere il nostro rapporto con la vita e il nostro modo di concepirla.

- papa Benedetto XVI -



Dio è lì a sbirciare il mio ritorno

Dio mio,
quando nel cammino verso di te
non ho più provviste,
non ho altra possibilità
che rivolgermi a te,
ritornare umile sui miei passi.
Quando la colpa mi fa temere il castigo,
la speranza mi offre riparo alla tua giustizia.
Quando l'errore mi confina nel mio tormento,
la fede annuncia il tuo conforto.
Quando mi lascio vincere dal sonno della debolezza,
i tuoi benefici e la tua generosità mi risvegliano.
Quando la disobbedienza e la rivolta
mi allontanano da te,
il tuo perdono e la tua misericordia
mi riconducono all'amicizia.
E tu sei sempre lì
a sbirciare il mio ritorno
per stringermi in un abbraccio rigenerante,
aperto ad un futuro unico d'amore.
Possa la tua Parola
calare proficua nel mio cuore
e farmi vivere
per amarti e ringraziarti
ogni giorno della mia vita. Amen.
  
- don Marino Gobbin - 

da: Lectio Divina sui vangeli festivi per l'anno liturgico C, Elledici 2009


Buona giornata a tutti. :-)