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mercoledì 24 luglio 2019

Un aiuto in Purgatorio - leggenda medievale


Nella storia del cristianesimo non sono mancate grandi guide spirituali: alcune più conosciute, altre meno.
Frate Corrado da Offida fu un maestro illuminato che visse in assoluta povertà, dedicando il suo tempo all'insegnamento della carità verso il prossimo.
Il convento dove trascorse gran parte della sua vita si occupava dell'istruzione dei giovani frati che desideravano conoscere il pensiero di frate Francesco d'Assisi e proseguirne l'opera.
Le regole su cui poggiava il movimento francescano non erano tante, ma tendevano a sradicare un elemento essenziale per l'uomo: il suo ego. 
Va da sé che molti giungevano da frate Corrado armati della più buona volontà, ma poi cedevano le armi di fronte alla immane difficoltà di annullare se stessi per amore degli altri.
Corrado aveva un dolcissimo carattere e accudiva i suoi fraticelli come altrettanti figli. Di lui si diceva che, avendolo Dio particolarmente a cuore, gli fosse stata concessa la grazia di compiere miracoli.
Un giorno il nostro frate se ne stava tutto assorto nei suoi pensieri, quando un piccolo gruppo di giovani discepoli andò da lui per lamentarsi di un compagno.
Il giovane in questione era arrivato da poco tempo ma pareva che avesse già portato un grande scompiglio. Di temperamento chiassoso e turbolento, disturbava il ritmo degli studi e delle meditazioni, non curandosi affatto della disciplina, strumento essenziale per imparare umiltà e obbedienza.
A Corrado dispiacque molto ascoltare quelle lagnanze e promise che si sarebbe interessato al più presto di tutta la faccenda.
Quella sera durante la cena osservò attentamente il ragazzo, poi lasciò pensieroso il refettorio e si ritirò nella sua cella attendendo che il silenzio gli portasse alcune risposte di cui aveva bisogno.
Il mattino seguente chiamò il giovane pregandolo di seguirlo nel chiostro e lì si trattenne a lungo chiacchierando con lui. Così fece anche il giorno dopo e quello seguente ancora.
In breve tempo il fraticello cambiò il suo comportamento in modo talmente radicale da stupire persino i frati più anziani. Corrado era davvero straordinario!
Il giovane discepolo progrediva ogni giorno di più e, non appena le altre incombenze glielo permettevano, si recava dal suo maestro pieno di nuove domande, che immancabilmente sorgevano dopo ogni risposta.
Il frate sorrideva dolcemente di quest'ansia di sapere e alcune volte rispondeva mentre altre lo lasciava nel dubbio, dicendogli semplicemente: «Ricorda, la tua mente deve svuotarsi, non riempirsi sempre di più!».
Capitava però sempre più spesso che Corrado, osservando da lontano il giovane allievo, divenisse inspiegabilmente taciturno e pensieroso mettendosi a borbottare fra sé qualche preghiera.
Passò un'estate e un inverno, poi tornò la primavera e il giovane fraticello si ammalò gravemente. La sua carica vitale si esaurì in poco tempo e nessuna cura umana fu in grado di trattenerlo su questa terra. Il giorno della sua morte frate Corrado pianse, anche se sapeva che non avrebbe dovuto.
Trascorso un primo momento di generale tristezza per quella morte inaspettata e prematura, la vita nel convento tornò a scorrere come sempre e frate Corrado si rituffò nel suo lavoro.
Una sera capitò che una strana inquietudine non lo lasciasse meditare: il pensiero continuamente scivolava via senza che lui nemmeno se ne accorgesse. Decise quindi di lasciare la cella per scendere nel chiostro. Era maggio inoltrato e la temperatura piacevole; inoltre a quell'ora nessuno lo avrebbe disturbato.
Si sedette su una panca di pietra a ridosso di un odoroso cespuglio di rosmarino e riempì i polmoni di tutte le fragranze della primavera ma, a un tratto, gli parve di scorgere, proprio lì a fianco, un tremolio luminoso, poi udì una voce sussurrargli: «Padre, siete voi?».
Frate Corrado capì all'istante di essere in presenza di un'anima, un tenue corpo luminoso temporaneamente restituito alla pesantezza terrena.
«Chi sei?» chiese subito.
«Come, non mi riconoscete? Sono io, il vostro giovane discepolo curioso!»
«Oh, figlio carissimo» disse il frate commosso «dimmi, che ne è di te?».
«Caro padre, sono nel regno di mezzo, il Purgatorio. Grazie ai vostri insegnamenti ho evitato lunghi anni di attesa, ma ancora molti me ne mancano per raggiungere la pace. Vi prego di intercedere per me presso Dio, che molto vi tiene in considerazione.»
«Dio sa ciò che fa, né qualcuno è meglio di un altro ai suoi occhi, ma ugualmente pregherò per te. Sappi attendere e ricorda le mie parole: quando non avrai più alcun desiderio, la pace ti colmerà». L'anima se ne andò allora con un sospiro, accarezzando lievemente la mano del frate.
Da quella notte Corrado dedicava ogni attimo del suo tempo libero a pregare per il giovane amico, senza mai stancarsi. Egli sapeva quale potenza rappresentasse un pensiero d'amore sorretto dalla piena fiducia nella perfetta volontà divina.
Passò qualche tempo e la forma luminosa tornò sulla terra; questa volta la sua luce era più intensa e la voce pareva giungere da più lontano.
«Caro padre» gli disse «le vostre preghiere sono giunte a me come un balsamo risanatore. Ora sono più tranquillo e sento in me una forza che prima non avevo. Non stancatevi e il mio cammino potrà procedere sempre più verso l'alto».
Sorretto da queste parole, il buon Corrado moltiplicò le sue preghiere, passando a volte l'intera notte immerso nell'ardente vuoto divino che consumava ogni sua energia, tanto che la mattina successiva tutti al convento si interrogavano silenziosamente sull'aspetto devastato del loro confratello.
Finché una sera, mentre i frati erano riuniti per l'ultima preghiera in comune della giornata, sull'altare della cappella esplose una luce fortissima e si udirono queste parole: «Corrado, l'anima per cui tanto hai pregato non necessita più di nulla. Non ha domande, non ha mete, non ha desideri ma riposa in quel Paradiso in cui solo Io sono!». 
Tutti si guardarono sbalorditi inginocchiandosi di fronte a quel prodigio.
Frate Corrado provò una gioia immensa: cosa aveva fatto lui per meritare da Dio il privilegio di saper pregare? 
Non ricordava nulla di particolare nella sua vita, eppure la Grazia si era ugualmente degnata di toccarlo.

- Leggenda medievale -
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Non dimenticare di pregare per i defunti

Nel quinto secolo, San Giovanni Crisostomo sottolineava l’importanza delle preghiere per i propri cari defunti al di sopra delle solite considerazioni funebri. 
Ha sottolineato che “gli spettacoli esterni sono un sollievo per la famiglia, dove le opere spirituali (come le preghiere) sono per l’aiuto delle anime che hanno bisogno e desiderano loro”. 
Più recentemente, la Beata Catherine Emerick ha detto che:
Purtroppo le povere anime in Purgatorio hanno da soffrire così tanto a causa della nostra trascuratezza, comoda devozione, mancanza d’entusiasmo per Dio e per la salvezza del prossimo. I Santi in cielo non possono compiere per le anime le penitenze che spettano ai discepoli e ai fedeli della Chiesa militante terrena. Ma purtroppo veramente poco viene fatto per loro, nonostante esse lo sperino molto! Basterebbe solo impegnarsi dedicando a queste anime seri pensieri e qualche preghiera.”



 Buona giornata a tutti. :-)




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lunedì 8 luglio 2019

Il travestimento di Maria


Immergiamoci ora nell'affascinante atmosfera del medioevo, con le sue ombre cupe e le sue luci smaglianti, così come ce lo tramandano l'arte e la storia in un susseguirsi di figure ferocemente in armi, di santi forti e determinati e di persone semplici strette a una fede ancora pervasa dall'incanto del miracolo.

In quei tempi viveva un potente cavaliere di nome Guglielmo che aveva ereditato dalla sua famiglia un castello con vasti territori e molte ricchezze, accumulate in anni di battaglie e soprusi.
Il nostro cavaliere era ben lungi da qualsiasi riflessione che non riguardasse lo stretto piacere che ogni giorno poteva procurargli e la sua mente non prevedeva alcun concetto di trascendenza.
Forse proprio per questo quelli erano chiamati tempi bui? Chissà! Certo la coscienza faticava a far capolino fra quelle genti, ma anche allora era prevista una strada affinché ciò avvenisse.
Torniamo dunque a Guglielmo e alla sua vita. Il potere di cui aveva disposto sin da giovane lo aveva abituato a trattare chiunque gli fosse sottoposto nel peggiore dei modi, incurante di quanto male potesse infliggere a un altro essere umano.
I servi del castello e i contadini che lavoravano per lui ne avevano un vero terrore, anzi ne parlottavano fra loro come del diavolo in persona! E non era poco, pensando in quale grande considerazione fosse tenuto allora il Principe delle Tenebre, concretamente presente a ogni angolo di strada.
Volendo sposarsi, Guglielmo scelse la figlia di un facoltoso commerciante che, forse non a caso, era tanto dolce e delicata quanto lui era villano e prepotente.
A volte i nomi sembrano rispecchiare l'indole di chi li possiede. Questa giovane donna si chiamava Margherita e come questo fiore così comune anche lei possedeva la rara qualità di saper semplicemente donare allegria senza pretendere nulla per sé.
La vita con il marito doveva essere tutt'altro che felice, ma di questo la nostra storia non parla. Forse per l'abitudine di quei tempi di considerare l'essere femminile privo di ogni esigenza personale, l'importanza di Margherita non fu quanto soffrì ma quanto seppe comprendere la propria sofferenza.
Nel castello di Guglielmo la vita trascorreva fra ricche feste, battute di caccia e sanguinosi tornei in cui ogni cavaliere giocava la propria vita in cambio dell'orgoglio per la vittoria conquistata. Intanto, senza che il proprietario se ne rendesse conto, le pur cospicue ricchezze se ne andavano allegramente al vento, così come gli anni dello sprovveduto Guglielmo.
Molte stagioni avevano fruttato solo miseri raccolti e i contadini, ben lungi dal preoccuparsi per quell'odiato padrone, avevano cercato in ogni modo di sopravvivere sottraendogli quanto più avevano potuto. D'altro canto neppure lui si prendeva la briga di amministrare il suo patrimonio, occupato solo a goderne i frutti sempre più esigui.
Margherita vedeva e taceva: non avrebbe mai osato, e neppure potuto, sollevare con il marito un'obiezione sul suo comportamento. Lasciava che le cose andassero come dovevano andare, ma pregava in cuor suo che la saggezza divina prima o poi intervenisse, risvegliando il marito da quella rovinosa incoscienza.
Guglielmo non le permetteva di frequentare la chiesa, ma l'istruzione ricevuta nella casa del padre era stata un buon seme che aveva sviluppato salde radici nella sua anima.
Tanto il marito era rozzo e primitivo quanto lei sensibile e tesa verso il misterioso mondo di ciò che non ha forma. Chiusa nelle sue stanze, cercava di immaginare Dio, Gesù e, soprattutto, Maria così vicina in quanto donna. Con gli occhi del ricordo andava scrutando ogni rappresentazione che la sua fanciullezza le riportava alla mente: un quadro, un racconto, una statuetta... ma qualunque simbolo concreto di tanta impenetrabile grandezza le sembrava inadeguato per ciò che lei provava dentro di sé.
Spesso, quando Guglielmo la sorprendeva a fantasticare, rideva sguaiatamente di lei, considerandola poco più che una sciocca e stupida femmina.
Ma il tempo delle risate stava per lui finendo e quello che era cominciato come un lento declino prese presto forma di un vero e proprio precipizio.
I contadini avevano in gran parte abbandonato le sue terre, che si erano a mano a mano sempre più inaridite, i servi sprecavano quanto doveva essere invece risparmiato e il patrimonio, lasciato in balia di avidi e disonesti notabili, sparì senza che nessuno sapesse dove.
II ricco e potente Guglielmo si ritrovò così nella più miserevole delle condizioni e, avendo passato la sua vita a disprezzare gli altri, ritrovò coagulato intorno a sé tutto quanto quel vile sentimento.
Sì abbatté allora su di lui la più cupa delle disperazioni, ma ciò non bastò ancora a farlo riflettere. Il solo essere che gli rimase vicino fu proprio quella moglie tante volte derisa e umiliata, che forse ai suoi occhi non era comunque molto di più che un cane fedele.
Eppure Margherita non si lasciò mai sopraffare dal desiderio di vendicarsi di quell'uomo, né dall'astio nei suoi confronti, anzi lo seppe aiutare con ogni fibra del suo essere donandogli i rari momenti di serenità di cui lui mai aveva goduto nella sua vita.
Questo però non bastò affatto a cambiarne l'indole brutale, che egli sfogava in attimi di rabbia violenta contro una sorte che, ai suoi occhi, era stata quanto mai ingiusta.
Una sera accadde che Guglielmo, non trovando pace all'interno delle mura del castello, uscì in aperta campagna quando improvvisamente la luna, che fino a poco prima brillava alta nel cielo, si oscurò e anche i lupi, che avevano riempito l'aria dei loro famelici lamenti, d'un tratto si zittirono.
A Guglielmo ciò parve strano e istintivamente si mise a scrutare l'orizzonte. Gli parve allora di intravedere, in fondo alla strada, l'ombra scura di un uomo a cavallo. Chi mai poteva essere? Lo pervase un senso gelido di paura pensando a quanti si sarebbero volentieri vendicati dei suoi soprusi, ora che la rovina si era abbattuta su di lui.
Il misterioso personaggio si avvicinava lentamente e, Guglielmo ne era più che sicuro, stava cercando proprio lui. Impossibile ormai fuggire, e comunque come evitare a piedi di essere raggiunto da un uomo a cavallo? Così rimase lì immobile, incapace persino di pensare.
Cavallo e cavaliere sembravano fusi in un'unica forma di metallo nero, che pareva aver risucchiato in sé ogni altro colore. Quando raggiunsero l'uomo immobile sulla strada, si fermarono e il cavaliere gli rivolse la parola.
«Io so chi sei» gli disse cupo: «ti conosco da tanto tempo, ma non avere paura di me: che tu muoia oggi o fra cento anni, per me non fa nessuna differenza. Conosco le tue angosce e so della perdita di ogni tuo bene, quindi ti offro il mio aiuto».
Guglielmo si fece più attento. «Dimmi!» gli rispose ancora titubante.
«Posso svelarti un segreto che ti farà riacquistare tutto ciò che hai perso, ma non è di te che a me interessa; io sono qui per tua moglie». Con queste parole il misterioso personaggio lasciò in sospeso la sua proposta, aspettando che l'altro si riavesse dalla sorpresa.
Nella testa di Guglielmo i pensieri si accavallavano freneticamente, non dandosi reciprocamente neppure il tempo di esprimersi in qualcosa di compiuto. "Mi può aiutare?... Un segreto?... Non gli interessa di me ma di Margherita?... Sarò ancora ricco?...".
«Sta bene attento» proseguì l'altro: «prima di svelarti il modo in cui potrai nuovamente arricchirti, da te voglio in cambio una promessa. Fra sette anni da oggi porterai qui tua moglie e la consegnerai a me. Questo è il tempo stabilito, dopodichè dovrà appartenermi. Sei d'accordo?».
Sebbene esigua, anche Guglielmo aveva una sua coscienza che, nell'udire quelle parole, sobbalzò cercando di far emergere la sua debole voce: "Ma perché vuole proprio lei che non ha mai fatto del male a nessuno!" gli sussurrava. "E che vuol farne quando l'avrà per sé? Ricorda quanto bene hai ricevuto da questa donna e come tu la stai ripagando".
Come se leggesse nel profondo dell'animo di Guglielmo, il cavaliere sovrastò la vocina che subito tacque, tuonando indispettito: «Ebbene? Non ho tempo da perdere con te! Dimmi sì o no e il tuo futuro sarà segnato dalla ricchezza o dalla miseria».
L'uomo si scosse come uscendo da un sogno. Ma era forse impazzito? Stava pensando all'eventualità di rifiutare una simile offerta? Sette anni sono lunghi da passare e poi che gli importava, non sarebbe stato lui eventualmente a pagare il debito!
Si affrettò quindi a rispondere: «Sono d'accordo, se è questo che vuoi fra sette anni sarò qui con mia moglie, ma ora voglio sapere che segreto hai da svelarmi».
Così Guglielmo apprese che, ben nascosto nelle segrete del castello, si trovava un grande tesoro di cui nessuno era a conoscenza.
«Rammenta il nostro appuntamento, altrimenti avrai di che pentirti!» e senza aggiungere altro cavallo e cavaliere scomparvero nel buio della notte.
Tornato di corsa al castello, Guglielmo si precipitò lungo le ripide scale che portavano alle segrete. La torcia gli tremava nelle mani dall'ansia di raggiungere il punto indicato e spesso incespicava sugli umidi gradini sconnessi che sembravano portare direttamente giù all'Inferno.
Finalmente si trovò di fronte alla piccola porta nascosta da un'ampia colonna e tutto gli si presentò davanti agli occhi come il nero cavaliere gli aveva descritto. La bassa stanza polverosa, la cassa di legno e... meraviglia! Un insperato cumulo di monete d'oro luccicava davanti a lui.
Da quel momento la vita di Guglielmo ricominciò come se nulla fosse successo, anzi era ancora meglio di prima perché pareva che più lui attingeva dal forziere più quello si riempiva.
Margherita non riusciva a spiegarsi quell'improvviso cambiamento, ma sapeva in cuor suo che non poteva che essere un frutto del male. Notava però a volte dei piccoli cambiamenti nei comportamenti del marito, una fuggevole carezza o un inconsueto sorriso, così poco consoni alla sua natura da sembrare fuggevoli lampi di luce nella notte.
Con il passare del tempo i suoi sentimenti nei confronti di Guglielmo erano cambiati e il comportamento del marito non era più per lei fonte di dolore ma solo di grande pietà. Come avrebbe potuto trovare la serenità e la pace nella vita che conduceva? Povero Guglielmo, così lontano da Dio e dai valori che veramente contano!
Margherita chiedeva spesso consiglio alla Madre celeste, pregandola di aiutarla a fare tutto ciò che era possibile per accendere anche solo una fiammella di fede in quel cuore duro e apparentemente impenetrabile.
Va da sé che sette anni passarono in un soffio e l'ora di ripagare il debito si avvicinava sempre più. Poco prima dello scadere del tempo concordato per il fatidico appuntamento, Guglielmo fece un sogno terribile in cui si vedeva ghermito da un enorme artiglio nero che lo trascinava fino al punto in cui aveva fatto il misterioso incontro. Comprese allora che il momento era giunto, ma mai avrebbe pensato di provare nel cuore un tale peso pensando a ciò che sarebbe stato di Margherita.
Il giorno fissato fu il peggiore della sua vita. Non riusciva a trovare le parole adatte per invitare la moglie a fare una passeggiata con lui nei campi e fu proprio l'ignara donna a dargliene l'occasione, facendogli notare come quella sera fosse particolarmente tiepida e bella.
Uscirono quindi insieme e si incamminarono lungo la polverosa strada che portava al paese, lui cupo e taciturno, lei sorridente e contenta di godere quell'inaspettata occasione.
Poco fuori le mura del castello, lungo la strada che stavano percorrendo, vi era una chiesetta dedicata alla Vergine in cui tante volte anche Margherita si era recata di nascosto per confidare a Maria le sue pene e i suoi dubbi. Chissà se quella sera le avrebbe permesso di sostarvi un attimo?
Guglielmo acconsentì ma, non volendo a sua volta entrare, si fermò poco distante sedendo sotto un'annosa quercia.
Margherita entrò e subito sentì il caldo abbraccio di quelle mura, si inginocchiò e pregò così intensamente come mai le era capitato finché uno strano torpore si impadronì di lei facendola addormentare profondamente.
Fu allora che Maria scese dall'altare prendendo le sembianze di Margherita; poi, come se nulla fosse capitato, uscì in fretta al suo posto e riprese il cammino a fianco di Guglielmo. Lui la guardò sorpreso: prima non gli era parso di percepire quell'intenso profumo di rose né mai si era accorto di amarla così intensamente. Ma ormai era troppo tardi.
Il cavaliere era già in attesa, poco più avanti di loro, sul suo cavallo nero dai muscoli tesi e lucenti.
Mentre Guglielmo rifletteva velocemente sulla possibilità di combatterlo, per tentare almeno di difendere la moglie, si avvicinarono di qualche passo ancora ma, improvvisamente, il cavallo si impennò alzando le lunghe zampe come per difendersi da qualcosa.
Pur sotto le sembianze dell'altra, Maria era stata riconosciuta.
In quello stesso istante la nera figura lanciò un urlo terrificante mentre si inabissava nel terreno tra rosse lingue di fuoco.
Guglielmo cadde a terra sommerso da un nauseante odore di zolfo che gli toglieva il respiro. La sua mente non aveva neppure avuto il tempo di rendersi conto di quanto era realmente accaduto e, come sempre quando la mente si ferma, la verità comparve abbacinante come un fulmine.
Solo allora la consapevolezza di aver incontrato il Diavolo si fece strada dentro di lui con un effetto dirompente. Ma allora chi era la donna che lo aveva accompagnato e con la sua sola presenza aveva scacciato il potente Padrone del Male?
Si voltò verso quella che aveva creduto essere Margherita e vide uno sfolgorio di luci... o forse un intrecciarsi di suoni melodiosi... o forse un rincorrersi di emozioni mai provate...
Guglielmo non trovò mai parole umane per spiegare ciò che gli accadde, eppure era accaduto. Sentì istintivamente dentro di sé l'orrore per ciò che la sua vita era stata sino ad allora, non riuscendo a rendersi conto di come non si fosse mai accorto di quale meraviglia potesse albergare nel cuore umano... ormai il velo era caduto per sempre!
«Va' ora da colei che ti ha salvato con il suo amore» gli sussurrò Maria svanendo nell'aria della sera.
L'uomo s'incamminò pensoso verso la chiesa e là trovò la moglie, che ne usciva stropicciandosi gli occhi ancora pieni di sonno.
«Scusa» gli disse intimorita «devo essermi addormentata. Sei in collera? Hai un viso così strano! Ti senti bene?».
«Sto benissimo, Margherita» rispose lui. «Vieni, andiamo a casa: torneremo domani a salutare la tua amica che abita qui». E così dicendo le cinse le spalle con il braccio annusando quel dolce profumo di rose che aleggiava fra i suoi capelli.

- Leggenda medievale - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 

Chiostro Abbazia di Vezzolano (Prov. di Asti, Italy)

Nell'affresco tre morti si alzano dalle tombe (sulla destra), mostrando a Carlo Magno e ad altri due cavalieri i loro terribili scheletri sommariamente coperti di pelle ingiallita. 
Il terrore dei tre cavalieri si trasmette anche agli animali. 
I cavalli s'impennano e recalcitrano, i cani abbaiano, mentre i falconi fuggono dal pugno dei cacciatori.
Il terzo di questi, quello di spalle, guarda in alto proprio per cercare il falcone sfuggito; quello che sta in mezzo si nasconde inorridito il volto tra le palme delle mani e l'altro fa l'atto di turarsi il naso con il pollice e con l'indice. 
San Macario, al centro della scena, con la lunga barba che lo contraddistingue, regge in mano una scritta che ammonisce i ricchi signori sulla caducità della grandezza terrena e li invita a fare penitenza. 

Da un sepolcro scoperchiato si alzano i tre scheletri, un personaggio inorridito (la tradizione vuole sia Carlo Magno) sta davanti ad altri due cavalieri impauriti, mentre un monaco lo invita a chiedere aiuto alla Madonna.
Si tratta di una raffigurazione tradizionale del contrasto dei tre vivi e dei tre morti, ovvero del medioevale trionfo della morte.



Buona giornata a tutti. :-)







venerdì 7 giugno 2019

Trenta piccoli denari

Vi pare che si possa raccontare la storia di trenta monete? Ma che storia può mai essere, vi chiederete subito! Eppure anche trenta denari possono avere una loro particolare ragione nella complicata vicenda umana.
Un siclo d'argento era allora un comune soldo come ce n'erano tanti, ma quei trenta sicli avevano qualcosa che li rendeva speciali: stavano sempre insieme, come un'unica famiglia.
Da quando erano stati coniati, come avvinti da una magia, il destino non li aveva più divisi.
E ne avevano passate di avventure! Prima in un filatoio fra lane e tinture, poi nelle mani di un mercante che viaggiava per tutta la Palestina con i suoi tessuti, dopo ancora scambiati addirittura con un vecchio tappeto trovato in casa di un pastore, che se li godette ben poco perché dei ladri glieli rubarono qualche giorno dopo.
Ma loro erano sempre insieme, come un compatto gruppo di fratellini giocosi e ciarlieri. Con il loro tintinnio allegro prendevano la vita così, come veniva, sempre pronti a esplorare qualche nuova tasca.
A volte, quando la mano di un uomo si tuffava nel loro buio alloggio, si affrettavano a presentarsi tutti insieme, presi per un attimo dalla paura di venire separati.
Questo però non avvenne mai. Anche quando le loro peripezie li portavano in giro per i mercati di tante città, sembrava sempre che miracolosamente ogni scambio valesse esattamente trenta denari.
Avevano conosciuto quasi ogni tipo d'essere umano: l'onesto e il disonesto, la buona moglie e la meretrice, il saggio e lo stolto. Il mondo ormai non li stupiva più.
Sapevano riconoscere le emozioni di chi li possedeva dal tocco della sua mano, metallici spettatori di una recita che non apparteneva loro ma di cui intuivano di far parte.
Finché un giorno la loro attenzione fu attratta da un uomo del tutto particolare.
Il fatto accadde proprio nella confusione di un mercato. La gente era tanta e sparsa a frotte fra le bancarelle. I trenta denari, che si affacciavano dalla mano di un mercante come da un comodo balcone, occhieggiavano qua e là, quando all'improvviso, incrociando lo sguardo di quell'uomo, furono percorsi da un brivido strano.
Fu come se da quegli occhi si sprigionasse un'energia che sentivano far parte di tutto ciò che li circondava ma, contemporaneamente, anche della loro stessa essenza.
Lui aveva guardato proprio loro, ne erano certi, come se li avesse riconosciuti chiamandoli a un appuntamento che avrebbe accomunato i loro destini. 

Fu un attimo breve, ma non poterono dimenticarlo. Da quel giorno, ad ogni minima occasione, scrutavano tutt'intorno nella speranza di rivederlo o alla ricerca di un suo segno.
Passando di mano in mano, i trenta sicli giunsero fin sulla maestosa soglia del Tempio di Gerusalemme, dove un sacerdote si incaricò di custodirli.
Anche se intimoriti da quel luogo, così silenzioso e insolito per loro, i trenta fratellini pensarono che un po' di pace non guasta mai e oziarono tranquilli in attesa del loro destino.
L'appuntamento non si fece attendere a lungo. Qualche sera dopo, infatti, il piccolo scrigno nel quale erano custoditi si riaprì e di loro fu fatta una piccola manciata da consegnare a un uomo chiamato Giuda.
Curiosi com'erano, vollero subito sapere che cosa quell'uomo aveva dato in cambio del loro valore e, ormai più furbi del più furbo dei mercanti, tesero occhi e orecchie intuendo, dal bisbigliare delle voci nell'ora già tarda, che la merce doveva essere "interessante".
Udirono così di essere stati barattati con la vita di un uomo.
Erano stati scambiati con ogni sorta di merce e di servizi, ma quello mai! Un vero disonore! Per la prima volta furono percorsi dalla collera, dal violento desiderio di non dover essere passivi attori di un simile vergognoso misfatto: ma come fare?
Erano disperati e rimpiansero il giorno in cui qualcuno li aveva tratti da un informe amalgama d'argento.
L'uomo che li aveva appena ricevuti si stava intanto dirigendo con passo veloce verso la periferia della città. Non li aveva riposti nella tasca ma li teneva stretti in una mano. Ne percepivano l'acre odore di sudore e il fremito dell'ansia che percorreva le lunghe e forti dita.
A poca distanza da loro altri passi stavano avvicinandosi, accompagnati da un rumore metallico di armi che urtano fra loro intonando il lugubre canto della morte.
A un tratto tutto intorno si fece più calmo, mentre la brezza notturna accarezzava con grazia lieve quello che pareva il palcoscenico di un dramma. L'uomo si fermò e improvvisamente aprì la mano, come se si fosse accorto solo in quel momento di tenere stretta lava incandescente.
I nostri impauriti amici si ammassarono l'uno sull'altro nell'erba umida guardandosi intorno. Erano in un boschetto di ulivi e proprio lì, di fronte a loro, lo videro. Era proprio l'uomo del mercato!
Anche lui li sfiorò con gli occhi tristi e a loro parve uno sguardo pieno di comprensiva connivenza. Solo allora compresero quanto fosse stato necessario il loro scomodo e involontario ruolo affinché tutto acquistasse il proprio significato.
Da allora trenta piccoli denari furono riuniti per sempre nel simbolo stesso del Tradimento.

- Leggenda medievale - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Buona giornata a tutti. :-)




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sabato 1 dicembre 2018

La donna con l'agnello - Leggenda attribuita a sant'Ambrogio

Un caldo giorno d'estate, uno studente attraversava la piazza di una grande città, famosa per la bellezza delle sue antiche chiese. 
Stava preparando la tesi in architettura e voleva includervi la storia di quegli splendidi monumenti. 
Proprio quella mattina aveva deciso di visitare una delle cattedrali più importanti quando, un po' per l'afa fattasi insopportabile, un po' per sottrarsi al rumoroso traffico dell'ora di punta, decise di entrare nella chiesa che si affacciava sulla piazza.
Appena entrato, si guardò intorno con l'occhio attento di chi cerca qualcosa di particolare, ma la chiesa gli parve del tutto normale, comunque offriva un po' di frescura e i rumori della città vi giungevano piacevolmente attutiti.
Ai lati della navata centrale si allineavano piccole cappelle, ognuna con la rappresentazione di una figura sacra e un tavolino in ferro su cui brillavano allegri tanti lumini. Non che lo studente fosse particolarmente religioso ma ormai, dopo gli studi fatti, sapeva riconoscere gran parte delle figure rappresentate in ogni nicchia.
La Vergine... san Giuseppe con il suo bastone... san Pietro crocifisso a testa in giù... E questa? Si fermò incuriosito davanti al quadro di una giovanissima donna che reggeva fra le braccia una foglia di palma e un piccolo agnello.
Quella tela lo affascinò a tal punto da non riuscire a staccarne gli occhi. Così si sedette su un banco da cui poterla comodamente osservare. 
Era certamente una giovane dell'antica Roma: lo si notava subito dall'abbigliamento, ma anche dai tratti del volto con il naso diritto e affilato, gli occhi scuri e penetranti soffusi di fierezza e dignità, l'ovale perfetto e le labbra sottili appena increspate da un sorriso.
Il nostro studente si domandava quale artista l'avesse mai ritratta con tanta maestria... o forse la fanciulla stessa, con la sua conturbante bellezza, aveva dato vita e anima a quella tela.
«Non la riconosci?» gli chiese una voce al suo fianco.
Il ragazzo fece un balzo: era talmente intento a osservare il quadro che non si era accorto di non essere più solo. 
Vicino a lui sedeva una donna anziana e sorridente, bella di quella particolare bellezza interiore che solo l'età sa donare quando la vita ha maturato buoni frutti.
«A essere sincero, non la riconosco proprio. Lei sa chi è?»
«Ma certo» rispose la donna: «porto il suo nome e so tutto di lei... Vuoi conoscerne la storia?».
«Ne sarei felice, ma non vorrei farle perdere tempo...» rispose lui, senza sapersi spiegare il perché di quell'insopprimibile desiderio di ascoltare la storia della "ragazza con l'agnello".
«Non ho problemi di tempo, figlio mio. Allora ascolta...» e l'anziana signora si sedette vicino a lui cominciando il suo racconto.
«Si chiamava Agnese e la sua bellezza, come puoi ben vedere, era straordinaria. Chi la incontrava non poteva che fermarsi ad ammirarla, rimanendo calamitato dall'espressione di quel viso. Non era solo la perfezione delle forme che risaltava in Agnese, ma qualcosa di più profondo, come se un fuoco l'abitasse emanando un alone luminoso.
Di lei era pazzamente innamorato il figlio del prefetto che avrebbe dato qualunque cosa pur di essersene ricambiato. 
Più volte l'aveva chiesta in moglie offrendole quello che nessuna donna in Roma avrebbe neanche osato sperare di possedere, ma Agnese pareva non interessarsi né all'amore del giovane né a quanto lui le offriva.
Un giorno le parve però corretto giustificarsi con lui, sperando che di fronte a un'evidenza che non gli lasciava speranze avrebbe smesso di soffrire. 
Gli confidò quindi di essere già innamorata di un uomo cui nessun altro poteva essere paragonato, che non le offriva nulla di quanto si potesse immaginare ma qualcosa che valeva molto di più. Lo pregò quindi di non tormentarsi per lei ma di rivolgere il suo amore verso una giovane che potesse ricambiarlo rendendolo felice.
A quelle parole, pronunciate con dolcezza ma anche con determinazione, il giovane tornò al suo palazzo in preda alla disperazione, avendo intuito che non avrebbe mai potuto competere con questo misterioso rivale.
Passò un certo tempo e il prefetto cominciò seriamente a preoccuparsi per lo stato di depressione in cui era caduto il figlio. Decise quindi di scoprire chi fosse l'amante di questa cocciuta fanciulla e, forte del suo potere, sguinzagliò i migliori informatori per tutta Roma.
Uno di loro aveva particolarmente in odio Agnese, essendo a sua volta segretamente innamorato di lei e, come spesso accade agli uomini, non gli parve vero di poter distruggere ciò che non poteva avere.
Si recò quindi dal prefetto e gli raccontò di come Agnese facesse parte della setta dei cristiani e, come molti di loro, fosse esperta in arti magiche tanto da dichiararsi perdutamente innamorata di qualcuno crocifisso a Gerusalemme tanti anni prima. Il suo parere personale era che non si può amare qualcuno che neppure si è conosciuto e che, per giunta, è già morto, senza dar segno di un profondo squilibrio della mente, sicuramente dovuto ai malefici influssi di qualche forza occulta.
In parte rincuorato da questa notizia che non prospettava nessun aitante giovane nella vita di Agnese, il prefetto decise di convocarla al suo palazzo per rendersi personalmente conto della situazione.
Quando la vide ne rimase però stranamente turbato: non solo era bella, ma emanava qualcosa di simile a una calda e fluida corrente che faceva vibrare il cuore. Non riuscì neppure a trattarla troppo rudemente, come era sua abitudine. Cercò invece di allettarla con parole e offerte che la sua esperienza sapeva non avrebbero potuto lasciare indifferente una donna.
Ma Agnese non era una donna come le altre e tutto quello che lui metteva in campo, pensando di far presa sulla sua natura femminile, si scioglieva nella totale indifferenza.
Di fronte a tanto evidente insuccesso non poté che prendere il sopravvento la collera e il prefetto passò a ben altri sistemi per tentare di convincere la ragazza a sposare il figlio, non ultima la prospettiva di terribili torture.
La paura che albergava nel cuore di Agnese, come in quello di chiunque altro, in quel momento irruppe in tutta la sua potenza. Era giovane e amava la vita: come non temere il dolore e la morte? 
Le era stato insegnato che la vita era un grande dono divino, ma anche che il coraggio di difendere ciò in cui si crede la rende veramente degna di essere vissuta.
Agnese era perciò confusa: la mente metteva in campo i suoi soldati, uno da una parte e uno dall'altra, come sempre in contrapposizione. Che fare?
Non rimaneva che scavalcare d'un balzo la mente e tuffarsi nel cuore: così la giovane rimase ferma sul suo tenace rifiuto.
"Se lo è cercato proprio lei" pensò il prefetto, come per alleggerirsi da un peso, e convocò per quello stesso giorno il tribunale che avrebbe dovuto giudicare Agnese in quanto appartenente alla fanatica setta dei cristiani.
Contro di loro tuonò il più agguerrito dei giudici romani: "... non si può ulteriormente tollerare un nido di vipere simile a quello nel cuore della città! I cristiani sono dei pazzi, fautori di pericolose utopie e, come tali, vanno distrutti".
Avrebbero però concesso ad Agnese, in virtù della sua incosciente giovinezza, ancora una scelta: avrebbe avuto salva la vita se fosse entrata a far parte delle vestali del tempio.
Ma come avrebbe potuto inchinarsi di fronte a un vuoto simulacro, quando nel suo cuore ardeva la fiamma dell'unico Dio vivente! Il solo pensiero la faceva rabbrividire: il tempio di Vesta sarebbe stato simile a una nera tomba in cui la sua anima sarebbe lentamente morta.
"È la tua ultima possibilità" replicò il prefetto: "o ti unisci alle vergini che onorano la dea Vesta o sarai portata nella piazza delle meretrici e lì la tua sorte seguirà quella delle altre sciagurate che offrono il loro corpo, non a un degno amore ma solo alla bramosia dei sensi".
"Tu non sai quello che stai dicendo" rispose pacatamente Agnese, sicura delle sue parole come mai lo era stata prima d'allora. "Nulla accade fuori dalla volontà divina e se è questo che Lui vorrà nessuno toccherà il mio corpo".
"Stupida ragazza" pensò indispettito il prefetto, chiedendosi con quale demoniaca fattura i cristiani fossero riusciti a irretire quella giovane mente.
La sentenza fu subito emessa: Agnese doveva essere condotta nella piazza delle meretrici, denudata e lì lasciata per il pubblico piacere. Così, caricata su un traballante carro, la giovane cristiana venne condotta nella malfamata piazza, dove ogni più abominevole desiderio della carne poteva essere appagato.
Fu gettata in una cella aperta sulla strada e lì cominciarono a spogliarla. Ma, a mano a mano che le vesti le venivano tolte, i suoi capelli iniziarono a crescere a dismisura, finché la sua nudità fu ricoperta da una folta chioma, pesante e morbida come un prezioso mantello.
La voce che una giovane e bellissima donna era stata portata fra le meretrici attirò un gran numero di persone, ma chiunque guardasse nella cella di Agnese non vedeva altro che una luce abbagliante davanti alla quale non si poteva fare a meno di inginocchiarsi in deferente silenzio.
Il figlio del prefetto aveva seguito tutta questa vicenda con il cuore in tumulto, diviso fra un accecante amore e un odio altrettanto smisurato. 
Potrà sembrare assurdo che due sentimenti a tal punto contrastanti possano condividere lo stesso cuore, ma questa è l'altalena della luce e dell'ombra.
Così una sera, più che mai in preda all'ansia, cercò la compagnia degli amici più intimi con cui cenare e, soprattutto, spegnere nella coppa del vino il suo tormento. Era già notte fonda quando decisero di recarsi nella piazza delle meretrici per dare una bella lezione a quella sciocca cristiana.
Nella piazza si aggiravano ormai poche persone ciondolanti, più preda dell'alcol che del desiderio. Il luogo si presentava in tutto il suo squallore e le celle si affacciavano sul selciato come tante bocche nere e sdentate.
"Entrate voi e divertitevi quanto volete" disse il figlio del prefetto agli amici, mentre i suoi occhi si riempivano di una rabbia spaventosa.
"Sei sicuro di volerlo?" chiese uno di loro.
"Vi ho detto di entrare!" urlò il giovane.
Tornò il silenzio. Solo qualche ubriaco biascicava parole sconnesse e alcune donne ridacchiavano in un angolo.
Non passò molto tempo prima che il gruppo di giovani ritornasse dall'amico.
"Allora?" chiese questi cupo.
"Allora... niente!" risposero quelli con il volto sbiancato. "Dai retta a noi, andiamocene. Lei non è una donna come le altre. O è una dea o è un demone: certamente non appartiene alla terra ma all'Olimpo".
"Stupide femminucce, vi farò vedere io a chi appartiene!" e così dicendo il ragazzo attraversò di corsa la piazza e sparì nel buio.
Oltre quella soglia stava Agnese, la sua adorata Agnese che aveva osato respingerlo e alla quale ora lui avrebbe strappato dignità e vita. E lei era là, brillante come una stella nell'oscurità e altrettanto lontana. Il giovane si bloccò per un attimo soltanto, poi il solo vederla riaccese in lui una fiamma potente come quelle degli inferi.
Si slanciò su di lei come il lupo sul piccolo agnello, ma come le sue mani si posarono sul corpo di Agnese il giovane cadde a terra fulminato.
Quando lo aveva visto entrare, lei aveva tremato di paura, perché più di ogni altra emozione l'amore può manifestare una potenza dirompente; ma poi, guardando il giovane corpo immobile ai suoi piedi, Agnese provò una profonda pietà. Pensò in quel momento che forse aveva amato quel giovane, anche se non come lui avrebbe voluto.
Il prefetto fu subito informato di quanto era accaduto e si precipitò in preda all'angoscia là dove il figlio giaceva. Abbracciò il corpo senza vita e pianse a lungo.
Agnese lo stava osservando con tristezza quando lui le chiese fra i singhiozzi: "Perché hai colpito proprio lui e non gli altri? Perché proprio il mio ragazzo?".
"Non io l'ho colpito! Chi è entrato qui prima di lui ha percepito la presenza dell'angelo inviato da Dio per proteggere il mio corpo, ma solo tuo figlio, accecato dalla passione, ha teso le sue mani su di me e l'angelo lo ha colpito."
"Ora so che il Dio di cui parli è davvero presente e potente. Ti prego, Agnese, chiedigli di avere pietà e di restituirmi l'unico figlio!"
"Io posso chiedere, ma non è in mio potere cambiare ciò che deve essere. Se Dio lo vorrà, tuo figlio ti sarà restituito". Così Agnese si sedette sulle pietre del pavimento e prese nel suo grembo la testa del giovane romano; poi chiuse gli occhi e pregò.
Piccole gocce di sudore le imperlavano la fronte cadendo sul volto senza vita del ragazzo, mentre un alone di luce pareva giocare, accarezzando ora l'una ora l'altro.
Quando lui riaprì gli occhi, vide il volto pallidissimo di Agnese che lo stava guardando e le sorrise. Un'emozione intensa li unì per un breve attimo e da quel momento non si rividero mai più.
Mentre il giovane si rialzava sostenuto dal padre, un drappello di guardie irruppe nella piazza trascinando via Agnese, né qualcuno ebbe modo di salvarla.
Il prefetto e suo figlio, così come coloro che furono presenti al miracoloso evento, si convertirono al cristianesimo, ma dovettero fuggire in gran fretta da Roma e furono perseguitati per lungo tempo come traditori.
Agnese fu invece portata nella prigione del prefetto Aspasio, che la condannò al rogo. Ma, ancora una volta, l'angelo di Dio giocò un brutto scherzo ai suoi aguzzini. Ogni volta che il fuoco veniva acceso, le rosse lingue ardenti danzavano in ogni dove fuorché intorno al corpo della ragazza.
Il fuggi fuggi intorno alla pira era generale, pareva che ogni brace andasse alla ricerca di una persona prescelta e non la perdesse più di mira... successe un vero parapiglia mentre Agnese non veniva neppure lambita da una fiammella.
Aspasio era furente contro quella cristiana che aveva già portato abbastanza guai, trasformando persino il suo predecessore, insieme al figlio e ai suoi amici, in altrettanti fanatici di quel Dio che metteva scompiglio ovunque arrivasse. Era veramente troppo! Decise così che sarebbe stata sgozzata come un agnello.
Era giunto il suo tempo e così doveva essere. Agnese porse la sua gola al boia come l'agnello al macellaio... ma il sangue non scorre mai invano...»
«Scusa, ragazzo, ma non si viene in chiesa per dormire».
Il nostro studente si scosse intorpidito guardando di traverso il sacerdote che lo stava gentilmente scuotendo per una spalla.
«Ma, veramente, stavo ascoltando la storia di questa santa... Agnese, se non sbaglio...» rispose il ragazzo guardando verso l'altare.
«Sì, certo che è Agnese, ma qui da ore non entra nessuno; quindi non vedo chi possa averti raccontato la sua storia» rispose il prete, cominciando a guardare il ragazzo con più sospetto.
«Ma, reverendo, non ha visto una signora anziana seduta di fianco a me?»
«Assolutamente no; e adesso scusa ma ho da confessare. Se vuoi, fermati, ma fammi il piacere di non rimetterti a dormire!» e così dicendo si affrettò verso la sacrestia.
«Agnese...» bisbigliò il ragazzo e, guardando la splendida creatura che teneva tra le braccia la palma del martirio e l'agnello dell'innocenza, le sorrise. Si guardò subito intorno per accertarsi che nessuno l'avesse visto. 
Ora quel gesto gli sembrava sciocco, ma era stato così spontaneo, quasi familiare. 
Non riusciva a staccarsi da quel luogo, ma era tardi e doveva andare. Prima di uscire la guardò ancora... c'era qualcosa di strano... ma cos'era?

-  Leggenda attribuita a sant'Ambrogio - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Buona giornata a tutti. :-)