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mercoledì 25 settembre 2019

Il furbo falegname - leggenda medievale


C'era una volta un falegname che sarebbe stato una vera perla d'uomo se non avesse avuto il brutto vizio di giocare alle carte.
E sentite dunque come quel furbacchione seppe sfruttare ciò che la sorte gli aveva dato.
Un bel giorno gli capitarono in bottega Gesù e san Pietro, che erano scesi in terra a controllare come andavano le cose.
Tutto buon cuore, il falegname, ignaro di chi fossero i due viandanti, offrì loro pane, companatico e ottimo vino, con tale gentilezza che Gesù volle ricompensarlo. Al momento del commiato gli disse: «Chiedimi tre grazie e sarai accontentato».
«Chiedi la salute dell'anima!» gli mormorò san Pietro.
«Domanderò quel che mi pare» rispose il falegname. «Ecco i miei tre desideri. Primo: che ogni volta io giochi, vinca; 
secondo: che chi si siede sul mio sgabello vi rimanga attaccato e non possa alzarsi senza il mio permesso; 
terzo: che chi sale sul mio albero di fichi ci resti imprigionato».
«Ti sia concesso» disse Gesù.
San Pietro, fuori di sé dalla collera, borbottò: «Disgraziato, dovevi chiedere la salute dell'anima!».
«Taci, sei proprio noioso con i tuoi consigli» gli rispose il falegname.
Così Gesù e san Pietro se ne andarono e il nostro falegname... via di volata a giocare! Giocò tutta la sera, onestamente si capisce, e vinse fino alla fine. Una vera cuccagna!
Divenuto quasi ricco, credete che smettesse di piallare e segare? Neanche per sogno! Era un buon uomo, giusto e laborioso: donò gran parte del denaro vinto al gioco ai poveri e continuò a lavorare come prima perché il lavoro, diceva lui, scaccia i cattivi pensieri.
Quando si trovava un po' al verde, tornava puntualmente al tavolo da gioco vincendo fior di quattrini. Passarono così felicemente molti anni. Una sera, avvolta in un gran manto nero, la Signora Morte arrivò a prenderlo.
Particolarmente stanca per il gran camminare di quella giornata, si sedette sullo sgabello del falegname, tanto per riposare un po' prima di riprendere il viaggio.
«Ma brava» la beffò l'uomo: «ora prova ad alzarti!».
La Morte lo guardò stupita, pensando che il poveretto fosse andato fuori di testa nel vederla e fece per alzarsi ma, malgrado tutti gli sforzi, naturalmente non ci riuscì.
«Oh povera me!» si lamentava la Morte, rendendosi conto di essere preda di uno strano incantamento. «Come faccio ora?».
«Che cosa puoi concedermi se ti libero?» rispose il furbo ometto.

«Chiedi pure ciò che vuoi e te lo concederò» promise la Morte, smaniosa di alzarsi da quello sgabello.
«Voglio ancora cento anni di vita.»
«Oh, che esagerazione! Te ne concederò cinquanta!»
«Bene, mi accontenterò, vada per altri cinquant'anni di vita!». E, presi i debiti accordi, la Morte si rimise in cammino.
Cinquant'anni dopo, neppure un minuto di più, eccola che torna ben decisa a prendersi quanto le spettava.
Il falegname, che era diventato un arzillo vecchietto, era pronto ad accoglierla ma, naturalmente, a modo suo.
«Eccoti di nuovo! Ma come ti trovo sciupata, mia cara Morte... così magra... Guarda che splendidi fichi ho sulla mia pianta: prima di partire, perché non sali tu stessa e ne cogli qualcuno?»
In effetti, quell'idea non dispiacque affatto alla Signora, alla quale non capitava spesso che qualcuno le offrisse gentilmente qualcosa con cui rifocillarsi. Perché non approfittarne?
Così la Morte salì sul fico e... potete immaginare cosa successe. Vi rimase impiantata più salda di uno dei suoi rami.
La poveretta se ne uscì in lamenti e imprecazioni, ma ciò non le servì a liberarsi; solo il furbo vecchietto poteva aiutarla.
«Cosa mi concedi se ti faccio scendere dal mio fico?» chiese l'uomo.
«Chiedi ciò che vuoi e te lo concederò» rispose esasperata la Morte.
«Duecento anni di vita ancora!»
«Facciamo cento e sia finita lì!». Il tono con cui la Signora rispose suggerì al falegname di accontentarsi.
Si misero d'accordo per la seconda volta e la Morte se ne andò rodendosi dalla rabbia.
Passati i cento anni, il nostro falegname era proprio uno straccetto, persino stanco di vivere e, difficile a credersi, di giocare a carte. Era comunque soddisfatto di quella lunga vita che volgeva al termine e moriva da onest'uomo così come era vissuto.
Se ne partì quindi in compagnia della nera Signora, che lo portò diritto alla porta del Paradiso.
«Ecco» disse rivolta a san Pietro: «finalmente ti ho portato il falegname!».
«Quale falegname?» chiese il santo. «Forse quello che non seguì il mio suggerimento di chiedere la salvezza dell'anima? E adesso vorrebbe entrare? Via di qui!».
«Buon Santo» si intromise l'omino, «con il denaro vinto al gioco io ho fatto tutto il bene che ho potuto e sono rimasto sempre un onesto lavoratore».
Ma san Pietro non volle sentir ragione e, con un gran tonfo, sbatté la porta del Paradiso.
Allora la Morte, tutta trafelata, se lo riprese avviandosi verso il Purgatorio. Aveva proprio voglia di liberarsi di quel problema, anche se in cuor suo quell'omino cominciava a esserle quasi simpatico.
«Un giocatore?» gridò l'Angelo guardiano del Purgatorio. «Via di qui! Non vogliamo gente di tale risma! Che se ne vada all'Inferno!».
E la povera Morte, sbuffando, si riprese il suo carico e si tuffò giù verso il Regno degli Inferi.
Lucifero in persona li accolse con grande entusiasmo: «Ma guarda un po' chi c'è! Il falegname. Avevo una gran voglia di conoscerti. Duecento anni di vita sono un bel vivere, furbacchione!».
E subito lo volle portare nel suo antro fumoso, dove nessuno sa quali cose tremende accadono.
«Sono stato un giocatore, è vero» gli disse il vecchio uomo, «ma un giocatore onesto. Ho reso felice molta gente con il mio guadagno, ho sempre lavorato e non ho mai fatto del male a nessuno».
«Vincere sempre a carte e non fare mai del male a nessuno sono due cose che non vanno d'accordo» gli rispose Lucifero. «Un giocatore che vince sempre deve essere per forza un baro, quindi resterai qui».
«Beh!» ribatté il falegname. «Hai un mazzo di carte?».
«Mi prendi forse in giro? Non sai che tutte le carte della terra vengono fabbricate proprio qui e che noi ne conserviamo gli stampi?» gli rispose orgoglioso Lucifero.
«Ebbene, allora giochiamo! Ti dimostrerò che posso vincere anche te.»
«Vincere me che sono il re del gioco? Mi fai giusto ridere! Voglio proprio divertirmi! Ma tu cosa hai da giocarti?»
«Ormai non ho che la mia povera anima.»
«E sia, giochiamoci questa tua animalaccia!» urlò divertito il diavolo.
Gioca e gioca e gioca, non so dirvi per quanto tempo Lucifero e il falegname si accanirono sulle carte. Una partita dopo l'altra, il falegname non faceva che vincere. Alla fine il diavolo batté un poderoso pugno sul tavolo, tanto che tutto l'Inferno ne fu sconquassato.
«Basta!» gridò inviperito. «Vattene da qui e non farti più vedere da me!».
Il nostro uomo se ne tornò allora alla soglia del Paradiso e cominciò a bussare, ma san Pietro non ne voleva proprio sapere di aprirgli.
A Gesù non rimase altro da fare che intervenire personalmente.
«Suvvia, Pietro, lascialo entrare. Da un dono che avrebbe potuto portare molto male, sia a lui sia agli altri, quest'uomo ha saputo invece trarre del bene per tutti. Non è solo chiedendo la salvezza dell'anima che la si ottiene!». E così dicendo aprì il grande portone dorato.

- Leggenda medievale -

da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


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mercoledì 24 luglio 2019

Un aiuto in Purgatorio - leggenda medievale


Nella storia del cristianesimo non sono mancate grandi guide spirituali: alcune più conosciute, altre meno.
Frate Corrado da Offida fu un maestro illuminato che visse in assoluta povertà, dedicando il suo tempo all'insegnamento della carità verso il prossimo.
Il convento dove trascorse gran parte della sua vita si occupava dell'istruzione dei giovani frati che desideravano conoscere il pensiero di frate Francesco d'Assisi e proseguirne l'opera.
Le regole su cui poggiava il movimento francescano non erano tante, ma tendevano a sradicare un elemento essenziale per l'uomo: il suo ego. 
Va da sé che molti giungevano da frate Corrado armati della più buona volontà, ma poi cedevano le armi di fronte alla immane difficoltà di annullare se stessi per amore degli altri.
Corrado aveva un dolcissimo carattere e accudiva i suoi fraticelli come altrettanti figli. Di lui si diceva che, avendolo Dio particolarmente a cuore, gli fosse stata concessa la grazia di compiere miracoli.
Un giorno il nostro frate se ne stava tutto assorto nei suoi pensieri, quando un piccolo gruppo di giovani discepoli andò da lui per lamentarsi di un compagno.
Il giovane in questione era arrivato da poco tempo ma pareva che avesse già portato un grande scompiglio. Di temperamento chiassoso e turbolento, disturbava il ritmo degli studi e delle meditazioni, non curandosi affatto della disciplina, strumento essenziale per imparare umiltà e obbedienza.
A Corrado dispiacque molto ascoltare quelle lagnanze e promise che si sarebbe interessato al più presto di tutta la faccenda.
Quella sera durante la cena osservò attentamente il ragazzo, poi lasciò pensieroso il refettorio e si ritirò nella sua cella attendendo che il silenzio gli portasse alcune risposte di cui aveva bisogno.
Il mattino seguente chiamò il giovane pregandolo di seguirlo nel chiostro e lì si trattenne a lungo chiacchierando con lui. Così fece anche il giorno dopo e quello seguente ancora.
In breve tempo il fraticello cambiò il suo comportamento in modo talmente radicale da stupire persino i frati più anziani. Corrado era davvero straordinario!
Il giovane discepolo progrediva ogni giorno di più e, non appena le altre incombenze glielo permettevano, si recava dal suo maestro pieno di nuove domande, che immancabilmente sorgevano dopo ogni risposta.
Il frate sorrideva dolcemente di quest'ansia di sapere e alcune volte rispondeva mentre altre lo lasciava nel dubbio, dicendogli semplicemente: «Ricorda, la tua mente deve svuotarsi, non riempirsi sempre di più!».
Capitava però sempre più spesso che Corrado, osservando da lontano il giovane allievo, divenisse inspiegabilmente taciturno e pensieroso mettendosi a borbottare fra sé qualche preghiera.
Passò un'estate e un inverno, poi tornò la primavera e il giovane fraticello si ammalò gravemente. La sua carica vitale si esaurì in poco tempo e nessuna cura umana fu in grado di trattenerlo su questa terra. Il giorno della sua morte frate Corrado pianse, anche se sapeva che non avrebbe dovuto.
Trascorso un primo momento di generale tristezza per quella morte inaspettata e prematura, la vita nel convento tornò a scorrere come sempre e frate Corrado si rituffò nel suo lavoro.
Una sera capitò che una strana inquietudine non lo lasciasse meditare: il pensiero continuamente scivolava via senza che lui nemmeno se ne accorgesse. Decise quindi di lasciare la cella per scendere nel chiostro. Era maggio inoltrato e la temperatura piacevole; inoltre a quell'ora nessuno lo avrebbe disturbato.
Si sedette su una panca di pietra a ridosso di un odoroso cespuglio di rosmarino e riempì i polmoni di tutte le fragranze della primavera ma, a un tratto, gli parve di scorgere, proprio lì a fianco, un tremolio luminoso, poi udì una voce sussurrargli: «Padre, siete voi?».
Frate Corrado capì all'istante di essere in presenza di un'anima, un tenue corpo luminoso temporaneamente restituito alla pesantezza terrena.
«Chi sei?» chiese subito.
«Come, non mi riconoscete? Sono io, il vostro giovane discepolo curioso!»
«Oh, figlio carissimo» disse il frate commosso «dimmi, che ne è di te?».
«Caro padre, sono nel regno di mezzo, il Purgatorio. Grazie ai vostri insegnamenti ho evitato lunghi anni di attesa, ma ancora molti me ne mancano per raggiungere la pace. Vi prego di intercedere per me presso Dio, che molto vi tiene in considerazione.»
«Dio sa ciò che fa, né qualcuno è meglio di un altro ai suoi occhi, ma ugualmente pregherò per te. Sappi attendere e ricorda le mie parole: quando non avrai più alcun desiderio, la pace ti colmerà». L'anima se ne andò allora con un sospiro, accarezzando lievemente la mano del frate.
Da quella notte Corrado dedicava ogni attimo del suo tempo libero a pregare per il giovane amico, senza mai stancarsi. Egli sapeva quale potenza rappresentasse un pensiero d'amore sorretto dalla piena fiducia nella perfetta volontà divina.
Passò qualche tempo e la forma luminosa tornò sulla terra; questa volta la sua luce era più intensa e la voce pareva giungere da più lontano.
«Caro padre» gli disse «le vostre preghiere sono giunte a me come un balsamo risanatore. Ora sono più tranquillo e sento in me una forza che prima non avevo. Non stancatevi e il mio cammino potrà procedere sempre più verso l'alto».
Sorretto da queste parole, il buon Corrado moltiplicò le sue preghiere, passando a volte l'intera notte immerso nell'ardente vuoto divino che consumava ogni sua energia, tanto che la mattina successiva tutti al convento si interrogavano silenziosamente sull'aspetto devastato del loro confratello.
Finché una sera, mentre i frati erano riuniti per l'ultima preghiera in comune della giornata, sull'altare della cappella esplose una luce fortissima e si udirono queste parole: «Corrado, l'anima per cui tanto hai pregato non necessita più di nulla. Non ha domande, non ha mete, non ha desideri ma riposa in quel Paradiso in cui solo Io sono!». 
Tutti si guardarono sbalorditi inginocchiandosi di fronte a quel prodigio.
Frate Corrado provò una gioia immensa: cosa aveva fatto lui per meritare da Dio il privilegio di saper pregare? 
Non ricordava nulla di particolare nella sua vita, eppure la Grazia si era ugualmente degnata di toccarlo.

- Leggenda medievale -
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Non dimenticare di pregare per i defunti

Nel quinto secolo, San Giovanni Crisostomo sottolineava l’importanza delle preghiere per i propri cari defunti al di sopra delle solite considerazioni funebri. 
Ha sottolineato che “gli spettacoli esterni sono un sollievo per la famiglia, dove le opere spirituali (come le preghiere) sono per l’aiuto delle anime che hanno bisogno e desiderano loro”. 
Più recentemente, la Beata Catherine Emerick ha detto che:
Purtroppo le povere anime in Purgatorio hanno da soffrire così tanto a causa della nostra trascuratezza, comoda devozione, mancanza d’entusiasmo per Dio e per la salvezza del prossimo. I Santi in cielo non possono compiere per le anime le penitenze che spettano ai discepoli e ai fedeli della Chiesa militante terrena. Ma purtroppo veramente poco viene fatto per loro, nonostante esse lo sperino molto! Basterebbe solo impegnarsi dedicando a queste anime seri pensieri e qualche preghiera.”



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lunedì 8 luglio 2019

Il travestimento di Maria


Immergiamoci ora nell'affascinante atmosfera del medioevo, con le sue ombre cupe e le sue luci smaglianti, così come ce lo tramandano l'arte e la storia in un susseguirsi di figure ferocemente in armi, di santi forti e determinati e di persone semplici strette a una fede ancora pervasa dall'incanto del miracolo.

In quei tempi viveva un potente cavaliere di nome Guglielmo che aveva ereditato dalla sua famiglia un castello con vasti territori e molte ricchezze, accumulate in anni di battaglie e soprusi.
Il nostro cavaliere era ben lungi da qualsiasi riflessione che non riguardasse lo stretto piacere che ogni giorno poteva procurargli e la sua mente non prevedeva alcun concetto di trascendenza.
Forse proprio per questo quelli erano chiamati tempi bui? Chissà! Certo la coscienza faticava a far capolino fra quelle genti, ma anche allora era prevista una strada affinché ciò avvenisse.
Torniamo dunque a Guglielmo e alla sua vita. Il potere di cui aveva disposto sin da giovane lo aveva abituato a trattare chiunque gli fosse sottoposto nel peggiore dei modi, incurante di quanto male potesse infliggere a un altro essere umano.
I servi del castello e i contadini che lavoravano per lui ne avevano un vero terrore, anzi ne parlottavano fra loro come del diavolo in persona! E non era poco, pensando in quale grande considerazione fosse tenuto allora il Principe delle Tenebre, concretamente presente a ogni angolo di strada.
Volendo sposarsi, Guglielmo scelse la figlia di un facoltoso commerciante che, forse non a caso, era tanto dolce e delicata quanto lui era villano e prepotente.
A volte i nomi sembrano rispecchiare l'indole di chi li possiede. Questa giovane donna si chiamava Margherita e come questo fiore così comune anche lei possedeva la rara qualità di saper semplicemente donare allegria senza pretendere nulla per sé.
La vita con il marito doveva essere tutt'altro che felice, ma di questo la nostra storia non parla. Forse per l'abitudine di quei tempi di considerare l'essere femminile privo di ogni esigenza personale, l'importanza di Margherita non fu quanto soffrì ma quanto seppe comprendere la propria sofferenza.
Nel castello di Guglielmo la vita trascorreva fra ricche feste, battute di caccia e sanguinosi tornei in cui ogni cavaliere giocava la propria vita in cambio dell'orgoglio per la vittoria conquistata. Intanto, senza che il proprietario se ne rendesse conto, le pur cospicue ricchezze se ne andavano allegramente al vento, così come gli anni dello sprovveduto Guglielmo.
Molte stagioni avevano fruttato solo miseri raccolti e i contadini, ben lungi dal preoccuparsi per quell'odiato padrone, avevano cercato in ogni modo di sopravvivere sottraendogli quanto più avevano potuto. D'altro canto neppure lui si prendeva la briga di amministrare il suo patrimonio, occupato solo a goderne i frutti sempre più esigui.
Margherita vedeva e taceva: non avrebbe mai osato, e neppure potuto, sollevare con il marito un'obiezione sul suo comportamento. Lasciava che le cose andassero come dovevano andare, ma pregava in cuor suo che la saggezza divina prima o poi intervenisse, risvegliando il marito da quella rovinosa incoscienza.
Guglielmo non le permetteva di frequentare la chiesa, ma l'istruzione ricevuta nella casa del padre era stata un buon seme che aveva sviluppato salde radici nella sua anima.
Tanto il marito era rozzo e primitivo quanto lei sensibile e tesa verso il misterioso mondo di ciò che non ha forma. Chiusa nelle sue stanze, cercava di immaginare Dio, Gesù e, soprattutto, Maria così vicina in quanto donna. Con gli occhi del ricordo andava scrutando ogni rappresentazione che la sua fanciullezza le riportava alla mente: un quadro, un racconto, una statuetta... ma qualunque simbolo concreto di tanta impenetrabile grandezza le sembrava inadeguato per ciò che lei provava dentro di sé.
Spesso, quando Guglielmo la sorprendeva a fantasticare, rideva sguaiatamente di lei, considerandola poco più che una sciocca e stupida femmina.
Ma il tempo delle risate stava per lui finendo e quello che era cominciato come un lento declino prese presto forma di un vero e proprio precipizio.
I contadini avevano in gran parte abbandonato le sue terre, che si erano a mano a mano sempre più inaridite, i servi sprecavano quanto doveva essere invece risparmiato e il patrimonio, lasciato in balia di avidi e disonesti notabili, sparì senza che nessuno sapesse dove.
II ricco e potente Guglielmo si ritrovò così nella più miserevole delle condizioni e, avendo passato la sua vita a disprezzare gli altri, ritrovò coagulato intorno a sé tutto quanto quel vile sentimento.
Sì abbatté allora su di lui la più cupa delle disperazioni, ma ciò non bastò ancora a farlo riflettere. Il solo essere che gli rimase vicino fu proprio quella moglie tante volte derisa e umiliata, che forse ai suoi occhi non era comunque molto di più che un cane fedele.
Eppure Margherita non si lasciò mai sopraffare dal desiderio di vendicarsi di quell'uomo, né dall'astio nei suoi confronti, anzi lo seppe aiutare con ogni fibra del suo essere donandogli i rari momenti di serenità di cui lui mai aveva goduto nella sua vita.
Questo però non bastò affatto a cambiarne l'indole brutale, che egli sfogava in attimi di rabbia violenta contro una sorte che, ai suoi occhi, era stata quanto mai ingiusta.
Una sera accadde che Guglielmo, non trovando pace all'interno delle mura del castello, uscì in aperta campagna quando improvvisamente la luna, che fino a poco prima brillava alta nel cielo, si oscurò e anche i lupi, che avevano riempito l'aria dei loro famelici lamenti, d'un tratto si zittirono.
A Guglielmo ciò parve strano e istintivamente si mise a scrutare l'orizzonte. Gli parve allora di intravedere, in fondo alla strada, l'ombra scura di un uomo a cavallo. Chi mai poteva essere? Lo pervase un senso gelido di paura pensando a quanti si sarebbero volentieri vendicati dei suoi soprusi, ora che la rovina si era abbattuta su di lui.
Il misterioso personaggio si avvicinava lentamente e, Guglielmo ne era più che sicuro, stava cercando proprio lui. Impossibile ormai fuggire, e comunque come evitare a piedi di essere raggiunto da un uomo a cavallo? Così rimase lì immobile, incapace persino di pensare.
Cavallo e cavaliere sembravano fusi in un'unica forma di metallo nero, che pareva aver risucchiato in sé ogni altro colore. Quando raggiunsero l'uomo immobile sulla strada, si fermarono e il cavaliere gli rivolse la parola.
«Io so chi sei» gli disse cupo: «ti conosco da tanto tempo, ma non avere paura di me: che tu muoia oggi o fra cento anni, per me non fa nessuna differenza. Conosco le tue angosce e so della perdita di ogni tuo bene, quindi ti offro il mio aiuto».
Guglielmo si fece più attento. «Dimmi!» gli rispose ancora titubante.
«Posso svelarti un segreto che ti farà riacquistare tutto ciò che hai perso, ma non è di te che a me interessa; io sono qui per tua moglie». Con queste parole il misterioso personaggio lasciò in sospeso la sua proposta, aspettando che l'altro si riavesse dalla sorpresa.
Nella testa di Guglielmo i pensieri si accavallavano freneticamente, non dandosi reciprocamente neppure il tempo di esprimersi in qualcosa di compiuto. "Mi può aiutare?... Un segreto?... Non gli interessa di me ma di Margherita?... Sarò ancora ricco?...".
«Sta bene attento» proseguì l'altro: «prima di svelarti il modo in cui potrai nuovamente arricchirti, da te voglio in cambio una promessa. Fra sette anni da oggi porterai qui tua moglie e la consegnerai a me. Questo è il tempo stabilito, dopodichè dovrà appartenermi. Sei d'accordo?».
Sebbene esigua, anche Guglielmo aveva una sua coscienza che, nell'udire quelle parole, sobbalzò cercando di far emergere la sua debole voce: "Ma perché vuole proprio lei che non ha mai fatto del male a nessuno!" gli sussurrava. "E che vuol farne quando l'avrà per sé? Ricorda quanto bene hai ricevuto da questa donna e come tu la stai ripagando".
Come se leggesse nel profondo dell'animo di Guglielmo, il cavaliere sovrastò la vocina che subito tacque, tuonando indispettito: «Ebbene? Non ho tempo da perdere con te! Dimmi sì o no e il tuo futuro sarà segnato dalla ricchezza o dalla miseria».
L'uomo si scosse come uscendo da un sogno. Ma era forse impazzito? Stava pensando all'eventualità di rifiutare una simile offerta? Sette anni sono lunghi da passare e poi che gli importava, non sarebbe stato lui eventualmente a pagare il debito!
Si affrettò quindi a rispondere: «Sono d'accordo, se è questo che vuoi fra sette anni sarò qui con mia moglie, ma ora voglio sapere che segreto hai da svelarmi».
Così Guglielmo apprese che, ben nascosto nelle segrete del castello, si trovava un grande tesoro di cui nessuno era a conoscenza.
«Rammenta il nostro appuntamento, altrimenti avrai di che pentirti!» e senza aggiungere altro cavallo e cavaliere scomparvero nel buio della notte.
Tornato di corsa al castello, Guglielmo si precipitò lungo le ripide scale che portavano alle segrete. La torcia gli tremava nelle mani dall'ansia di raggiungere il punto indicato e spesso incespicava sugli umidi gradini sconnessi che sembravano portare direttamente giù all'Inferno.
Finalmente si trovò di fronte alla piccola porta nascosta da un'ampia colonna e tutto gli si presentò davanti agli occhi come il nero cavaliere gli aveva descritto. La bassa stanza polverosa, la cassa di legno e... meraviglia! Un insperato cumulo di monete d'oro luccicava davanti a lui.
Da quel momento la vita di Guglielmo ricominciò come se nulla fosse successo, anzi era ancora meglio di prima perché pareva che più lui attingeva dal forziere più quello si riempiva.
Margherita non riusciva a spiegarsi quell'improvviso cambiamento, ma sapeva in cuor suo che non poteva che essere un frutto del male. Notava però a volte dei piccoli cambiamenti nei comportamenti del marito, una fuggevole carezza o un inconsueto sorriso, così poco consoni alla sua natura da sembrare fuggevoli lampi di luce nella notte.
Con il passare del tempo i suoi sentimenti nei confronti di Guglielmo erano cambiati e il comportamento del marito non era più per lei fonte di dolore ma solo di grande pietà. Come avrebbe potuto trovare la serenità e la pace nella vita che conduceva? Povero Guglielmo, così lontano da Dio e dai valori che veramente contano!
Margherita chiedeva spesso consiglio alla Madre celeste, pregandola di aiutarla a fare tutto ciò che era possibile per accendere anche solo una fiammella di fede in quel cuore duro e apparentemente impenetrabile.
Va da sé che sette anni passarono in un soffio e l'ora di ripagare il debito si avvicinava sempre più. Poco prima dello scadere del tempo concordato per il fatidico appuntamento, Guglielmo fece un sogno terribile in cui si vedeva ghermito da un enorme artiglio nero che lo trascinava fino al punto in cui aveva fatto il misterioso incontro. Comprese allora che il momento era giunto, ma mai avrebbe pensato di provare nel cuore un tale peso pensando a ciò che sarebbe stato di Margherita.
Il giorno fissato fu il peggiore della sua vita. Non riusciva a trovare le parole adatte per invitare la moglie a fare una passeggiata con lui nei campi e fu proprio l'ignara donna a dargliene l'occasione, facendogli notare come quella sera fosse particolarmente tiepida e bella.
Uscirono quindi insieme e si incamminarono lungo la polverosa strada che portava al paese, lui cupo e taciturno, lei sorridente e contenta di godere quell'inaspettata occasione.
Poco fuori le mura del castello, lungo la strada che stavano percorrendo, vi era una chiesetta dedicata alla Vergine in cui tante volte anche Margherita si era recata di nascosto per confidare a Maria le sue pene e i suoi dubbi. Chissà se quella sera le avrebbe permesso di sostarvi un attimo?
Guglielmo acconsentì ma, non volendo a sua volta entrare, si fermò poco distante sedendo sotto un'annosa quercia.
Margherita entrò e subito sentì il caldo abbraccio di quelle mura, si inginocchiò e pregò così intensamente come mai le era capitato finché uno strano torpore si impadronì di lei facendola addormentare profondamente.
Fu allora che Maria scese dall'altare prendendo le sembianze di Margherita; poi, come se nulla fosse capitato, uscì in fretta al suo posto e riprese il cammino a fianco di Guglielmo. Lui la guardò sorpreso: prima non gli era parso di percepire quell'intenso profumo di rose né mai si era accorto di amarla così intensamente. Ma ormai era troppo tardi.
Il cavaliere era già in attesa, poco più avanti di loro, sul suo cavallo nero dai muscoli tesi e lucenti.
Mentre Guglielmo rifletteva velocemente sulla possibilità di combatterlo, per tentare almeno di difendere la moglie, si avvicinarono di qualche passo ancora ma, improvvisamente, il cavallo si impennò alzando le lunghe zampe come per difendersi da qualcosa.
Pur sotto le sembianze dell'altra, Maria era stata riconosciuta.
In quello stesso istante la nera figura lanciò un urlo terrificante mentre si inabissava nel terreno tra rosse lingue di fuoco.
Guglielmo cadde a terra sommerso da un nauseante odore di zolfo che gli toglieva il respiro. La sua mente non aveva neppure avuto il tempo di rendersi conto di quanto era realmente accaduto e, come sempre quando la mente si ferma, la verità comparve abbacinante come un fulmine.
Solo allora la consapevolezza di aver incontrato il Diavolo si fece strada dentro di lui con un effetto dirompente. Ma allora chi era la donna che lo aveva accompagnato e con la sua sola presenza aveva scacciato il potente Padrone del Male?
Si voltò verso quella che aveva creduto essere Margherita e vide uno sfolgorio di luci... o forse un intrecciarsi di suoni melodiosi... o forse un rincorrersi di emozioni mai provate...
Guglielmo non trovò mai parole umane per spiegare ciò che gli accadde, eppure era accaduto. Sentì istintivamente dentro di sé l'orrore per ciò che la sua vita era stata sino ad allora, non riuscendo a rendersi conto di come non si fosse mai accorto di quale meraviglia potesse albergare nel cuore umano... ormai il velo era caduto per sempre!
«Va' ora da colei che ti ha salvato con il suo amore» gli sussurrò Maria svanendo nell'aria della sera.
L'uomo s'incamminò pensoso verso la chiesa e là trovò la moglie, che ne usciva stropicciandosi gli occhi ancora pieni di sonno.
«Scusa» gli disse intimorita «devo essermi addormentata. Sei in collera? Hai un viso così strano! Ti senti bene?».
«Sto benissimo, Margherita» rispose lui. «Vieni, andiamo a casa: torneremo domani a salutare la tua amica che abita qui». E così dicendo le cinse le spalle con il braccio annusando quel dolce profumo di rose che aleggiava fra i suoi capelli.

- Leggenda medievale - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 

Chiostro Abbazia di Vezzolano (Prov. di Asti, Italy)

Nell'affresco tre morti si alzano dalle tombe (sulla destra), mostrando a Carlo Magno e ad altri due cavalieri i loro terribili scheletri sommariamente coperti di pelle ingiallita. 
Il terrore dei tre cavalieri si trasmette anche agli animali. 
I cavalli s'impennano e recalcitrano, i cani abbaiano, mentre i falconi fuggono dal pugno dei cacciatori.
Il terzo di questi, quello di spalle, guarda in alto proprio per cercare il falcone sfuggito; quello che sta in mezzo si nasconde inorridito il volto tra le palme delle mani e l'altro fa l'atto di turarsi il naso con il pollice e con l'indice. 
San Macario, al centro della scena, con la lunga barba che lo contraddistingue, regge in mano una scritta che ammonisce i ricchi signori sulla caducità della grandezza terrena e li invita a fare penitenza. 

Da un sepolcro scoperchiato si alzano i tre scheletri, un personaggio inorridito (la tradizione vuole sia Carlo Magno) sta davanti ad altri due cavalieri impauriti, mentre un monaco lo invita a chiedere aiuto alla Madonna.
Si tratta di una raffigurazione tradizionale del contrasto dei tre vivi e dei tre morti, ovvero del medioevale trionfo della morte.



Buona giornata a tutti. :-)







venerdì 7 giugno 2019

Trenta piccoli denari

Vi pare che si possa raccontare la storia di trenta monete? Ma che storia può mai essere, vi chiederete subito! Eppure anche trenta denari possono avere una loro particolare ragione nella complicata vicenda umana.
Un siclo d'argento era allora un comune soldo come ce n'erano tanti, ma quei trenta sicli avevano qualcosa che li rendeva speciali: stavano sempre insieme, come un'unica famiglia.
Da quando erano stati coniati, come avvinti da una magia, il destino non li aveva più divisi.
E ne avevano passate di avventure! Prima in un filatoio fra lane e tinture, poi nelle mani di un mercante che viaggiava per tutta la Palestina con i suoi tessuti, dopo ancora scambiati addirittura con un vecchio tappeto trovato in casa di un pastore, che se li godette ben poco perché dei ladri glieli rubarono qualche giorno dopo.
Ma loro erano sempre insieme, come un compatto gruppo di fratellini giocosi e ciarlieri. Con il loro tintinnio allegro prendevano la vita così, come veniva, sempre pronti a esplorare qualche nuova tasca.
A volte, quando la mano di un uomo si tuffava nel loro buio alloggio, si affrettavano a presentarsi tutti insieme, presi per un attimo dalla paura di venire separati.
Questo però non avvenne mai. Anche quando le loro peripezie li portavano in giro per i mercati di tante città, sembrava sempre che miracolosamente ogni scambio valesse esattamente trenta denari.
Avevano conosciuto quasi ogni tipo d'essere umano: l'onesto e il disonesto, la buona moglie e la meretrice, il saggio e lo stolto. Il mondo ormai non li stupiva più.
Sapevano riconoscere le emozioni di chi li possedeva dal tocco della sua mano, metallici spettatori di una recita che non apparteneva loro ma di cui intuivano di far parte.
Finché un giorno la loro attenzione fu attratta da un uomo del tutto particolare.
Il fatto accadde proprio nella confusione di un mercato. La gente era tanta e sparsa a frotte fra le bancarelle. I trenta denari, che si affacciavano dalla mano di un mercante come da un comodo balcone, occhieggiavano qua e là, quando all'improvviso, incrociando lo sguardo di quell'uomo, furono percorsi da un brivido strano.
Fu come se da quegli occhi si sprigionasse un'energia che sentivano far parte di tutto ciò che li circondava ma, contemporaneamente, anche della loro stessa essenza.
Lui aveva guardato proprio loro, ne erano certi, come se li avesse riconosciuti chiamandoli a un appuntamento che avrebbe accomunato i loro destini. 

Fu un attimo breve, ma non poterono dimenticarlo. Da quel giorno, ad ogni minima occasione, scrutavano tutt'intorno nella speranza di rivederlo o alla ricerca di un suo segno.
Passando di mano in mano, i trenta sicli giunsero fin sulla maestosa soglia del Tempio di Gerusalemme, dove un sacerdote si incaricò di custodirli.
Anche se intimoriti da quel luogo, così silenzioso e insolito per loro, i trenta fratellini pensarono che un po' di pace non guasta mai e oziarono tranquilli in attesa del loro destino.
L'appuntamento non si fece attendere a lungo. Qualche sera dopo, infatti, il piccolo scrigno nel quale erano custoditi si riaprì e di loro fu fatta una piccola manciata da consegnare a un uomo chiamato Giuda.
Curiosi com'erano, vollero subito sapere che cosa quell'uomo aveva dato in cambio del loro valore e, ormai più furbi del più furbo dei mercanti, tesero occhi e orecchie intuendo, dal bisbigliare delle voci nell'ora già tarda, che la merce doveva essere "interessante".
Udirono così di essere stati barattati con la vita di un uomo.
Erano stati scambiati con ogni sorta di merce e di servizi, ma quello mai! Un vero disonore! Per la prima volta furono percorsi dalla collera, dal violento desiderio di non dover essere passivi attori di un simile vergognoso misfatto: ma come fare?
Erano disperati e rimpiansero il giorno in cui qualcuno li aveva tratti da un informe amalgama d'argento.
L'uomo che li aveva appena ricevuti si stava intanto dirigendo con passo veloce verso la periferia della città. Non li aveva riposti nella tasca ma li teneva stretti in una mano. Ne percepivano l'acre odore di sudore e il fremito dell'ansia che percorreva le lunghe e forti dita.
A poca distanza da loro altri passi stavano avvicinandosi, accompagnati da un rumore metallico di armi che urtano fra loro intonando il lugubre canto della morte.
A un tratto tutto intorno si fece più calmo, mentre la brezza notturna accarezzava con grazia lieve quello che pareva il palcoscenico di un dramma. L'uomo si fermò e improvvisamente aprì la mano, come se si fosse accorto solo in quel momento di tenere stretta lava incandescente.
I nostri impauriti amici si ammassarono l'uno sull'altro nell'erba umida guardandosi intorno. Erano in un boschetto di ulivi e proprio lì, di fronte a loro, lo videro. Era proprio l'uomo del mercato!
Anche lui li sfiorò con gli occhi tristi e a loro parve uno sguardo pieno di comprensiva connivenza. Solo allora compresero quanto fosse stato necessario il loro scomodo e involontario ruolo affinché tutto acquistasse il proprio significato.
Da allora trenta piccoli denari furono riuniti per sempre nel simbolo stesso del Tradimento.

- Leggenda medievale - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Buona giornata a tutti. :-)




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