martedì 27 febbraio 2018

Il Povero e i Poveri da: "Diario di un curato di campagna" - Georges Bernanos

È la parola più triste dell'Evangelo, la più carica di tristezza. 
Prima di tutto, è rivolta a Giuda.
Giuda! San Luca ci riferisce che teneva i conti e che la sua contabilità non era pulitissima; e sia pure! Ma infine era il banchiere dei Dodici; e chi ha mai visto in regola la contabilità d'una banca? 
È probabile che gravasse un po' sulla provvigione, come tutti. A giudicare dalla sua ultima operazione, non sarebbe stato un brillante commesso d'agente di cambio, Giuda. 
Ma il buon Dio prende la nostra povera società qual è; al contrario di quello che fanno i buffoni che ne fabbricano una sulla carta, poi la riformano a tutta forza, sempre sulla carta, beninteso!
A dirla in breve, Nostro Signore conosceva benissimo il potere del danaro; e ha fatto accanto a sé un posticino al capitalismo; gli ha lasciato le sue possibilità; ha fatto persino il primo deposito di fondi. 
Trovo tutto questo prodigioso, che vuoi! Così bello! Dio non disprezza nulla.
Dopo tutto, se l'affare fosse andato bene, Giuda avrebbe probabilmente sovvenzionato dei sanatori, degli ospedali, delle biblioteche o dei laboratori. Avrai osservato che già s'interessava al problema del pauperismo, come un milionario qualsiasi. «Ci saranno sempre dei poveri tra voi» risponde Nostro Signore, «ma io non sarò sempre con voi». 
Il che significa: Non lasciar suonare invano l'ora della misericordia. Tu farai meglio a restituire immediatamente il danaro che m'hai rubato, invece di cercar di montare la testa dei miei apostoli con le tue speculazioni immaginarie sui fondi di profumeria e sui tuoi progetti d'opere sociali.
Per di più, credi di lusingare così il mio conosciutissimo gusto per i senzatetto; e sbagli completamente. 
Io non amo i miei poveri come le vecchie inglesi amano i gatti sperduti, o i tori delle corride. Sono abitudini da ricchi, codeste. 
Io amo la povertà d'un amore profondo, riflessivo, lucido - da uguale a uguale - come una sposa dal fianco fecondo e fedele. 
L’ho coronata con le mie proprie mani. Non le fanno onore tutti quelli che vogliono, e chi non ha prima rivestito la bianca tunica di lino non può servirla. 
Il pane dell'amarezza non può romperlo con lei chiunque voglia farlo. 
Ho voluto che sia umile e fiera, non servile. Non rifiuta il bicchiere d'acqua, purché sia offerto in mio nome; ed è in nome mio che lo riceve.
Se il povero traesse il suo diritto soltanto dalla necessità, il vostro egoismo lo avrebbe presto condannato allo stretto necessario, pagato con una riconoscenza e una servitù eterne. Così, oggi tu ti adiri contro questa donna che ha irrorato i miei piedi con un nardo pagato carissimo, come se i miei poveri non dovessero mai profittare dell'industria dei profumieri.
Sei proprio di quella razza di persone che, avendo dato due soldi a un vagabondo, si scandalizzano di non vederlo precipitarsi sull'istante dal fornaio, a riempirsi di pane raffermo che il commerciante, d'altronde, gli venderebbe come pane fresco. 
Al posto suo, andrebbero anche loro dal mercante di vino, giacché il ventre d'un miserabile ha più bisogno d'illusione che di pane. Disgraziati!
L’oro, a cui date tanta importanza, è forse qualcosa di diverso da un'illusione, da un sogno, e spesso soltanto dalla promessa d'un sogno? 
La povertà grava molto sulle bilance del mio Padre Celeste, e tutti i vostri tesori di fumo non ne equilibreranno i piattelli. 
Ci saranno sempre dei poveri, tra voi, per questa ragione: che vi saranno sempre dei ricchi, cioè degli uomini avidi e duri, i quali cercano meno il possesso che la potenza. 
Di questi uomini ve n'è tra i poveri come tra i ricchi; e il miserabile che smaltisce in un rigagnolo la sua ubriachezza forse è gonfio degli stessi sogni del Cesare addormentato sotto le cortine di porpora.
Ricchi o poveri, guardatevi piuttosto nella povertà come in uno specchio; poiché essa è l'immagine della vostra fondamentale delusione; essa conserva quaggiù il posto del Paradiso perduto, è il vuoto dei vostri cuori, delle vostre mani. 
L’ho messa così in alto, l'ho sposata, incoronata, solo perché conosco la vostra malizia.
Se avessi permesso che la consideraste come una nemica, o solo come una straniera, se vi avessi lasciato la speranza di cacciarla un giorno dal mondo, avrei nello stesso momento condannato i deboli. 
Giacché i deboli saranno sempre, per voi, un fardello insopportabile, un peso morto che le vostre orgogliose civilizzazioni si mandano dall'una all'altra, con ira e disgusto. 
Ho posto il mio segno sulla loro fronte, e voi non osate più avvicinarli altro che strisciando, divorate la pecora spersa, non oserete mai più attaccare il gregge. 
Basterebbe che il mio braccio si allontanasse un momento perché la schiavitù, che odio, risuscitasse da sé: poiché la vostra legge tiene i suoi conti in regola, e il debole non può dare altro che la propria pelle.

- Georges Bernanos -
da: "Diario di un curato di campagna", pp. 54-56




«La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. 
Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. 
Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. 
Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà.»


José Pepe Mujica, dall'intervista di Omero Ciai, Mujica e "l'apologia della sobrietà": "Chi accumula denaro è un malato. La ricchezza complica la vita", Repubblica.it, 6 novembre 2016



“Se discutete con un pazzo, è oltremodo probabile che abbiate la peggio: perchè il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero a un retto giudizio. 
Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mere certezze dell’esperienza. 
Egli è tanto più logico quanto più ha perduto ogni affetto sano. 
La frase con la quale generalmente si designa la pazzia è sotto questo aspetto sbagliata. 
Il pazzo non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione. 
La sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande; ma, pur essendo ugualmente infinito, non è ugualmente grande. 
Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto. 
Una pallottola è tonda come il mondo, ma non è il mondo”.

- Gilbert Keith Chesterton - 
da: “Ortodossia”)



Buona giornata a tutti. :-)





Posta un commento