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mercoledì 3 aprile 2019

L'Angelo custode e Padre Pio, preghiera per gli Angeli custodi

"Parlare" dell’Angelo Custode significa parlare di una presenza molto intima e discreta nella nostra esistenza: ognuno di noi ha instaurato un rapporto particolare col proprio Angelo, sia che lo si abbia coscientemente accettato, sia che lo si ignori. 
Naturalmente l’Angelo Custode non è una prerogativa delle grandi personalità religiose: il "non vederlo" e il "non sentirlo" di molti uomini comuni, immersi nella vita frenetica della quotidianità, non intacca minimamente la sua presenza accanto a noi.

Il pensiero di padre Pio su questo angelo speciale per ciascuno di noi è sempre chiaro e conforme alla teologia cattolica e alla dottrina ascetico-mistica tradizionale. Padre Pio raccomanda a tutti "grande devozione a questo sì benefico angelo" e stima "un grandissimo dono della Provvidenza la presenza di un angelo che ci custodisce, guida e illumina per la via della salvezza".

Padre Pio da Pietralcina aveva una fede vivissima per l'Angelo Custode.
Si rivolgeva a lui in continuazione e lo incaricava di svolgere le mansioni più strane.
Ai suoi amici e figli spirituali Padre Pio diceva: "Quando avete bisogno di me, inviatemi il vostro Angelo Custode".
Spesso si serviva anche lui, come Santa Gemma Galgani, dell'Angelo per far recapitare lettere al suo confessore o ai suoi figli spirituali sparsi per il mondo.

Cleonice Morcaldi, la figlia spirituale prediletta, nei suoi diari ha lasciato scritto questo eccezionale episodio: «Durante l'ultima guerra mio nipote fu fatto prigioniero. Non ricevevamo sue notizie da un anno. Tutti là credevamo morto. I suoi genitori impazzivano dal dolore. Un giorno, mia zia si buttò ai piedi di Padre Pio che stava in confessionale e gli disse: "Ditemi se mio figlio è vivo. Io non mi tolgo dai vostri piedi se non me lo dite". Padre Pio si commosse e con le lacrime che gli rigavano il viso disse: "Alzati e vai tranquilla". «Passò ancora del tempo e la situazione in famiglia era diventata drammatica. Un giorno, non potendo più sopportare il pianto accorato degli zii, mi decisi a chiedere al Padre un miracolo e, piena di fede, gli dissi: "Padre, io scrivo una lettera a mio nipote Giovannino. Metto sulla busta il solo nome perché non so dove egli sia. Voi e il vostro Angelo Custode portatela dove egli si trova". Padre Pio non mi rispose. Scrissi la lettera e l'appoggiai, la sera prima di andare a letto, sul comodino. La mattina dopo, con mia grande sorpresa, e anche con paura, vidi che la lettera non c'era più. Andai a ringraziare il Padre e lui mi disse: "Ringrazia la Vergine". Dopo una quindicina di giorni, in famiglia si piangeva di gioia: era arrivata una lettera da Giovannino in cui egli rispondeva esattamente a tutto quello che io gli avevo scritto.

La vita di Padre Pio è piena di simili episodi - afferma Monsignor Del Ton, -come del resto quella di molti altri Santi. 

Giovanna d'Arco, parlando degli angeli custodi, dichiarava ai giudici che la interrogavano: "Li ho visti molte volte tra i cristiani".

Nelle sue lettere si legge:

"Il tuo angelo custode 

vegli sempre su di te, 
sia egli il tuo condottiero 
che ti guidi per l'aspro 
sentiero della vita; 
ti custodisca sempre nella grazia di Gesù, 
ti sostenga con le sue mani 
affinché tu non dia del piede in qualche sasso; 
ti protegga sotto le ali sue dalle insidie tutte del mondo, 
del demonio e della carne." 

Come è consolante il pensiero che vicino a noi sta uno spirito, il quale dalla culla alla tomba non ci lascia mai un istante, nemmeno quando osiamo di peccare. 
E questo spirito celeste ci guida, ci protegge come un amico, un fratello. 
Ma è oltremodo consolante il sapere che quest'angelo prega incessantemente per noi, offre a Dio tutte le buone azioni e opere che compiamo, i nostri pensieri, i nostri desideri, se son puri. 
Abbilo sempre davanti agli occhi della mente, ricordati spesso della presenza di quest'angelo, ringrazialo, pregalo, tienigli sempre buona compagnia. 
Apriti e confida a lui i tuoi dolori; abbi continuo timore di offendere la purezza del suo sguardo. 
Sappilo e fissalo bene nella mente. 
Egli è così delicato, così sensibile. 

A lui rivolgiti nelle ore di suprema angoscia e esperimenterai i di lui benefici effetti (E III, 82-83).


(…) Quanto consola il sapersi di essere sempre sotto la custodia di un celeste spirito, il quale non ci abbandona nemmeno (cosa ammirabile!) nell'atto che diamo disgusto a Dio! 
Di chi dunque può temere l'anima devota avendo sempre con sé un sì insigne guerriero? 
O non fu egli forse uno di quei tanti che assieme all'angelo san Michele lassù nell'empireo difesero l'onore di Dio contro satana e contro tutti gli altri spiriti ribelli ed infine li indussero alla perdita e li relegarono nell'inferno? Ebbene, sappiate che egli è ancor potente contro satana e i suoi satelliti, la sua carità non è venuta meno, né giammai potrà venir meno dal difenderci. 
Invocate spesso questo angelo custode, quest'angelo benefico, ripetete spesso la bella preghiera: 
"Angelo di Dio, 
che sei custode mio, 
a te affidato dalla bontà del Padre celeste, 
illuminami, custodiscimi, guidami 
ora e sempre". 

Qual sarà la consolazione quando, al momento della morte, l'anima vostra vedrà quest'angelo sì buono che vi accompagnò lungo la vita e fu sì largo di cure materne? (E II, 403-405)


In una lettera scritta da Padre Pio a Raffaelina Cerase il 20 aprile 1915, il Santo esalta l’amore di Dio che ha donato all’uomo un dono così grande come l’Angelo Custode:

«O Raffaelina, quanto consola il sapersi di essere sempre sotto la custodia di un celeste spirito, il quale non ci abbandona nemmeno (cosa ammirabile!) nell’atto che diamo disgusto a Dio! Quanto riesce dolce per 1’anima credente questa grande verità! Di chi dunque può temere l'anima devota che si studia d’amare Gesù, avendo sempre con sé un sí insigne guerriero? O non fu egli forse uno di quei tanti che assieme all'angelo san Michele lassù nell'empireo difesero l’onore di Dio contro satana e contro tutti gli altri spiriti ribelli ed infine li ridussero alla perdita e li rilegarono nell'inferno?
Ebbene, sappiate che egli è ancor potente contro satana e i suoi satelliti, la sua carità non è venuta meno, né giammai potrà venir meno dal difenderci. Prendete la bella abitudine di pensar sempre a lui. Che vicino a noi sta uno spirito celeste, il quale dalla culla alla tomba non ci lascia mai un istante, ci guida, ci protegge come un amico, un fratello, deve pur riuscire a noi sempre di consolazione, specie nelle ore per noi più tristi.
Sappiate, o Raffaelina, che questo buon angelo prega per voi: offre a Dio tutte le vostre buone opere che compite, i vostri desideri santi e puri. Nelle ore in cui vi sembra di essere sola e abbandonata non vi lagnate di non avere un anima amica, a cui possiate aprirvi ed a lei confidare i vostri dolori: per carità, non dimenticate questo invisibile compagno, sempre presente ad ascoltarvi, sempre pronto a consolarvi.
O deliziosa intimità, o beata compagnia! O se gli uomini tutti sapessero comprendere ed apprezzare questo grandissimo dono che Iddio, nell’eccesso del suo amore per l'uomo, a noi assegnò questo celeste spirito! 
Rammentate spesso la di lui presenza: bisogna fissarlo coll'occhio dell’anima; ringraziatelo, pregatelo. Egli è così delicato, così sensibile; rispettatelo. Abbiate continuo timore di offendere la purezza del suo sguardo. 
Invocate spesso questo angelo custode, quest’angelo benefico, ripetete spesso la bella preghiera: «Angelo di Dio, che sei custode mio, a te affidata dalla bontà del Padre celeste, illuminami, custodiscimi, guidami ora e sempre» (Ep. II, p. 403-404).




O Dio che Vi degnaste conferire
alla beata Francesca la grazia singolare
di essere familiarmente assistita da un Angelo,
concedeteci che per di lei intercessione
possiamo essere difesi dalla protezione dei Santi Angeli,
giungere felicemente alla meta sospirata,
tornare sani e salvi al focolare domestico e,
custoditi da ogni pericolo per la via,
rallegrarci dell’eterna loro società in cielo. 
Amen



Preghiera per la sera

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,
Santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta. 
Il Signore ci conceda una notte serena e un riposo tranquillo.
Amen









Buona giornata a tutti. :-)
















domenica 24 marzo 2019

Camminare insieme con il malato grave diventa segno della presenza di Dio - Luigi Guglielmoni - Fausto Negri


La tradizione ortodossa riconduce ad alcune fasi il processo verso la morte. 
Le persone di fronte al morente sono chiamate sempre più ad “accompagnarle." 
Verso un nuovo ministero? 
Per gli osservatori del nostro tempo la secolarizzazione, dopo aver tolto la speranza in una vita oltre la morte, sta affondando sia la tensione verso gli esseri che verranno dopo di noi sia il rispetto della vita e della morte. 
Per lo psichiatra Vittorino Andreoli la morte è ridotta ormai a malattia di cui individuare una causa patologica, con la perdita della sua dimensione di evento misterioso e ineluttabile, traguardo che sancisce un limite invalicabile all’uomo e alla sua volontà di onnipotenza. 
Si muore spesso «senza dignità, lontano da luoghi all’altezza della sacralità del trapasso. La morte come patologia ha eliminato il campo della meditatio mortis, del limite della vita».
In un interessante volume, "L’ultimo istante: morire nella tenerezza", C. Jomain si domanda in modo provocatorio: “Che fare dei morenti?”. 
A suo avviso, le possibili soluzioni sono tre: la prima è “sopprimere la morte” dalla nostra visuale. Se questo si rivela impossibile, la seconda ipotesi è quella di “sopprimere i morenti”: è la scelta dell’eutanasia. Ma vi è anche una terza strada: quella di “accompagnare” i morenti in modo che possano vivere la morte come un momento di crescita umana e spirituale.
L’accompagnatore alla morte: un nuovo “ministero”? 
Nell’attuale società tecnologicamente così avanzata, si muore sempre più soli. La solitudine inevitabile degli ultimi istanti viene aggravata spesso dalle insufficienze organizzative degli ospedali. Per questo trasformare l’ospedale in un ambiente il più umano possibile è un compito urgente. Serve il decentramento in strutture più snelle, quali, ad esempio, gli hospices che accolgono i malati terminali, per i quali viene garantita un’assistenza continua.
Investire nell’accompagnamento dei malati senza speranza di guarigione significa, infatti, mettersi dalla parte del morente, non lasciandolo solo nel percorso che lo conduce alla morte. Se, attuato in maniera appropriata, il camminare insieme con il malato grave diventa segno della presenza di Dio che, come buon pastore, precede, guida, conduce ad acque tranquille e assicura la sua presenza anche quando il sentiero scende in una valle oscura. 
Se, a livello tecnico, è senz’altro indispensabile preparare adeguatamente il personale medico e paramedico, così che possa esprimere meglio le proprie competenze invece di esserne frustrato, a livello relazionale l’accompagnamento del morente è davvero un compito difficile. A chi lo compie è chiesto non solo un sapere. Infatti, la paura che afferra il malato nelle profondità del suo attaccamento alla vita contagia facilmente quanti l’assistono. Spesso, quindi, è difficile instaurare un dialogo ma, rifiutandolo, il malato viene come abbandonato a sé. E, d’altra parte, se la morte è occultata e il singolo se ne rende ben conto, fingerà di non sapere per non essere abbandonato. 
Ci sono autori che parlano di maschere e di rituali adottati dagli operatori e dai familiari che intendono tenere a distanza il malato, a scopo protettivo. Ad esempio, il medico e gli infermieri si rifugiano nella tecnica, il prete nel rito, il familiare nelle chiacchiere che di fatto rimuovono il problema… 
Il malato si trova così ancora più solo, non spera più nei medici, ma non dimentica la malattia, ha paura dell’ignoto e di perdere la propria dignità.
La dottoressa Kübler-Ross ha dato un grande contributo a tutti coloro che si occupano dell’assistenza ai malati terminali, insegnando quanto sia grande il loro bisogno di parlare della propria condizione con qualcuno disposto ad ascoltarli. 
Vogliamo riprendere le cinque fasi del morire che la studiosa indica. Tale percorso metodologico consente di individuare i sentimenti che un malato terminale può esprimere durante la fase che sta vivendo.

Le fasi del morire
La prima fase di chi sa di dover morire è il rifiuto, l’incredulità di fronte alla diagnosi.
Segue la rivolta, cioè la proiezione di sentimenti di collera nei confronti di altri, siano essi parenti, medici o Dio stesso. 
Si giunge poi al patteggiamento, cioè ad una sorta di compromesso durante il quale il malato si impegna a dare qualcosa in cambio di un prolungamento di vita; ad esempio, ci si dedica a nobili cause in cambio di un po’ di tempo in più da vivere, oppure per lo stesso motivo si offre il proprio corpo alla scienza medica per terapie, farmaci nuovi…
La quarta tappa è quella della depressione: il malato è costretto ad accettare la prospettiva della morte, ma non è capace di risolvere i suoi problemi esistenziali.
Esiste una depressione reattiva, come reazione alla morte prossima e al cambiamento del fisico; e una depressione preparatoria, nella quale il malato terminale si prepara a vivere la morte.
Si arriva così all’accettazione; il malato abbandona la lotta, si affida ed è pronto per il distacco.
In questa prospettiva è più facile chiedersi se il malato sia in grado di accettare la morte piuttosto che domandarsi se noi siamo in grado di avere una relazione con qualcuno che sa di dover morire.
È ormai accertato che il malato terminale sente profondamente l’esigenza di non morire da solo e di essere invece seguito da qualcuno che sappia capire i suoi gesti, i suoi silenzi; in altre parole, qualcuno disponibile nei suoi confronti che, con poche parole e pochi atti, riesca a dargli la sensazione di non morire abbandonato.
Jean-Yves Leloup, prete ortodosso, propone un percorso molto interessante di riconciliazione con quell’istante cruciale che è l’addio alla vita. Collaborando con la psicanalista Marie de Hennezel e attingendo alle antiche filosofie e alle grandi religioni d’Occidente e d’Oriente, egli suggerisce di reinventare dei rituali per il lutto, come pure dei riti per entrare da vivi nella propria morte. Leloup si rifà in particolare alla tradizione ortodossa, in cui la morte viene chiamata “dormizione”.
Il termine requiem indica esattamente l’accompagnare qualcuno nei suoi ultimi istanti per entrare nel suo “riposo”, addormentandosi nel “senso”: cioè in un atteggiamento che gli permetta di lasciare la “tenda” del suo corpo mortale senza rimorsi, senza rimpianti - e, possibilmente, senza sofferenza -, per fare “un passo in più”.

- Luigi Guglielmoni e Fausto Negri -

da: Settimana, 42/2010, 11   



Le fasi dell’accompagnare alla morte. 
Si ripercorrono qui di seguito le sette tappe proposte, esplicitandone brevemente le caratteristiche principali:
1. La prima tappa è la compassione. Chi accompagna deve, prima di tutto, prepararsi interiormente, per avere un’apertura del cuore che lo renderà capace di ascoltare le angosce dell’altro. La sua dev’essere una sorta di connivenza con l’ignoto, acquisendo quell’interiorità che lo renda più colmo d’amore.
2. Poiché questa “qualità” si trova al di là delle proprie competenze, il secondo passo è quello dell’invocazione di un Nome, cioè di quella presenza che è familiare nella propria tradizione religiosa, quale che sia. Questa invocazione ha grande importanza perché si diventa ciò che si ama, come si diventa ciò che si invoca. Si può così compiere una “trasfusione di serenità e di pace”.
3. Dopo la compassione e l’invocazione, viene il gesto importantissimo dell’unzione. La persona viene toccata con olio consacrato, simbolo della luce e della tenerezza. Anticamente con l’olio profumato si consacravano re, sacerdoti e profeti. Questa unzione, che deve essere accompagnata da una parola, passa dalla fronte, dal collo, dal cuore, dal ventre, dalle ginocchia, dai piedi… Essa intende “riaprire” quei luoghi forse chiusi o bloccati dalla paura e dall’ansia. Lo scopo è quello di invocare la presenza del “soffio di Dio” su tutte le parti che costituiscono i centri vitali, così che il corpo sia realmente considerato non un oggetto ma un tempio dello Spirito.
4. L’ulteriore tappa è quella dell’ascolto. Ora il morente può parlare - evidente quando non è in coma -, rivelando l’intimo di sé, nel bene e nel male. È importante, a questo punto, l’atteggiamento di chi ascolta: è indispensabile che l’accompagnatore non si ponga in un atteggiamento di giudizio.
5. È opportuno che l’ascolto sia seguito da un silenzio interiormente condiviso, così come è altrettanto importante che sia data una “risposta” vera, perché in molti casi il silenzio non basta. Chi accompagna può cercare di trasmettere qualche frase di consolazione, di conferma affettiva, di perdono, di benedizione (da benedicere, dire bene, dire una parola buona… come la seguente affermazione biblica: «Se il tuo cuore ti condanna, Dio è più grande del tuo cuore.»)
6. La parola di benedizione e di perdono autorizza a partire: «Va’ in pace». Per compiere quest’ultima parte del cammino, occorre un nutrimento per la traversata. È la tappa della comunione o eucaristia. Questo sacramento utilizza le materie nutritive della vita quotidiana allo scopo di simboleggiare l’azione e la contemplazione di Cristo e della sua vita, alla quale è dato di partecipare. Si tratta di gesti semplici e di umili cose (come il pane e il vino), perché quanto c’è di più sacro è spesso quanto esiste di più semplice.
7. Si arriva così all’ultima tappa del rituale, quella della contemplazione. Colui che sta per morire e l’accompagnatore si trovano ora di fronte al mistero. Davanti a ciò che sta per accadere, i due sono muti. Scrive padre Leloup: «La porta che dà sul giardino è aperta, ma resta ancora da dire: “Va’… Va’… Io rimango ma vedo il chiarore attraverso la finestra… Siamo tutti e due immersi nella stessa luce». In questa fase finale, può essere opportuno un canto o una musica: meglio se sacra, perché questa si sintonizza più facilmente sulla frequenza più interiore.
4 Questo percorso fa parte specificatamente della tradizione ortodossa: le tappe sono altrettanti doni dello Spirito Santo. 
Rileggendole, si vede quanto il rito cattolico non sia di per sé lontano da queste indicazioni, ma emerge altresì quanto sia distante la nostra prassi da queste semplici proposte. Si comprende, d’altra parte, come il tempo del morire possa diventare il momento più alto della vita. 
È anche evidente come l’accompagnamento di un familiare, di un diacono o di un prete, possa diventare un vero e proprio ministero all’interno della comunità cristiana. 
L’auspicio è che in futuro nessuno sia privato dell’occasione di vivere intensamente il passaggio verso la luce.

- Luigi Guglielmoni e Fausto Negri -
da: Settimana, 42/2010, 11   



“Nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. 
La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. 
Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio”.

- Papa Benedetto XVI -
Udienza generale, 2 novembre 2011


Buona giornata a tutti. :-)








martedì 12 febbraio 2019

La figura dell'Angelo Custode e la morte - don Marcello Stanzione

Secondo la mistica cattolica austriaca Gabrielle Bitterlich, fondatrice dell'Opus Angelorum, è proprio durante l'agonia del cristiano che l'angelo custode può interve­nire efficacemente.
Per la Bitterlich, l'an­gelo custode è proprio colui che ricorda al moribondo i fatti della sua infanzia, le sue prime preghiere, la sua mamma che gli mostrò la croce e gli richiama i ricordi po­sitivi ... in tal modo in innumerevoli casi si scioglie nell'uomo e nella donna la crosta indurita della lontananza da Dio e in que­sti minuti egli ritorna bambino e aperto al­la grazia.
Soprattutto l'angelo custode al­lontana le tremende seduzioni dei demoni maligni che tentano di spingere il mori­bondo alla disperazione.
Un angelo tenta di rivolgere lo sguardo del morente verso la croce e l'immagine della Madonna e verso quelle persone che lo possono aiutare spi­ritualmente.
Poco prima di morire la per­sona diventa come un bambino stanco, che cerca solo di tornare a casa. 
È questo il momento della lotta diretta tra l'angelo e il demonio per la conquista definitiva di quest'anima, dove l'angelo combatte in sua difesa come una madre combatte per la sua creatura.
Nell'istante in cui l'anima si separa dal corpo e si deve presentare al Giudizio di Dio anche allora l'angelo ha ancora la possibilità di aiutare il suo pro­tetto presentando tutte le opere buone che quell'anima ha fatto in vita. 
Che cosa succede all'angelo custode se il suo pro­tetto va in Paradiso?
L'angelo custode ac­compagna quest'anima tra il giubilo di tutti gli angeli che hanno avuto qualche parte nella salvezza di questa persona fino al trono di Dio. 
Il suo servizio di angelo cu­stode è finito, egli non guida più alcun'al­tra persona. Egli ritornerà ancora alla fine dei tempi, al momento del giudizio univer­sale per lodare in eterno Dio insieme al suo protetto.
Che cosa avviene invece al­l'angelo custode se il suo protetto va a fi­nire all'inferno? Sempre la Bitterlich nelle sue rivelazioni private, scrive che tale an­gelo farà parte degli "angeli martiri" cioè farà parte di quella schiera di angeli che nonostante tutti i loro sforzi hanno avuto i loro protetti dannati per sempre.
Dice la Bitterlich che tali angeli portano una stri­scia rossa sul loro vestito e vengono inca­ricati di uno speciale servizio alla Madonna.
Che cosa invece accade all'an­gelo se il suo protetto va in Purgatorio?
L'angelo aspetta fino a che il suo protetto abbia riparato la pena e scontato la pena. Anche in questo caso, dice la Bitterlich, l'angelo viene messo a disposizione di Maria e trasmette e implora per il suo pro­tetto tutti gli aiuti e i soccorsi della chiesa militante, specialmente dei vivi che offro­no le sante messe per le anime del Purgatorio e così riducono la loro purifica­zione, dopo la quale l'angelo lo accompa­gna in cielo.

- don Marcello Stanzione -


Preghiera a San Michele Arcangelo per le anime del Purgatorio

Grande San Michele, 
che sei stato incaricato da Dio 
d’introdurre in Cielo le anime degli eletti, 
ti prego per tutti coloro che io ho amato 
e che non ci sono più.
Degnati di visitarle, di assisterle 
e di soccorrerle in mezzo alle fiamme in cui bruciano, 
nell’oscura prigione in cui piangono.
Fa’ che Dio le ammetta al più presto al suo banchetto celeste, 
in quel meraviglioso luogo di luce e di pace.
E quando verrà per la mia anima 
l’ora di scendere in questo oscuro soggiorno, 
ti scongiuro, intercedi per lei 
e vieni a soccorrerla!
Amen.



Preghiera all’angelo custode

"Angelo Santo, amato da Dio,
ti prego, per amore a Gesù Cristo,
che quando sarò ingrato e ostinatamente sordo ai tuoi consigli,
tu non voglia, per questo abbandonarmi;
al contrario, riportami subito sulla retta via, se ho deviato;
insegnami, se sono ignorante;
rialzami, se sono caduto;
sostienimi, se sono in pericolo e conducimi alla felicità eterna.
Amen."

- San Giovanni Berchmans -



Buona giornata a tutti. :-)






sabato 14 ottobre 2017

... che sei il mio custode... - Abate Zaverio Peyron

Il trovare un vero amico che ci aiuti e sia tutto dedicato a noi con amore, con costanza e con disinteresse è cosa ben difficile. Non è così dell’angelo custode, un vero amico sicuro, fedele, unico nel suo genere, che ci accompagna per comando divino, con amore e senza apparire.


Per comando divino – Se abbiamo un angelo al nostro fianco per assisterci non è per condiscendenza sua o nostra volontà, ma per decreto di Dio.
Nei Salmi è scritto: "Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede" (Salmo 91, 11).
Quanto dobbiamo ringraziare il buon Dio di questo comando! Se l’assistenza angelica fosse solo effetto dell’amore degli angeli, saremmo certi di averli ancora con noi, dopo tanti rifiuti che abbiamo dato alle loro buone ispirazioni? Stanchi di noi forse ci avrebbero già abbandonati. Se fossimo noi che con le nostre suppliche li avessimo chiamati a custodirci, saremmo certi di essere esauditi?… di averli sempre?… almeno nei momenti più critici?… Ma, dato che ciò risponde ad una disposizione di Dio, noi siamo invece certi che tutti abbiamo un angelo custode indipendentemente dalla nostra santità, l’abbiamo sempre, dalla nascita alla morte. L’assistenza è perfetta perché l’angelo è creatura perfetta che ubbidisce a Dio senza debolezze, ritardi, infedeltà.



Con amore – Gli angeli custodi ci vogliono bene:
1) per rispetto a Dio perché, amando Dio, amano quelli che a Lui appartengono;
2) per rispetto a noi perché siamo i loro fratelli destinati a prendere il posto degli angeli ribelli e scacciati e quindi facciamo parte della loro famiglia celeste;
3) perché noi siamo infelici e sofferenti e quindi degni di aiuto: siamo quindi occasione a loro di esercitare lo spirito di carità a cui si informano tutti gli eletti.
La custodia degli angeli è tutta amorosa e fatta con gioia, con fervore, con soavità.



Senza apparire – Anche se molte volte nella Sacra Scrittura e nelle vite dei Santi leggiamo di apparizioni di angeli, ordinariamente però gli angeli operano invisibilmente: sia perché tale è la loro natura spirituale, sia perché la loro manifestazione non è necessaria, sia infine per dare a noi una grande lezione di umiltà e disinteresse operando di nascosto per amor di Dio.

(continua)
- Abate Zaverio Peyron -


Il mio angelo custode non è nient'altro che espressione del fatto ch'io sono conosciuto, amato e seguito in maniera del tutto personale da Dio, è il pensiero d'amore che Dio nutre per me, che mi circonda e mi guida in ogni istante. 

- Papa Benedetto XVI - 



« Gli angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio » (Mt 18,10)

Ti rendo grazie perché mi hai dato di vivere,
di conoscerti e di adorarti, mio Dio.
Poiché «questa è la vita eterna: che conoscano te,
l'unico vero Dio» (Gv 17,3), creatore e autore di tutto,
non generato, non creato, senza principio, uno,
e il Figlio tuo, generato da te,
e lo Spirito Santissimo, che procede da te,
unità trina, degna di ogni lode...
C'è forse tra gli angeli, gli arcangeli,
le dominazioni, i cherubini e i serafini
e tutte le altre schiere celesti,
una gloria o una luce d'immortalità,
una gioia, uno splendore di vita immateriale,
se non la luce unica della Santissima Trinità? ...
Cita un essere, incorporeo o corporeo:
troverai che tutto è stato fatto da Dio.
Se ti parlano di un essere qualunque, tra quelli del cielo,
quelli della terra o degli abissi,
anche per loro, per tutti, c'è soltanto una vita, una gloria,
un desiderio e un regno,
un'unica ricchezza, gioia, corona, vittoria, pace
e ogni altro splendore che possa esistere:
la conoscenza del Principio e della Causa
da cui tutto proviene, da cui tutto trae origine.
Là si trova colui che mantiene le cose lassù e le cose quaggiù,
là si trova colui che mette in ordine tutti gli esseri spirituali,
là si trova colui che regna su tutti gli esseri visibili...
Hanno accresciuto la propria conoscenza e raddoppiato il timore
vedendo Satana cadere
e i suoi compagni travolti dalla presunzione.
Coloro che sono caduti, schiavi della loro superbia,
hanno dimenticato tutto questo;
mentre tutti coloro che ne hanno custodito la conoscenza,
trasportati dal timore e dall'amore,
si sono legati al loro Signore.
E così il riconoscimento della sua signoria
produceva anche una crescita del loro amore
perché essi vedevano meglio e con più chiarezza
lo splendore folgorante della Trinità.

- Simeone il Nuovo Teologo -


Buona giornata a tutti. :-)





lunedì 2 ottobre 2017

Chi sono gli angeli?


Sant'Agostino dice a loro riguardo: « "Angelus" officii nomen est, [...] non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola "angelo" designa l'ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l'ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo».

In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio.

Per il fatto che «vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10), essi sono « potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola » (Sal 103,20).



(Catechismo della Chiesa Cattolica, n° 329)


Giacobbe fece un sogno: una scala poggiava sulla Terra, mentre la sua cima raggiungeva il Cielo; ed ecco gli Angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.
Genesi 28, 12

Io mando un Angelo davanti a te per proteggerti lungo la via, e per introdurti nel luogo che ho preparato. Davanti a lui comportati con cautela e ubbidisci alla sua voce. Non ribellarti a lui, perché egli non perdonerà le vostre trasgressioni; poiché il mio nome è in lui. Ma se ubbidisci fedelmente alla sua voce e fai tutto quello che ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici, l’avversario dei tuoi avversari;  poiché il mio angelo andrà davanti a te…
Esodo 23, 20-23

Si alzò allora il  sommo sacerdote e quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di livore, e fatti arrestare gli apostoli li fecero gettare nella prigione pubblica. Ma durante la notte un Angelo del Signore aprì le porte della prigione, li condusse fuori e disse: “Andate, e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita”.
Apostoli 5, 17-20

Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco gli si presentò un Angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: “Alzati, in fretta!”. E le catene gli caddero dalle mani.
Atti degli Apostoli 12, 6-7 

Un giorno verso le tre del pomeriggio, Cornelio vide chiaramente in visione un Angelo di Dio venirgli incontro e chiamarlo: “Cornelio!”. Egli lo guardò e preso da timore disse: “Che c’è, Signore?”. Gli rispose: “Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, in tua memoria, innanzi a Dio”.
Atti degli Apostoli 10, 3-5 

Venne un Angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i Santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono. E dalla mano dell’Angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei Santi.
Apocalisse 8, 3-4 



“Cari amici, il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi Angeli, che oggi la Chiesa venera quali “Custodi”, cioè ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione. E gli Angeli fanno corona all’augusta regina Maria delle Vittorie, la Beata Vergine Maria del Rosario, che nella prima domenica di ottobre, proprio a quest’ora, dal Santuario di Pompei e dal mondo intero, accoglie la fervida Supplica, affinché sia sconfitto il male e si riveli, in pienezza, la bontà di Dio”.

- papa Benedetto XVI -
Angelus 2 Ottobre 2011





Gli Angeli non hanno una voce materiale, ma con la mente incessantemente glorificano il Signore, in ciò consiste tutta la loro attività e ad essa è consacrata la loro vita. 
Così anche tu, fratello, quando entri nella tua camera e ne chiudi la porta, cioè quando la tua mente non erra qua e là, ma entra nell’intimo del tuo cuore, ed i tuoi sensi sono chiusi e lontani dalle cose di questo mondo, e tu in tal modo preghi incessantemente, allora sei simile agli Angeli ed il Padre tuo, vedendo la tua preghiera segreta da te elevata dall’intimo del tuo cuore, ti ricompenserà con grandi doni spirituali.

- Gregorio Palamàs -
(ca. 1296–1359), arcivescovo di Tessalonica, taumaturgo




Angeli del cielo, Sole luna e stelle
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Venti, piogge e rugiade
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Fuoco, freddo e caldo
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Giorni, notti e stagioni
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Mari, fiumi e sorgenti
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Alberi, fiori ed erbe
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Uccelli, pesci ed animali tutti
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.
Uomini, donne e bambini
ringraziate, benedite e glorificate il Signore.



Buona giornata a tutti. :-)

www.leggoerifletto.it