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venerdì 8 settembre 2017

da: "I Cattolici" di Julien Green e da. "Annunciatori della Parola" card. Joseph Ratzinger

La tua grandezza non la capirai che nell'inferno o nel purgatorio o nel paradiso. 
Oggi il mondo ti accieca. 
Bisogna che tu abbandoni questo mondo per sapere chi sei. 
L'inferno ti torturerà con l'eterno desiderio di una felicità divenuta impossibile. E la tua vita, tutta quanta, ti apparirà nella luce della rivelazione.
Ti accorgerai, allora, d'essere caduto tra le mani di coloro che erano più deboli di te, e che attinsero la loro forza alla tua stoltezza. Il cielo stesso non può nulla contro la stoltezza umana. 
La redenzione non agisce in un'anima dalla quale l'intelligenza è assente; questa stoltezza non è la semplicità di spirito, la quale è benedetta e signora; la stoltezza è volontaria, cosciente e maliziosa; essa limita la propria fede alla ragione terrestre, fa finire l'uomo in questo mondo, disconosce il suo eterno destino.
Ti accorgerai d'esserti dannato per delle piccolezze, capirai che non c'era alcuna proporzione tra esse e te. 
Nulla esiste sulla terra che sia degno di te. Questo mondo non ha alcun piacere che sia degno del tuo attaccamento, alcun dolore che sia degno d'affliggerti. Tutto è altrove.
Se ti danni, dannati per qualche cosa che ne valga la pena. 
Voglio dire: guarda se c'è qualche cosa per cui valga la pena di rinunziare alla eterna contemplazione della verità.
Tu conferisci a un piacere, necessariamente limitato, il valore d'una cosa eterna, perciò pagherai quel piacere con una eternità di rimpianto, di noia e di disperazione. 
Esso ti darà tutto ciò che potrà, ma non ti lascerà nel cuore che amarezza e disgusto, e ti angustierà fino alla morte.

- Julien Green -
da: "I cattolici" , ed.  Longanesi



Consoliamoci tutti 

Un clero mediocre è molto più edificante di un clero santo, atteso che il clero perpetua la Chiesa. 
Se fosse santo, io direi: «È la sua santità che ne è causa», ma non è santo, è peccatore. E allora? È forse il suo peccato che perpetua la Chiesa? 
Ma il peccato è la morte, e la morte non genera la vita. 
Bisogna dunque che ci sia in lui qualche cosa di potente, che resista al suo peccato e continui la vita spirituale.
Non dei santi bisogna parlare se vogliamo aver la prova della santità della Chiesa, ma dei cattivi preti e dei cattivi papi.
Vi sono dei religiosi dissoluti, dei preti senza dottrina, dei papi ridicoli. 
Ciò vi sembra ignobile, ma per me, viceversa, tutto ciò è meraviglioso e adorabile. 
Alessandro VI mi edifica più che san Gregorio Magno, perché il fatto d'una Chiesa governata da dei santi, che si perpetua, è normale e umano, ma una Chiesa che può essere governata da scellerati o da asini e che, tuttavia, si perpetua, ciò non è normale né umano.

- Julien Green -
da: "I cattolici" , ed.  Longanesi



Julien Green (1900 – 1998), scrittore e drammaturgo statunitense omosessuale, si convertì dal protestantesimo al cattolicesimo nel 1916.



Casualmente in questi giorni ho letto il racconto che il grande scrittore francese Julien Green fa della sua conversione. 
Scrive che nel periodo tra le due guerre egli viveva proprio come vive un uomo di oggi: si permetteva tutto quello che voleva, era incatenato ai piaceri contrari a Dio così che, da un lato, ne aveva bisogno per rendersi la vita sopportabile, ma, dall’altro, trovava insopportabile proprio quella stessa vita. 
Cerca vie d’uscita, allaccia rapporti. Va dal grande teologo Henri Bremond, ma la conversazione resta sul piano accademico, sottigliezze teoriche che non lo aiutano.
Instaura un rapporto con i due grandi filosofi, i coniugi Jacques e Raîssa Maritain. 
Raîssa Maritain gli indica un domenicano polacco. 
Lui lo incontra e gli descrive ancora questa sua vita lacerata. 
Il sacerdote gli dice: «E Lei, è d’accordo a vivere così?». «No, naturalmente no!», risponde. «Dunque vuole vivere in modo diverso; è pentito?». «Sì!» fa Green. 
E poi accade qualcosa di inaspettato. 
Il sacerdote gli dice: «Si inginocchi! Ego te absolvo a peccatis tuis — ti assolvo». 
Scrive Julien Green: «Allora mi accorsi che in fondo avevo sempre atteso questo momento, avevo sempre atteso qualcuno che mi dicesse: inginocchiati, ti assolvo. Andai a casa: non ero un altro, no, ero finalmente ridiventato me stesso».
Se siamo onesti, se riflettiamo su questa vicenda in profondità, vediamo che in ultima analisi questa attesa è in ognuno di noi, che il nostro intimo grida che vi sia qualcuno che dica: «Inginocchiati! Ego te absolvo!».
Un famoso teologo protestante qualche tempo fa ha detto: oggi bisognerebbe raccontare la parabola del figliol prodigo in modo nuovo, come parabola del padre perduto. 
E in effetti, lo smarrimento di questo figlio consiste proprio nel fatto che ha smarrito il padre, che non lo vuole più vedere. Ma questo figliol prodigo siamo noi. 
La sua difficoltà è la difficoltà del nostro tempo che si vanta di essere una società senza padre. Seguendo Freud, abbiamo creduto che il padre fosse l’incubo del “Super Io”, colui che limita la nostra libertà, e che ce ne dobbiamo liberare. E ora che questo è accaduto riconosciamo che, facendo così, ci siamo emancipati dall’amore e abbiamo amputato da noi stessi quello che ci fa vivere.

Ma allo stesso tempo emerge così di nuovo quello che vi è di più profondo nel ministero episcopale e sacerdotale: poter rappresentare il Padre, il vero Padre di noi tutti, del quale abbiamo bisogno per poter vivere come uomini. 
Il sacerdote può renderlo presente dando la sua pace, la sua grazia, la parola trasformatrice dell’assoluzione.

- Card. Joseph Ratzinger - 
Il testo “E Julien Green ridiventò se stesso” è tratto dal XII volume dell’opera omnia del papa emerito, “ Annunciatori della Parola e Servitori della vostra gioia. teologia e spiritualità del Sacramento dell’Ordine” (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2013)



Nel giorno della Natività della Vergine Maria, tanti auguri di Buon Compleanno a Gabriele e buona giornata a tutti. :-)


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giovedì 30 ottobre 2014

Preghiera al Santo Nome di Maria - Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

O potente Madre di Dio e Madre mia Maria,
è vero che non sono degno neppure di nominarti,
ma Tu mi ami e desideri la mia salvezza.

Concedimi, benché la mia lingua sia immonda,
di poter sempre chiamare in mia difesa
il tuo santissimo e potentissimo nome,
perché il tuo nome è l’aiuto di chi vive e la salvezza di chi muore.

Maria purissima, Maria dolcissima, concedimi la grazia
che il tuo nome sia da oggi in poi il respiro della mia vita.
Signora, non tardare a soccorrermi ogni volta che Ti chiamo,
poiché in tutte le tentazioni e in tutte le mie necessità
non voglio smettere di invocarti ripetendo sempre: Maria, Maria.

Così voglio fare durante la mia vita
e spero particolarmente nell’ora della morte,
per venire a lodare eternamente in Cielo il tuo amato nome:
“O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria”.

Maria, amabilissima Maria,
che conforto, che dolcezza, che fiducia, che tenerezza
sente l’anima mia anche solo nel pronunciare il tuo nome,
o soltanto pensando a Te!
Ringrazio il mio Dio e Signore che Ti ha dato per mio bene
questo nome così amabile e potente.

O Signora, non mi basta nominarti qualche volta,
voglio invocarti più spesso per amore;
voglio che l’amore mi ricordi di chiamarti ad ogni ora,
in modo tale da poter esclamare anch’io insieme a Sant’Anselmo:
“O nome della Madre di Dio, tu sei l’amore mio!”.

Mia cara Maria, mio amato Gesù,
i vostri dolcissimi Nomi vivano sempre nel mio ed in tutti i cuori.
La mia mente si dimentichi di tutti gli altri,
per ricordarsi solo e per sempre di invocare i vostri Nomi adorati.

Mio Redentore Gesù e Madre mia Maria,
quando sarà giunto il momento della mia morte,
in cui l’anima dovrà lasciare il corpo,
concedetemi allora, per i vostri meriti,
la grazia di pronunciare le ultime parole dicendo e ripetendo:
“Gesù e Maria vi amo, Gesù e Maria vi dono il cuore e l’anima mia”.

(Sant’Alfonso Maria de’ Liguori)




Mi imbattei nella riproduzione della Vergine di Wladimir. L'effetto su di me fu immediato. Mi trovai davanti a una persona viva che mi parlava, i suoi occhi mi parlavano. Lessi in quello sguardo che da allora non ha cessato di osservarmi tutti i rimproveri dell'amore e una compassione quasi sovrumana. Se qualcuno poteva comprendermi era lei. 
Mi sembrò che tenendo il suo bimbo nelle braccia essa considerasse l'umanità e domandasse in silenzio: «Che cosa gli farete?». 
Come se non lo sapesse... lei lo sapeva anche troppo e da lì nasceva quella insondabile tristezza che tuttavia non escludeva l'amore. Richiusi il libro. 
La mia vita non cambiò, ma l'incancellabile immagine non mancò di agire col tempo, come ha agito su migliaia di uomini e donne. Perché è così difficile parlare della santa Vergine? Ciò che si scrive di lei resta penosamente al disotto dell'argomento. Se potessimo alzare una diga contro il torrente di luoghi comuni che tanti scrittori di tutti i tempi hanno ripetuto per parlare di lei! A tal punto che una certa forma di sincerità sembra impossibile e che quello con cui la sostituiamo è solo psittacismo. 
San Bernardo ha detto l'essenziale. Dante ha tentato di far esplodere il linguaggio umano per costringerlo a dire l'indicibile: «Figlia del tuo figlio». 
I Vangeli devono bastare, il resto si impara con l'esperienza della vita e della preghiera. 
Tuttavia ciò che mi ha meglio istruito a proposito del potere di Maria è il silenzio dei protestanti e la loro ostilità dichiarata al culto e alla venerazione che noi le riserviamo. Per loro esso costituisce una forma di idolatria perché ha come oggetto una creatura e non è raro sentirli dire che noi adoriamo la santa Vergine; il che è falso perché si adora solo Dio, ma il pregiudizio è solido e resiste. 
Per quanto mi riguarda io so che non si chiama mai invano colei cui il Cristo ha affidato la nostra umanità e, quando ho detto questo, ho detto tutto.

- Julien Green -




La Theotokos di Vladimir , nota anche come Madre di Dio della tenerezza, Madonna di Vladimir o Vergine di Vladimir è una delle icone ortodosse più venerate e famose al mondo ed è un tipico esempio di iconografia bizantina. La Theotokos (termine greco che significa "Madre di Dio") è considerata la protettrice della Russia. 
L'icona è conservata nella Galleria Tret'jakov di Mosca. La Chiesa Ortodossa la festeggia il 3 giugno ed il 26 agosto. 





Buona giornata a tutti :-)




lunedì 9 gennaio 2012

Gloriarci delle nostre infermità tratto da "San Francesco" di Julien Green

Luglio, poi agosto trascorrono a Bagnara. Assisi inquieta per le notizie che riceve, vuole che le si restituisca il suo santo. Essa teme che la gente di Perugia, di Foligno, di Spoleto o di Arezzo le sottragga la sua reliquia vivente. Come distinguere in questo eccesso di zelo la superstizione dell’amore? 
I frati sono disposti a restituire il santo ad Assisi purchè sia alloggiato fra le mura, poiché alla Porziuncola non si è al sicuro da un colpo di mano. 
Viene scelto il palazzo del vescovo che in quel momento si trova in pellegrinaggio al monte Gargano.
Quanto a Francesco non chiede altro che tornare a casa.
Da Assisi arrivano dei cavalieri accompagnati da uomini d’armi, per prelevarlo e sventare ogni tentativo di rapimento delle città vicine.

Il ritorno avviene lentamente. Francesco, non potendo neppur  più salire sull’asino, è preso a turno dai cavalieri sul loro cavallo e portato a braccia di villaggio in villaggio. Se avesse immaginato una scena così strana quando, adolescente, non sognava che armature e crociate: la cavalleria che lo porta in braccio come un bambino! Passano per un sentiero che attraversa la montagna, prendendo la strada più breve.
Ad Assisi lo trasportano al palazzo del vescovo. Soffre orribilmente nella carne. Il martirio al quale un tempo aspirava non gli sarà stato concesso nella forma prevista, ma il supplizio attuale lo sostituisce.

Leone, Angelo, Rufino, Masseo ed Elia gli sono accanto. Viene a visitarlo un medico, non uno di quei boia pronti a torturare in nome della scienza medica, ma un amico di Arezzo, Buongiovanni, che Francesco chiama fratello Giovanni poiché non dà a nessuno l’appellativo di buono, dato che il Signore ha detto: “Nessuno è buono all’infuori di Dio”.
         “Che ne pensi della mia idropisia?"
           lo interroga Francesco.

         “Andrà tutto bene per grazia di Dio”.
         “Fratello” – dice Francesco – “dimmi la verità….
          Non sono un codardo che teme la morte.

“Padre, secondo la nostra scienza medica il tuo male è incurabile: morirai alla fine di settembre o il quarto giorno di ottobre”.
Allora Francesco trova la forza di stendere le braccia e di alzare le mani, e pieno di gioia esclama: “Sorella morte, sii la benvenuta”.


Fonte: “San Francesco” di Julien Green, Ed. Rizzoli 1984, pp. 230-231



  San Francesco abbraccia Cristo crocifisso (1668 ca.)
  Bartolomè Esteban Murillo
  Museo de Bellas Artes, Siviglia, Spagna

  Accanto alla croce, due angeli reggono un libro aperto che reca in latino il passo del Vangelo secondo Luca che dice "Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo". Anche il globo sul quale Francesco poggia il piede, quasi a spingerlo lontano, simboleggia il mondo terreno che egli rifiuta e abbandona per diventare discepolo di Gesù.

Buona giornata a tutti. :-)

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giovedì 24 novembre 2011

L'abitudine ha ragione di ogni cosa – Julien Green

15 ottobre 1924
Dedicato a sei cardinali francesi
  1

I cattolici si sono tanto abituati alla loro religione, da non aver più bisogno di sapere se è vera o falsa, se ci cre­dono o no; e una siffatta fede, puramente meccanica, li ac­compagna fino alla morte.
2

Non si crede senza combatterci, ma essi contro se stessi non lottano; accettano il cattolicesimo come cosa sempli­ce e naturale; e finirebbero, se fosse possibile, per l'ucci­derlo.

3

Tuttavia, avendo ricevuto l'impronta della Chiesa, essi sono cattolici, e lo sono per sempre; la Chiesa, infatti, non fa nulla che non sia eterno; ma questi suoi figli, pur sotto­messi, hanno in sé il germe d'una potente corruzione. Non
cercate altrove i veri nemici della Chiesa cristiana, sebbe­ne essi credano d'esserne i difensori.

4

Sono stati allevati nel cattolicesimo, ci vivono, ci muoiono, ma non capiscono né ciò che rappresentano, né ciò che avviene intorno a loro, e nulla avvertono del mistero che li avvolge e li divide dal mondo.

5

Essi vivono nel mondo come se fossero del mondo; ep­pure ne sono stati separati per mezzo di segni e parole particolari; e se capiscono d'essere contrassegnati e nondi­meno si ribellano, essi non sono, per ciò, meno cattolici; e se si avviliscono, restano ancora cattolici, nella loro ca­duta e nella loro dannazione.

6

Usano essi stessi d'un segno il cui significato è terribile e per il quale possono riconoscersi; ma, per l'abitudine che ne hanno, non capiscono più ciò che vuol dire. Perciò so­no come i componenti di una congiura, i quali, pur facen­do un segnale stabilito, non sapessero poi a che cosa quel segno li obbligasse.

7

Leggono delle preghiere di cui ogni parola ha una gran­de importanza, e tuttavia le leggono come se in esse non si trattasse di loro, ma di altri, della vita di altri, della sal­vezza di altri; si direbbe che ignorino che vi si parla unica­mente della loro condanna a morte e della loro grazia; si direbbe che credano che il cattolicesimo fu fondato per gli altri e che se loro ne fanno parte, ciò avviene per pura combinazione o per giuoco.

8

Pregano senza riflettere che le loro preghiere saranno infallibilmente esaudite nel tempo e nel modo che piacerà a una sapienza superiore alla loro; ma quel tempo e quel modo piaceranno a loro?

9

Bisogna che quelle preghiere siano esaudite; le Scrittu­re hanno infatti detto: Qualunque cosa chiederete nel no­me mio... Oppure le Scritture si sono ingannate e, se s'in­gannano, non c'è cattolicesimo.

10

I cattolici fanno un contratto, che non può disdirsi, con una "parte" temibile; i termini, poi, del contratto sono oscuri, forse minacciosi. Chi prega ripete: Venga il tuo regno, e non conosce né la forza di Colui al quale si ri­volge, né la sua vera natura, né le sue intenzioni. Chi pre­ga non sa in qual modo si stabilirà "il regno" né se è una cosa che deve augurarsi e invocare, come fa, senza riflet­terci. Un giorno, forse, quelle meccaniche ma potenti ri­petizioni potrebbero alla fine attirare quel regno miste­rioso.

11

Chiedono e credono di pregare, ma il chiedere non è che una metà della preghiera: l'altra metà è la lode e il sa­luto e quest'altra metà oltrepassa la prima, nelle due ora­zioni principali della Chiesa cristiana: Sia santificato il tuo nome, Ti saluto, o Maria.

12

E' certo che otterranno ciò che chiedono, ma, ottenu­tolo, lo riconosceranno? Farebbero meglio dunque, per quanto è possibile, a limitarsi alla lode e al saluto. Essi invocano la salute, ottengono la malattia; ma è la stessa cosa: infatti chiedono un bene, ricevono un bene.

13

Chiedono cose terrestri e vien loro donato il corrispet­tivo in cose celesti. Dovrebbero chiedere vagamente, prudentemente, soprannaturalmente.

14

Vagamente, per dedurne una interpretazione misericordiosa; prudentemente, perché le loro parole hanno un po­tere inimmaginabile; soprannaturalmente, perché quelle preghiere non saranno suscettibili di trasformazione (co­me la malattia per la salute). Le preghiere della Messa hanno questo triplice carattere.

15

Le domande dell'orazione domenicale sono d'una ambiguità esemplare; sembrano precise, son vaghe. Dacci il nostro pane. Quale pane? Il pane dei fornai? quello spiri­tuale? Tu chiedi il nutrimento, e non sai se si tratta di cibo nel senso letterale o simbolico o dell'uno e l'altro insieme, ma chiedi il nutrimento, che è la vita, e la vita non ti può essere negata (Io sono la vita. Ogni cosa che chiede­rai nel nome mio...). Non ci inganniamo che chiedendo la morte. La tua preghiera è dunque prudente. Ed è anche vaga e soprannaturale.

16

Perdona come noi perdoniamo. Pensaci due volte. Tu chiedi e, al tempo stesso, ti leghi. Parli in modo soprannaturale e con apparente contraddizione, perché ti obietteranno che l'uomo non perdona. (Queste parole sono una pietra sulla via dei ciechi; bisogna che vi urtino).

17

Un uomo è in pericolo quando prega; lo è anche se pre­ga distrattamente; perché vi sono delle parole che non si possono pronunciare invano. Egli prega come se pregasse invano, ma nulla è vano, se non l'idea che ci si fa del cie­lo. Ciò che l'uomo dice pregando è magico.

18

La potenza d'una religione consiste nella sua magia. Le altre religioni hanno tenuta segreta la loro magia, non l'hanno confidato che ai loro iniziati; la religione cristiana ha rivelato a tutti quella cosa di cui le religioni pagane avrebbero fatto un mistero. Essa ha iniziato tutti ed iniziando tutti ha tenuto più segreta la propria dottrina che se l'avesse consegnata a libri indecifrabili, nascosti sotto una pietra, in fondo a un tempio inaccessibile. Un segre­to non è mai tanto bene custodito, come quando si tro­va esposto sotto gli occhi di tutti; allora perde le sue qua­lità, e il mondo che è attirato da ciò che è misterioso, ab­bandona la cosa resa pubblica, non si dà pensiero d'appro­fondirla e dimentica ciò che ne sa.

19

I cattolici vivono in mezzo al segreto e non ne sanno nulla. Essi sono assorbiti dal mondo, ciò che li occupa è il mondo. I loro sforzi tendono a conoscere il mondo e a conformarsi al mondo cosi strettamente, tanto da credersi che ne facciano parte; ma il più ignorante di loro pos­siede una scienza più profonda, più pura e più essenziale di tutta la scienza profana e delle sue ricerche e delle sue bizzarrie. Ciò bisognerebbe che lo sapesse; invece non ne sa nulla: qui la sua vera ignoranza.

20

Il massimo dell'abilità consiste nell'ingannare gli stessi iniziati, nel far creder loro che non sono iniziati o che so­no iniziati a cose di poco conto. Il massimo dell'abilità è di dare al mistero un'apparenza comune, di far si che il mondo sbadigli dalla noia nel sentirsi annunziare una co­sa che lo riguarda a tal punto, che un tempo, al tempo delle profezie, sarebbe morto per il dolore di non cono­scerla.

21

Se la verità cattolica avesse un aspetto strano, non mancherebbe di zelatori che per lei si farebbero tagliare a pezzi, ma ci siamo talmente abituati alla sua fisionomia, che non c'interessa più; perciò corriamo incontro a cose che ci sembrano più nuove e più curiose. Eppure essa è molto più meravigliosa di tutti gli errori di cui si rimpinzano i filosofi.

22

L'abitudine ha ragione d'ogni cosa. Se la testa della Gorgogna fosse appesa nel centro di Parigi, i francesi finirebbero per abituarsi a vederla. Essa ne pietrificherebbe qualcuno, ma i più si abituerebbero a guardare quell'orri­bile faccia senza sentirne spavento né provare alcuna spe­cie di malessere.

23

Se il cattolicesimo non ti commuove, se non ti spaventi per ciò che dice e per l'autorità che gli è data per dirlo, ringraziane il cielo, o incolpane la tua immaginazione debole, il tuo cuore inaccessibile.
 
(Julien Green)
Fonte: "Svegliarsi all'amore" di Julien Green, Edizioni Logos, dalla pag 27 alla pagina 34

Il buon ladrone,
particolare della Crocifissione (1475)
Antonello da Messina
Museo des Beaux Arts, Aversa

lunedì 1 agosto 2011

Francesco accettò la morte... - Julien Green

“Francesco accettò la morte con quella gioia del cuore che non l’aveva mai del tutto abbandonato, neppure nei giorni più bui. Quando udì il verdetto del medico fece chiamare i suoi frati Angelo e Leone e chiese loro di cantare il Cantico della Creature.
Essi obbedirono. Con voce che stava per scoppiare in singhiozzi intonarono uno dei più bei canti di gioia usciti dalla bocca dell’uomo. Si rendevano conto che riempivano la cella con tutto il creato?
Il fuoco e l’acqua, la terra e l’aria, i quattro elementi si univano alle stelle, alla luna, al sole, ai fiori, all’erba, oltre al perpetuo e stupendo cambiamento di scena che fanno le nuvole, tutto ciò in un grandioso incontro di tutte le bellezze dell’universo. E poiché la morte si avvicinava, venne aggiunto un saluto cortese all’inviato del cielo:
 
Laudato si, mi Signore,
per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullo omo vivente po’ scampare.
Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!
Beati quelli che troverà
ne le tue sanctissime voluntati,
ca la morte seconda no li farrà male.

Se Francesco si era ispirato in un certo modo a Daniele e alla Genesi per comporre il suo inno alla gioia, il cavalleresco saluto alla nostra sorella morte è soltanto suo.
Tuttavia non è nel palazzo del vescovo che vuole morire, ma, come ha ripetuto tante volte alla Porziuncola. Qui viene trasportato con infinite cautele, tenendo conto della sua fragilità e della tortura rappresentata da ogni movimento. Pare che i suoi  frati l’abbiano portato tra le braccia. Dopo la cavalleria è la povertà che lo porta come un bimbo piccolo, come lui stesso si definisce.”
 

(Julien Green)

Fonte: San Francesco di J.Green, Rizzoli 1984, pp 231-232

Giotto di Bondone, conosciuto come Giotto (1267 – 1337)
  Il trapasso di San Francesco
  Basilica Superiore di Assisi, Italy
  “Nel momento del trapasso del beato Francesco, un frate vide l'anima sua salire al cielo sotto forma di stella fulgidissima.
Come ottenere l’Indulgenza plenaria del Perdono di Assisi (per sé o per i defunti)


Dal mezzogiorno del 1° di agosto, alla mezzanotte del giorno seguente, 2 agosto, si può lucrare (ottenere) una volta sola l'indulgenza plenaria.
Le condizioni richieste sono semplici:
Andare in una chiesa Cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l'indulto (per sapere se nella vostra chiesa sia possibile ottenere l’indulto… chiedete al parroco), recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
Confessarsi, per essere in Grazia di Dio (la confessione è valida anche se fatta negli otto giorni precedenti o seguenti). Naturalmente avere una disposizione d’animo che escluda ogni desiderio di peccati, anche veniali.
Partecipare alla Santa Messa e  fare la comunione.
Pregare secondo le intenzioni del Papa, almeno un “Padre Nostro” e un'“Ave Maria” o altre preghiere a scelta, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa e la fedeltà al Papa.

giovedì 19 maggio 2011

Francesco ottiene l'indulgenza plenaria… - Julien Green

Per parte sua Francesco si rimise in cammino per rientrare alla Porziuncola. Lui pure dovette interrogarsi su tutti gli avvenimenti di cui era stato testimone. Presentato a Onorio III, che cosa aveva ottenuto da  quel vegliardo buono ma prudente? Delle parole d’ incoraggiamento e una benedizione. Era una buona cosa, era molto, ma non abbastanza. Intanto si stava preparando qualcosa di un’ importanza considerevole.
Qui dobbiamo affidarci al racconto di un francescano, frate Bartholi di Assisi, che un secolo più tardi, nel 1335, descrive una visione di Francesco: mentre era in preghiera nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, una notte di quello stesso mese di luglio, gli apparve  Cristo con sua Madre, invitandolo a chiedere una grazia che glorificasse Dio e salvasse gli uomini, e per questo motivo doveva ritornare subito a Perugia a presentare al papa la sua richiesta. Francesco non seppe resistere al desiderio di chiedere una cosa enorme, a misura del suo cuore. Anche senza quella visione, ci sembra capace di arrivare ai limiti estremi dell’audacia quando si tratta della carità. Salvare l’umanità…
Come non ricordare la preghiera fatta a sua volta dal padre Foucauld: “Dio mio, fate che tutti gli uomini si salvino!”.
         Fu in questo stato d’animo che Francesco, in compagnia di frate Masseo, si ripresentò al signor papa. Il suo piano era ben preciso.
Forte del permesso di Cristo, intendeva chiedere un’indulgenza gigantesca.
A Perugia ottiene udienza. Non si dimentica uno sguardo come il suo, ed ecco Francesco ai piedi di Onorio. Davanti ai suoi cardinali il papa gli domanda il motivo della sua visita.
Segue il dialogo incredibile del quale ci è pervenuta qualche frase. Francesco vuole un’indulgenza molto importante. Pare di vedere il sorriso sul volto del vecchio.
“Un’indulgenza? Di quanti anni?”
“Non sono anni che chiedo, ma anime”.
Il linguaggio è insolito e il papa ha bisogno di spiegazioni.
“Spiegati, figlio mio”.
“Santo Padre, che ogni fedele assolto e contrito che supera la soglia di Santa Maria degli Angeli alla Porziuncola ottenga il perdono di tutti i suoi peccati e la remissione delle pene attinenti!”.
Il perdono totale di tutti i peccati e il condono delle pene è l’indulgenza concessa ai crociati che vanno a battersi  per Cristo. Francesco lo sa, ma l’ideale della cavalleria è ancora vivo nel suo cuore. E’ pronto a battagliare se necessario. Malgrado lo stupore del papa, c’è nella presenza di Francesco qualcosa che fa cadere le obiezioni. Tuttavia una richiesta così stupefacente esige una matura riflessione. Come si poteva aspettare, i cardinali mormorano; una simile indulgenza concessa a tutti diminuirà il privilegio dei crociati e provocherà del malcontento se non delle defezioni.
Allora Francesco ricorre al suo argomento più forte: è Cristo stesso che l’ha incaricato di fare questa richiesta al papa. Come tener testa a un santo che ha un mandante così  straordinario? Onorio cede, ma tiene conto delle critiche del Sacro Collegio. L’eccezionale indulgenza non potrà essere ottenuta che una volta all’anno, il 2 agosto. Francesco non chiede di più. Pazzo di gioia, vede già le moltitudini che passano per la chiesa della Vergine, strappate alla morte eterna e, dopo aver detto al papa la sua riconoscenza, si accomiata.
“Piccolo uomo semplice” gli grida il papa, commosso per il suo candore “te ne vai senza l’autorizzazione scritta!”.
Francesco ha cambiato parere sul valore delle pergamene e delle segnature dopo il suo colloquio con Innocenzo III? La sua risposta è pronta  e di tono esemplare: “Se questa indulgenza è di Dio, la Santa Vergine è la Carta e il Signore Gesù Cristo il notaio”.
Qualche tempo dopo, fra i lebbrosi di Collestrada dove si fermò sulla strada del ritorno, vide in sogno il Signore che confermava l’approvazione del papa, e il 2 agosto, nella chiesa della Porziuncola, proclamò lui stesso l’indulgenza. Sette vescovi si trovavano là per essere consacrati e rimasero certo perplessi. Raggiante, Francesco esclamò: “Vi manderò tutti in Paradiso”.
(Julien Green)
Fonte: San Francesco di J.Green, Rizzoli 1984, pp 152-153

Biografia: http://it.wikipedia.org/wiki/Julien_Green
La Predica davanti ad Onorio III
Giotto (1290-1295) Affresco

Basilica superiore di Assisi, Italy
Questo episodio appartiene alla serie della Legenda maior (XII,7) di san Francesco: "Quando San Francesco, al cospetto del papa Onorio III  e dei cardinali, predicò con tale devozione e tale efficacia da apparire evidente che  parlasse  per divina ispirazione."