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venerdì 8 novembre 2019

Tocco la tua bocca e Bolero - Julio Cortázar

Tocco la tua bocca, con il dito tocco il bordo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per rifarlo tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con sovrana libertá scelta da me per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che per un caso che non cerco di comprendere coincide esattamente con la tua bocca che sorride da sotto la mia mano che ti disegna. 
Mi guardi, da vicino mi guardi, sempre piú da vicino, e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta piú da vicino e gli occhi si ingrandiscono, si avvicinano, si sovrappongono, ed i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano debolmente mordendosi le labbra, appoggiando appena la lingua tra i denti, giocando nei suoi recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. 
Allora le mie mani cercano di fondersi nei tuoi capelli, accarezzare lentamente la profonditá dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori e di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. 
E se ci mordiamo il dolore é dolce, e se ci affoghiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo dell’alito, questa istantanea morte é bella. 
E c’é una sola saliva ed un solo sapore di frutta matura, ed io ti sento tremare contro di me come una luna nell’acqua.

- Julio Cortázar - 
da Il gioco del mondo,Rayuela, Capitolo VII


Bolero

Che vanità immaginare
che possa darti tutto, l’amore e la fortuna,
itinerari, musica, giocattoli.
Di sicuro è così:
ti do tutto me stesso, sicuro,
però tutto me stesso non ti basta
come a me non basta che tu mi dia
tutta te stessa.

Per questo non saremo mai
la coppia perfetta, la cartolina,
se non siamo capaci di accettare
che solo in aritmetica
il due nasce dall’uno più uno.
Di là un foglietto
che recita solamente:
sempre sei stata il mio specchio,
voglio dire che per vedermi dovevo guardarti.

- Julio Cortázar -




Buona giornata a tutti.:-)


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sabato 27 aprile 2019

Svegliati, Alzati! (1908) e Mi hai fatto senza fine - Rabindranath Tagore

Svegliati, alzati!
All'alba la luce stessa di Dio viene a rompere il nostro sonno.
Il sonno profondo di tutta la notte si rompe in un momento.
Ma chi può spezzare le illusioni della sera?
Come potrò togliere dall'animo l'involucro magico che il lavoro e le preoccupazioni del lungo giorno hanno gettato su di esso e condurlo in mezzo alla pace pura e tranquilla?
Tutto il giorno, come un ragno, in diverse maniere, ci ha avvolto con reti molto vaste, una rete dopo l'altra.
L'Onnipotente, l'Eterno è stato messo da parte.
Tagliate tutte queste reti, come potrò risvegliare lo spirito in mezzo all'infinito?
Svegliati, alzati!

Il giorno con lavori vari, con preoccupazioni ed attrazioni innumerevoli cerca di legarci stretti da tutte le parti: cerca di alzare un muro tra la mia anima e l'universo. Così, se noi non risvegliamo la nostra attenzione, se non usiamo questa formula magica: Svegliati, alzati... Se non risuona ogni momento questa voce dentro l'anima, in mezzo a tutte le mille vicende della giornata, un nodo dopo l'altro, un laccio dopo l'altro esse ci legheranno e ci renderanno insensibili. Allora non ci sarà alcuna forza di volontà che possa distoglierci dalla nostra inerzia.
Pensiamo che quanto ci lega da tutte le parti sia la verità e non avremo più fede nelle verità pure e passate, non ci passerà neppure per la mente di sospettare della nostra situazione.
Perciò in mezzo al frastuono dei vari affari di ogni giorno si alzi dalle profondità del nostro animo, nello strumento che ha una sola corda, il richiamo: Svegliati, alzati!

- Rabindranath Tagore -
1 dicembre 1908
Fonte: “Santiniketon,Casa della Pace”, Tagore, Paoline Editoriale Libri, 1/1995




Mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.

Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.

Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.

Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.

Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.

Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c'è spazio da riempire.


 - Rabindranath Tagore -


Buona giornata a tutti. :-)

www.leggoerifletto.it


venerdì 5 aprile 2019

Rimani e Stringiti a me - Gabriele D'Annunzio

Stringiti a me, abbandonati a me, sicura.
Io non ti mancherò e tu non mi mancherai.
Troveremo, troveremo la verità segreta
su cui il nostro amore potrà riposare per sempre,
immutabile.
Non ti chiudere a me, non soffrire sola,
non nascondermi il tuo tormento!
Parlami, quando il cuore ti si gonfia di pena.
Lasciami sperare che io potrei consolarti.
Nulla sia taciuto fra noi e nulla sia celato.
Oso ricordarti un patto che tu medesima hai posto.
Parlami e ti risponderò sempre senza mentire.
Lascia che io ti aiuti, poiché da te mi viene tanto bene!

- Gabriele D'Annunzio -



Dipinto di Lauri Blank

“Se mi schiacci le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola sempre te, in tutto me, a vita e a morte!”

- Gabriele D’Annunzio -
(Forse che si forse che no)



Il verbo amare è davvero di difficile coniugazione:
il suo passato non è prossimo,
il suo presente non è indicativo e
il suo futuro non è un condizionale.

- Jean Cocteau - 






Rimani 

Rimani!
Riposati accanto a me.
Non te ne andare.
Io ti veglierò.
Io ti proteggerò.
Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuta a me, liberamente, fieramente. 

Ti amo.
Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.
Lo sai.
Non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Rimani. Riposati.
Non temere di nulla.
Dormi stanotte sul mio cuore…

- Gabriele D’Annunzio  -

Giovane donna addormentata dopo il ballo
Delphin Enjolras (1857-1945)


Buona giornata a tutti :-)










martedì 5 marzo 2019

A che cosa serve la poesia - Joyce Lussu

Da scapolo qual era, Emilio non aveva mai sentito una particolare urgenza di produrre un figlio, ma il mio entusiasmo lo contagiò, e lui si preparò a diventare un padre molto affettuoso e pienamente responsabile.
Il 6 giugno 1944 eravamo a Roma, e i nazisti erano stati cacciati il giorno prima. C’era molta confusione, tutti scendevano in strada e gridavano. 
Io avevo una pancia immensa, con dentro un figlio, il quale, in base a certi calcoli sicuramente sbagliati, sarebbe dovuto nascere tre settimane prima, legittimo rampollo del professor Raimondi e signora, poiché tali risultavamo dai documenti falsi che avevamo usato durante l’occupazione tedesca.
Dato che il nascituro aveva così saggiamente atteso la liberazione della capitale per fare la sua entrata nel mondo, e che noi avevamo riacquistato la nostra identità, Emilio mi fece presente che, secondo le leggi italiane, nostro figlio non poteva essere dichiarato all’anagrafe come il figlio suo e mio , ma solo di uno di noi due, con padre o madre ignoti. 
Emilio ci teneva a riconoscere il figlio, e l’idea di passare negli archivi dello Stato come madre innominata, cancellata dalla legalità, mi faceva una rabbia grandissima. Decidemmo dunque di sposarci, ma rifiutai di andare in Campidoglio. Fu il Campidoglio che venne da me, nell’appartamento di Piazza Randaccio, nella persona di un assessore, come si fa nel caso di malattie molto gravi.
L’assessore arrivò con la portinaia, che doveva fare da testimone, e guardò con aperta disapprovazione la mia faccia abbronzata di partigiana e la mia pancia immensa: forse ero una vagabonda che aveva approfittato del trambusto bellico per farsi mettere incinta da un distinto signore, esigendo in extremis il matrimonio di riparazione. 
Tirò fuori dalla sua borsa la fascia tricolore, l’agganciò attorno alla vita, impugnò il Codice civile e cominciò a leggere, in tono poco convinto, una serie di aforismi in base ai quali avrei dovuto seguire mio marito ovunque andasse, e lui, in cambio di questa persecuzione, avrebbe dovuto mantenersi a sue spese vita natural durante. Dopo di che, fui la signora Lussu e futura madre di un erede legittimo. La portinaia mi rivolse uno sguardo materno, per congratularsi della mia riabilitazione.
Due giorni dopo, alle quattro del mattino, ebbi le prime doglie. Erano leggere e intermittenti, e tirai avanti tutta la mattina, dicendo a Emilio che non si preoccupasse, che me la cavavo benissimo da sola, che andasse pure; naturalmente in quei giorni c’era molto da fare. 
Alle quattro del pomeriggio andai a piedi alla vicina clinica di via Oslavia. Ormai i dolori erano forti e frequenti. Delle megere vestite da monache mi misero a sedere su una panca di legno e mi dissero di aspettare. 
Io gridavo e mi lamentavo, e tornarono a dirmi di stare zitta, che era una vergogna far tanto chiasso, perché tutti si sarebbero accorti che stavo per partorire, e mi sentivano fino al reparto uomini. Finalmente, mi trovarono un letto. Mi misi a urlare a pieni polmoni, finché venne un medico che mi lanciò improperi e oscenità: «Queste donne che vogliono sempre essere scopate! Mettete dentro, mettete dentro! Poi strillano, quando esce fuori un figlio!».
Mio figlio nacque alle otto. Ma non lo vidi subito, perché ero tutta stracciata e intontita, e mi misero non so quanti punti. 
Quando me lo portarono, mi parve che tutte le primavere del mondo rifiorissero insieme. Com’era bello! Aveva la pelle bianca e distesa e morbidi capelli neri; era tutto rifinito, con ciglia e sopracciglia e le unghie rosa sui piedini; mi guardava con i suoi occhi intensi – immaginavo che mi guardasse – con espressione grave e amichevole. 
«Non me ne vuole», pensai, «per averlo portato in mezzo a queste macerie e a questa crudeltà». Fece un «uè uè» tranquillo, senza rancore; poi, con sapienza superiore alla sua giovanissima età, si portò il pollice alla bocca. Persino le megere sorrisero. Lo volevo vicino, ma lo misero in una culla accanto al letto, coricato su un fianco. 
La notte, ebbi degl’incubi terribili. Con grandi sforzi, riuscivo ad allungare il braccio e a toccare mio figlio con la punta delle dita. Era immobile e silenzioso come un sasso. Freneticamente, cercavo con la mano il suo cuoricino, per sentire se batteva ancora. Non sentivo nulla. Ero tropoo debole per alzarmi e non riuscivo ad accendere la luce. «È morto», pensavo disperatamente. «Non ha voluto la vita». Fu una lunga notte. Poi arrivò la prima luce dell’alba, e poi il sole; poi arrivò Emilio, e tutto tornò a essere meraviglioso.
Il crollo venne quando tornai a casa, troppo presto e ancora debolissima, col mio fagottino in braccio. Ero svuotata e non riuscivo quasi ad alzarmi dal letto, perdevo molto sangue e mi scioglievo in lacrime come una fontana, ma soprattutto avevo un senso angoscioso d’incapacità e d’inadeguatezza nei confronti di quell’esserino così fragile e impotente ma animato da una così selvaggia di campare, che mi succhiava col latte quel po’ di vita che mi restava. 
Scoprii che non ne sapevo nulla, che tutto l’appassionato amore che suscitava in me non mi aiutava a capire chi era, che cosa sentiva, qual era la dimensione delle sue esigenze e dei suoi desideri, dei suoi dolori e delle sue gioie. 
Come aveva vissuto il passaggio dal caldo e scuro alveo materno al grande mondo dell’aria e della luce, dei pericoli e dell’insicurezza? 
Di che cosa aveva bisogno, oltre al cibo, al calore, alla pulizia della pelle tenera e delicata? 
In che modo era umano, lui che non aveva nessuna esperienza, mentre io non sapevo misurare l’umanità che dalle esperienze? 
Che cosa dovevo fare per proteggerlo dall’infelicità? 
Che cosa dovevo fare per proteggerlo dalle sofferenze, per aiutarlo a vivere? Come avrei potuto evitare di fare degli errori terribili e irrimediabili, di nuocergli per ignoranza, perché non avevo capito chi era? Non avevo mai riflettuto su queste cose: avevo creduto che fare un figlio fosse una cosa semplice, ‘naturale’, che camminava da sé. E mi trovavo di fronte a una realtà imprevista e sconvolgente, che buttava all’aria tutte le mi sicurezze faticosamente costruite. (…) 
Facevo delle considerazioni cosmiche sulla società e sulla storia, arrivando alla conclusione che il problema più grosso dell’umanità è il rapporto tra adulti e bambini. Se si risolvesse questo, probabilmente tutti gli altri sarebbero avviati a soluzione. 
Il rapporto uomo-donna è una bazzecola, in confronto al rapporto genitori-figli. E quest’ultimo è il rapporto del quale siamo più ignoranti, affidandoci ancora all’istinto e all’empiria, o razionalizzando a senso unico, per adattare a noi degli esseri diversi. Affinchè ci disturbino il meno possibile.
Col recupero della vitalità fisica e psichica, la gioia che dava la meravigliosa presenza di un figlio prevalse sulle angosce emerse dalla profondità della mia coscienza. Sapevo che erano anch’esse verità e realtà, ma non riuscivo a risolverle. 
Così le adattai alla mia sopravvivenza, e inclusi i miei errori di madre nel bilancio previsto dalla vita. 
Il mio compagno era un padre attento, consapevole e affettuosissimo. Ma credo che nessuno, ancora oggi, abbia delle idee molto chiare sul ruolo dei genitori. Forse le chiariremo quando impareremo a costruire la civiltà insieme coi bambini, e non al di fuori, o addirittura contro di loro, o considerandoli una nostra proiezione.

- Joyce Lussu -
da: Portrait (cose viste e vissute), edizioni L'asino d'oro, Roma 2012, (prefazione a cura di Gulia Ingrao) – cit. pp. 98-102



A che cosa serve la poesia? Può servire

Vi faccio un esempio.
Prendete una coppia che va abbastanza bene:
due o tre lustri di convivenza
casa figli interessi comuni.
I coniugi però, non essendo nè sordi nè orbi
nè privi di altri sensi
naturalmente non immuni
dal notare che il mondo è pieno di persone attraenti
dell'altro sesso
di cui alcune, per circostanze favorevoli,
sarebbero passibili di un  incontro a letto.

Sorge allora un problema che propone tre soluzioni.

La prima è la tradizionale repressione
non concupire eccetera non appropriarti dell'altrui proprietà
per cui il coniuge viene equiparato a un comò
Luigi XVI o a un televisore a colori
o a un qualsiasi oggetto di un certo valore
che non sarebbe corretto rubare.

La seconda soluzione è l'adulterio
altrettanto tradizionale
che crea una quantità di complicazioni
la lealtà (glielo dico o non glielo dico?)
lo squallore di motel occasionali
la necessità di costruire marchingegni di copertura
che non eliminano la paura
di fastidiose spiegazioni.

La terza soluzione è senza dubbio la più pratica.
Si prendono i turbamenti e i sentimenti
le emozioni e le tentazioni
si mescolano bene si amalgama l'immagine
con un brodo di fantasia
e ci si fa su una poesia
che si mastica e si sublima
fino a corretta stesura sulla macchina da scrivere
e infine si manda giù
si digerisce con un pò di amaro
d'erbe naturali
e poi non ci si pensa più.

- Joyce Lussu -


Buona giornata a tutti :-)

giovedì 14 febbraio 2019

Che cosa succede se io bacio tutti i luoghi del tuo corpo che ti hanno insegnato ad odiare? - Tyler Knott Gregson

Che cosa succede
se io bacio tutti i luoghi del tuo corpo
che ti hanno insegnato ad odiare?
Cosa succede
se poso le mani su di te e le lascio così
abbastanza a lungo finché il mio calore aderisce al tuo
e tu dimentichi che fra la mia pelle e la tua c'è spazio?
Che cosa succede
se mi piace tutto ciò che ti hanno detto di detestare
e passo le mie giornate a sporcare il tuo cervello ben lavato?
Che succede
se ti mostro nuove immagini di te stessa
che hai accuratamente evitato di vedere allo specchio?
E se ti dicessi
che tutto quello che dicono è sbagliato
e iniziassi a riempire le tue orecchie con parole vere
in una lingua che conosci ma hai smesso di parlare?
Che cosa succede
se pianto nuovi fiori
nei luoghi ispidi dentro di te e ti insegno i loro nomi
e le stagioni della loro fioritura?
Che cosa succede
se ti chiedo di non reciderli e permettere che invadano le tue vie
e decorino tutta la tua vita?
Succede
che non ti permetto di dimenticare mai
che non sei altro che bellezza.

- Tyler Knott Gregson -

Herbert James Draper (1863-1920), Day and the Dawnstar

C’è una storia dietro ogni persona.
C’è una ragione per cui loro sono quel che sono.
Loro non sono così solo perché lo vogliono.
Qualcosa nel passato li ha resi tali e alcune volte è impossibile cambiarli.


- Sigmund Freud -



- Dai, nonna, racconta. Com’è un bacio?
- Gioia mia, quello che so è che cerchiamo la vita. Il nostro respiro non ci basta e vogliamo il respiro di un altro. Vogliamo respirare di più, vogliamo tutto il fiato di tutta la vita. 
Nella mia terra le persone che ami le chiami “ciatu miu”: “respiro mio”. Si dice che la persona giusta è quella che respira allo stesso ritmo tuo. 
Così ci si può baciare e fare un respiro più grande.

- Alessandro D’Avenia -

Pablo Picasso, Il bacio, 1969


Non camminare davanti a me,
potrei non seguirti.
Non camminare dietro di me,
potrei non esserti guida.
Cammina al mio fianco,
ed insieme troveremo la via.

- Albert Camus - 



Buona giornata a tutti. :-)